Lettera Babbo Natale 2011 del cittadino medio

Caro Babbo Natale,
mi chiamo Mario e ti scrivo per chiederti una cosa sola, solo una e te la dico alla fine.
Non so se la meriti, non ho idea se sia stato abbastanza buono per meritarla.
Ciò nonostante, provare non costa nulla, giusto? Almeno fino ad oggi.
Chissà, magari domani tasseranno anche il solo tentare di fare qualcosa.
Sarà l’ultima e definitiva giustificazione per continuare a vivere da spettatori senza muovere un dito.
Io sono uno come tanti, una persona normale, un cittadino medio, come dicono quelli bravi.
Come tutti i cittadini medi, conduco un’esistenza ahimè senza particolari alti e fortunatamente priva di eccezionali bassi.
Certo, ho anch’io le mie disgrazie, con cui combatto da quando sono al mondo. Le sconfitte, i fallimenti, gli abbandoni e i lutti, conosco bene tutto il campionario. Tuttavia ho incontrato anche la gioia, quella vera, quella che dimentichi una frazione di secondo più tardi laddove ripiombi nella corsa quotidiana, quella che ti porta a rimanere ore intrappolato nel traffico o a sentire il rimbrotto del superiore al mattino, svegliatosi con la luna storta o anche solo con il desiderio di sfogarsi con qualcuno.
Non sono uno stinco di santo, tutt’altro, ma nonostante le difficoltà appena elencate continuo ad andare avanti cercando di fare del mio meglio per le persone a cui tengo.
So bene che questo non mi farà fare carriera, non mi renderà più ricco o anche solo più stimato dalla maggior parte delle persone.
I miei concittadini lodano il successo solo quando questo è già stato acquisito e acclamano i vincitori ignorando i secondi, figuriamoci chi non è entrato neppure in classifica.
Non li biasimo, sono uno di loro anch’io e sotto sotto, desidero come tutti essere lì, sul podio, a ricevere gli applausi e a sorridere ai fotografi.
Il perché lo sai, vero? Ci conosci, sai perfettamente la verità, ne sono sicuro, è talmente evidente. Siamo cresciuti così, tutti, nessuno escluso, tranne forse qualche rara eccezione che proprio per questo confiniamo nell’ombra. E’ che siamo abituati fin da piccoli a credere che la felicità risieda nella vittoria, nella conquista della meta, nel goal sotto la curva e che ogni sacrificio, che qualsiasi azione, anche la più turpe sia legittima se dovesse farci raggiungere l’olimpo nel mezzo del palcoscenico, sotto l’occhio di bue, immortalati per sempre.
E così abbiamo compiuto un peccato madornale, ovvero quello di riporre nel cassetto chiamato normalità le uniche cose per cui vivere.
L’abbraccio di un amico dopo un lungo litigio, il sorriso di una ragazza dopo mesi di sterile accerchiamento, i pomeriggi invernali quando da bambina giocavi in camera con la pioggia battente sui vetri, le corse all’impazzata perché in tremendo ritardo e il conducente dell’autobus che alla fine decide di aspettare e apre le porte, quelle sere, quelle magiche sere di primavera a passeggiare con l’amore della nostra vita con l’impagabile consapevolezza che all’indomani quel sogno, almeno quello, non sparirà.
La lista è ancora lunga, incredibilmente lunga e composta da momenti molto più semplici di questi, eppure non meno preziosi.
Malgrado ciò il cassetto è ben chiuso e tutto il resto, quello che rimane, la polvere sotto le scarpe quando rientriamo a casa dopo una bella gita, è diventato il centro della nostra vita.
Della mia.
Per questo, caro babbo natale, sono qui a chiederti una cosa sola, solo una.
Aiutami a riaprire quel cassetto.
Aiutami ad aprire gli occhi e svegliarmi…

Mario




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