Storie con morale: legittima difesa

Storie e Notizie N. 1467

Nel nostro paese gli attori politici si confrontano e si scontrano in questi giorni sui possibili emendamenti alla norma che sancisce la legittima difesa.
Sintetizzando, la spaccatura che trova maggiormente rilevanza sui giornali è quella tra chi vorrebbe limitarsi a estendere il diritto a sparare all’eventuale quanto presunto aggressore in condizioni di giustificata paura o che sia notte, e chi invece ambisce a facilitare ulteriormente l’uso del grilletto protettivo, sino alla libertà assoluta di fare fuoco ai propri incubi, più o meno reali, tipica delle urlanti frange guerrafondaie e destrorse.
Al contempo, dal primo luglio in Georgia, Stati Uniti, pare che gli studenti potranno recarsi all’università armati, purché nascondano le pistole. A condizione che non siano visibili, quindi.
Ancora una volta è quel che non si vede, o non si deve vedere, a dettar legge e decidere la rotta, vedi i produttori e i venditori di armi, i veri registi e autori di questa buffonata chiamata sicurezza.
Forse sarebbe ora di cominciare a difenderci davvero…


C’era una volta la legittima difesa.
Diritto sacrosanto, laddove il pericolo lo richieda.
Sotto forma di comprensibile reazione.
Proporzionale all’offesa.

Ma cosa accade se è quest’ultima a divenir normale?
Cosa succede a un popolo allorché sia l’offesa stessa a esser sancita dalla legge?
Dal silenzio e dall’ignoranza?
Dall’individualismo e dall’indifferenza?
Da una sfrenata passione per il cattivo gusto, coltivata sin dall’infanzia?
E da una diseducazione di Stato financo alla più semplice forma di empatia?
Accade che hai paura.
Che hai paura e non sai di che cosa.
Hai solo bisogno che arrivi qualcuno che ti rassicuri o finga di farlo.
Dicendoti, per esempio, di cosa devi aver paura.
Allora, laddove le domande insolute nascondano da qualche parte richieste d’aiuto, le risposte sono armi.
Sparano dal momento che le ascolti.
Non sei stato tu a prendere la mira e puntare il bersaglio.
Quello è ciò che racconta la pubblicità, è l’inganno del dépliant, è il trucco del commesso al bancone.
Perché dal momento che stringi la sputafuoco tra le mani sei già morto e sepolto.
Non sei più un obiettivo.
Sei solo un’altra tacca sulla cinta, ennesima vittima dei cacciatori di pavidi senza speranza.
C’era una volta, allora, la vera legittima difesa.
Il diritto dimenticato, laddove il pericolo non sia riconosciuto come tale.
Sotto forma di rara reazione.
Proporzionale all’offesa legalizzata.
Al punto che, laddove si palesi senza preavviso, ci si sorprende.
Come quando una donna fronteggia da sola i truci e bercianti masticatori di pace dal cranio disabitato.
Come quando uno dei sopravvissuti alla guerra dei pulsanti premuti da lontano si metta in testa di venire a chieder conto.
Lontano.
Come quando si decide, una volta per tutte, di dire le cose come stanno, anche a costo di non vederle ascoltate da nessuno.
Come quando, addirittura, si trova il coraggio di difenderci da noi stessi.
Dalla nostra ancestrale viltà travestita da fare civile e moderato.
Dalla nostra abitudine alla disumanità.
Dalla nostra assuefazione al peggio che ancora deve accadere, talmente radicata, da scegliere addirittura di impegnarci affinché ci raggiunga il prima possibile, così la smettiamo di pensarci.
Non abbiamo bisogno di pistole e fucili per difenderci.
Perché, forse, dobbiamo prima guardarci in faccia con onestà e intelligenza.
E dirci una volta per tutte.
Chi o cosa è il nemico.


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