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Cambio ora legale storia: il sogno di Benjamin Franklin

Storie e Notizie N. 897

Se fate qualche ricerca su Google e in particolare su Wikipedia troverete con facilità spiegazioni esaurienti e dettagliate sulle origini dell’ora legale.
Quasi ovunque la si attribuisce a un’idea del 1784 di Benjamin Franklin – poco considerata ai suoi tempi - e al suo desiderio di ridurre il consumo energetico, motivazione alla base ancora oggi di questo radicale cambiamento delle nostre abitudini quotidiane.
La moderna versione (DST, Daily Saving Time) sembra si debba all’entomologo neozelandese George Vernon Hudson, portato a studiare gli insetti nelle prime ore del giorno, mentre la proposta ufficiale pare sia stata accreditata al costruttore inglese William Willett.
Qui da noi l’ora legale è stata adottata per la prima volta nel 1916, poi interrotta, e ripresa in via definitiva dal 1966.
Dal 1996 è prassi nei paesi dell’Unione Europea.
D’accordo, in giro ci sono molti aneddoti, date, nomi, ma quello che manca è la storia.
Eccola…

E’ notte.
Benjamin Franklin e sua sorella
Siamo a Parigi, alla fine del 1700.
Benjamin, Ben in famiglia, dorme profondamente.
E’ crollato.
Sua madre Abiah diceva sempre di lui che si addormentava per KO.
Che dio o chi per lui l’abbia in gloria.
Questo ripete sempre Ben da quando se n’è andata.
Il nostro non sogna mai, da tempo.
Da giovane gli bastava chiudere gli occhi per vedere cose, ancora prima di addormentarsi.
Forse è anche per questo che di mestiere ha fatto l’inventore.
Vedere cose.
Aveva la testa piena di troppe cose per tenerle dentro.
Doveva tirarle fuori, altrimenti sarebbe esploso.
Eppure, dopo tanti anni, quando ormai si appresta a terminare il suo passaggio su questa terra, Ben, il vecchio Ben, fa un sogno, forse l’ultimo.
Forse non ne farà altri.
Sogna un ricordo.
Strana e imprevedibile commistione, quella tra memoria e inconscio, un amplesso che genera prole benefica o maledetta, dipende dall’uso che ne farà il mondo.
E’ come per le invenzioni e Ben lo sa alla perfezione.
Il sogno non ha prologhi più o meno confusi.
Sipario aperto e la scena è lì, chiara e inequivocabile.
Ben è tornato bambino e si alza dal letto, nella sua cameretta, che è tale nonostante la presenza di ben sedici tra fratelli e sorelle.
Si è svegliato molto presto, le luci sono ancora troppo deboli fuori della finestra per giustificare la parola giorno.
E’ perché ha sentito un rumore in corridoio.
Ben esce, lo percorre sino all’ingresso e trova il padre, Josiah, pronto a uscire con la sua cassa di candele, con le quali ha lavorato tutta la notte.
“Papà”, chiede Ben nel sogno, “dove vai?”
Nel ricordo, quello vero, non ha mai fatto quella domanda, ha guardato il padre di nascosto, nel buio ed è tornato a letto.
“Vado a vendere le candele”, risponde la versione onirica di Josiah.
“Così presto?” domanda il piccolo.
“Prima si va a letto, e prima ci si alza, questo rende un uomo sano, ricco e saggio.”
Questa è la risposta che Ben ode nel sogno.
In quel momento il nostro perde il sonno di soprassalto.
Il vecchio Ben si porta le mani al volto e con tristezza ritrova i solchi che il tempo ha scavato sul suo volto.
Un sogno, un ricordo.
E’ commosso, gli occhi si inumidiscono all’eco ancora fresca della voce del padre.
Della domanda che non gli ha mai fatto e della risposta che non ha mai avuto.
Ma in quel momento sa che non importa poi così tanto.
In quell’ora, di tanti anni addietro, era stato lì, con il padre e niente potrà cancellarlo.
Perché le storie si possono inventare solo sulla pagina bianca, ovvero quella seguente.
Con un’ora di vantaggio, ah… quante storie in più si possono scrivere al mattino.
E raccontare la sera.
 



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