28.2.13

Storie di fantascienza: coppia omosessuale chiede di partire

Storie e Notizie N. 878

Caro Dennis Tito,
il mio amore ed io abbiamo appreso della prima missione che porterà un uomo su Marte, da lei finanziata. Tra cinque anni, giusto? Leggo che la data dovrebbe essere il 5 gennaio del 2018 e che l’impresa costerà almeno un miliardo di dollari. Corbezzoli, mica bruscolini. Ad ogni modo, i soldi sono i suoi, così come di chi vorrà sostenere questo progetto. O sogno. Perché lei è un sognatore, dico bene? Per forza. Uno che immagina di viaggiare verso altri pianeti non può essere altro che qualcuno capace di vedere tutto dove tutti vedono il nulla.
Ebbene, la persona che amo ed io siamo esattamente come lei, mi creda.
Per questo, non appena ho saputo che per il viaggio lei è alla ricerca di una coppia sposata, che rappresenti il genere umano, un uomo e una donna, ho deciso di scriverle per proporle la nostra candidatura.
Ecco, a questo proposito… noi non siamo ancora sposati e non siamo proprio un uomo e una donna.
Il mio nome di battesimo è Corrado e quello del mio compagno è Luigi.
Sì, ha capito perfettamente, siamo omosessuali, o gay, come dicono sui giornali e in tv.
Ma questo non conta, questo è solo un particolare insignificante e lei che sogna una traversata così incredibile, 501 giorni di viaggio, non può considerarlo un limite.
La cosa che più importa è che, come da sua richiesta, noi rappresentiamo il genere umano e lo facciamo nei suoi aspetti più nobili e coraggiosi, meravigliosi e commoventi, ammirevoli e illuminanti.
Cosa vuol dire essere umani se non alzarsi ogni mattina e nonostante le difficoltà, l’ignoranza, la violenza più o meno tangibile che incombe sulle pareti della tua esistenza, riuscire a compire ogni passo a testa alta verso la realizzazione dei tuoi desideri.
Quando poi questi desideri si riducono ad uno solo, ovvero quello di vivere sereno e allo stesso tempo rendere felice la persona che più ami al mondo, come fai a non essere lo specchio dell’intero genere umano? Lo specchio migliore, oltretutto. E non è questo che dovremmo mostrare ai marziani e a tutti gli extraterrestri? Il lato più bello del nostro cuore.
Questo mi ha detto un giorno Luigi, che io sono il lato più bello del suo cuore.
Come lui lo è del mio.
Lo so, è dura da mandar giù come idea, oggi, su questo complicato mondo, soprattutto da questo antico paese che è l’Italia.
Due omosessuali il lato più bello del cuore di tutti.
Ma un lato è questo, alla fine di ogni cosa. E’ l’unione di due punti.
Nell’unione di due punti, i punti stessi non fanno la differenza, ma la linea che li unisce è quel che veramente vale.
E quella linea, in fin dei conti, è l’amore.
Signor Tito, non deve decidere adesso, mancano ancora cinque anni alla partenza.
In cinque anni possono cambiare tante cose.
Perfino un paese come il nostro può diventare diverso, addirittura migliore.
Noi lo sogniamo e per questo ci battiamo, ogni giorno.
Se poi sceglierete qualcun altro, una coppia, come dire… meno rivoluzionaria, noi lo capiremo.
Ma pensi soltanto per un attimo a quale messaggio darebbe mandando noi.
Si figuri noi altri lassù, sorridenti attraverso l’oblò, navigando tra le stelle. A quel punto non sarebbe più importante arrivare su Marte, lo sa? Noi e il nostro amore raccontato su tutti i giornali del mondo come la storia di tutti. Quella sarebbe la più grande conquista dell’umanità.
Riuscire a vedere gli altri, tutti gli altri, solamente per quello che li rende straordinari.
Sentendosi parte di loro.
Chiunque essi siano.

 



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27.2.13

Falso cieco a Chieti: storia delle truffe

Storie e Notizie N.877

Siamo a Chieti, in Abruzzo.
“Hai sentito?” fa il vicino di casa ad Antonio. “Ne hanno beccato un altro.”
“Chi?” chiede il nostro.
“Un altro falso invalido, uno che faceva finta di non vedere e nel frattempo si beccava i soldi.”
Antonio ammicca ma aggiunge che questa è la storia delle truffe.
Di tutte, però.
“Di chi è più bravo a farle, e dai che lo sai.”
Il vicino è perplesso.
Antonio rincara la dose: “Dai, che quando qualcuno arriva in cima, anche te, che fai il moralista, stai lì ad applaudire, e su. E che fai lo schizzinoso, il puro, e vai a sindacare come ha fatto ad arrivare primo? Non te ne frega nulla e lo ammiri, perché vorresti essere al suo posto e mandare a quel paese tutto, non è così?”
Il vicino è sempre più perplesso.
Antonio continua: “E’ la storia delle truffe, di quelli che fingono di essere quello che non sono. Mica c’è solo lui, il cieco che ci vede. E dai, che lo sai.”
“Che so?” Sbotta l’altro. “Non ci sto capendo nulla.”
“E dai”, continua Antonio, “il vero problema è quando uno come il falso cieco finisce in disgrazia e lo arrestano. Questo pensi dentro di te, veramente: il tipo si è fatto prendere, si è fatto scoprire e allora anche tu come tutti a dargli giù, ma prima…”
“Ma prima che?” fa il vicino. “Tu non stai bene…”
“Io sto benissimo”, risponde Antonio. “La realtà è che delle prove non ne hai bisogno. Lo sai perfettamente chi non vale quel che racconta, la verità la sai benissimo. Ti basta guardarlo in faccia quel vecchiaccio col parrucchino tutto impomatato.”
“Ah”, fa improvvisamente il vicino toccandosi la fronte, “ma tu ti riferisci alla politica, al fatto che ho votato Berlusconi. Ma cosa c’entra…”
“Ecco, appunto.”
 



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Stéphane Hessel indignatevi testo traduzione video

Storie e Notizie N. 876

Indignatevi.

L’interesse generale deve contare più dell’interesse particolare. L'uomo giusto è convinto che la ricchezza creata nel regno del lavoro dovrebbe dominare il potere del denaro.

Una vera democrazia ha bisogno di una stampa indipendente. E la libertà di stampa è sicuramente quello che oggi è in pericolo.

Il motivo della resistenza: indignazione.

La disparità tra i più poveri e i più ricchi non è mai stata così grande, e l’accumulo del denaro, la concorrenza, così incoraggiati.
Il motivo alla base della Resistenza era l'indignazione.

La responsabilità di una persona non può essere assegnato da un potere o un'autorità. Al contrario, è necessario essere coinvolti in nome della propria responsabilità quale essere umano.

L'indifferenza: il peggiore degli atteggiamenti.

Ai giovani, dico: guardatevi intorno, troverete gli argomenti che giustificano la vostra indignazione - il trattamento degli immigrati, dei "clandestini", dei Rom. Troverete situazioni concrete che richiedono una forte azione dei cittadini. Cercate e troverete.

Nonviolenza: è la strada che dobbiamo imparare a seguire.
Sono persuaso che il futuro appartiene alla non-violenza, alla conciliazione delle diverse culture. E 'in questo modo che l'umanità dovrà entrare nella sua fase successiva.

Creare è resistere, resistere è creare.

Tratto da Indignez-vous! (Indignatevi), di Stéphane Hessel



 



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26.2.13

Mauritia continente sommerso ritrovato: storia di Maurizio

Storie e Notizie N. 875

Ebbene sì, avete scoperto il nostro segreto.
E’ proprio così, c’era un sesto continente, tra il Madagascar e l’India, che secondo gli esperti circa 85 milioni di anni fa ha iniziato a sgretolarsi.
E non era Atlantide.
O almeno questo è quello che credete voi altri, ovvero gli scienziati.
Sgretolato? Ma se siamo stati noi a nasconderlo, mica siamo scemi, il perché però lo dico alla fine.
Mi chiamo Maurizio e sono un discendente degli abitanti del continente scomparso.
Continente…
Un continentino, niente di eccezionale.
Dicevo che il mio nome è Maurizio. Tutti noi di Mauritia ci chiamiamo così, anche le femmine, tutti Maurizio.
In questo modo facciamo prima nella scelta dei nomi, ma non possiamo dire lo stesso di quando – che so - cerchiamo l’attenzione di qualcuno chiamandolo alle spalle, magari tra la folla.
Vai a far capire all’interessato e soprattutto a tutti gli altri con chi ce l’abbiamo veramente.
Ma che volete farci, ogni continente ha i suoi cancri, le Americhe i Tornado, l’Asia gli Tsunami e l’Europa ha Berlusconi, a ciascuno il suo.
Mia moglie Maurizio non è d’accordo, perché dice che i Tornado e gli Tsunami ci sono da sempre mentre Berlusconi ha un tempo limitato, prima o poi sparirà dalla faccia dalla terra.
Sarà, intanto però…
Ad ogni modo, sono felice che abbiate scoperto la nostra terra perché ero stanco di vivere nell’ombra. I cinque continenti di qua e i cinque continenti di là, non se ne poteva più di venire ignorati.
Maurizio, il mio migliore amico, era invece contento di rimanere nell’anonimato.
Meno si parla di te e più a lungo campi, dice sempre. Ma che volete farci, lui è un eterno pessimista.
A differenza di Maurizio, nostro compagno di bevute.
Adesso siamo anche noi su Wikipedia, ha esultato ieri sera dopo la terza birra doppio malto.
Dal canto mio, non è che gioisca per queste cose.
E’ solo che penso che la scienza debba fare il suo lavoro e che se una cosa è vera deve venire fuori, punto e basta.
Quanti continenti ci sono stati sulla terra, chi ha spinto quel bottone, chi ha pagato chi, dove hai preso quei soldi, e così via. E’ necessario, altrimenti ha ragione mia zia Maurizio, la quale è convinta che tanto è inutile, che molta gente, pure se conosce la verità, continua a tenere la testa sotto la sabbia, perché così gli piace, qualunque cosa accada al sedere, che rimane fuori incustodito.
Punti di vista.
Non siamo tutti uguali, a parte il nome, nel nostro caso.
Ad ogni modo, vi starete chiedendo perché abbiamo deciso di privarci della terra sotto i piedi, il nostro continente, Mauritia.
L’abbiamo fatto per amore, solo per amore.
Un giorno eravamo lì, al tramonto, ad osservare le bellezze che la natura ci aveva affidato.
E ci siamo detti: non ce lo meritiamo tutto questo, prima o poi lo rovineremo, dobbiamo fare qualcosa.
Così abbiamo deciso di nascondere il continente Mauritia perfino a noi stessi.
L’abbiamo sollevato tutti insieme, abbiamo chiuso gli occhi e l’abbiamo gettato in mare.
Ora che l’avete ritrovato, però, lasciatelo com’è, e rimettetelo dove l’avete preso.
Almeno il sesto continente, risparmiatelo…
 



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Elezioni 2013 chi ha vinto: il paese dei leaders

Storie e Notizie N. 874

C’era una volta il paese dei leaders.
Nel paese dei leaders arrivò il giorno delle elezioni.
Nel giorno delle elezioni in 100 avevano diritto di voto.
In 75 lo esercitarono.
In 25 no.
Di quei 75, alla Camera in 22 votarono Centro sinistra, sempre in 22 votarono Centrodestra e in 18 votarono Movimento cinque stelle.
In soli 8 scelsero la Lista di Mario Monti.
Dei 22 che votarono Centro sinistra, in 18 diedero la preferenza a Pierluigi Bersani.
In 2 a Nichi Vendola.
Dei 22 che votarono Centro destra, in 15 diedero la loro preferenza a Silvio Berlusconi.
In 3 a Roberto Maroni.
C’era una volta il paese dei leaders, il nostro paese.
Nel paese dei leaders arrivò il giorno delle elezioni.
Nel giorno delle elezioni in 100 avevano diritto di voto.
Di quei 100, in 18 sostennero direttamente Bersani, in 15 Berlusconi, in 8 Monti, 3 Maroni e 2 Vendola.
In 54, ovvero la maggioranza, no.
Leaders…


 



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25.2.13

Palestinese morto sotto tortura: Arafat Jaradat e il terzo figlio

Storie e Notizie N. 873

Dalal, la moglie del detenuto deceduto, aspetta il suo terzo figlio per giugno…

Foto International Solidarity Movement
Palestina, Israele.
Israele, Palestina.
E i morti.
Questa triste, schifosa e invisibile storia è sempre il racconto di quel che non c’è, che si sa, ma nessuno può dire, che è lì, dove tutti sanno che esiste e respira, ma che non ha abbastanza voce per farsi ascoltare.
E’ la storia di mio padre e soprattutto la mia, il terzo figlio.
Mio padre Arafat Jaradat è morto per aver tirato un sasso.
Per le torture, dicono alcuni.
Per infarto, dicono i suoi carcerieri.
Israele, Palestina.
Palestina, Israele.
E’ il solito vergognoso giochetto delle due carte con il quale un intero popolo scompare ogni giorno di più come sabbia portata via dal vento.
Un vento artificiale, fasullo, azionato in silenzio da uno dei tanti marchingegni dell’ACME.
Ve la ricordate, la scritta sulle diavolerie con cui Will Coyote cerca di catturare Beep Beep?
Era la casa madre delle invenzioni con la quale il primo si sforza di migliorare le proprie capacità e raggiungere la preda.
Ovvero falsare le regole del gioco.
Della natura.
Palestina, Israele.
Israele, Palestina.
Due facce di due ben distinte medaglie, due, non una medaglia d’oro e un pezzo di sterco, dal quale si ha il sacrosanto diritto di difendersi.
Mi sorella Yara, 4 anni, e mio fratello Muhammad, 2 anni, sono anche loro due, ancora per poco.
A giugno vedrò la luce del sole che ci bagna tutti su questa terra stritolata da un pitone che non ha abbastanza coraggio di guardarla in faccia mentre compie il suo delitto.
Ma non troverò un volto accanto a Dalal, mia madre.
Un viso di cui ho imparato a riconoscere la voce.
Inutilmente.
O forse no.
Israele, Palestina.
Sì, Israele.
E Palestina.
Cara madre, io non dimentico quella voce.
E quella voce non vuole altre morti.
La memoria richiede memoria.
La memoria è forza allo stato puro, l’essenza del ricordo scorre nel sangue di chi apre gli occhi senza dimenticare quel che ha capito con le palpebre abbassate.
Che la verità della terra che calpestiamo è tutta lì, nel racconto che viene omesso, nei colori che vengono confusi tra le pieghe dell’ombra creata dal paese più alto tra noi.
Come la vita di un figlio che non c’è.
Per ora.
Da giugno in poi sarà tutta un’altra storia.
Te lo giuro sulla mia vita.
 



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21.2.13

Tibet immolazioni video protesta del fuoco

Storie e Notizie N. 872

Il fuoco, sì, il fuoco.
E sono stanco.
Sono molto stanco e immensamente amareggiato.
Tollero tutto, o almeno ci provo.
Conosco i miei limiti, come ogni forza della natura di cui vi servite.
Uno strumento, non sono niente di più. D’altra parte l’ho capito benissimo, sin dal primo istante in cui quel vostro goffo ma simpatico antenato pieno di peli mi teneva sollevato con lo sguardo ebbro di gioia mentre indifferente bruciavo la punta della mazza e al contempo illuminavo la sua grotta.
C’è un limite a tutto, però. Per ogni cosa esiste, è un vincolo fisico, ancor prima che filosofico, per un comprensibile motivo come far luce tanto quanto per una lodevole ragione quale la lotta a difesa dei propri diritti umani.
Rinchen
Mi rivolgo a te, Rinchen, ora, e a tutti i Tibetani della tua età.
Diciassette anni e nessuno un altro in più, ormai, dato che hai deciso di nutrire le mie fiamme per la libertà del tuo paese.
Chi ha a cuore le ragioni della tua protesta deve far di tutto per far sì che il tuo gesto non sia stato vano.
Un gesto incredibilmente forte, che misura la grandezza della sofferenza nel tuo cuore come nella tua mente.
Ma…
Ma sebbene io sia solo uno strumento e nulla più, so bene che la potenza di un mezzo risiede nell’assoluta infinità di modi con i quali può essere utilizzato.
Almeno 20 dei 104 tibetani che dal 2009 si sono immolati finora erano adolescenti.
Gli ultimi due, rispettivamente di 18 e 17 anni.
Sonam Dhargye e tu, Rinchen.
Questa è la mia protesta.
Il fuoco, sì, il fuoco.
Se vedo ancora una volta un ragazzino che osi avvicinarsi a me per bruciare via un’intera vita all’orizzonte giuro sulle mie fiamme che incendio tutto il Tibet.
Ma non solo il Tibet, anche la Cina e poi tutto il resto del mondo che resta a guardare senza muovere un dito.
Pretendo un altro modo per usarmi.
Dev’esserci un altro modo per farsi ascoltare.


 



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20.2.13

Storie di animali e orsi: festa in paradiso

Storie e Notizie N. 871

Paradise - Savery, Roelandt (1576 - 1639)
“Ma dai?” fece Emme Tredici al castoro con gli occhiali dall’elegante montatura dorata. “C’è il paradiso pure per noi altri?”
Solo per noi altri, amico mio”, rispose l’altro, facendogli strada all’ingresso di un verdeggiante bosco sospeso tra le nuvole, passando sotto un cartello con un scritta incisa a caratteri cubitali.
“Davvero?” chiese l’orso, ancora scosso per l’assassinio.
No, perché almeno dal punto di vista dell’orso, di questo si tratta.
“Certo”, fece il castoro, “dopo la morte è tutto per noi, per loro non c’è niente.”
“Ti riferisci agli umani?”
“E chi se no? Vieni, che ti mostro che razza di paradiso abbiamo messo su.”
“E dio?” chiese M13 spinto dalla curiosità.
“Non ho capito…” rispose il castoro.
“Qui non c’è dio? Il dio degli animali?”
“E a che ti serve?”
“Che so, per confessare i miei peccati, consegnargli la mia anima, le solite cose, insomma…”
“Bello”, fece il castoro spazientito, “ma tu ti sei bevuto il cervello?”
“Scusami, dev’essere stato il fuso orario…”
“Già, immagino. Ad ogni modo, sono gli umani che devono preoccuparsi di quelle cose. Noi siamo animali, subiamo tutta la vita il dominio dell’umanità e dopo morti dobbiamo beccarci quello dei loro dei? Non se ne parla. Qui facciamo come ci pare.”
“Proprio come la scritta all’ingresso…” si rammentò l’orso.
“Esatto. Qui facciamo come ci pare. Quando ci aggrada mangiamo, andiamo di corpo e amoreggiamo, non necessariamente in quest’ordine.”
In quell’istante, altri animali si stavano avvicinando per salutare il suo arrivo e ognuno sembrava affermare con tutto il proprio essere la totale libertà di quel luogo. Vi era una zebra vestita da drag queen, un mastino napoletano con la maglia della Juventus, uno stambecco che fumava la pipa, un ippopotamo che ballava il Gangnam Style, uno scoiattolo in doppio petto che si atteggiava con l’Iphone e molti altri.
L’orso all’inizio sembrò gradire la calorosa accoglienza di quella variopinta fauna, tuttavia, si guardò indietro, verso l’ingresso del paradiso e si rattristò.
“Cos’hai?” chiese il castoro.
“Niente… è che mi dispiace.”
“Di cosa?”
“Di essere morto ucciso dagli umani.”
“E perché?”
“Avrei preferito morire in altro modo, magari per mano… ops, per zampa di qualche mio simile.”
“Amico mio”, fece il castoro levandosi gli occhiali e prendendo a pulirli con un fazzoletto, “questo è quello che dicono in molti, qui. Ma puoi vendicarti.”
“E come?”
“Vedi”, disse il castoro avvicinandosi all’orso, “di recente abbiamo scoperto che da qui possiamo lanciare roba sulla terra.”
“Sul serio?”
“Che ti devo dire, l’altro giorno l’elefante e la mangusta si stavano tirando dei sassi, per gioco, eh? E alcuni sono finiti in Russia…”
“I meteoriti… ma va’?”
“Già, ma ci sono stati dei feriti e ce ne dispiace.”
“Eh certo, mica vorrai che tiri i sassi anch’io?”
“No, però, se riesci magari a individuare quelli che ti hanno abbattuto… Giusto per curiosità, quanto sterco produce al giorno un orso delle tue dimensioni?”

Leggi altre storie di animali.
 



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19.2.13

Storie di animali e amicizia

Storie e Notizie N. 870

Taddeo e Martin
Gli inseparabili.
Così il vecchio contadino soleva chiamare Taddeo e Martin, i nostri nonni.
Erano talmente affezionati che anche quando li scioglieva a fine giornata, nessuno dei due era in grado di allontanarsi dall’altro.
Che volete farci, erano altri tempi, quelli.
Era molto più facile andare d’accordo, non avevano ancora inventato… come si chiama quella vostra parola? Ah, concorrenza.
La concorrenza è tutto, nella vostra vita.
E si deve pur esser disposti a tutto per ottenere quel tutto, non è così?
Carte false ed estremi rimedi sono il minimo per guadagnare il podio, il record, la testa della classifica.
Ovvero il massimo numero di vendite.
Anche se non hai niente da vendere, contano i numeri, vero?
Taddeo II e Martin Junior
I poeti.
Così il figlio del vecchio contadino chiamava i nostri genitori, Taddeo II e Martin Junior.
Non erano inseparabili quanto i nonni, tenevano alla rispettiva privacy, alla sacrosanta intimità.
Un cavallo è un cavallo, diceva sempre Taddeo II.
E il manzo, allora? Saltava su Martin Junior. Mica nitrisce, lui, muggisce, casomai.
E’ così, ci tenevano particolarmente alla propria identità.
D’altronde il bello di una fattoria è che ci puoi trovare tanti animali diversi e ognuno serve a qualcosa, qualcosa di particolare, di unico.
L’unicità è importante, basta non fare confusione.
Se poi la confusione la si fa apposta, be’, allora è un altro conto.
Erano i tempi, cercate di capire.
I polemici.
Taddeo II Junior
Ecco come ci chiama noi altri il nipote del vecchio contadino.
Taddeo II Junior e Martin III, nipoti e figli di cotanti cavalli e manzi.
Perché ci chiama così?
Perché a suo avviso tendiamo un po’ troppo a borbottare, a replicare su qualsiasi argomento e a creare una diatriba su tutto.
Chissà, forse anche in questo caso sarà colpa dei tempi.
Ad ogni modo siamo qui per dirvi che la nostra carne fa male.
Sì, la carne di cavallo fa male, malissimo, lo zoccolo vi rimane sullo stomaco, per non parlare del ferro a forma di suddetto.
Senza citare la criniera.
E la sella.
Martin III
Ma anche quella di manzo fa morire, sul serio, è carne mortale, ieri è morto uno, non ci ricordiamo chi fosse, poveraccio.
Se poi mischiate le due, attenti a voi.
Carne di cavallo e di manzo insieme, ma siete impazziti?
Fanno reazione, fanno. Gli atomi si bruciano e scoppia tutto.
Pericolo, pericolo.

Ecco, ehm.
Va bene, va’, i nostri padri ci hanno appena scoperto e ci hanno detto di dirvi la verità.
Noi non sappiamo se facciano male o meno.
Volevamo sfruttare questo scandalo della carne di cavallo spacciata per manzo per tirare acqua al nostro mulino, anzi alla stalla.
Cavolo, una bella diminuzione dei macelli sarebbe stata gradita.
Scusate, avevamo dimenticato che, come la concorrenza, anche la menzogna è roba vostra.
Anche a costo di finire ancora nei vostri piatti, ci teniamo la nostra integrità.
E forse, a noi va bene così.
Il problema di chi fidarsi rimane vostro.

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18.2.13

Pistorius steroidi: versione fidanzata Reeva Steenkamp

Storie e Notizie N. 869

Era il 14 febbraio scorso, san Valentino.
Pistorius uccide la fidanzata: scambiata per un ladro.
Vi ricordate? Tutto è iniziato così.
Tutto… diciamo il fatto, ovvero la notizia, nelle parole che arrivano ai più.
Pistorius…? Oscar Pistorius? L’atleta sudafricano campione paraolimpico? Quello che corre senza gambe? Ma dai… L’uomo definito la cosa più veloce su nessuna gamba e Blade Runner? Davvero? Non ci posso credere…
Reazioni comuni, diffuse, comprensibili.
Capisco perfettamente.
Lui è la star.
Reeva Steenkamp
Io ero solo la fidanzata.
La modella.
Ovvero Reeva, ma questo si sa adesso, con un pizzico di attenzione in più, almeno per vedere le mie foto.
Della serie: vediamo un po’ com’era la ragazza di Pistorius.
Poi arrivano le prime indiscrezioni, più dettagliate.
Pistorius uccide la fidanzata per errore.
O almeno questo è quello che Oscar, il mio Oscar, avrebbe dichiarato agli agenti che lo hanno arrestato.
Un errore.
Non sono qui per svelarvi la verità, poiché questa informazione potrebbe cambiare qualcosa per voi, per Blade Runner, ora ribattezzato Blade Gunner, ma non per me.
Certo che è un errore, ad ogni modo, ma in un altro senso, estremamente più importante.
E’ un madornale errore, ovvero qualcosa di immensamente sbagliato, la morte di una giovane donna nel pieno della sua vita.
Nel frattempo il mistero pare dipanarsi.
Le autorità non credono ad Oscar Pistorius: omicidio volontario?
Ecco, adesso, oltre ad essere morta, sono del tutto scomparsa.
Da questo punto in poi allo stupore per la notizia si aggiungono giudizi e sentenze più o meno sommarie.
Quattro colpi… ma come fa a dire che sia stato un errore? E’ un assassino, l’ha uccisa per altri motivi, magari era geloso…
Pistorius, spunta la mazza insanguinata.
Ora il dito accusatorio della piazza si fa solenne e convinto. Inevitabile laddove il susseguirsi delle notizie diviene una sorta di trama a tinte fosche.
Un giallo, un thriller, una fiction, anzi, una serie tv.
Solo che la sottoscritta è morta sul serio, io non ero un personaggio.
D’accordo, ero solo la fidanzata del corridore senza gambe.
La modella.
Ma sono passati almeno quattro giorni, c’era tutto il tempo di pensare a me, di esprimere compassione per la scomparsa di una giovane ragazza.
E non solo dalle notizie.
Pistorius geloso di un cantante.
Mario Ogle, che ho conosciuto sul set del reality show Tropika Island of Treasurè.
Perfino lui si guadagna le luci dei media a scapito della sottoscritta.
E infine arriviamo agli steroidi.
Pistorius, trovati in casa steroidi proibiti. Stop agli impegni sportivi.
Oh, adesso tutto è compiuto. L’obiettivo della stampa è riuscito a restringere il campo sull’unica cosa che deve veramente interessare i lettori e gli spettatori.
Lo sport, le gare, il campione, l’eroe.
Lui è il protagonista, lo capisco.
La sua bella non conta. Le belle vanno e vengono.
Gli eroi restano per sempre.
Certo, però, che quando la bella muore e in aggiunta per mano dell’eroe stesso, non sarebbe male dedicarle qualche parola in più.
 



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15.2.13

Storie sulla rabbia: il sogno di Suhaib

Storie e Notizie N. 868
 
Il mio nome è Suhaib Hijazi e ho appena appreso che mio fratello Muhammad ed io abbiamo vinto il World Press Photo 2013.
Cioè, in realtà il premio andrà al fotografo svedese Paul Hansen, ma nella foto ci siamo noi, io.
E Muhammad.
Ora a lui non gli va di parlare, è ancora arrabbiato e lo capisco.
Morire a quattro anni è difficile da mandare giù, perfino se si vive a Gaza.
Su questo spero concorderete tutti, nessuno escluso, a prescindere come la pensiate sulle ataviche controverse tra i nostri genitori e quelli dei bambini israeliani.
Noi non c’entriamo con le guerre, non è così?
Adesso vi chiederete perché allora il sottoscritto, che la sua vita l’ha persa ancora più giovane, appena due anni, riesca a mettere da parte l’ira.
E’ perché io sogno, sono sempre stato un sognatore, lo diceva spesso mia madre quando parlava di me con i grandi come se non fossi stato lì, in quel momento.
“Suhaib se ne sta lì, con gli occhi aperti, a guardare chissà che, anche se non c’è nulla…”
Non è vero che non c’è nulla.
I sogni ci sono sempre e neppure le bombe possono spegnerli, neanche la morte.
Probabilmente ora sono qui, a scrivere queste parole poiché nell’attimo esatto in cui il missile è caduto su di noi stavo sognando.
Non ricordo se stessi dormendo o se stessi viaggiando ad occhi aperti.
Ma, c’è forse una differenza?
Ciò che conta è che il sogno, quel sogno, mi permette ora di tenere lontana la rabbia e trovare un po’ di pace dentro di me, quella che fuori non avevamo in vita, Muhammad ed io.
Povero Muhammad, che sei morto da sveglio…
Fratello mio, mi dispiace, non sai quanto.
E lo sai perché?
Perché eri proprio tu il protagonista del mio sogno.
Eri lì, che scartavi il regalo che volevo farti al tuo prossimo compleanno.
Eri lì che ridevi, perché dentro la scatola avresti trovato quello che avevi sempre desiderato.
Sognato, anzi, sognato.
Vorrei farti adesso un altro di regalo, vorrei prendere la tua rabbia, tutta la rabbia, strappartela via e distruggerla, farla in briciole come un foglio di carta inutile, scarabocchiato senza senso o con un disegno venuto male, e abbracciarti.
Magari in quell’istante piangeremo un po’, lo so, sarebbe normale.
Ma poi dimenticheremo tutto, tutta la stolta dedizione dei grandi nel farsi male reciprocamente e giocheremo come abbiamo sempre fatto.
A voi che avete trovato la pazienza di leggere queste mie parole vi chiedo solo un ultimo favore.
Fate girare la foto che ha vinto, diffondetela ovunque, per ricordare, per mantenere viva la memoria, è chiaro, insomma.
Foto da arabic.dci-palestine.org
Ma ricordatevi di me per questa foto…
Mi vedete?
Guardate i miei occhi attentamente.
Quelli sono gli occhi di un bambino che sogna il fratello maggiore che sorride felice. Un altro bambino, la cui gioia rende a sua volta felice il fratello minore.
Che per questo continuerà a sognare e così renderà felice il fratello maggiore e così via dall'inizio. Senza mai smettere di sognare. Insieme.
Per sempre...

World Press Photo dell'anno - Paul Hansen.
 



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14.2.13

Immigrato si da fuoco aeroporto Fiumicino: commenti Il Giornale

Storie e Notizie N. 867

C’era una volta un ragazzo di diciannove anni.
No, perché a diciannove anni, uno è un ragazzo.
E’ così, vero?
C’è pure su Google un ragazzo diciannovenne, circa quattrocentomila risultati.
Ebbene, si dia il caso, lo sfortunato caso, che il ragazzo diciannovenne fosse Ivoriano, ovvero originario della Costa d’Avorio.
E fin qui, difficile giustificare l’aggettivo.
Sfortunato, intendo.
Allora, giusto per chiarire, aggiungo che il ragazzo diciannovenne Ivoriano si trovava in Italia.
Perciò, per i più era un immigrato. O un extracomunitario.
Una parola sola e tutto diviene più facile per il cittadino medio.
Ora, c’è da dire che l’aggettivo di cui sopra aveva ulteriori giustificazioni: il ragazzo diciannovenne Ivoriano, alias l’immigrato, era in procinto di essere espulso.
E cosa fece il ragazzo diciannovenne Ivoriano, in poche parole l’immigrato?
Decise di cambiare la sceneggiatura della sua triste storia.
Ma non per renderla migliore, se non altro dal suo punto di vista.
Che so, fuggire all’estero, oppure diventare in fretta forte a calcio per essere comprato dal Milan, farsi eleggere in parlamento, dipingersi di bianco e imparare un dialetto qualsiasi, ecc.
Niente di tutto questo.
Il ragazzo di diciannove anni Ivoriano, per molti solo l’immigrato, una volta giunto all’aeroporto di Fiumicino e subito prima di essere imbarcato sul primo aereo per l’Africa si diede fuoco.
Letteralmente, eh?
Questo non è un film e neanche un racconto inventato, in Inglese fiction.
E’ la realtà, succede sul serio.
Proviamo ad immaginare quali sentimenti maturino nella vostra pancia, quali emozioni alberghino nel vostro petto, che tipo di pensieri invadano la vostra mente per spingervi a consegnare il vostro stesso corpo alle fiamme.
Un corpo di un ragazzo diciannovenne Ivoriano in Italia, per quasi tutti l’immigrato, condannato ad essere espulso.
Adesso immaginiamo di indossare quel corpo anche solo per un istante, per una frazione di secondo, come se fosse un vestito e una volta ricoperti da quella pelle olivastra tentiamo solo per un rapido attimo di affacciarci in quella pancia, in quel petto, all’interno di quella mente.
Per sentire e capire.
Si potrebbe intuire qualcosa, dal comodo della propria poltrona o divano.
Immensa disperazione, indicibile sofferenza, totale perdita di senno, ma sarebbero solo parole.
Solo con quel vestito addosso per un tempo significativo, forse, si potrebbe veramente sentire e capire.
E finalmente smetterla di insozzare le orecchie e gli occhi altrui con parole senza senso.
Ovvero con un senso troppo ignobile per essere ripetuto.
Un senso che raffigura creature inquietanti per qualsiasi ragazzo di diciannove anni, Ivoriano o meno, immigrato o doc.
E per chiunque viva a stretto contatto con individui che di umano non hanno più nulla...

  




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13.2.13

San Valentino 2015 lettera d'amore horror

Storie e Notizie N. 866

Mia cara,

Offerte.
Parigi, Roma, Milano…
Mia cara, cercavo su Google frasi d’amore a cui ispirarmi per scriverti qualcosa di tenero.
E cosa trovo non appena digito San Valentino 2015?
Offerte, offerte di viaggi.
E come faremmo? Ti ci vedi, con me, a presentarci nel vagone di un treno oppure a bordo di un aereo? O magari su una nave…
La gente scapperebbe da tutte le parti, spaventata a morte.
Forse più da me, che da te, non è vero?
Io sono sempre stato il più temuto tra noi, ma questo è normale, perché tu sei quella bella, non io.
Poi sorridi e si vedono i denti, d’accordo, ma anche così tu per me sei stupenda.
Forse ho sbagliato io a cercare su internet le parole per dirti quello che provo.
Devo guardare dentro di me, in quello che resta di me, ovviamente.
Con l’horror che è tornato di moda, i telefilm, il cinema e i videogiochi sono tutti diventati cacciatori e pistoleri.
Per fortuna che mi hai fatto quel bellissimo regalo, lo scorso Halloween.
Un elmetto d’acciaio… che dono, anima mia.
Anzi, senz’anima mia.
Non me lo levo mai quando vado in giro.
Va bene, non è che abbiano tutti questa mira perfetta e non è vero neppure che sono tutti a conoscenza dell’unico punto debole di quelli come me, ma il tuo pensiero è stato straordinario lo stesso.
La testa è il mio tallone d’Achille e tu mi hai insegnato a come proteggerlo.
Quale regalo migliore può fare una creatura innamorata alla sua metà?
Al confronto, la mia vasca da bagno ricolma di sangue è stato nulla.
Sangue sterilizzato, d’accordo, con quello che mangiano gli umani oggi… ma il tuo elmetto è stato impareggiabile.
Ecco perché per la festa di San Valentino volevo trovare la parole perfette per descriverti cosa c’è nel mio cuore. Ovvero nel fegato, o anche lo stomaco, boh? Da tempo non sento più battere nel petto e non ho la più pallida idea se ce l’ho ancora un cuore.
Niente di tragico, giusto? Tu ed io lo sappiamo bene che l’amore non si trova negli organi interni.
Negli occhi, mi hai detto un giorno, anzi no, era una notte, che scemo.
Di giorno non ti ho mai vista sveglia.
L’amore è negli occhi di chi sogna la felicità dell’altro, dicesti così, non è vero?
Non l’ho mai dimenticato.
Ecco perché sono qui, ora, a scriverti le seguenti parole che spero restino nella tua memoria altrettanto.
Ti amo, mia vampira, ti amo così tanto che darei la mia morte per ridare la vita a te.

Tuo per l’eternità,

Zombie



 



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12.2.13

Papa nero profezia Nostradamus: testo lettera di Ahmad

Storie e Notizie N. 865

12 febbraio 2013
Kenya, Campo rifugiati di Dadaab

Cari Cardinali del Conclave,
mi chiamo Ahmad, vengo dal Sudan e ho nove anni. So da dove vengo ma non ho la più pallida idea di dove andrò domani e ogni giorno successivo.
Normale, direte voi. Sono giovane, molto giovane e l’incertezza del futuro è o dovrebbe essere una condizione scontata per me.
Tuttavia, una cosa è l’incertezza e ben altra l’utopia.
Ma non voglio star qui ad impietosirvi con le mie necessità, sebbene siano di natura prettamente elementare, come nutrirmi e dissetarmi.
Anzi, vorrei dirvi che la notizia che ho letto oggi mi ha reso particolarmente felice.
Riguarda l’elezione del nuovo papa.
Oh, sia ben chiaro, non mi rallegro affatto delle dimissioni di Benedetto XVI, non è proprio nel mio stile. La sorte è stata con il sottoscritto talmente arida di compassione, nella mia seppur breve esistenza, che ho maturato sin da subito una spontanea propensione a far mie le sofferenze del prossimo, ad offrire solidarietà a quest’ultimo senza se e senza ma, consapevole che solo ricevendo lo stesso trattamento a mia volta avrò qualche possibilità di sopravvivere.
Tornando all’elezione del nuovo papa la mia gioia dipende dall’apprendere che i bookmaker scommettono sull’eventualità che sia nero.
A riprova di ciò pare ci sia anche una profezia di Nostradamus.
Ecco, so bene che ci sono in giro già i nomi papabili, aggettivo quanto mai opportuno, come l’arcivescovo Francis Arinze e il cardinale Peter Turkson.
Ciò nonostante vi chiedo di prendere in considerazione un’altra strada.
Posso? Posso osare? Ebbene, sono qui, con questa mia, ad offrirvi ufficialmente la mia candidatura.
Io, Ahmad del Sudan, residente nel campo di Dadaab, propongo me stesso quale prossimo pontefice. Potrete chiamarmi come volete, eh? Papa Ahmad andrà benissimo, ma anche quei lunghi nomi in latino con il numero, pure Benedetto XVII, se preferite, per rendere omaggio al mio predecessore.
Ora, so bene che vi siano ostacoli a dir poco insormontabili contro questa mia richiesta, tuttavia, provate a riflettere per un istante.
Solo per un attimo, giusto il poco tempo prima di gettare la mia lettera nel cestino e tornare alle cose serie , e provate a considerare quegli stessi ostacoli come i miei punti di forza.
Primo, la mia giovanissima età. Ci pensate? Sarebbe un cambiamento straordinario. Un papa bambino, cercate di immaginarvelo. Figuratevi quanta gente, quante persone, da ogni parte del mondo, accorrerebbero per ascoltare il mio messaggio, i miei sogni, la mia leggerezza, la mia fantasia e soprattutto la mia intatta semplicità.
In fondo, il vostro Gesù non ha iniziato il suo cammino da bambino? Non è così che facciamo tutti, del resto?
Secondo, il fatto che non sono un cardinale, anzi, non sono neanche un prete. Eh, certo, ho nove anni. Ma è proprio questo il vero valore aggiunto. Io sono uno come tanti, uno come tutti, lì a testimoniare che la chiesa è tutti dal punto più alto di quest’ultima a scendere.
Anzi, con me non avrebbe proprio bisogno di scendere.
E poi sono povero e affamato, piccolo e ultimo del mondo. Cosa c’è di più cristiano in questo?
Prima di lasciarvi, vorrei invitarvi a non prendermi per un inguaribile ingenuo. So bene che questa mia proposta non sarà presa in considerazione neanche per una frazione di secondo.
Tuttavia, sono sempre felice.
Sono felice al solo pensiero che quest’idea possa entrare nelle vostre menti, sebbene per un fuggevole passaggio.
L’idea di un papa nero bambino del campo di rifugiati di Dadaab.
Non sarebbe un indiscutibile e meraviglioso miracolo?

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11.2.13

Coccodrillo più grande del mondo morto: storia

Storie e Notizie N. 864

Lolong, il coccodrillo più grande del mondo, è morto.
Il più grande in cattività, è ovvio. Prima di spirare, mi confidò che suo fratello Ferdinand è almeno il doppio e lo state per catturare, lo state, sue esatte parole.
Tenendo conto che Lolong, ovvero il lungo, pesava una tonnellata e dalla punta della coda a quella del muso misurava sei metri e diciassette centimetri, potete ben immaginare che razza di drago sia il fratello.
Lolong delle Filippine era comunque famoso come il più lungo ed è spirato.
Era entrato nel Guinness dei Primati, battendo l’australiano predecessore, quest’ultimo solo cinque metri.
Chissà se anche lui aveva un fratello ancora più grosso di cui vantarsi.
Ad ogni modo non mi sono presentato.
Mi chiamo Elmer, sono un bambino e posso dirvi che il giorno in cui Lolong fu catturato io c’ero, come potete vedere nella foto a sinistra.
Sì, io c’ero ed ero lì, con mio padre e i miei zii, e gli amici di Bunawan.
La mia amata Bunawan, la mia povera Bunawan, la mia piccola e sconosciuta ai più cittadina di Bunawan, che un anno fa, grazie alla cattura di Lolong, era citata su tutti i giornali del mondo.
Ecco perché ho adorato Lolong.
Quando l’hanno catturato ho provato un mare di emozioni contrastanti.
Ero emozionato, poiché sebbene di coccodrilli ne avessi già visti, uno così grande non l’avevo mai incontrato prima.
Avevo anche paura che Lolong potesse liberarsi e mangiarci tutti, dal primo all’ultimo. Ecco perché ogni tanto voltavo lo sguardo, laddove il pensiero di vederlo rompere le corde diveniva insopportabile.
Solo che adesso un nuovo incubo mi opprime ed è ancora più grande di quello che alla fine non si è mai realizzato. Anzi, l’entrata nella nostra esistenza di Lolong ci ha reso tutti più felici. Mi riferisco alla fine del sogno più bello che abbia mai fatto e ad occhi aperti, perlomeno finché il coccodrillo più grande del mondo fosse in vita.
Le luci erano finalmente su di noi, come accade in ogni attimo della loro fulgida carriera alle star del cinema.
Le tv, i giornali, i flash dei reporters, gli scienziati, e i turisti, tanti turisti. Un oceano di gente da ogni dove arrivava a Bunawan, la mia piccola, sconosciuta e povera Bunawan.
Gente con il portafogli pieno, non so se mi spiego, e tanta, tantissima curiosità per la nostra celebrità locale.
Il mio caro Lolong.
Mio padre ringraziava il coccodrillo ogni sera, prima di sederci a mangiare, per averci permesso di catturarlo. Secondo lui Lolong era in realtà un dio che si era sacrificato per noi, per regalarci un po’ di fortuna con la sua sofferenza. Un po’ come il vostro povero cristo.
Ora il coccodrillo più grande del mondo è morto e tutti quanti noi abbiamo di nuovo paura che tutto torni come prima.
Ecco perché io stesso ho deciso di catturare Ferdinand.
Ovvero, spero che lui si lasci catturare, esattamente come ha fatto suo fratello Lolong.
Ti prego, Ferdinand, ovunque tu sia, fatti prendere, abbiamo bisogno di te.
Farò finta di legarti, non ti preoccupare e ti prometto che quando i turisti andranno a dormire stanchi di fotografarti, ti farò trovare doppia razione di carne e una piscina Jacuzzi tutta per te.

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8.2.13

Guerra dei droni USA più umana: Brennan ha ragione

Storie e Notizie N. 863

Leggo che John Brennan, il candidato di punta dell’amministrazione Obama a guidare la CIA, ha dichiarato: “I droni sono una forma più umana di guerra.”
Evitando di lanciarmi nell’ormai stantia polemica, di natura semantica, sull’opportunità di accostare vocaboli rumorosamente antitetici quali umana e guerra, mi accingo a fare uno sforzo nel comprendere appieno il punto di vista dell’altro, invitando ad esprimersi il protagonista in persona della suddetta suggestiva affermazione, ovvero il drone:

Ha ragione, John ha ragione. E voi Italiani dovreste saperlo, è una vita che ascoltate senza discutere e obbedite a tutti i John a cui gli viene lo schiribizzo di dare il cosiddetto fiato alla bocca aperta. A meno che il John in questione provenga dal di fuori dei confini statunitensi. In quel caso è un’altra storia.
Ma la nostra, quella del nostro John, appartiene proprio al paese dei liberatori, dei vostri liberatori.
Tornando a bomba… ehm, adesso non fraintendetemi, vi confermo che è tutto vero. Io sono una forma più umana di guerra.
Basta con quei brutti pilotacci con lo sguardo corrucciato, addestrati in posti assurdi tipo il campo di Full Metal Jacket, con le urla di sergenti violenti e insensibili.
Basta con le scritte Born to kill sull’elmetto.
Io sono Born to love, nato per amare, per amare voi, soprattutto i civili, in particolare donne e bambini.
Ah, come amo io le donne e i bambini non le ama nessun altro.
Perché io sono un drone, ovvero una macchina, devo obbedire pedissequamente al processore e al software.
E sapete cosa c’è scritto nella prima riga di istruzioni di quest’ultimo?
Ama il prossimo tuo e bombarda chi vuoi.
Sì, lo so, Sant’Agostino non diceva proprio così, ma perché non era abbastanza umano quanto me.
Io sono l’umano 2.0.
Un umano distaccato, chirurgico, virtuale, quindi inattaccabile.
Eh, se per sbaglio, che so, sterminassi una dozzina di bambini in una scuola o scambiassi un ospedale per una base militare non lo farei mai per cattiveria.
Non conosco la cattiveria, ignoro le emozioni, sono una macchina, ve l’ho detto.
Se il tostapane non cuocesse abbastanza osereste definirlo pigro?
E se il frigo vi rovinasse i surgelati pensereste che abbia le vampate?
O se il vostro cellulare inviasse messaggi di nascosto e vi esaurisse il conto, gli dareste del ladro?
No, niente di tutto ciò, perché queste sono tutte prerogative umane vecchia maniera.
Io sono il drone, il simbolo dell’umano del terzo millennio.
Mi alzo in volo, raggiungo l’obiettivo e lancio la bomba.
Per le conseguenze di quest’ultima non rispondo, perché quel che faccio non è mai una questione personale.
Perché umanità oggi vuol dire proprio questo. Alzarsi in volo, raggiungere l’obbiettivo e lanciare la bomba, ovvero il messaggio, il post, il tweet e poi… e poi lanciarne altro, e un altro ancora. L’importante è esserci e far parte dello spettacolo.
O della guerra.
Umana.

Domani vieni ad ascoltarmi dal vivo:
Spettacolo di presentazione del libro 
Sabato 9 Febbraio 2013 ore 18 
Teatro Planet
Via Crema, 14, Roma
 

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7.2.13

Festival di Sanremo 2014 vincitori scoperti

Storie e Notizie N. 862


E c’è lo scoop.
Ecco in anteprima cosa accadrà al prossimo Festival di Sanremo.
Non ci crederete, ma ci saranno le date, i cantanti, gli ospiti e i biglietti.
Le giovani promesse e i big. I cantanti, insomma.
Il presentatore sarà sul palco a fare da padrone di casa, il comico o la comica a rompere gli schemi e le vallette bone a scendere le scalette con vestiti da paura.
Vera novità della kermesse sarà lo scontro tra i concorrenti, i quali saranno accompagnati – udite udite – da un’orchestra.
Sempre in tema di innovazioni, in prima fila nel teatro Ariston siederanno i direttori di rete e vari dirigenti Rai, con il sindaco di Sanremo in persona o l’assessore, adesso non lo so, mica sono un mago.
E’ che me lo sento, poi ditemi se sbaglio.
Le Iene faranno le incursioni e anche Striscia la Notizia, Radio Rai seguirà il tutto, ci sarà il dopo festival, ma anche no.
Le case discografiche godranno come mandrille, così come gli sponsor della trasmissione.
Ma la vera chicca di quest’anno saranno gli ospiti stranieri, rigorosamente in seconda serata, per tenere incollati gli spettatori fan che non gliene può fregare di meno della gara.
Inoltre, ecco lo scoop: i vincitori saranno tre, il primo, il secondo e il terzo classificato.
Sono pronto a scommetterci quello che volete.
Magari mi sbagliassi…

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Casini Matrimoni gay pedofilia: smentita anticipata

Storie e Notizie N. 861

Casini sui matrimoni tra persone dello stesso sesso: "Non è detto che l'Europa sia sempre e comunque da imitare. Per esempio alcuni Paesi del Nord Europa hanno legalizzato dei movimenti che facevano anche apologia della pedofilia".
Imitando tu-sai-che-parla-a-vanvera per guadagnare le prime pagine e forse qualche punto tra gli elettori dalla cervice più fragile, anche il leader dell'UDC fa la sua sparata.
Per poi ritrattare, è ovvio, quanto ci scommettete?
A breve arriverà la smentita, qui sintetizzata: "Non ho mai paragonato l'omosessualità alla pedofilia, le mie parole sono state travisate."
Prese fuori dal contesto, ecc.


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Elezioni 2013 chi votare: mia nonna

Storie e Notizie N. 860

Mia nonna si candida, ma non mi va di votarla. Primo, sarebbe un chiaro conflitto di interessi. Eh, una volta eletta, vuoi che non darà un aiutino al nipote? Che so, una raccomandazione, una spintarella qui, una buona parola là.
E poi, diciamola tutta: ma con l’Alzheimer che si ritrova come farà a gestire la cosiddetta cosa pubblica con la giusta precisione?
Mio cugino ha detto che non è d’accordo sulla storia del conflitto, perché tanto in Italia lo fanno tutti e che se lo fanno tutti non è una cosa sbagliata.
Gli ho chiesto di spiegarsi meglio e lui mi ha detto che un’azione è da definirsi scorretta se la maggior parte della società la ritenga tale, ma visto che il conflitto di interessi, soprattutto familiare, è all’ordine del giorno e praticato quasi da tutti allora l’aggettivo scorretta diviene relativo.
E quando un aggettivo diviene relativo vuol dire che non conta più un emerito cappero.
Solo che c’è quel quasi del quasi tutti.
Questo vuol dire che nel nostro paese c’è ancora qualcuno, sebbene un’esigua minoranza, che non si adegua al mal costume. Ecco, gli ho risposto, allora mi sa che faccio parte di quell’esigua minoranza.
Di fessi, ha aggiunto lui.
Tuttavia, devo essere onesto, perché non si tratta proprio di onestà, la mia, se mi perdonate la ripetizione.
In realtà, oltre ai due precedenti, c’è un altro motivo che mi spinge a non votare mia nonna.
E se la vegliarda viene eletta e poi si dimostra non solo abile e funzionale, ma perfino capace di aiutare finalmente il sottoscritto a trovare un lavoro?
Un lavoro raccomandato, s’intende, ma pur sempre un impiego, cioè qualcosa da fare obbligatoriamente ogni giorno, sempre nello stesso posto, magari con la ventiquattrore.
Sì, lo so che in molti pagherebbero per poter avere questa che dal loro punto di vista chiamano fortuna, ma… c’è un fondamentale ma.
Mettetevi al mio posto. Da quando i miei mi hanno cacciato di casa, ovvero dal divano, sono finito su quello di mia nonna, sì, proprio lei.
Da un sofà all’altro, in sintesi. Il fatto è che mia nonna cucina molto meglio di mamma e la paghetta settimanale è almeno il doppio di quella di papà, con la significativa differenza che la vecchina non rompe.
Anzi, è pure contenta di avermi a casa tutte le sere.
Capirete, a quarant’anni suonati, dove volete che me ne vada? In discoteca? No, lì è pieno di pischelli che mi fanno sentire vecchio.
No, io sto qui, tutto il giorno tra cuscini e telecomando, nonna c’ha pure la pay tv, non dico quale per non fare pubblicità, ma è quella che si vede meglio, quindi avete capito.
Insomma, mi sa che non voto.
Però… e se poi non la eleggono e lei ci rimane male che non l’ho votata?
E se invece viene eletta e lei ci rimane male lo stesso, perché non ho creduto in lei?
Capite adesso il mio dilemma?
Ah, aspettate. Potrei fare così… vado con lei alle urne e quando entro lascio in bianco.
Anzi, no, annullo la scheda. Hai visto mai che la bianca la assegnano proprio a lei?
Sì, la annullo, scrivo qualche parolaccia e incrocio le dita.
Gufo la vecchia, mi sembra che non abbia alternative.
Sì, non ho proprio altra scelta.
Anche perché se mi guardo in giro, credo che ci sia roba molto, ma molto peggiore di mia nonna…

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5.2.13

Storie di animali e cinghiali: la lettera

Storie e Notizie N. 858

E’ notizia di oggi quella del cinghiale che è stato avvistato stamattina a Bologna, in zona Saragozza e che ha aggredito un cosiddetto cacciatore selettore che cercava di catturare l’animale.
Il cinghiale è stato abbattuto.
La cosa mi rattrista e mi sono chiesto se non si sarebbe potuto evitare di ucciderlo.
Soprattutto mi sono domandato il perché della sua apparizione in città, nel bosco degli umani.
Ma poi è uscita fuori la lettera, scritta dal cinghiale in persona, anzi, in bestia, ieri sera, dopo aver progettato la sortita:

Zona dei colli fuori Bologna, 4 febbraio 2013

Mi rode, sì, mi rode.
E domani è il gran giorno.
Sono stanco di vivere passivamente tutto questo.
Le mie orecchie lo sono anche di più. Le grida, non sopporto più le grida che arrivano di notte dalle case e dai palazzi dei bipedi presuntuosi (N.d.T. così il cinghiale chiama gli esseri umani).
Possibile che le senta solo io? D’accordo, essendo animale possiedo un udito particolare. Ma la realtà è che ho sempre avuto i padiglioni particolarmente sviluppati, lo diceva sempre mio padre finché sono rimasto con lui.
“Caccia per non esser cacciato”, questo diceva anche quale unico consiglio.
Secondo il babbo finché fossi stato in caccia, attento, con gli occhi vigili alla ricerca della preda, sarei stato ignaro di esserlo a mia volta per qualcun altro. Uno come i bipedi presuntuosi, ad esempio.
Un modo come un altro per invitarmi a guardare sempre avanti e non alle spalle.
“Caccia se non sei cacciato”, dissentiva mia madre, che dio l’abbia in gloria. Il dio dei cinghiali, ovviamente, ma di questo ne parliamo un’altra volta.
La mamma era più concreta ed è forse grazie a lei che sono sopravvissuto a mio padre, non solo per un mero fatto anagrafico.
Banalmente, un pomeriggio stavamo spiando un fagiano sceso sul prato per fare quella grossa, decisi ad agguantarlo, io mio sono voltato e ho visto il cacciatore, il papà no.
E così il bipede si è beccato cinghiale a pranzo e fagiano a cena.
Ma torniamo ad oggi, ora.
Mi rode, sì, mi rode.
Non ne posso più di cogliere i vostri lamenti nella notte. Non riesco più a chiudere occhio e ho un esaurimento nervoso perenne.
Vi ho già detto che ho i padiglioni abnormi? Sento tutto, percepisco ogni ultrasuono, altro che cani segugi.
Ecco perché domani è il giorno, il gran giorno.
Vengo da voi, scendo in città. Non in campo, sono un animale serio, io, mica un cacciaballe.
Entrerò nel vostro bosco e al primo bipede presuntuoso che incontro gliene dirò quattro. Anzi, già che ci sono pure cinque e sei.
“Ma che ti vai in giro con questa boria di giorno”, gli griderò in faccia, “quando la notte strisci nel letto e piangi come una iena ridens al contrario? Piantala di nasconderti sotto il cuscino e vivi alla luce del sole, chiedi quello ti spetta al cospetto di quest’ultimo.”
Sempre se riuscirò a farmi capire, so bene che il cinghialese non è così diffuso tra voi.
Se fossi anch’io un bipede mi farei sentire nella vostra lingua. Se fossi uno di voi, la smetterei di sopravvivere nella paura.
Se fossi uno di voi mi roderebbe e mi farei ascoltare dal primo che capita.
E anche dagli altri.

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4.2.13

Elezioni politiche 2013 voto pagamento

Storie e Notizie N. 857

Iniziò tutto in un attimo e in un attimo quel tutto si diffuse nel paese.
Come quei cerchi che uno dopo l’altro si allargano nel laghetto in campagna a causa di quel sasso che dovrebbe saltellare sulla superficie dell’acqua e invece cola a picco al primo colpo.
Delusione e frustrazione, così vanno le cose quando si manca l’obiettivo sperato, ma le conseguenze ci sono lo stesso, poiché ormai hai fatto il tuo tiro, il tuo unico tiro.
Il voto… non è forse questo il solo ed unico privilegio democratico a conoscenza della maggior parte di noi?
Un tiro, l’unico tiro.
Allora capita che quella sola occasione venga messa in vendita da un papà come tanti, abitante di una cittadina chiamata Schiavi d’Abruzzo, per ottenere in cambio un altro privilegio, che in realtà dovrebbe essere un diritto: un autista per lo scuolabus del paese.
Un paese senza scuola, altro diritto rubato, stavolta ai bambini.
Accadde tutto in un attimo e in un attimo il fenomeno si moltiplicò nel paese.
In tutto il paese, non solo Schiavi d’Abruzzo.
Una giovane di Cassino mise in vendita il proprio voto per acquistare la dentiera alla nonna.
Un disoccupato di Otranto fece lo stesso con il desiderio di comprare un biglietto di sola andata per il resto del mondo al figlio adolescente, disperato al pensiero di vederlo un giorno anche lui senza lavoro.
Una ragazza di Fermo pubblicò addirittura un annuncio su un giornale locale: vendesi voto in cambio di futuro.
Un futuro qualsiasi, purché tale.
Tuttavia, quello che restò più impresso fu un vecchietto di Foligno, che in cambio del proprio voto chiese al governo di regalargli un giorno, uno solo, per parlare alle Camere riunite.
Poche parole, semplici, di uomo semplice, con la licenza media ben citata nel curriculum di mezza pagina compresi i dati anagrafici, ma una sola significativa dicitura nella sezione esperienze lavorative: muratore, dal 1950 ad oggi.
Parole immediate e dirette come un pugno sul muso: il popolo subisce ma non dimentica.
“Anche il peggior popolo”, pensò l’anziano mentre voltava le spalle per tornare a casa dopo aver fatto la propria proposta di vendita, “ pure il più infimo del mondo, non può cancellare del tutto dalla propria memoria le infamie subite e prima o poi qualcuno viene a chiedere il conto.”
Prima o poi.
Meglio prima, però.

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