Storie sulla luna: il paese dei ciechi

Storie e Notizie N. 1204 

C’era una volta un paese.
Di quale paese si tratti solo la storia lo dirà.
Questa e, forse, solo questa.
Perché di minuscola iniziale e ambizioso finale.
Nel paese il cui nome solo la storia rivelerà vivevano gli abitanti dall’occhio facile.
Gli abitanti dall’occhio facile erano cosiddetti non a caso.
A loro nulla sfuggiva, allorché transitasse innanzi al più celebrato dei sensi.
Sua divinità lo sguardo.
Che coglie l’essenziale e ruba il privato.
Che guarda il vicino, immaginando il lontano.
Giammai l’inverso.
Quelli sono i folli di natura e coloro che lo diventino abusando della propria immaginazione.
Ma questa è roba per altri racconti.
Restiamo sul pezzo, ovvero ciò che di esso si vede.
Già, perché nel paese dove la pupilla regnava, un solo assioma determinava il mondo.
Solo quel che è visto ha ragion d’essere.
Il resto lascialo ai bambini, finché avranno tempo e coraggio di diffidare del grande disegno.
Si da il caso, ma forse caso non fu, che anche nel paese dall’oscuro nome illuminato nell’ultima strofa giunse la notizia dell’eclissi solare.
La cosa sconvolse tutto e tutti.
No, dico, immaginatevi la portata dell’angoscia, crescente in modo esponenziale man mano che salivi i gradini della scala sociale.
Al punto che nei piani alti i vulcani eruttavano lava di rovente paura liquefatta.
Al punto che nell’ultimo piano tremavano anche i pensieri.
Al punto che tutto il paese, via via scendendo, non poteva far altro che danzare al ritmo del battito impazzito dei cuori di sopra.
Perché così funzionava nel paese che solo l’ultima parola chiarirà.
Se tutti vivono di quel che vedono, tutti vivranno e moriranno per quel che gli era stato detto di vedere.
Così, il giorno temuto arrivò.
Il sole abbracciò la luna, la luna ricambiò con ardore e insieme iniziarono a fare all’amore.
In breve, eclissi.
Pochi secondi di buio, di vero buio, quello che si vede di giorno, l’assenza di luce che per molti, troppi, significa normalità, il semplice esistere delle vite trascurabili, che si alzano al mattino e lottano senza arrendersi nemmeno laddove il riposo sarebbe l’azione religiosa per eccellenza, senza il bisogno di tirare in ballo le divinità di turno.
Solo una manciata di istanti di realtà, assaggiando il quotidiano delle creature rigorosamente là fuori, quelli che non possono fare a meno di chiamare a raccolta tutti i sensi possibili, fuorché la vista.
Perché quel che il mondo mostra da sempre è troppo ingiusto.
Per essere umano.
In quella parentesi di indicibile terrore e al contempo di estrema lucidità gli abitanti del paese senza nome, ancora per poco, per la prima volta compresero cosa davvero volesse dire vedere.
L’altro.
Durò poco, perché così dev’essere l’amplesso degli astri primari.
Altrimenti, non ti decidi a far di tutto per riviverlo.
Come vorrei che fosse solo l’inizio di una nuova storia.
Per il paese degli inconsapevoli ciechi.

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