Bambino con quattro gambe e quattro braccia: se sono un dio

Storie e Notizie N. 1161 

In un villaggio dell’India nord-orientale molte persone sono accorse per ammirare e, a quanto leggo, adorare un bimbo nato con quattro braccia e quattro gambe.
Sembra che, tra gli induisti, c’è chi la ritenga una deformazione divina.
A sua volta, il neonato osserva i curiosi.
E con altrettanto stupore si lascia anch’egli andare alla fantasia…

Se sono un dio.
Mi si chiede se sono davvero un dio.
Brahma fattosi carne.
O qualsiasi altra perfezione dell’immaginazione che vive lì.
Dove per guardare occorre necessariamente levare il capo.
Io, un dio.
Perché?
Perché proprio il sottoscritto?
Sarà forse per…
Già, lo pensavo anch’io, prima di affiorare dal mare preferibile a qualsiasi oceano al mondo.
Leggi pure come l’acqua di colei che ti prepara alla prima luce.

E’ per gli occhi, vero?
Lo sapevo, l’avevo pensato.
Da cui le palpebre.
Delicato sipario di pelle per una coppia di virtuosi destinati ad una comune, ma per ognuno unica carriera sulle scene.
Dove il successo di una sera non eviterà la débâcle che attende all’orizzonte.
Ma neanche il viceversa.
Perché ci sarà sempre, fino alla fine della storia, qualcosa degna di essere guardata.
Non sono gli occhi?
D’accordo, ho capito.
Se sono un dio, avrò pur diritto a sbagliare.
E’ un classico.
Altrimenti, come potrete maledirmi?

Le mani, è così?
Le mani, certo, è chiaro.
Danza semplice, va bene, ma di geniale potenzialità, tratto imprescindibile nelle manifestazioni sopraffine.
Grazie ad una sinfonia altrettanto elementare.
In soli, seppur appassionati, due tempi.
Palmo spalancato al cielo e dita protese verso ogni polo disponibile.
Palmo sparito, perché sepolto da carne viva, in un abbraccio di polpastrelli, stretto come in un’affettuosa mischia d’amicizia e sorrisi.
In breve, aperta e chiusa.
Non è la mano?
Davvero?
Ho capito, non c’è bisogno di scaldarsi.

I piedi.
L’avevo intuito, ma ho buttato lì altro per prendere tempo.
Mi piace stare qui, ascoltato da chi è arrivato molto prima di me.
Vuol dire che nonostante abbiate visto tanto, sono qualcosa di nuovo, per voi.
I piedi, già.
Per volare rigorosamente via da qui, da un continente all’altro, per puntare alla luna e qualsiasi stella.
Dicesi salto di un secondo, anche sul posto.
Perché se è vero che poi si torni a terra un attimo dopo, finché si è sospesi, in aria, tutto è indiscutibilmente possibile.
Anche volare.
Perché la magia è sempre nelle intenzioni.
Neppure i piedi?
Oh…
Ma non starete mica parlando di…

Ora si che ho finalmente compreso.
Però, mi dispiace.
Se sono un dio…
Mi chiedete se sono un dio perché la vita mi ha donato doppia possibilità di afferrare meraviglie e calpestare ignare formiche.
Per mia buona sorte, no, non lo sono.
Sono molto di più.
Come tutti voi.
Lo siete stati, all’inizio.

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