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Novembre 2017, Spettacolo teatrale e musicale in occasione dell'uscita del romanzo
Carla senza di Noi, Graphofeel Edizioni

Emigranti italiani in Australia: salve, chi siete?

Storie e Notizie N. 1221

Pare che in Australia almeno quindicimila emigranti italiani lavorino undici ore a notte, subendo ricatti, abusi e addirittura violenze di natura sessuale.
Emigranti e immigrati, la solita storia.
Dipende sempre da dove inizi a leggerla…

C’era una volta il paese degli emigranti.
Il paese degli emigranti era cosiddetto non a caso.
Gli abitanti vivevano sempre con il classico piede sulla soglia.
Pronti a partire.
A fuggire.
Bastava un fischio.
Un dai, forza, si va!
O anche solo una via che fosse tale.
Un passaggio più o meno agevole, ma che conducesse da qualche parte.
Possibilmente laggiù.
E venne il giorno in cui gli emigranti partirono.
Qualcuno di voi si chiederà: ma se gli abitanti emigravano, chi restava nel paese degli emigranti?
Facile, restava il paese.
E tutti coloro che a forza di sognare un domani migliore.
Avevano lasciato indietro il presente.
Figuriamoci il passato.
Così gli emigranti senza il paese vecchio arrivarono in quello nuovo.
“Salve”, fecero gli abitanti di quest’ultimo, “cosa volete?”
“Lavoro”, risposero i nostri, “che altro? Sapete, noi siamo emigranti del paese vecchio.”
“Eh no”, corressero puntualmente gli altri, “casomai siete immigrati del paese nuovo.”
Nel frattempo, da un'altra parte del mondo, un altro paese di emigranti si accingeva a divenire paese menomato.
Di indomita speranza e cieco ardimento.
Accadde quindi che gli emigranti dell’altro paese vecchio giunsero nel paese nuovo.
Che altro non era che il paese vecchio di coloro che erano divenuti immigrati dell’altro paese nuovo.
“Salve”, fecero gli autoctoni rimasti, “chi siete voi?”
“Siamo in cerca di lavoro, in quanto emigranti del paese vecchio”, risposero loro.
“Be’, non è esatto. Il nostro è il paese vecchio. E malgrado abbiamo trascurato il presente, figuriamoci il passato, i nostri emigranti ce li ricordiamo ancora. Non siete voi, non vi assomigliano proprio, i nostri sono diversi, tutta un’altra cosa. Inoltre, in questo momento si trovano nel paese nuovo.”
“Davvero?” saltarono su gli altri emigranti del paese vecchio o qualsiasi altra cosa fosse. “Quindi sono tornati qui da voi?”
“In che senso?” fecero confusi gli abitanti del paese vecchio degli altri emigranti che ora erano diventati immigrati del paese nuovo, ovvero l’altro.
“Semplice: perché noi siamo gli emigranti del paese nuovo, cioè il vostro.”
“Allora”, esclamarono sbuffando gli abitanti, “se proprio volete fare i professorini con noi, per la precisione da ora voi siete i nostri immigrati del paese nuovo, che poi è quello vecchio.”
Il mondo sembrò trovare il proprio equilibrio tra sogni e bisogni, laddove gli abitanti di un altro paese ancora vide partire i suoi emigranti.
I quali, ma tu guarda il caso quanto è beffardo, approdarono sulle coste del paese nuovo dei vecchi emigranti del primo paese vecchio.
“Salve”, fecero i padroni di casa, “chi siete?”
“Cerchiamo lavoro, poiché siamo gli emigranti del paese vecchio.”
“Incredibile”, esclamarono gli altri. “Mai vista tanta menzogna in una sola frase.”
“Perché?”
“Primo perché gli emigranti del paese vecchio li conosciamo da tempo e non siete voi, sono del tutto differenti, proprio un altro mondo. E, oltretutto, sono già qui.”
“E chi sono?”
“Sono gli immigrati del paese nuovo, il nostro. Quindi, se non siete loro, non siete qui per lavoro, ma per portare criminalità e droga.”
“Ma no, davvero, non è così…”
“Sarà, ma allora vuol dire che siete qui per rubare il lavoro agli immigrati del paese nuovo che a loro volta lo tolgono a noi. E che facciamo noi? Emigriamo?”
“Buona idea”, pensarono gli emigranti del paese vecchio, l’altro ancora.
E partirono di nuovo, per giungere proprio nel primo paese.
“Salve”, fecero gli abitanti. “Chi siete?”
“Guardate, siamo gli emigranti del paese vecchio, ma anche gli immigrati del paese nuovo, se preferite. Anzi, potete chiamarci come volete, tanto le parole non possono farci nulla di peggio di quel che il destino scrive da sempre nei nostri personali diari di bordo. Sappiamo anche di non assomigliare ai vostri emigranti del vostro paese vecchio. Tutta un’altra cosa, loro, come vi aggrada, i vostri sono molto più belli e fighi. Ah, sapete che ora si chiamano immigrati del paese nuovo? Ad ogni modo, credeteci sulla parola, non siamo qui per portare criminalità e droga. Neppure per rubare il lavoro che gli emigranti dell’altro paese nuovo, ora immigrati del vostro paese vecchio, rubano a voi. Sapete una cosa? Non vogliamo lavoro.
“Vogliamo solo sopravvi…”
La frase fu troncata prima della fine.
Così come il viaggio e la storia.
Senza che i nostri se ne rendessero conto.
Perché stavano solo sognando il discorso che avrebbero fatto una volta giunti alla meta.
Prima di scomparire tra i flutti.
Forse, laddove ci si trovi lì, nell’attimo esatto dell’incontro, dovremmo riflettere bene su cosa valga davvero la pena di dire.
Come salve e, soprattutto, sappiamo perfettamente chi siete.
Siete noi.


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