Il terremoto cos’è per la signorina Lancialunga

Storie e Notizie N. 1423

Oggi, mercoledì 18 gennaio 2017, alcune scosse di terremoto hanno colpito il nostro paese, con epicentro ancora una volta nella zona centrale, raggiungendo anche Roma.
Fin qui i fatti.
Ciò che segue è solo mera finzione…


Ne hanno scritto in molti, all’epoca, sicché lo faccio anch’io, malgrado mi avvalga di codesti tasti

unicamente per quella roba lì, uozzap o come si scriva.
Che poi, una che dice codesti non credo potrebbe mai aver fortuna sulle pagine ambite.
A ogni modo, mi riferisco a mia figlia Romina, nota ai più come la signorina Lancialunga, la bambina che vede lontano.

Che mancanza di fantasia, codesti giornali, devo dirlo, volevo farlo da tempo e colgo or ora l’occasione.
Solo perché ad appena dieci anni si classificò prima ai campionati nazionali di lancio del giavellotto, fatto il titolo, fatto il nome.
Già, fatto il titolo, fatto il nome, ma non la storia, quella vera.
Per noi altri, io e Alfredo, la vittoria era roba scontata, film già visto, libro già letto, ma – scusate la ripetizione – storia ancora da raccontare, quella vera.
Romina è nata speciale.
Fin dall’istante in cui si è accomodata nel mio ventre ho compreso che le distanze per lei erano convenzioni ingannevoli, parole rassicuranti per cuori tremebondi e al meglio concetti relativi per cervici particolarmente dotate, vedi il geniaccio tedesco.
“Piccola, mi senti?” le faceva Alfreduzzo, e poi prendeva a parlarle avvicinando il capo al pancione.
Bella voce, il mio lui, melodiosa, direi. E io iniziavo a danzare, dalla testa ai piedi.
“Stai ballando”, osservava Alfredo.
“No”, rispondevo come posseduta, “è Romina.”
Altra avvisaglia sulla peculiarità della piccola si palesò alle elementari, al primo incontro per i genitori.
“Signora, non riesce a star seduta e a occuparsi delle cose sue. E’ come se avesse la testa a nord, il cuore al centro e i piedi al sud…”
Codeste maestre… se sapessero quanto ci prendono, talvolta.
Romina me ne diede prova anni dopo, quando rientrò a casa anzitempo perché le scuole erano state chiuse a causa del terremoto.
“Hai avuto paura?” le domandai mentre mettevo su il pranzo per entrambe.
La signorina Lancialunga, allora sedicenne, mi fissò con i grandi occhi e poi mi lasciò roba sui cui riflettere.
E ora scrivere.
“No, nessuna paura e tutta quella del mondo.”
“Non capisco, Romina…” ammisi mollando per un istante i fornelli. Codesti ragazzi, se non li ascolti attentamente non capisci un fico secco.
“Cos’è il terremoto, mamma?”
“Scherzi? E’ quando la terra trema e crolla…”
“No, mamma. Il terremoto, per te, per noi che viviamo qui in una grande città, è il lampadario che oscilla per qualche secondo e un po’ di tremore di vetri e mobilio. Mentre scompaiono case e talvolta anche famiglie nel medesimo tempo. È così per tutto. La crisi e la guerra, il gelo di questi giorni e la calura estiva, la tristezza di un momento e una depressione incancellabile, come quella del mio compagno di banco, la connessione che salta durante la chat serale e la telefonata mancata con la vita rimasta indietro oltre oceano…”
Non proferii parola, trascrissi a mente e a cuore, già che c’ero e ci sedemmo a tavola, io e la bambina che ci vede lontano.
Codesti giornali.
Come le maestre, anche loro non hanno la più pallida idea di quanto talvolta ci prendano…


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