26.2.16

Primo bacio gay in Canada tra marinai: quel che ci rende umani

Storie e Notizie N. 1325

Il “primo bacio gay” in pubblico tra marinai della Royal Navy canadese, così titolano molti giornali oggi.

La prima volta che
Potremmo narrarla così, l’umana vicenda su questa terra, semmai un giorno saremo degni di far parte del racconto globale.
Di sicuro i ragni ci sono, le ragnatele sono ancora oggi arte sublime, così come il bruco che si fa farfalla.
Perciò, armandoci al contempo di tolleranza per la miriade di bassezze e passione per le trascurate parentesi di bellezza, ricordiamone alcune insieme.
Di prime volte che
Come il primo istante in cui un uomo ha compreso che per quanto potrà imparare a fare il padre, non sarà mai paragonabile a una donna.
Che madre lo è.
E come il primo giorno che un bambino si è levato dritto tra i presenti inginocchiati e, malgrado il silenzio fosse la più conveniente delle risposte, ha pronunciato.
Il primo perché.
Come la primissima sera che una ragazza è andata a dormire con la promessa di alzarsi al mattino seguente per guardare dritto negli occhi il cosiddetto sesso forte. Così, tanto per cominciare, perché questa, essendo la prima, è solo l’inizio della vittoria.
E come la prima scena in cui gli umani ritenuti inferiori per qualsivoglia ragione, anzi, follia, si sono guardati tra i loro, di occhi. Allargando il comune sogno oltre l’ottuso di turno che tenti di celare l’orizzonte con un insulto.
Come la prima guerra, venduta, manipolata, strumentalizzata e cinicamente imposta, ma subito prima della mortale miccia, sconfitta da chi da sempre ci mette il cuore, oltre che la faccia.
E come la prima volta, perché c’è stata, altrimenti non saremmo qui, che uno sconosciuto, perché lo ricorderemmo, altrimenti non staremmo così, quello spiccato tipo di persona che ignoriamo anche da vivo, altrimenti ora saremmo lì con lui, in cui quel fantasma si è voltato ed è tornato indietro, all’inferno.
Perché il paradiso alle spalle è solo la terra che ha amato e ciò che amerà anche domani.
Come la prima volta che due marinai canadesi si scambiarono un bacio di vero amore sulla pubblica piazza?
No, mi dispiace deludervi, ma questa non rientra nell’album dei nostri meravigliosi ricordi. Non deve. Al contrario della prima e benedetta volta in cui non sentiremo alcuna propensione a considerarla un’eventualità straordinaria, ma solo una delle tante normalità della vita.
Umana…

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25.2.16

Se Trump diventasse presidente: il regno di Trump

Storie e Notizie N. 1324

Se Donald Trump diventasse presidente…

C’era una volta Uno.
Uno qualsiasi, ma da un certo punto di vista era anche uno diverso.
Diciamo uno che non c’entrava nulla con il passato.
Uno svegliatosi da un coma decennale, vai.
Uno che non c’entrava nulla con il presente, quindi, ma solo con il futuro.
“Come vanno le cose?” Chiese a un passante uscendo dall’ospedale.
“Le cose vanno come devono andare”, rispose l’altro con freddezza.
“Capisco… scusami, è che finora ho dormito…”
“Ah”, saltò su il passante. “Eccone un altro, pensavamo vi foste estinti, falliti di sognatori buonisti dal cranio illuso e il cuore flaccido.”
“No, guarda, il fatto è che ero in coma…”
L’altro rimase come congelato, tipo la clessidrina confusa nel mezzo del monitor.
“Quindi non sai che ha vinto Trump.”
“Vuoi dire che alla fine Trump è diventato presidente degli Stati Uniti?”
“Quale fine? Quello è l’inizio ed è successo nel 2016. Il gran giorno è stato quando è diventato imperatore del mondo.”
“Cazzo…”
Di tutta risposta il passante tirò fuori un fischietto, ci soffiò dentro a pieni polmoni e poi urlò a squarciagola: “Parolaccia, ha detto la parolaccia, ha detto quella con la c!”
Uno, a quanto pareva il solo che non sapesse di vivere ormai nel regno di Trump, corse via spaventato e dopo essersi imbattuto in individui perfino peggiori del precedente tentò di rifugiarsi in un bosco poco fuori città.
Tuttavia, non appena si avvicinò all’ingresso della verde macchia notò subito del filo spinato a delimitarne i confini. Scavalcò, ma venne all’istante circondato da alcune bestie. Per la precisione, una gallina, due scoiattoli, un lupo, una famiglia di procioni, una volpe e un canguro.
“Che cavolo ci fanno i canguri qui da noi?” Esclamò.

“Che cavolo ci fai tu qui”, ribatté la gallina a nome degli altri.
“Gli animali parlano?” Gridò Uno sempre più confuso. “Come è possibile?”
“Se è normale che venga eletto Trump, ci sta che gli animali parlino, non credi?” Ribatté stizzito il canguro, che forse se l’era presa per prima.
“Touché”, incassò il nostro.
“Che?” Fecero quasi all’unisono gli animali.
“A ogni modo”, lo informò la gallina, “te ne devi andare da qui, non puoi entrare.”
“Perché?” Protestò Uno. “Il bosco è di tutti.”
Il bosco è di tutti…” gli fece il verso il canguro, che se l’era davvero presa per prima, senza forse.
“Il bosco non è di tutti”, spiegò la gallina, “bensì di chi ci è nato e ci vive seguendone le tradizioni e la cultura. Non possiamo accogliere tutti quelli che vengono da fuori.”
Inevitabilmente Uno spostò lo sguardo verso il canguro, il quale da una spontanea antipatia era passato a un odio feroce.
“Ma io vi assicuro che rispetterò il bosco”, promise il nostro, “farò mie le sue tradizioni e la sua cultura…”
“Non è vero”, intervenne sbottando il lupo. “Voi non siete come noi. Vi depilate dappertutto, anche i maschi, adesso. Non vi bastava torturare le pecore. Ma te l’immagini quanto può essere brutta una gallina senza piume?”
L’interessata si offese e beccò l’altro sul didietro.
“Voi considerate la migrazione un crimine”, proseguì la volpe. “Vallo a raccontare alle rondini, ai cervi e al gallo cedrone.”
“Voi chiamate amici gente di cui conoscete solo una faccina sullo schermo del cellulare e nemici persone che non avete mai incontrato nella vostra vita e che mai incontrerete”, aggiunse mamma procione.
“Voi puzzate”, butto lì il procione cucciolo per non essere da meno.
“Voi giudicate il prossimo solamente perché ha un modo diverso dal vostro di fare all’amore”, si unì una mantide religiosa appena giunta sul posto.
Uno era basito e anche un po’ preoccupato, sentendosi come intrappolato nel bel mezzo del confine tra i due mondi, il regno di Trump e il bosco degli animali.
Perciò si avvalse del più saggio degli argomenti possibili per convincere le bestie ad accoglierlo.
“Avete ragione a credere che tra noi ci sia brutta gente, è normale. Ma non siamo tutti così, c’è anche del buono, come in tutte le cose. Non è giusto che mi giudichiate senza conoscermi, solo per quello che avete letto o sentito dire.”
“Già”, fece il canguro assaporando tronfio l’opportunità di avere l’ultima parola della storia.
“L’hai capita, adesso, eh?”

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24.2.16

Stepchild adoption cos'è: se avessero ragione loro

Storie e Notizie N. 1323

Alla fine della fiera pare che ciò che alcuni avevano già preventivato si stia puntualmente avverando. Ovvero, che il reale punto indigesto dell’ormai snaturato disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili fosse il tema delle volgarmente dette adozioni gay. Malgrado tali non siano, ripetiamolo per l’ennesima volta. Mi riferisco, chiaramente, alla stepchild adoption.
La cosa che mi ha sorpreso è che verso quest’ultimo aspetto, anche tra chi frequento più o meno virtualmente, c’è molta più ostilità di quella che viene confessata apertamente.
Così, voglio mettermi nei loro panni.
Nei vostri, vi parlo direttamente.
Meglio, nei tuoi…

Mettiamo il caso che tu abbia ragione.
Mettiamo il caso che un bambino adottato da due persone dello stesso sesso sia destinato a crescere in qualche modo danneggiato dai genitori.
Mettiamo che io veda quel che vedi tu, come lo vedi tu.
Di conseguenza, vedo due uomini che vivono una relazione innaturale, che offendono la natura e il creatore nello stesso tempo, maltrattando la carne e lo spirito.
Vedo quegli stessi uomini che non si accontentino di praticare un’esistenza perversa, ma che addirittura pretendano di impadronirsi di una giovane vita innocente, spinti da un egoismo di una crudeltà senza fine.
Li vedo avere successo nel loro insano scopo.
Vedo la giovane vita innocente tra la grinfie degli orchi.
Vedo gli occhi confusi e spauriti della vittima.
E vedo il tempo che passa.
Vedo la giovane vita innocente che giorno dopo giorno viene educata a uno stile di vita immondo, dove tutto è permesso.
Dove non esistono punti di riferimento tranne che la lascivia delle anime perdute.
Vedo la giovane vita innocente crescere infelice e deviata, in preda allo sconforto e al più bruciante smarrimento.
Vedo la giovane vita innocente diventare, a sua volta, un adulto condannato per sempre a vagare solo.
Vedo un’esistenza senza speranza di serenità alcuna.
Vedo morte e distruzione di una tenerezza, che avremmo dovuto proteggere, rese lecite da un governo che ha perso di vista la sola e unica bussola, la natura come il creatore l’ha plasmata all’inizio dei tempi.
Vedo te, ora.
Ti vedo.
Vedo dentro di te e vedo cosa vive dentro di te.
Ti vedo in giro per negozi, accanto a me sulla metropolitana, nell’auto davanti alla mia nel traffico cittadino, in una fila alla posta.
Ti vedo nell’appartamento accanto.
Ti vedo, ora, a un passo da me.
E, perdonami, ma ho paura.
Di te

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22.2.16

Video canzone live Sa tutto una stella

Sa tutto una stella (testo e musica di Alessandro Ghebreigziabiher - chitarra e arrangiamenti di Roberto Moreschi)



Vieni con me, parti con me
Senza valigie, senza memoria
Parti con me, vola con me
Come ha fatto finora, l’amore che ho

Ma che dirà di noi il tempo che passa
Ma che sarà di noi sa tutto una stella

Che ci guarda e sorride già
Lei che cuce i tuoi sogni in un vestito
Che tu porti indosso da quando sei nata
Ma non lo sai, tu non lo sai

Che mai ti perderai col cuore per mano
Ma se ti fermerai io resterò con te

Ma che dirà di noi il tempo che passa
Ma che sarà di noi sa tutto una stella




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19.2.16

Storie sulla diversità: Se fossimo tutti animali

Storie e Notizie N. 1322

Al momento conto sul Google News nostrano almeno 101 notizie relative alla vicenda dei delfini usati per un presunto selfie dai bagnanti in Argentina e tutte, di ogni orientamento e settore, dai media cosiddetti autorevoli alle testate minori, dal magazine indipendente al giornale statalmente rifocillato si uniscono nel coro di sdegno e vesti stracciate innanzi all’umana crudeltà.
Pare, però, che come testimoniano qui, qui, anche qui e molti altri siti di informazione internazionali, i delfini fossero due e che quello mostrato nella foto fosse già morto, forse per l’eccessivo calore dell’acqua.
Addirittura, leggo anche che Hernan Coria, il quale ha diffuso la virale immagine per primo, sostiene addirittura di averlo fatto per sensibilizzare i visitatori sull’accaduto.
Ciò che mi colpisce, in ogni caso, è la totale trasversalità e la quanto mai popolare compassione che si levano tonanti laddove le vittime del sopruso di turno siano degli inermi cagnolini, dei teneri micetti o, come in questo caso, dei simpatici delfini.
Forse, consapevoli dell’evidente contraddizione, e dato che a mali estremi, estremi rimedi, si potrebbe colorare un po’ la verità.
A fin di bene, ecco…

Fai girare, ti prego.
Metti mi piace e fai girare il più possibile la drammatica notizia.
O storia, fai tu.
Cuccioli di opossum costretti a lavorare nelle fabbriche di roba firmata, abbiamo le prove, tutto documentato, vengono tutti da famiglie povere ed emarginate, sono tutti minori e lavorano fino a dodici ore al giorno per pochi spiccioli e per che cosa? Per permettere a noi altri di fare i fighetti con l’ultimo smartphone e l’abito di tendenza. Poveri opossum, dobbiamo fare qualcosa, condividi e non dimenticare di firmare la petizione, scrivi al governo e, soprattutto, indignati come sai.
Aspetta, non è finita, qui siamo solo all’inizio.
Non immagini che cosa vedrai se guardi questa foto, credimi, non potrai non commuoverti e incacchiarti.
Ma ti sembra una cosa normale che due fagiane che si amano non possano fare nido in santa pace senza che qualche tucano di turno venga a dirgli che è contro natura?
Guardale, guarda le fagianine come sono dolci, non ti sembra un’assurdità? Come fanno a essere contro natura se loro sono la natura? E dai, forza, salva l’articolo, invialo a più contatti possibili, e più di ogni altra cosa fai vedere che sei arrabbiato e domani tutti al flash mob sotto l’ambasciata della Tucania, o come si chiami.
Continuiamo, coraggio, oggi mi voglio rovinare.
Unisciti a noi nella lotta contro lo sfruttamento delle giovanissime cernie, obbligate a vendere il proprio corpo per soddisfare dei trichechi pieni di conchiglie e senza un briciolo di pietà. Firma, contro firma e non dimenticare di seguirci sui vari social, insieme possiamo cambiare le cose per quelle poverette, guarda la foto, piangi con noi, povere cerniette maltrattate, è una vergogna.
Infine, la ciliegina e poi me ne vado, che il prossimo mercato apre tra un’ora.
Sta facendo scalpore… oppure In poche ore è virale… e anche top trend del giorno… insomma, ne parlano tutti e ne devi parlare anche
te della famiglia di koala – a chi non piacciono i koala? – che sono naufragati sulle nostre coste, cercando di fuggire alle crudeltà delle formiche rosse e delle locuste zombie che hanno invaso il loro paese.
Guarda il fratellino e la sorellina koala che sono affogati, guarda, ti prego, guarda.
Guarda con quella parte di te che si intenerisce di più, non ci interessa più quale.
Non ci importa più cosa guardi davvero.
Ciò che conta è che tu provi qualcosa.
Per noi…

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18.2.16

World press photo 2016 foto la vera storia

Storie e Notizie N. 1321

Warren Richardson, Australia, ha vinto il primo premio (sezione Spot News, singles) della 59esima edizione del World press photo con la fotografia “Hope for a New Life” (Speranza per una nuova vita). In essa si vedono un uomo e un bambino che tentano di attraversare il confine tra Ungheria e Serbia nella notte del 28 agosto 2015, quando il famigerato muro non era ancora stato ultimato.
Coerente con il famoso dipinto di Magritte, “La Trahison des images” (Il tradimento delle immagini), dove si vede una pipa accompagnata dalla didascalia “Ceci n'est pas une pipe” (Questa non è una pipa), ecco la vera storia dell’immagine vincitrice…

Ecco, cominciamo da qui.
Le persone nella foto non sono dei vincitori.
Nessuno lo è, in sconfitte così grandi.

Non ci sono dei rifugiati, no, ahi loro, no.
Perché per esser tali, ci dovrebbe essere un rifugio ad attenderli.
Coloro che glielo offrano.
E, come minimo, quelli che si vergognino.
Di negarglielo.

Non sono dei sopravvissuti.
Aspetta, aspettiamo, non illudiamoci. Non illudiamoli. Il viaggio, come la storia, non è ancora finito. Costruiamo la pagina che manca, piuttosto.

Non sono degli immigrati e dei clandestini, degli extracomunitari o, traduciamo a senso, degli umani di minor valore.
Perché, guarda bene, sono ancora al riparo da noi.
Sulla linea di mezzo tra un inferno e l’altro, ma salvi.
Sulla punta della spada, ma non ancora protesa nella futura ferita.
Nei sogni di chi è rimasto indietro, non ancora delusi.

Non sono delle vite da temere e, ascolta attentamente, neanche da tollerare.
Perché innanzi a un tuo simile che si dimostri pronto a stringere in una mano tutto il passato e il presente che possiede, per gettarlo via come sabbia nel vento e così salvare l’unico frutto rimasto del proprio irreversibile sacrificio, come fai a non provare ammirazione?
Compassione?
O anche solo semplice e ordinaria empatia?
Come fai?

Aggiungo anche che la foto non è in bianco e nero, che fa pensare al passato, al tempo che fu.
Quello è il modo in cui la vediamo noi.
Quello è il modo in cui preferiamo, vederla noi.

E ti dirò pure che quello che intravedi minaccioso sul capo della più giovane tra le vite ritratte non è filo spinato. E’ la volta che quotidianamente sovrasta chi ha osato tatuare sul proprio stesso cuore le più paventate tre parole che siano mai giunte sulle coste fortunate di questo pianeta.
Io voglio vivere.

A dirla tutta, infine, forse scoprirai con me che quelli che vedi non sono due uomini che nel 2015 si scambiano un bambino al confine tra la Serbia e l’Ungheria.
Sarebbe troppo assurdo.
Quasi quanto noi tutti che li guardiamo.
Come se fosse una cosa normale…

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17.2.16

Utero in affitto Italia legale: pericoloso precedente dei mufloni

Storie e Notizie N. 1320

A differenza del nostro paese, la maternità surrogata (utero in affitto) è legale in venti nazioni, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia, Russia e Grecia.
Tuttavia, malgrado non sia prevista dal disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili, gli strali dei difensori del ceppo tradizionale insistono copiosi nell’ergersi innanzi all’inganno celato dietro il promiscuo angolo.
Mi unisco anch’io alle urla stracciandomi le vesti, tanto sono di scarso valore, tutte imitazioni, segnalando un pericoloso precedente…

Chi mi conosce a fondo sa che non ho sempre vissuto di parole.
I miei più antichi frequentatori sanno della mia precedente vita.
Ebbene sì, facevo l’addestratore di mufloni.
Che ricordi…
Mi mancano quei caproni, lo ammetto. Testardi, indubbio, ma quando li vedevo danzare tutti insieme era uno spettacolo.
Ah, non l’ho detto? Insegnavo loro l’hip hop.
Adesso capisco l’ilarità e lo scetticismo, normale, ci sono abituato.
Ma l’hip hop non nasce negli anni settanta negli Stati Uniti, capisco che questa sia una notizia, ma è così. Che poi, qui siamo su storie e notizie, il confine è labile, come quello tra il muflone in calore e l’ammotrago posseduto. Non sono la stessa cosa, domandate alla capra berbera ninfomane, se proprio non mi credete.
Nessuno si inventa niente, è risaputo. Soprattutto noi altri non si crea nulla. Noi umani, intendo. Per gli animali è diverso, invece. Loro hanno inventato tutto e noi si copia come asini selvatici del Tibet, che vanno perfino in giro per i monti vestiti da monaci, talmente sono poco originali.
Per la cronaca, il primo ballo hip hop è stato effettuato in Gran Bretagna da una femmina di Gypsy Vanner (nota anche come Tinker o cavalla zingara) per distrarre un mandriano fuori di testa invaghitosi di lei, per poi fuggire con un muflone con la cresta bordeaux.
Ecco, tutto torna, vedete? Il muflone è così. Le cose vanno lisce, poi arriva lui, e tutti a inveire.
Per questo si dice capro espiatorio, che poi sarebbe muflone espiatorio. O anche muflone - non mazziato - e cornuto. Non è il toro, non è mai stato il toro, il problema.
Ma veniamo al punto.
La maternità surrogata nel nostro paese è stata già concessa.
A chi? Che domande? Ai mufloni, è chiaro. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Tutti quelli che vedono solo quel che vogliono vedere, è chiaro.
Per raccontarne una, c’era una coppia di mufloni ermafroditi che non poteva avere figli, e potremmo già fermarci qui, lo so, ma continua. I due o le due, ma guarda un po’ che confusione, erano animali egoisti ed egocentrici, due egocapre cocciute che desideravano un cucciolo da portare in giro come trofeo, con le cornine ben in vista. E alla bestiola chi ci pensa? Nessuno, neanche io, perché nel frattempo ero stato trasferito e insegnavo danza del ventre alle nutrie, confesso anche questo.
A ogni modo, visto che la legge lo permetteva, la coppia convinse una vecchia muflona cieca a farsi affittare l’utero, una bestia incapace di intendere, ma non di volere. Voleva tutto. Per citarne un paio, pensate che in quello stesso giorno aveva già prestato le corna a un camoscio che voleva fare bella figura al primo appuntamento con la sua bella, anzi brutta, ma quando c’è l’amore... Mentre la coda l’aveva promessa a un domatore di leoni svizzero troppo buono di cuore che desiderava usarla come frusta. Fa meno male, ma fa comunque scena, sosteneva l’ingenuo, visto che se lo sono pappato al primo spettacolo, cercate su internet.
Il resto fa orrore, me ne rendo conto. Il nascituro, che fu chiamato Taddeo, si ritrovò al mondo prigioniero della più totale anarchia morale, con due genitori che non sapeva se chiamare papà o mamma.
Mufloni, chiamaci, mufloni, dicevano loro, gli egofarabutti.
Ma come vi distinguo? Muflone 1 e muflone 2?
Esatto, rispose.
Quale dei due?
Difficile dirlo ancora oggi.
Comunque, gli egomalvagi si stancarono presto del giocattolo e il poverino fu abbandonato nel bosco in agosto.
“Guarda”, disse difatti con indicibile crudeltà il muflone 1, o forse era il 2, “c’è una stella cadente nel cielo.”
Taddeo fissò i propri occhi in alto con fiducia e dopo qualche attimo esclamò perplesso: “Quale stella?”
Domanda lecita, visto che erano le undici del mattino.
Quindi seguì un colpo alla nuca e le stelle dei sogni forzati apparvero nella sua testa, quelle sì.
Risvegliatosi solo e nella più aspra crisi di identità, cambiò sesso e specie più volte, diventando infine una nutria per unirsi al mio gruppo di allieve.
Vi avevo detto che tutto torna, vero?
Tutta la storia l’ho appresa da lui, anzi da lei, che poi era un lui.
O no?
Ecco, capite adesso cosa rischiamo?
Cosa?
L’esempio non regge perché noi siamo umani, non bestie?
Be’, leggendo cosa dicono in molti sull’argomento in questione, non sembra proprio…

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15.2.16

Video canzone live La libertà

La libertà (testo e musica di Alessandro Ghebreigziabiher - chitarra e arrangiamenti di Roberto Moreschi)





C’era una volta un uomo che non parlava mai
E ci osservava da lontano
Persi nei suoi capelli gli occhi di quello che
Non piange mai per ciò che è stato
Alto tre metri o più senza complessi ma
Con tanti sogni nella mano
Lui porta una giacca scura con mille tasche blu
Ma senza un soldo da cercare

Lui scrive e non griderà
Lui scrive e non griderà
Lui scrive e non griderà

E’ la libertà quella di avere solo guai
E’ la libertà quella di avere solo dei guai
L’uomo con un destino scritto da una tribù
Che prega gli alberi di notte
Non lascia mai tracce indietro quando lui passa e va
Ma è vivo sempre nei ricordi
Ha un cuore con una voglia di fragole e verità
Che non sopporta l’illusione
Un tic che segna il tempo
Di quando comincerà una danza senza fine

Lui scrive e non griderà
Lui scrive e non griderà
Lui scrive e non griderà

E’ la libertà quella di avere solo guai
E’ la libertà quella di avere solo dei guai

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12.2.16

Storie di immigrati e muri: l’uomo che temeva se stesso

Storie e Notizie N. 1319

Leggo che secondo i media austriaci anche sul valico del Brennero si sta valutando la possibilità di costruire un ennesimo muro contro i migranti…

C’era una volta un uomo.
Uno tra i tanti.
Che ci sono già stati, sai?
Se ti guardi indietro, ne vedi a miliardi.
Perché sono tanti, perché siamo stati.
Tanti.
L’uomo, come i tanti che ci sono già stati, sai, era torturato giorno e notte da un terrore subdolo, peggio di una serpe in seno. Ovvero, una serpe in seno che si finga invincibile scudo a protezione di quest’ultimo.
L’uomo temeva, come la morte stessa, di essere invaso.
Da se stesso.
Ossessionato a tal punto dalla più paradossale delle paranoie umane, egli chiese consiglio a un tale ancora più folle di lui. O, forse, molto, molto più astuto.
Ho il rimedio per te, amico, disse quest’ultimo. Già, amico. Sono sempre tutti tuoi amici, facci caso, gli sconosciuti che non aspettavano altro di aiutarti con quel tuo problema che ti assilla tanto.
Mura, mura tutto, e non pensarci più. Questo fu il rimedio suggerito. Soluzione semplice e sbrigativa, con parole elementari che potrebbe capire anche un bambino.
Figuriamoci un matto.
Così, l’uomo, che aveva visto per primo nelle mani, nelle proprie stesse mani, l’odiato nemico, fece innalzare un muro di cinta sui polsi. Come dei bracciali di pietra che avvolgevano la via tra le braccia e i palmi e le dita, un confine tra gli arti superiori e la possibilità di afferrare ma anche solo sfiorare, spingere o, al meglio, accarezzare, spesso indicare, talvolta salutare.
Il sonno migliorò, ma la cosa durò poco, perché il più delle volte il delirio è come un’insaziabile droga. Non appena ti illudi di poterlo gestire, ecco che si fa sotto con un’altra, ben più potente maschera.
I piedi, i piedi erano diventati l’invasore, e allora l’uomo, visto che sembrava aver funzionato con i polsi, e di conseguenza con le mani, fece lo stesso con le caviglie, facendole stritolare da mura invalicabili.
Non più corse affannate, quindi, ma neppure camminate prive di senso, fine di ogni balzo, ovvero effimera illusione di ingannare la gravità, fine di qualsiasi movimento assolutamente naturale, da qui a là e magari ritorno.
Il riposo divenne ulteriormente più sereno, oltre che obbligato, vista la recente amputazione, ma durò altrettanto poco, poiché dopo le mani e i piedi la presenza aliena fece sentire la sua immonda voce prima nel mezzo nella pancia e poi nel petto. Come a irridere l’uomo e tutti i suoi vani tentativi di proteggere se stesso.
Da se stesso.
Stanco ma risoluto, il nostro decise di dare un taglio netto alla faida. Non è il momento per mostrarsi teneri, esclamò guardandosi allo specchio dopo una notte insonne, un uomo deve dimostrarsi uomo quando occorre, onore agli eroi, vincere e vinceremo, e altre amenità di questo tipo.
Così, senza ulteriori indugi, fece costruire il più imponente dei muri proprio sul collo. Un collare di roccia impenetrabile, a difesa dell’ultimo baluardo. La preziosa testa, dove conservare intatte tradizioni, storia e cultura a rischio di estinzione.
Stavolta il sollievo, se così possiamo chiamarlo, durò pochi secondi, perché non appena gli posero l’ultimo mattone sul collo, l’uomo iniziò a soffocare.
Cercò invano di intervenire per abbattere il muro, ma non poté far nulla, avendo perso l’uso delle mani. Pensò di scappare per chiedere aiuto, ma gli fu impossibile, avendo rinunciato anche all’uso dei piedi. Si sforzò anche di gridare, ma fu tutto inutile. Non avendo più a disposizione la pancia e il petto, non era più in grado di soffiare aria nella gola e pronunciare parole di ogni tipo.
Tuttavia, subito prima di spirare, l’uomo che non voleva essere invaso da se stesso sorrise.
Perché aveva perso e al contempo aveva vinto.
Perché, una volta per tutte, aveva ucciso.
Se stesso...

Leggi anche il racconto della settimana: Le casette per tutto l'amore che c'è
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11.2.16

Storie di guerra in Siria: morti civili e la percentuale di umanità

Storie e Notizie N. 1318

Leggo che il Syrian Centre for Policy Research ha di recente riportato i dati del conflitto che sta dilaniando il paese.
Siria: 11,5% della popolazione vittima della guerra, titolano la maggior parte dei giornali…


Undici virgola cinque per cento.
Le parole contano, nel vero senso della parola, stavolta.
Si levano in alto, come le grida di un figlio rimasto solo per troppo tempo.
E, per la solita legge di gravità delle informazioni fragili, precipitano su di noi lente, in un’atmosfera davvero paradossale, come se nevicasse e nessuno se ne accorgesse.
Figurati.
Figurati, sarebbe come dire che l’undici virgola cinque per cento della mia famiglia è infelice.
Allora, mettiamo che siamo in cinque, vorrebbe dire che riguarderebbe unicamente lo zero virgola cinquecento settantacinque, ovvero poco più della metà di uno di noi.
Magari non sono io.
Magari lo sono, ma guardiamo il cuore mezzo pieno, no?
Di seguito, sarebbe come affermare che di una tal ragazza conosca tutto tranne l’undici virgola cinque per cento di lei. Cioè, ho presente l’ottantotto virgola cinque. Va bene, dai, un po’ di mistero ci vuole, su.
E sempre su questa strada, sarebbe come dichiarare di ricordare tutto, del proprio passato, a parte l’undici virgola cinque per cento. Sarebbe normale, insomma, siamo un paese smemorato, si sa, ciò che importa di più nella vita è non andare in rosso sul conto e non perdere troppi capelli, diceva mio nonno.
Continuando secondo copione, sarebbe come sostenere di essere disonesti solo per l’undici virgola cinque per cento. C’è poco da guardare male, insomma, pensate di fare il calcolo tra i politici nostrani, voglio proprio vedere cosa ne vien fuori.
E ancora senza sorpresa, sarebbe come asserire di aver fatto del male solo all’undici virgola cinque per cento di persone frequentate sino a quel momento.
Che so, mettiamo che siano cento, una media normale per una persona socialmente attiva, si tratterebbe di circa undici individui. Caspita, magari se lo meritava almeno la metà e la cosa diventa irrisoria.
D’altra parte, che esagerazione è questa.
Tutto questo rumore per un nonnulla.
Stiamo parlando di un undici virgola cinque per cento, signore e signori.
Stiamo parlando di poco più di uno su dieci.
Di cosa stiamo parlando?
Stiamo parlando di quattrocentosettanta mila morti.
Tra uomini, donne e bambini…

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10.2.16

Storie di donne uccise: perché siete soli

Storie e Notizie N. 1317

Un’altra giornalista scomoda è stata assassinata in Messico. Dal 2000 i reporter ammazzati a Veracruz sono sedici, dieci dei quali negli ultimi cinque anni.
Anabel Flores Salazar, del quotidiano El Sol de Orizaba, lascia due figli, uno di quattro anni e l’altro di pochi mesi.
A loro questa mia…

Siete soli.

Siete soli, ora, perché vostra madre è stata lasciata sola.

Siete soli perché vostra madre lottava.
Per far sentir meno sola.
La giustizia.

Siete soli perché c’è un vuoto da riempire.
E ora ne fate parte.

Siete soli perché una sola donna è sufficiente.
Per lottare.

Siete soli perché una sola donna, o uomo, di rado è sufficiente.
Per vincere.

Siete soli perché il vile, facci caso.
Non è mai solo.

Siete soli perché il coraggioso, ricordate, non dovrebbe mai.
Essere lasciato solo.

Siete soli perché la verità lo è.
Sono le menzogne a essere sempre di più.

Siete soli perché mamma credeva nella forza delle parole.
E malgrado quello che raccontano.
Fate come lei.

Siete soli perché qualcuno si sentiva maledettamente solo.
Per merito suo.

Siete soli perché qualcuno si sentiva maledettamente piccolo.
Grazie a lei.

Siete soli, adesso.

Siete soli, bambini, perché vostra madre è stata lasciata sola.

Siete soli perché vostra madre ha dato la vita.
Per far sentire meno soli.
Tutti gli altri.

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5.2.16

Siamo il paese necessariamente complicato

Storie e Notizie N. 1316

C’era una volta un paese.
Pensalo, disegnalo nella tua mente.
Facciamolo insieme.

Ora, prendi un fatto vero.
Indiscutibile.
Verificabile a occhio nudo, come la capacità di un bicchiere d’acqua di alleviare la sete, due più due uguale quattro, ovvero il paese in questione è il secondo più vecchio del mondo e il primo in Europa.

Considera un’ovvietà.
Banale.
Constatabile da chiunque, come l’ineludibile necessità di alternare ore di sonno alla veglia degli umani, la pericolosità di ingoiare uno scorpione vivo, oppure il paese in oggetto è quello con il minor numero di laureati in Europa.

Figurati un’argomentazione semplice.
Elementare.
Riscontrabile in qualsiasi istante, come la cagionevolezza dei pesci rossi vinti al tiro a segno, la doppiezza di molti politici di ogni luogo e tempo prima e dopo essere stati eletti, ma anche il paese di cui sopra è quello con il minor numero di abitanti connessi a internet in Europa, con la rete più cara e più lenta.

E, laddove ti avanzino ancora un paio di secondi, immagina un’idea ragionevole.
Indubbia.
Dimostrabile perfino da un bambino, come l’importanza della salute nella vita di ciascuno di noi, l’incontenibile gioia per un amore finalmente corrisposto, o lo stesso paese di prima è ultimo in Europa per competenze in materia di lettura e al penultimo posto sia per la matematica che per la capacità di risolvere problemi tecnologici, ormai all’ordine del giorno.

Detto ciò, scegli un tema a caso, tra quelli più attuali nelle società più evolute, come le unioni tra coppie dello stesso sesso, la fecondazione assistita, la stepchild adoption, la legge sul fine vita, la laicità dello Stato, la libertà di stampa, la coscienza civile, la democrazia… e mi fermo qui.
Immagina di vederli apparire all’improvviso sul tavolo che conta del paese protagonista della storia. Sui media più opulenti, nei discorsi dei politicanti più ciarlieri, come sulle bocche dei passanti casualmente informati.
E vedrai tutto diventare complicato.
Non più semplice e ragionevole, banale e indiscutibile, riscontrabile e dimostrabile.
Ma solo immensamente e, soprattutto, necessariamente complicato

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