26.6.14

Se fossero tutti Balotelli

Storie e Notizie N. 1123

C’era una volta un paese con tanti problemi.
E quando dico tanti è un garbato quanto riduttivo eufemismo.
Nondimeno, per raccontar qualcosa come un paese una metafora vale l’altra.
Se rende l’idea.
Prendi la nazionale di calcio.
Si gioca, si vince.
E si perde.
Capita.
E’ un gioco e come tale ha le sue regole.
E’ banale, ma va bene ricordarlo, ogni tanto.
Se qualcuno deve vincere, qualcun altro dovrà pur perdere.
Ma mettiamo il caso che, invece di un’intera squadra di ben distinti giocatori, ve ne sia solo uno, moltiplicato per tutti.
Chiamiamolo Mario.
Mario Balotelli.
Lasciamo invariato il risultato.
Sconfitta.
E fine del torneo.
A casa.
Di chi è la colpa?
Domanda automatica nel paese dei tanti problemi.
Be’, saremmo in seria difficoltà.
Perché?
Vado così, a braccio, in ordine sparso.
Se tutti fossero Mario Balotelli, la colpa sarebbe sua.
Ma non solo.
Se tutti fossero Mario, la colpa sarebbe anche di quell’altro Balotelli, che con un inutile fallaccio a centrocampo, ad un metro dall’arbitro, ha lasciato i compagni in dieci per buona parte della partita.
E via con gli insulti via social e non.
Violento, immaturo, o peggio.
Se tutti fossero quel Mario, la colpa sarebbe anche di tutti i Balotelli difensori, che hanno ballato come trottole in balia del vento in tutte e tre le partite, perfino nella sola in cui la squadra ha vinto.
Grazie a un gol di un altro Mario Balotelli.
Ma questo è solo un caso, però.
E via ancora con gli insulti mediatici e le sentenze a mezzo stampa.
Tutti contro loro, i difensori, immeritevoli di vestire la maglia azzurra.
Di essere Italiani.
Se tutti fossero questo Mario, la colpa sarebbe di tutti i Balotelli schierati in attacco durante il corso del torneo, perché altrimenti dove sono questi goal?
I mirabolanti tiri in porta?
L’eccezionale talento?
E un’altra volta via agli insulti.
Giocatori sopravvalutati e viziati strapagati.
Se tutti fossero il nostro Mario, la colpa sarebbe dei cosiddetti Balotelli anziani a centrocampo e in porta, che dovrebbero dare l’esempio per primi con il comportamento.
Da veri uomini e non figurine.
Figurine dalla gomitata facile.
Giammai scaricando le responsabilità sui più giovani, ma prendendosele per primi sulle spalle, tirando la carretta con i fatti e non a chiacchiere.
E scommesse.
Mostrando gli attributi nel dire addio ai compagni davvero, liberando il posto per i nuovi, e non rimangiandosi la parola il giorno dopo, come ha invece fatto il regista della squadra, l’ultimo Balotelli di questa storia.
Anzi, no.
L’ultimo sarebbe l’allenatore, il Balotelli che ha le colpe di tutti, punto.
La fortuna del nostro paese – o sfortuna, dipende come al solito dai punti di vista – è che di Balotelli c’è n'è solo uno.
Altrimenti, non sapremmo proprio con chi prendercela.
Con tutti o con nessuno.
Tranne noi altri.
Come abbiamo sempre fatto.
Nel nostro sport preferito.
Altro che calcio…

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25.6.14

Cane più brutto del mondo e non sa fare nulla

Storie e Notizie N. 1122

In occasione della 26esima edizione del concorso dal titolo World ugliest dog (Cane più brutto del mondo), è stato dichiarato vincitore Peanut.
La proprietaria, Holly Chandler, ha rivelato che la sua bruttezza è dovuta al fatto che quando era solo un cucciolo è stato vittima di maltrattamenti e bruciature su ogni parte del corpo.
Ecco alcune parole rubate al discorso di ringraziamento.
Di Peanut, è ovvio.

Grazie, ma scusate.
Sì, lo so.
Non è il massimo come inizio.
Ma che volete farci?
Io quello che penso dico.
Quindi, non vi aspettate da me parole scontate.
Tipo voglio dedicare questo premio al mio agente o a mia madre.
Agli altri candidati, anch’essi davvero brutti.
Ai poveri in Africa.
E a quelli accanto a noi.
Piuttosto, vorrei approfittare della gloria dell’attimo per porre l’attenzione sulle mie incapacità.
Ma sì, siamo onesti, su.
Quando si vince è bello, d’accordo.
Ma non è tutto bello quello che si vede.
Poi, nel mio caso il senso è letterale.
Certo, qualcuno potrà obiettare che l’aspetto fisico non sia tutto.
Che ci sono altre qualità.
Ecco, chiariamoci subito: non è il mio caso.
Da ciò le scuse di cui sopra.
Il fatto è che io, oltre ad essere brutto, non so fare nulla.
Oh, l’ho detto.
Adesso mi sento meglio.
Non sono capace di riportarvi il bastone o la palla, quindi è inutile che li tiriate.
Non vi porgerò mai la zampina, perciò non inginocchiatevi in attesa del miracolo, che poi vi fa male la schiena.
Non faccio feste, a nessuno, nemmeno alla mia padrona.
E se non le faccio a chi mi nutre, perché caspita dovrei farle a voi?
Non scodinzolo mai.
Neppure quando sono contento.
Soprattutto in quel caso.
Sono riservato, emozionalmente parlando, ecco.
Indi per cui non digrigno quando la collera sale.
Ma questo non vuol dire che non mi roda.
Non inseguo gatti, di alcun tipo.
Che altro?
Ah, non abbaio.
E non sono muto, okay?
Parlo solo quando ho davvero qualcosa da dire.
E’ solo che ogni volta che ciò accade mi sale un dubbio atroce: ma siamo sicuri che chi mi sta davanti sta davvero ascoltando?
Così mi mordo la lingua un attimo prima di emettere un fiato.
Leggimi pure come il taciturno diffidente dalla lingua dolorante
Grazie del premio, comunque.
E perdonatemi se non so fare nulla, di questo me ne dolgo ma non di tutto.
Vado alquanto fiero di una mia incapacità.
Non saprei mai fare del male a qualunque creatura sulla terra, torturandola con disumana crudeltà.
In questo l’uomo sarà sempre migliore di me.
O incredibilmente più brutto…

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19.6.14

Giornata mondiale del rifugiato 2015 video i rifugiati siamo noi

Storie e Notizie N. 1121

Rifugio (sostantivo maschile): Riparo, difesa, contro un’insidia o un pericolo materiale o morale. Esempio: cercare, trovare rifugio (in un luogo, presso qualcuno); dare, offrire rifugio (a un viandante, agli sbandati, ecc.).

I rifugiati siamo noi.
Tutti noi.
Nessuno escluso.

I rifugiati siamo noi tutte le volte che andiamo su Facebook.
Sì, davvero.
Lo siamo quando ci riscaldiamo con i mi piace e le condivisioni, ci rallegriamo per una faccina che sorride o strizza l’occhio, e ci sentiamo amati per il numero dei followers e degli amici. Certo, centinaia, ma che dico, migliaia di cosiddetti amici che sono sempre lì, immobili e che ci guardano come le foto di un album di famiglia.
Che ci fanno sentire in famiglia.
O almeno questo è quel che crediamo.
Che troviamo.
Perché lo cerchiamo e perché ci manca.
Sentirci al riparo.
Al sicuro.

Siamo noi i rifugiati.
Tutti, ogni volta che accendiamo lo smartphone o, al meglio, l’Iphone e siamo lì, a whatsappare, facendo ticche ticche con le dita impazzite, per dire, rispondere, leggere e ricominciare da capo.
Solo così siamo tutti insieme, mai soli, mai in silenzio, mai vuoto, dentro. E allora guardiamoci, adesso, ad esempio nella metropolitana affollata. Centinaia di persone tutte con la testa incollata su un gigantesco schermo, addirittura 5 pollici.
Tutti al sicuro.
Al riparo.

I rifugiati siamo tutti noi.
Chiusi in auto nel traffico.
Incolonnati in scatole di plastica e metallo super accessoriate, piccole o preferibilmente grandi.
E più sono grandi e più è piccolo l’uomo al volante, ci avete fatto caso?
Per fortuna che esistono i parabrezza di questo mondo, vero?
Perché non ci proteggono solo dalla brezza.
Ci fanno sentire invisibili.
Al riparo da occhi rivali.
Al sicuro.

Siamo noi i rifugiati ogni volta che ci sforziamo di fare tutti la stessa cosa.
Di dire la medesima cosa.
Di pensare ognuno allo stesso modo.
Per poter essere tutti nel giusto.
O il contrario.
Ma tutti insieme.
E quindi di nuovo inconfondibili.
Non additabili e giammai riconoscibili.
Al riparo e al sicuro.

Noi siamo i rifugiati quando rientriamo in casa e ci convinciamo che sia tutto lì.
Il mondo.
Perché gli alieni sono fuori, al di là della sola finestra credibile, la tv.
E il divano è l’isola privilegiata da cui osservare chi non lo ha mai trovato.
Un rifugio.

Sì, ci sono anche questo tipo, di rifugiati.
Quelli che il calore, l’ascolto e il sostegno.
Il riparo sicuro.
Lo cercano da altri rifugiati.
Esattamente come noi.
Perché non c’è niente di più normale e logico.
Di umano.
Del cercare aiuto da chi dovrebbe sapere perfettamente.
Cosa vuol dire.
Essere un rifugiato.

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18.6.14

Storie di razzismo: dalla parte dei linciatori

Storie e Notizie N. 1120

Ritenuto colpevole di un furto, un ragazzo di 16 anni, pare si chiami Darius, è stato prelevato dove vive da parte di un cosiddetto commando di individui con il volto coperto e armato di spranghe.
Il giovane è stato quindi condotto in una cantina e massacrato di botte, per poi venire ritrovato nella notte di venerdì in fin di vita, dentro il carrello di un supermercato.
Vorrei provare con voi un esperimento, oggi.
Vorrei mettermi nei panni di uno di loro.
I giustizieri…

Venerdì 13 giugno, 2014.
Pierrefitte-sur-Seine, Francia.
E’ notte.
Sono sul divano, davanti alla tv.
Solita roba, sempre la solita roba già vista.
Ho bevuto e fumato, non ricordo quanto.
Non importa.
Almeno stanotte conta poco.
Non vieni a letto? Fa mia moglie.
Non rispondo.
Mi alzo dal divano e spengo la tv.
Quindi raggiungo l’ingresso e prendo il borsello.
Controllo.
Sì, c’è.
E’ tutto il giorno che lo faccio.
Non ho mai avuto un passamontagna.
Ho bisogno di guardarlo, di ricordarmi che ce l’ho.
Di ricordarmi perché l’ho comprato.
Prendo le chiavi dell’auto ed esco.
Stai uscendo? Fa mia moglie.
Non ho risposto.
Metto in moto e raggiungo la piazza.
Ci sono già tutti, sono l’ultimo.
Parcheggio, scendo e apro il portabagagli.
Lì ho guardato anche più volte che nel borsello.
Non ho mai avuto un passamontagna.
E soprattutto non mi sarei mai immaginato.
Di usare una spranga.
Su una persona viva.
Pochi minuti e siamo tutti sul pulmino.
C’è cattivo odore.
Alcool, sigarette e sudore, ma c’è anche altro, qualcosa di ambiguo ma determinante.
Leggi pure come l’insopportabile fragranza dell’umano veleno.
C’è quasi silenzio.
Qualcuno dice qualcosa.
Qualcun altro aggiunge qualcos’altro.
Ma nessuno parla con nessuno, in verità.
Il tempo sfila via tanto lentamente quanto veloce scorre il sangue.
Inizia a farmi male la testa.
Provo a massaggiarmi le tempie e il dolore aumenta.
Siamo arrivati, qualcuno scende, quelli seduti davanti.
Quindici minuti al massimo e i nostri sono di ritorno.
Con la preda.
Il colpevole.
Il ladro.
Il pulmino riparte.
Ogni tanto lui emette uno strillo, e ogni volta qualcosa spegne la voce.
Un pugno, uno schiaffo, un gomito nello stomaco.
Fino al silenzio.
Dissolvenza.
Nella mente, anzi, no.
Siamo precisi: nel ricordo.
Ora siamo giù, nella cantina.
La preda è lì, il colpevole è nelle nostre mani, il ladro è pronto per essere punito.
Noi siamo pronti.
Io lo sono.
Spavento e odio.
Ira e paura.
Non sono il primo a colpire.
Ma stavolta non sono l’ultimo.
Il tutto dura molto poco.
Non dobbiamo ucciderlo, non siamo mica assassini.
Così ha detto chi ha avuto l’idea.
Noi non siamo dei criminali, vogliamo solo giustizia.
Pochi minuti ed eccola, ora la vedo.
Alcool, fumo, sudore e il terribile resto nell’aria.
La testa che scoppia.
Un ragazzo di sedici anni con il volto tumefatto.
Lividi e sangue ovunque.
Ossa fratturate e anime altrettanto in frantumi.
Nelle orecchie l’eco di grida al di là del dolore.
Il volto coperto, la spranga rossa di collera.
E terrore.
Noi, tutti uniti, finalmente.
Contro il nemico, moribondo, in terra.
Ai nostri piedi.
Sono confuso.
E’ davvero questa, la giustizia?

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12.6.14

Storie sull'amicizia: Finale dei perdenti

Storie e Notizie N. 1119

Ebbene sì, non siamo noi i vincitori.
E forse non lo saremo mai.
Nessuna lamentela o protesta.
Perché non ci vedrete mai aggredire l’avversario a gioco fermo.
O inveire contro l’arbitro per una più o meno presunta svista.
Non è, come dire, nel nostro stile.
Io lo so bene ed è facile per me.
Gioco in porta.
Ed è un vero privilegio, lo so.
Vedo tutto, da dove mi trovo.
La partita che si infiamma e la palla che fugge.
Gli occhi che gioiscono e quelli che soffrono.
Leggi pure come la perenne alternanza della più diffusa malattia al mondo.
In breve, tifo.
A destra e a manca ecco i terzini di fascia versione moderna.
Veri elastici umani, sotto forma di due meravigliosi viaggi, di quelli che devi almeno fare almeno una volta nella vita.
Quelli che ti portano in fondo, lì dove finisce il campo, per capire cosa nasconde l’orizzonte del prato verde.
Ma che ti costringono a tornare indietro, esattamente dove eri partito, per dimostrare che ci sei stato davvero, laggiù.
E soprattutto per non lasciare la porta incustodita, ecco.
Per fortuna che non rimarrei da solo.
Ah, cosa farei senza i due centrali di difesa.
Le torri gemelle che nessun odio o paura al mondo può scalfire, figuriamoci abbattere.
Si ergono con incredibile o forse un po’ incosciente coraggio per proteggere il risultato e forse molto di più.
Anzi, senza forse.
C’è qualcosa di molto più importante dell’esito di un match.
E’ nascosto alla fine di una strada estremamente più lunga di novanta minuti.
L’unico vero arcobaleno che ci meritiamo tutti noi.
Una vita lunga e serena.
Ma saliamo a centrocampo e ammiriamo loro, adesso.
I tre moschettieri dallo scarpino più affilato di una semplice spada.
Perché con quest’ultima al meglio puoi affondare il colpo.
Ma di certo non puoi, nello stesso tempo, danzare con grazia sulle punte e percuotere l’incolpevole pallone con indicibile furia.
E senza dare alcuno spazio al riposo, caricandosi sulle spalle tutti noi.
Aiutandoci alla bisogna.
Trasformandosi in muraglia se il pericolo lo richiede.
E predatori se l’occasione è propizia.
Ma il merito chi se lo prende, alla fine di tutto?
Sempre loro.
Il trio delle meraviglie, sotto forma di un volatile che ruba lo sguardo con vanità e orgoglio.
Becco e ali, punta ed esterni alti, centravanti e tornanti.
Che non tornano quasi mai, ammettiamolo.
Nondimeno, sanno farsi perdonare.
E quando ciò accade tutto si dimentica.
Perché stiamo già gridando a squarciagola.
Evvai, gol, rete!
Eppure, nonostante cotanta squadra, noi si perde.
Ogni volta che si gioca, senza eccezioni.
Tuttavia, credetemi.
Non è poi così importante, per noi, la vittoria finale.
Dateci la possibilità di giocare.
E vedrete che saremo felici.
Come se avessimo vinto.
La coppa del mondo.

E’ uscito il nuovo libro, Roba da bambini, Tempesta Editore.

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11.6.14

Iraq war news oggi 2015: dove siete eroi?

Storie e Notizie N. 1118

Così, ad perpetuam rei memoriam.
Iraq, 2003.
Il 19 marzo ebbe inizio l’invasione dell’Iraq, l’operazione Iraqi Freedom, così definita dal governo degli Stati Uniti, il capofila della coalizione decisa a sconfiggere il tiranno Saddam.
Per portare la democrazia dal cosiddetto mondo libero ai cittadini iracheni.
Evitando di citare il terrificante numero di morti e tralasciando le vergognose menzogne per mettere in atto la suddetta invasione, saltiamo undici anni.
Iraq, 2014.
Almeno cinquecentomila civili sono in fuga da Mosul dopo che le milizie islamiche di ISIS si sono impossessate della zona dove si trova la più importante raffineria nel paese.
Questo solo oggi

Dove siete, eroi?
Il soldato che saluta amore e affetti.
E da amore e affetti è applaudito.
Quello che ritorna e quello che magari, sarebbe ritornato.
Quello che ha visto davvero, cosa vive al di là dello schermo.
Cosa muore.

Dove sei, adesso?
Il politico che ha suonato la tromba.
Che conosce bene te.
Lei.
Lui e l’amico.
L’altro e quelli che fan finta di nulla.
Sì, proprio loro.
Seduti sul divano, sull’enorme divano della noncuranza.

Dove siete, miei prodi?
Che si esprimono su tutto e tutti con trionfante retorica.
Sugli stranieri e gli islamici, malgrado non ne abbiano mai incontrato uno davvero.
Conosciuto, ascoltato.
Sui nemici, sebbene ne abbiano solo uno ed è dentro di loro.
O al massimo è tra gli amici, che dovrebbero guardare.

Dove sei, alleato fedele?
Cittadino dalla memoria selettiva.
Che ricorda bene chi un giorno lo ha liberato, ma con altrettanta dedizione dimentica chi lo imprigiona ogni secondo della sua esistenza.
Leggi pure come il paradosso del patriota riconoscente.

Dove sei, moderato tra i moderati?
Quando hanno smesso i tuoi occhi di distinguere il colore del sangue?
Da quello di un goffo effetto speciale a quello ancora caldo di vita?
Credi ancora che il problema del democratico occidente sia un pericoloso barbuto signore inginocchiato?
O hai sempre saputo che tale contrapposizione è solo una ignobile farsa?

Dove siete, eroi, ora?

 


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6.6.14

Il dono della diversità alla Festa dei popoli di Chieti 2014

Domenica 8 giugno alle 15 sarò ospite a Chieti della sesta edizione della Festa dei popoli, "Tutti i POPOLI insieme per la PACE", con lo spettacolo Il dono della diversità, tratto dall'omonimo libro edito da Tempesta editore.

Il futuro dei miei:


 


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5.6.14

Irlanda fossa comune di bimbi: i perché della terra

Storie e Notizie N. 1117

Nei pressi di un istituto di suore a Tuam, nell’Irlanda nord occidentale, pare sia stata rinvenuta una fossa comune con i resti di almeno 800 bambini. Tra il 1925 e il 1961 l’edificio ospitava madri non sposate, insieme ai loro figli, che all’epoca venivano marchiati come illegittimi.

Prendo tutto.
E restituisco sempre ciò che prendo.
Perché, padre?
E’ una storia, solo parole.
Assecondatela.
Assecondatemi.
Mettiamo che io sia la terra.
Divinità per pochi.
Solo erba e fango per molti.
Vita per altrettanti.
Morte per non meno.
Ma io sono solo terra.
Per me.
E voi, siete tutti uguali.
Per la terra.
Come ha detto un giorno sulla morte uno molto, infinitamente molto più bravo di me.
Perché prendo tutto.
E perché restituisco sempre ciò che prendo.
Perché, madre?
Ora, mettetevi nei miei panni.
Come richiede il racconto all’inizio.
E concedetemi quanto dovuto.
Non ho preconcetti, invero.
Non ho preferenze, è assodato.
Non ho un credo più o meno definito.
Non parteggio per l’uno o per l’altro, senza per questo esser tacciata di qualunquismo.
Populismo.
E ogni altro ismo che possa venirvi in mente.
Non accampo diritti particolari, per questo.
Sia ben chiaro.
Non ho ambizioni e sete di gloria.
Non aspiro ad alcunché.
Chiunque abbia prima o dopo calcato i passi sulla mia pelle sa bene che è uno e solo uno il mio compito.
E sempre chiunque può testimoniare che non ho mai fatto altro.
Prendere tutto.
E restituire sempre ciò che prendo.
Tutta qui, la mia esistenza è tutta qui.
Nondimeno, questo non vuol dire che nel tempo, ovvero l’innumerabile successione di attimi a cui ho assistito, non sia rimasta talvolta senza parole.
E per lasciare senza parole la terra, ce ne vuole, immagino sia comprensibile.
Ciò non mi ha mai impedito di assolvere alle mie responsabilità.
Malgrado avrei voluto trasgredirle tante volte.
Tutte quelle in cui mi avete dato in pasto creature troppo vive perfino per me.
Ed io sono la porta per la fine e l’uscita per l’inizio.
L’inverso è abominio.
Ecco perché non ho altro frutto da offrire, per tale abuso, che perché senza risposta.
Rispondete, vi prego.
Non a me.
Io sono solo terra, dopo tutto.
Leggi pure come l'anima sotto le scarpe del mondo.
Non fatelo per me, bensì per loro.
Che ancora soccombono sotto il peso del cielo.
O solo di qualche ottuso e presuntuoso omuncolo.
Perché, sorella?

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4.6.14

Rivoltoso sconosciuto di piazza Tienanmen video: ecco chi è

Storie e Notizie N. 1116

Il carrarmato e lui.
Questa è l’immagine nella storia.
Chi era lui?
Questa è la domanda che la accompagna.

Wang Weilin, the unknown protester o rebel, il rivoltoso sconosciuto, the tank man, l’uomo carrarmato.
Il ragazzo con la camicia bianca e i pantaloni neri.
Questo è quel che si sa.

Lo studente arrestato, fucilato.
Morto in prigione.
Nascosto e magari torturato.
Fuggito, ma comunque deceduto.
Vivo, forse ancora vivo, ma al riparo dal rumore del tempo.
Leggi pure come il meritato diritto all’oblio degli scrittori di Storia.
Sì, stavolta sì, quella con la esse maiuscola.
Questo è tra quel che si racconta.

Un giovane coraggioso o solo avventato.
Un ragazzo idealista, o forse un po’ sognatore.
Un uomo già fatto, nonostante l’età, capace di mettere su un piatto della bilancia tutto anche quando sull’altro c’è nulla per la maggior parte di noi.
Materia quasi invisibile e incredibilmente leggera, è chiaro, come solo le utopie più reali sanno essere.
Questo è quel che possiamo supporre.

Di Wang Weilin, il rivoltoso sconosciuto.
The tank man.
L’uomo carrarmato.
Ovvero, il ragazzo carrarmato.
Ma chi era lui, davvero?
E soprattutto, chi è, oggi?
Questo forse lo sappiamo.

Dovremmo solo aprire di più gli occhi.
E cercare una piazza.
Non importa dove sia.
Non conta quanto grande.
Sarà sufficiente aspettare il carrarmato.
Se lo vedrete arrivare, da lontano.
Saprete chi è lui.
Se lo osserverete avanzare da vicino.
Be’, allora, coraggio.
Perché sarete lui...

 


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