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Schettino processo: accusa timoniere delfino omosessuale

Storie e Notizie N. 975

Subito dopo aver letto del quiz/compito proposto agli studenti del liceo classico Mariotti di Perugia dal prof di religione, dove l’omosessualità e le esperienze prematrimoniali vengono paragonate allo spaccio della droga e al terrorismo - in un elenco definito delle principali colpe(?) di cui ci si può macchiare – mi ritrovo davanti il comandante Schettino, che al processo che lo riguarda accusa il timoniere del noto incidente della sfortunata nave da crociera Costa Concordia.
E’ il gioco degli innocenti colpevoli e dei colpevoli innocenti…

Pronti, si parte.
Via.
Il comandante si dichiarò innocente.
Già, stupore, comprendo.
Così è stato.
Ma non solo.
Il comandante accusò il timoniere, reo a suo dire di aver girato il timone a destra invece che a manca.
E il timoniere? Non crederete forse che sia restato con la colpa in mano.
O in un’altra parte del corpo, molto meno nobile.
Il nostro si levò in piedi e accusò il nostromo, in quanto al momento della rotazione del timone lo distrasse richiamando la sua attenzione su un gabbiano che sul ponte copulava indisturbato con un delfino.
Ditemi voi, si è giustificato il timoniere, se questa è cosa comune.
Ciò nonostante, anche il nostromo ha respinto le accuse al mittente.
Anzi, al timone.
Si è difeso scaricando tutto sul cuoco di bordo, il quale quel giorno aveva letteralmente abusato del nuovo profumo.
Un avvolgente aroma comprato in una bancarella di Honolulu che aveva come contro effetto un’azione ultra afrodisiaca verso una quanto mai casuale specie animale.
I delfini, banalmente.
Il cuoco non ha perso tempo e ha gettato discredito sul mozzo di bordo per aver lasciato aperto l’oblò della cambusa.
Secondo la sua ricostruzione, il gabbiano era entrato di soppiatto e si era ciucciato il flacone con il famigerato profumo.
Il mozzo ha chiesto come mai il cuoco si portasse quest’ultimo in cucina e l’interessato ha spiegato che temeva che gli venisse trafugato dal macchinista.
Il cuoco ha aggiunto che costui gliel’aveva chiesto invano in prestito e che irritato aveva giurato vendetta.
Inutile dire che il mozzo indicò proprio il macchinista quale unico responsabile di tutto.
Il macchinista giurò di dire la verità, nient’altro che la verità.
Riconobbe di aver reagito male al rifiuto del cuoco di prestargli il profumo, tuttavia si giustificò citando un fatto che lo aveva ferito alquanto.
Subito prima di salpare, durante il preliminare sopralluogo della stiva, era stato pubblicamente offeso e deriso per il suo inevitabile olezzo, lavorando e sudando tra i grassi e i fumi delle macchine.
E da chi?
Dal comandante in persona.
Costui si rivide tornare indietro la palla del peccato.
Nondimeno, la danza avrebbe dovuto andare avanti, pena la fine della musica, il silenzio e quella fastidiosa cosa della giustizia.
Credo si dica così.
Quindi accusò il delfino di aver ceduto alle lusinghe del gabbiano.
L’animale non era presente in aula, visto che il processo era celebrato sulla terraferma.
Quando poi emerse che il delfino era omosessuale, individuare il migliore colpevole fu un gioco da ragazzi.
Di colpevoli innocenti.
E di innocenti colpevoli.

 



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