28.9.18

Noi siamo contro

Storie e Notizie N. 1602

Ieri sera il governo italiano ha fissato il limite per il disavanzo di bilancio del 2019 al 2,4% del PIL, risultato celebrato pubblicamente dai leader, ma che potrebbe portare il paese già fortemente indebitato in conflitto con l'Unione Europea.

Perché noi siamo contro.
Siamo contro l’Europa.
Anche se non siamo mai usciti dall’Italia.
A malapena dalla nostra città.
Trascorrendo giornate intere nel nostro quartiere.
Condominio.
Casa.
PC.
Magari, con l’eccezione di ballare in Spagna, fumare in Olanda e mangiar crêpe a Parigi.
Comunque, contro.
Perché noi lo siamo, contro.
Contro la vecchia politica.
Anche se quella nuova è sempre politica.
Pure se, come quest’ultima insegna, spesso fa promesse impossibili.

Si adagia sulla poltrona.
Rifiuta il contraddittorio.
Non accetta le critiche.
Favorisce amici, punendo nemici.
E, prima o poi, fa i conti con chi comanda davvero qui da noi, mafioso di nome o solo di mestiere.
Ciò nonostante, noi siamo contro.
Col petto in fuori e il fiero mento, contro.
Contro gli immigrati.
Anche se non ne abbiamo mai visto uno da vicino.
Nel senso di conosciuto realmente.
Ascoltato seriamente.
Apprezzato o meno, ma sinceramente.
Eppure, siamo altresì contro lo straniero qualora sia pure musulmano.
Anche se non abbiamo la più pallida idea di cosa sia l’islam.
Non avendo letto il Corano.
Non essendo mai entrati in una moschea.
E, soprattutto, non avendone mai conosciuto un fedele, effettivamente.
Ascoltato coerentemente, nonché disprezzato o meno, ma lealmente.
Siamo, di conseguenza, contro chi offende la nostra religione.
Pure se al massimo ce ne ricordiamo la domenica e nei ponti comandati.
O, molto più di frequente, neppure in quelli.
Bestemmiando come parlando, parlando e più che mai facendo, come se stessimo bestemmiando.
Questo non ci rende meno contro.
Contro lo Stato che ruba e delinque.
Anche se molti tra noi le tasse non le pagano.
E il più delle volte passano con il rosso, figuriamoci rallentare con il giallo, non si fermano sulle strisce e se costretti a rallentare se la prendono col pedone, lasciano le auto in ennesima fila e se obbligati a spostarla se la prendono con tutti, e se per giunta non riescono a trovar posto, inveiscono perfino contro i parcheggi per i diversamente abili.
Contro, perciò.
Noi siamo contro, dice il motto, il grido, lo slogan e il meme, ovvero, il verso.
Che ripetiamo in coro, possibilmente in molti.
Perché lo siamo, è così.
Nella spiegazione più vera e altrettanto importante, talmente tale, che c’è sfuggita.
Noi.
Siamo contro.
Di noi...


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27.9.18

Una coppia ideale

“Cari bambini”, annuncia la maestra, “ora siete arrivati alla quinta, l’anno venturo sarete alla scuola media.”
La prof fa una panoramica degli studenti, delle facce, degli sguardi e della forma del sorriso, più o meno entusiastico.
Il motivo è semplice, poiché l’anno prossimo - ma di cosa parlo – davvero ciascun attimo che aspetta le imberbi creature da lei guidate si colora di sfumature emozionali di difformità totale. C’è chi attende con eccitazione il pomeriggio incombente, poiché farà la conoscenza del nuovo cugino, fresco di nascita e piagnistei, e pannoloni, e biberon… e grazie al cielo ci siamo già passati, riflette con liberazione l’insegnante.
Nel medesimo tempo, fra gli altri alunni, c’è chi aspetta il momento della ricreazione per assaporare la pizza al prosciutto vinta alla mamma, tra uno snack biologico e una carotina, e chi invece non vorrebbe mai rincasare, a meno che accompagnato da Iron Man, Silente e tutti i pirati dei Caraibi messi assieme, ma sarebbe gradito pure uno straccio di assistente sociale, se sapesse come chiamarlo, eccetera…

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26.9.18

Per fortuna

Storie e Notizie N. 1601

Secondo alcuni scienziati dell'Università della California, i quali studiano l'attività cerebrale, la connettività tra le parti del cervello responsabaili della formazione e soprattutto la conservazione della memoria aumenta dopo un breve intervallo di esercizi fisici, anche leggeri, della durata di dieci minuti.

Dice, hai ottant’anni, Nonna Teresa, come fai a camminare così tanto?
Chiedilo alle gambe, rispondo io.
Perché io lo domando ciò che non so.
Ma le gambe non parlano, dice, lui, mio nipote Mattia.
Sì, ma si muovono ancora e io con loro, che siano benedette.
Dice, ma non hai paura di andare in giro, da sola?
Dice, Mattia, mio nipote, che a quindici anni mi parla di paura.
Lui.
Spiego, se avessi avuto paura, non sarei ancora qui.

E lo ripeto, due, anche tre volte.
Ma non perché abbia ottant’anni, piuttosto perché lui ne ha quindici e mi parla di paura.
Dice, ma ci sono gli immigrati.
Lo dice, mio nipote, e gli occhi si fanno grandi.
Che lui già li ha grandi di suo e mi preoccupo, non sia mai che mi esploda qui sul divano, che poi arriva… coso e si mangia i resti.
Coso è il cane e non ho detto mio cane non a caso, per quello non mi ricordo il nome.
Altrimenti, avrei detto Rotolo, il mio Rotolo, ma è morto, e allora i nipoti mi hanno regalato… coso, e mi sa che lo chiamo così.
Dice, ancora, dice, ci sono gli immigrati.
E io aggiungo che ci sono anche il sole, quando non piove, la pioggia, quando piove, il marciapiede quando ci cammino, il 747 che fa un sacco di rumore, le ambulanze quando sfrecciano e mi ricordano tuo nonno nell’ultimo viaggio, quelli del bar, che stanno sempre davanti al bar, anche la domenica quando è chiuso, i ben tre fruttivendoli che si fanno concorrenza quasi sulla stessa via, l’elettrauto che quando lavora è circondato da almeno dieci persone e nessuna di queste lavora, l’immondizia che si accumula davanti ai cassonetti, il tizio che sta sul balcone nel palazzo di fronte e finge di mettere a posto le piante, le piante stesse che temo prima o poi si getteranno di sotto per accanimento innaffiante, il negozio che cambia sempre, perché ogni cosa che provano fallisce, e ora c’è quella che cuce la roba e siccome mi è simpatica, non vorrei che sparisse anche lei e le porto di continuo le gonne, le scucio e gliele riporto di nuovo, l’altro bar, che non ci va nessuno perché dicono che non lavi bene le tazze, mi sa che lo dice il proprietario del primo bar, ma comunque per sicurezza non vado da nessuno dei due, quindi c’è quello che aggiusta le tv, e ha sempre clienti, ma secondo me fa come Chaplin nel Monello, entra di notte nelle case e rompe gli apparecchi…
Dice, ovvero, Mattia tenta di dire qualcosa, ma io gli faccio cenno con la mano che non ho finito, prendo fiato e concludo.
C’è il pizzaiolo di pizza a taglio che è sempre arrabbiato, e io gli ho chiesto perché è sempre arrabbiato e lui mi ha spiegato che non è sempre arrabbiato, quella è la sua faccia e io gli ho detto mi dispiace per lei, è lui sì, che si è arrabbiato, e poi c’è anche il portone del palazzo la cui serratura viene cambiata almeno una volta al mese perché qualcuno ci scassa dentro la chiave apposta, per fortuna che c’è il portiere, per fortuna che le chiavi si possono rifare, per fortuna che si può rimediare a un’infinità di cose, da queste parti. E, allora, ripeto, che fortuna.
Dice, lui, Mattia, dice che non capisce.
Cosa, chiedo, e sono io che ho gli occhi grandi e ottant’anni, adesso, davanti a lui che ne ha quindici e afferma di non capire.
Dice, nonna, ricordi? Ti avevo chiesto degli immigrati, che ci sono gli immigrati...
Ebbene, io gli rispondo che ho buona memoria, perché cammino, ogni giorno.
E sì, so che là fuori ci sono gli immigrati e un miliardo di altre cose a cui pensare.
Di cui preoccuparsi, certo, e anche di cui esser grati.
Per fortuna, dico sempre io.


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21.9.18

La repubblica delle bugie

Storie e Notizie N. 1600

C’era una volta la repubblica delle bugie.
Che un tempo qualcuno additava come quella delle banane e qualcun altro arriva oggi addirittura a rimpiangere la vecchia denominazione.
La prima, seconda, terza, puoi dire pure ottava repubblica.
Tanto, a chi interessa l’esattezza della sintassi e della semantica nella narrazione vigente?
Al tanto strumentalizzato popolo?
Ma ora esso è lì, è finalmente entrato nella stanza dei bottoni.
La meravigliosa gente comune, il cittadino medio, tradizionalmente noto per virtù e competenze che gli ormai logori politicastri di professione si sognano.

E allora perché si ha come la sensazione di vivere in uno strano tipo di incubo?
Non dirlo, però, altrimenti… sbrigati!
Modera i commenti, anzi, bloccali e, già che ci sei, spegni tutto.
Meglio non leggere tra la fangosa corrente di risacca che puntuale si leverebbe.
Va tutto bene, continua a condividere il tranquillizzante mantra, con gli altri e soprattutto con te stesso.
A capo della Rai è stato nominato per la seconda volta – e a quanto pare definitiva – tal Marcello Foa, un giornalista che ha spesso diffuso notizie che si sono poi rivelate false.
E va tutto bene.
Il movimento dal basso (ma dipende da dove guardi), che a suo dire non sarebbe mai sceso a patti con nessuno dei vecchi partiti, avrebbe venduto pure l’anima per salire finalmente in sella al destriero governativo.
Sai che c’è?
L’ha venduta, oh, se la venduta.
O, forse, se l'è fatta rubare sotto il naso, dipende sempre da dove guardi.
Va tutto bene, comunque.
Perché quel che fa davvero pensare e da chi si è fatta imbrogliare.
Ma tu non pensarlo nemmeno, che poi dormi male.
Figuriamoci postarlo nel gruppo, a meno che non si pecchi di uno spiccato masochismo digitale.
E allora, dai, facciamo nostri i deliri dell’ex separatista, ministro di tutte le cose, purché siano virali e soprattutto che non richiedano cervelli fini.
Piacizza l’immondizia dell’uomo forte con i deboli, così non vedranno più la differenza.
Perché va tutto bene, ora.
Le cose son cambiate.
È questa la novità dell’oggi.
Nel tempo che fu il candidato faceva promesse pre elettive e poi veniva più o meno veementemente confrontato, allorché non le mantenesse.
Nella pseudo modernità in cui ti sei svegliato l’aspirante leader ha riempito di panzane ogni centimetro della tua bacheca neuronale e una volta votato non ha mai smesso di farlo.
È la coerenza del malfattore impunito, che ti fotte prima e dopo.
E per te va bene così.
Resta sedato, fermo, non osare avvicinare le mani alla tastiera e tantomeno il cervello alla favella, se non la memoria.
Non dire che lo spauracchio di Roma ladrona è stato beccato per l’ennesima volta con il malloppo tra le mani.
Eh, già, non lo potresti neppure dire, perché l’hanno già speso.
E allora non parlare neanche delle decennali offese allo stivale di sotto.
Come dice, chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato... continuerà a dare, e stavolta pure contento, nonché cornuto e mazziato.
Non dire ciò che sai meglio di ogni altra cosa.
In altre parole, che i migranti non sono mai stati il primo problema di questo paese.
Ma neanche il secondo, il terzo e il quarto.
Di sicuro, non il solo.
Altrimenti, aspettati di rimanere tu, isolato, contro tutti gli altri.
Leggi pure come il popolo amministratore della pagina social nazionale.
Ti trovi semplicemente nella fase successiva che non ti aspetti, dopo più di vent’anni di regno di uno che un giorno mentiva e quello seguente ritrattava.
Ora non serve più rettificare, e sai perché?
Perché va bene così.
Va tutto bene.
Ripeti con me, va tutto bene.
Tanto, bugia più, bugia meno, nessuno se ne accorgerà.


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20.9.18

Cosa serve e cosa no

Prima il titolo: cose che servono.
Eccovi le cose che servono, ma magari non occorre che scriva anche questo, perché va subito dopo il titolo, però ormai l’ho scritto, no? Proseguiamo.
La mamma e poi il papà, sempre prima la mamma, mi ha proprio adesso sussurrato lei e papà… proprio così, ha scosso la testa. Quindi, il pavimento, perché senza precipitiamo sulle auto in garage, perché abitiamo al piano terra, sapete? Ah, ma allora serve pure il soffitto, altrimenti, se ci viene addosso quel nuovo vicino che vive di sopra ci sfracella. Io non lo conosco di vista, ma fa tanto chiasso se cammina e dev’essere pesantissimo e gigantissimo.
Gigantissimo come parola non va tanto bene, ha detto mamma, propongo di scriverne un’altra, una più comune, aggiunge papà ovviamente scuotendo il capo. Tuttavia, io penso che capiti spesso che le parole più giuste per chiamare le cose siano strane e per questo abbiamo così tanta paura di dirle.
Forse è meglio andare avanti con le altre cose che servono: la lucetta sul comodino vicino al letto, per un milione di motivi. Quando devo leggere, quando ho fatto un incubo di quelli brutti, quando ci sono i tuoni, e quando… ma, scusate, ci vuole proprio una ragione per rimanere al buio? Il buio serve davvero? Okay, lo metto con le cose che non servono…

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19.9.18

Storia per quando ti senti giù

Storie e Notizie N. 1599

C’era una volta la classica giornata storta.
Magari è oggi.
Facciamo che sia esattamente adesso, il caso.
Il tuo e il mio.
Anzi, peggio, mettici pure un periodo intero, mesi, anche anni.
Ovvero, prendi quei momenti.
Già, apri il palmo della mano e sistemali nel mezzo.
Osserva quel mucchio di minuti in cui il mondo rotola come una palla da bowling puntando dritto su di te, unico birillo in campo, inerme innanzi a un destino gramo e insensibile.
Capita a tutti, a te, a me.
Non per una questione di cronica depressione, sia ben chiaro.
Non tiriamo in ballo medici e medicinali.
Non mettiamo altresì in gioco alcun pretesto per chiudere occhi e cervello innanzi alle possibilità, parola quanto mai santa.
Dici, ma io sono ancora un adolescente, ti rendi conto?
Ti rendi conto in che razza di società mi hai accolto?
È forse colpa mia di quel che ho trovato all’inizio dei miei giorni?
Capisci, adesso, perché mi rode?
Già, capisco.
Anzi, no, capiamo insieme.
E diamo per scontato che potresti pure obiettare: scusa, mi hai visto? E al contempo, hai osservato come son fatti i veri vincenti, là fuori, o meglio, lassù? La natura è stata impietosa con me quanto generosa con loro, questa è la realtà.
Ma proprio così, rimaniamo nella realtà.
Dalla quale potresti giustamente saltar fuori e tentare di chiudere ogni discorso con il capitolo carnagione: quando il colore di quest’ultima è quello sfavorito per definizione è come se l’anima che contiene fosse condannata a un ergastolo di letterale oscurità.
Può essere, di sicuro accade.
Tanto quanto è normale che tu possa saltar su con comprensibile suscettibilità, offrendo quale argomentazione non trascurabile un’identità di genere non prevista dalla sceneggiatura morale vigente.
E, se tutto ciò non bastasse, in qualsiasi momento potrebbe presentarsi il puntuale venditore di tempi migliori, il quale, dopo un prevedibilmente ottimista giro di parole, ti indicherebbe la solita via.
Leggi pure come la lunga e faticosa strada della coraggiosa pazienza.
No, rifiuteresti tu, io esisto ora.
Ed è ora che vorrei sorridere.
Di secondi sopravvissuti in tasca non ne ho più, penseresti con ragionevole rassegnazione.
Ebbene, con altrettanta lucidità sappi che quella di Eddie Ndopu non è una favola inventata a tavolino per conciliare mesti sonni.
Al contrario, è un'esperienza scritta, raccontata e di sicuro vissuta con una conoscenza assoluta delle crudità viventi.
A due anni gli stata diagnosticata un'atrofia muscolare spinale.
“Non sopravvivrà ai cinque”, disse il medico alla madre.
Eddie ha vinto.
Ma non l’ha fatto perché oggi è ancora qui con noi e di anni ne ha ventisette.
Non perché è stato il primo africano diversamente abile a laurearsi all'Università di Oxford.
Neanche perché è diventato ambasciatore globale per l'umanità e l'inclusione.
E neppure perché, oltre a essere giovane e diversamente abile, è anche nero e omosessuale.
Eddie ha trionfato perché ha per sua fortuna compreso di essere - sue esatte parole - “una manifestazione vivente di possibilità.”
Così come lo è ciascuno di noi, in ogni giorno che ci resta.



Il 90% dei bambini con disabilità nei paesi in via di sviluppo non ha accesso all'istruzione. Ebbene, io non voglio avere solo la rampa, desidero l'intero edificio per noi
.
Eddie Ndopu


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14.9.18

Chi c’è sulla nave?

Storie e Notizie N. 1598

C’era una volta… no, magari.
C’è, ora, qui.
Una storia? Sì, forse, ma anche altro.
È una farsa, già.
Un incubo.
Un inganno, anzi, peggio, una trappola.
Un labirinto di menzogne e ignoranza che ti riporta ogni giorno allo stesso punto.
Quello dove, a tua volta, per quanto incredulo, senti l’insopprimibile necessità di dover riportare al centro del villaggio, del mare e della nostra comprensione delle cose.
Le persone.
In questa storia, ma anche altro, c’è uno, lui, sì, che non si è ancora capito chi o cosa sia, con quale diritto parli e addirittura vomiti follia in nome dei più.
Visto che i più, per la sacrosanta voce dei numeri, non gli hanno dato alcun credito.
Poi ci sono loro, i venditori di microfoni dal polmone potente quanto trendy, che un tempo distribuivano il cosa e il come, talvolta anche il perché, e ora ne resta solo il mero oggetto.
Attrezzi inanimati, proprio così, senz’anima, come un microfono nelle mani del miglior urlatore a portata di schizzi di saliva.
In mezzo, c’è lei, la nave.

Che fa la nave, come fan tutte.
Parte, solca i mari e, se buona sorte e vento permettono, raggiunge la riva.
Succede da tempo immemore, è un miracolo ancora oggi, se ci pensate, eppure, fin dal primo giorno, il bipede più ingombrante del pianeta attraversa le acque da terra a terra malgrado non ci sia nulla di naturale, in tutto ciò.
Bensì, di immensamente umano… ma trattasi di tutt’altra storia e, per nostra sfortuna, non è questa.
La nave, quindi, alla fine arriva al porto.
Puntuale come una scorreggia che maldestramente evada dalle viscere malate di un divoratore di immondizia professionista, quel tizio di cui sopra, di cui non faccio il nome - giammai per timore, piuttosto perché l’essenza del suo potere deriva unicamente dall’invadente quanto sgradevole eco di se stesso, capace di infettare parole e pensieri come una perniciosa epidemia – non appena viene a sapere dello sbarco aziona il proprio antivirus delirante: “Queste non sono navi in difficoltà, questo è evidentemente traffico di esseri umani. Farò tutto il possibile perché i Marocchini non sbarchino. Portichiusi! E che mi indaghino pure.”
“Scusi, vostra nordità”, fa una voce lì nei pressi, perché c’è sempre una voce pronta alla bisogna accanto agli strillanti a orologeria, peraltro addetta alla diffusione social dei peti ministeriali. “In realtà non sono Marocchini, bensì Eritrei…”
“Allora scrivi: mi dicono che i migranti sono Eritrei”, corregge il tiro lui, “ma a parte questo, confermo: porti chiusi, a noi!”
“Come sarebbe a dire porti chiusi a noi? E come usciamo, poi?”
“C’era la virgola…”
“Prima o dopo i porti?”
“Guarda, togli a noi.”
“E chiudo i porti.”
“Esatto.”

“Scusi, vostra purezza, pare che i migranti non siano neanche Eritrei, ma Tunisini…”
“E che ca…”
E che ca… poi?”
“Deficiente, quante volte ti ho spiegato di aspettare che dica scrivi?”
“Scusi.”
“Allora, scrivi: mi hanno appena avvertito che, date le condizioni atmosferiche e la cattiva ricezione radio, le informazioni sono imprecise. A ogni modo, i migranti Tunisini, ripeto, Tunisini, non metteranno piede a terra. Porti chiusi!”
“… porti chiusi!
“Porti chiusi.”
“Due volte… okay.”
“Cosa?”
“I porti.”
“In che senso?”
“Ehm... nel senso di chiusi a dovere, a doppia mandata…”
“Deficiente, due volte deficiente.”
“Scusi.”

“Scusi…”
“Ho capito, non serve che ti scusi di continuo.”
“No, dicevo che sembra che i migranti non siano Tunisini…”
Somali?”
“No…”
Algerini, forse?”
“No…”
Africani, giusto? Scrivi africani, anzi, clandestini, così facciamo prima.”
“No…”
No che?”
“Vostra dogana, il problema è che non sappiamo chi ci sia effettivamente sulla nave.”
“E come mai?”
In quel momento, si palesa il deus ex machina di questa sbrindellata storiella.
L’invisibile, servile e complice voce si fa carne libera, trova un insperato senso di decenza tra le macerie del suo cuore e una sopravvissuta lucidità dopo un micidiale bombardamento di strumentali bugie: “Perché da quando esiste il mare, la terra, il cielo e l’uomo stesso, laddove quest’ultimo attraversi il mondo, è sconosciuto a chi lo accoglie, quanto l’inverso. Chi, senza saper nulla, letteralmente nulla del nuovo arrivato lo marchierà come ostile, vuol dire che non sa distinguere l’amico dal nemico. Ebbene che il cielo lo protegga, quando sceglierà a chi affidare la sua vita e quella dei propri cari…”


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13.9.18

Il viaggio della nuvola bianca

Ero la nuvola bianca.
Esatto, nata come tale, con tutti i benefici relativi.
La tipica nuvoletta, amabile nelle sue linee delicate e soffici.
Star indiscussa di azzurri sfondi in primavera o perfino estivi, raffigurata e contemplata con occhi sorridenti tra ritratti più o meno infantili e immagini più o meno sincere.
Ogni cosa era al suo posto, all’inizio, malgrado non lo fosse in realtà, ma è arduo identificare le incoerenze viventi, qualora tu sia incolume alle indifferenti bizze del fato.
Fino a quando non sono comparse loro.
Proprio così.
Le nuvole nere

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12.9.18

Razzismo Italia contro ONU: meditazione guidata

Storie e Notizie N. 1597

Michelle Bachelet, Alto Commissario Onu per i diritti umani, ha di recente dichiarato di voler “inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”.
Il nostro governo ha respinto le accuse al mittente, nella persona del Ministro della giustizia Alfonso Bonafede - È un richiamo totalmente infondato, un’accusa ingiusta - e ovviamente del solito Matteo Salvini, il quale pare minacci un punitivo taglio dei fondi alle Nazioni Unite.
Chi ha ragione? Esiste o non esiste un problema razzismo, oggi, nel nostro paese?
Vi propongo una sorta di esercizio di meditazione guidata


Allora, prima di tutto trova qualcuno che sappia leggere.
Ovvero, leggerti, capace quindi di dare il giusto volume, tono e intensità alla propria voce.
Non è indispensabile che sia un professionista.
È perfetto anche qualcuno che ti piaccia ascoltare.
Magari la persona che ami e la magia sarà completa.

Trovata? Bene, affidale le seguenti parole.
Si parte, proprio così.
Faremo un viaggio dentro noi stessi, giacché è lì che si celano le risposte migliori e alcune di esse sono quelle che si avvicinano di più alla verità.
Per questo abbiamo così tanta paura anche solo di sfiorarle.
Chiudi gli occhi, adesso, e immagina con me.
Immagina la nazione in cui entrambi viviamo.
Oggi, in questo preciso istante.
Immagina quel che immagini laddove pensi a essa.
Concentrati sui particolari scontati, i luoghi comuni, ma anche le personali interpretazioni.
Qualcosa appare sullo schermo mentale, vero?
Lo stivale, forse.
La terra protesa nel bel mezzo del Mediterraneo.
Il nord e il sud.
Il sud e il centro.
Il centro e il nord, e ancora il sud.
Città e province, quartieri residenziali e periferie, borgate e nuovi insediamenti.
Ah, leggi pure la parola contro, invece che la congiunzione e, non sarà di certo il sottoscritto a contraddirti.
Vivo qui, esattamente come te.
Ma andiamo avanti, completiamo insieme il disegno.
Privilegiamo, ottimisticamente, il lato già pieno di quest’ultimo, come se fosse il classico bicchiere, ma di carta, pronto per esser colorato.
Ricordiamo il cibo buono, la pasta e la pizza.
Il caffè e il vino.
La musica popolare, i dialetti, la calorosa gestualità.
Passiamo alle ricchezze artistiche e storiche, i monumenti e i musei, riuniti in quella straordinaria quantità di opere sublimi, così come le sue bellezze naturali e l’eterogeneità dei paesaggi, che – sia messo agli atti – tu e io abbiamo solo ereditato.
In quanto abitanti di questa affascinante penisola, in seguito al nostro primo vagito, ci siamo trovati questi doni innanzi agli occhi senza alcun merito se non quello di nascita.
Che, se ci pensi, non è affatto un merito, ma tutto il contrario.
Muoviamo adesso la nostra osservazione inconscia su di noi.
La gente, il popolo, le persone che conosciamo o che ci limitiamo a incontrare nel quotidiano.
A scuola, per strada, al lavoro, sulla metropolitana o l’autobus, nel traffico e nei negozi, negli uffici e sì, anche in rete, nascoste da avatar e nomi più o meno veritieri.
Ma non tralasciamo, anzi, che siano ben inquadrati i governanti degli ultimi trenta, quarant’anni, anche più, i leader sostenuti dal basso e dall’alto, coloro che diffondono idee o che si limitano a drammatizzarle con ogni mezzo popolare a loro concesso.
Siamo quasi arrivati alla meta, amica mia.
Solo una piccola quanto fondamentale precisazione, amico mio.
Cos’è il razzismo? Tra le varie definizioni, ti suggerisco questa: atteggiamento attivo di intolleranza (che può tradursi in minacce, discriminazione, violenza) verso gruppi di persone identificabili attraverso la loro cultura, religione, etnia, sesso, sessualità, aspetto fisico o altre caratteristiche.
In particolare, ti invito a soffermarti sulla mera discriminazione, ovvero disparità di giudizio e arbitraria distinzione.
Fatto?
Ora, sempre mantenendo gli occhi ben chiusi, immagina di camminare e incontrare sulla tua strada due persone.
Una è il tipico italiano, dalla carnagione riconoscibile e la capigliatura altrettanto comune, così come gli abiti e la parlata.
L’altra che sia identificabile a una sola e mera occhiata come il classico africano, dalla pelle scura e i lineamenti marcati del viso.
Adesso, chiunque tu sia, davvero, di qualsiasi regione o città, di qualunque età, ceto sociale e orientamento politico.
Letteralmente chiunque tu sia.
Guarda con la massima onestà tra le pieghe più scomode da interrogare della tua coscienza, della cultura che volente o nolente hai assimilato sin qui, e dell’educazione che ti è stata impartita o solo imposta.
E dimmi se per te, a parte l’aspetto esteriore, non c’è alcuna differenza tra i due.
Ripeto, alcuna differenza.
Già…
Come supponevo.
Quello è il razzismo, quella è l’essenza del virus, quello è il vero nemico.
Come adesso spero converrai, è ovunque, qui, oggi.
E non è che facendo finta che non esista, andrà via, sai?


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7.9.18

Storiella della caverna

Storie e Notizie N. 1596

Da alcuni anni si racconta una storia, ovvero si vende una semplificativa immagine: nelle democrazie occidentali lo scontro politico avviene tra populismo e difensori dello status quo.
Da cui – schema altrettanto diffuso - i populisti sono la vera voce della gente e i partiti tradizionali rappresentano l’élite che vive fuori dal mondo reale.
Uno studio recente mostra invece che queste affermazioni sono sbagliate praticamente su tutti i fronti. Il Pew Research Center ha intervistato i cittadini di otto paesi dell'Europa occidentale (Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Regno Unito) e quello che emerge è che i partiti tradizionali risultano più popolari dei partiti populisti, i quali non sono altro che una incredibilmente rumorosa minoranza


C’era una volta il Mito della caverna.
Già, quello giustamente mitico, esemplare e più di tutto platonico.
Nel senso del copyright, è chiaro, non improntato a un'impostazione idealistica della vita.

C’è altresì oggi, qui e ora, quanto mai immodestamente, una versione riveduta.
Togliamo pure la parola mito, così abbassiamo le aspettative ed evitiamo imbarazzanti confronti con l’originale.
Diciamo allora la storia della suddetta.
Storiella, va’.
Secondo la storiella della caverna, quindi, immaginate che, analogamente alla celeberrima allegoria, all’interno di quest’ultima ci siano delle persone sedute innanzi alla parete della grotta e di spalle all’entrata.
Figuratevi un gruppo piuttosto numeroso, che potremmo anche chiamare popolo.
Inoltre, altra differenza con la perfetta metafora dell’illustre filosofo, mettiamo caso che in luogo del fuoco e soprattutto delle conseguenti ombre i nostri traggano le proprie conclusioni avvalendosi unicamente dell’udito.
In questo modo, tutto ciò che sanno corrisponde a ciò che ascoltano provenire dall’esterno della caverna.
Ora, tralasciamo gli stoici ed eroici rivoluzionari che ispirati dal racconto più famoso, tentando più volte di mostrare ai compagni rimasti indietro la luce del sole da loro scoperta, sono stati puntualmente trucidati sulla pubblica piazza dai soliti oscuri mandanti, a minaccioso monito dei nobili rompiscatole a venire.
Immaginiamo invece che all’ingresso della grotta si presenti un tizio senza alcuna capacità e qualità degne di nota, contraddistinto da soli tre aspetti: insopprimibile sete di potere, mancanza totale di scrupoli e, più di ogni altra cosa, una voce possente.
Figuratevi il nostro prendere fiato e iniziare a urlare codeste corbellerie: “Non uscite assolutamente dalla caverna, lì siete al sicuro, qui ci sono solo malattie e animali feroci. Anzi, non fate entrare nessuno, costruite un muro e bloccate l’entrata, ma lavorando sempre di spalle, non sia mai che veniste accecati dai raggi solari che bruciano tutto sul colpo, quindi rimettetevi a sedere e restate fermi, che l’unico modo per vivere felici e a lungo è rimanere immobili a guardare sempre nella stessa direzione.”
E così via, su questa cieca strada.
Al contempo, mettiamo caso che alcuni tra coloro che si trovano al di fuori della grotta decidessero di contrastare le farneticanti urla del primo.
La sfilata dei contendenti che invano si susseguono, per quanto impegnandosi con lodevole ardore, è frustrante quanto monotona.
Un quartetto di archi esegue alla perfezione l’Aria sulla quarta corda di Bach.
E il tizio grida di più.
Una compagnia di danza mette in scena una versione de La morte del cigno talmente suggestiva da far resuscitare Michel Fokine, Camille Saint-Saëns e Anna Pavlova tutti insieme, i quali, malgrado il fallimento degli esecutori, si congratulano comunque per il tentativo.
E lui strilla ancor più forte.
Allora, gli allievi di un’intera scuola d’arte accettano la sfida e grazie a un’improvvisa flash mob si presentano ciascuno con l’orecchio tagliato di fresco e dipingono sul posto tutta la collezione del compianto Van Gogh.
E cosa fa l’avversario dall’ugola tonante e la faccia tosta?
Be’, ride di gusto, perché ditemi voi come si potrebbe apprezzare un dipinto di spalle, per giunta con un imbecille che a pochi metri sbraita come un forsennato.
Di seguito, arrivano attori impegnati verso il basso e scrittori dal cuore generoso che spinge verso l’alto.
Anime pie con il sacrosanto requisito della concretezza o solo gente concreta sufficientemente pia quando occorra.
E maggior tenerezza la suscitano quelle meravigliose chiome grigie con un baule sempre pieno di mai abbastanza scadute testimonianze.
Niente riesce a fermare l’uomo che grida e così prospera alle spalle dei più.
Credo, ma forse mi sbaglio, che sia giunta l’ora.
Di alzare il volume della nostra voce…


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6.9.18

Sono libero

Sono libero, finalmente.
Lo sono poiché possiedo un appartamento volgarmente detto memoria e le chiavi del portone sono qui, al sicuro nelle mie mani.
Sono sempre state lì, fin dall’inizio.
Sarebbe stato sufficiente guardarle, in altre parole sarebbe bastato essere consapevole di poterlo fare.
Sollevare le palpebre davvero e abbracciare il dono a me destinato. Il primissimo ricordo che è diventato inevitabilmente quella specie di immagine preferita che sistemi all’ingresso, affinché ogni ospite comprenda immediatamente dove si trovi.
Puoi ammirare in esso il racconto del momento in cui ho compreso che ogni reminiscenza persa tra le stanze, in un cassetto, come nell’anfratto meno visibile di quel pregiato luogo virtuale, era mia, unicamente mia, e veniva usata e abusata da coloro che non hanno mai dato il giusto valore a ciò che resta indietro.
Ebbene, questa è la peggiore tra le schiavitù…

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5.9.18

Chi ci rappresenta

Storie e Notizie N. 1595

L’ascesa al potere delle politiche di estrema destra non riguarda solo gli Stati Uniti, ma fa parte di un fenomeno globale con un nemico comune.”
Spike Lee

Mi chiamo Laura e ho sedici anni.

Okay, d’accordo, va bene così.
In una parola, scialla.
So perfettamente che per molti la seppur breve premessa sia sufficiente a cambiar strada e navigare oltre. Poco più di una decina d’anni vuol dire molte cose, ingenuità e conseguente facilità a illudersi, tra esse.
Non lo nego, ma più che mai in questo momento della mia vita sto iniziando a domandarmi: siamo sicuri che tali prerogative siano unicamente tipiche di noi altri, cosiddetti adolescenti?
Non so, eh? La butto lì, e chi la vuol prendere lo faccia pure.
Sono qui per condividere e, forse, lo siamo tutti, anche quando non ce ne rendiamo conto.
A ogni modo, dicevo, sono Laura e di anni ne ho compiuti sedici ad agosto.
D’accordo, va bene, okay, che iella. Niente compleanno con i compagni tutti in vacanza, ma scialla comunque.
Col tempo fai l’abitudine a tutto, anche al perenne genetliaco rigorosamente in famiglia.
C’è di peggio, lo so.
Come quello che deve passare nella testa e soprattutto la pancia di gente come Alessio Ferrara.
Il nostro è in classe con me e quel che ha detto nell’autunno dell’anno scorso mi è tornato spesso in mente quest’estate.
Ho rivisto più volte la scena nella mia memoria a tre dimensioni naturali, ovvero immaginazione ancora ad alto regime, predilezione spontanea per i colori forti e spiccato gusto per gli accostamenti straordinari.
Come quello tra il suddetto e Daniela Martini detta Dani.
I due si sono affrontati a singolar tenzone sulla pubblica aula in occasione dell’elezione del rappresentante degli studenti precisamente il sedici di ottobre scorso.
Eppure Ferrara aveva cominciato bene, sapete?
“Malgrado l’ordine alfabetico mi favorisca, do la precedenza a Martini”, ha dichiarato innanzi a noi altri riuniti in un accorato e attento ascolto. “Il gentil sesso ha subito fin troppi soprusi dalla mia categoria, una sincera cavalleria è solo il minimo.”
Si è beccato pure l’applauso, il tipo.
Daniela ha quindi preso la parola un po’ esitante, tutt’altro che convinta che si trattasse di effettiva cortesia.
Non è che sia stato un discorso da illuminata statista, sia chiaro.
Va bene, okay, d’accordo, ma stiamo parlando di un’elezione scolastica, e neanche di tutto l’istituto, ma solo una classe, quindi scialla.
Dani è simpatica ed è una affidabile, una brava ragazza, insomma, oserei pure dire del tutto onesta, sebbene ci sia sempre il fino a prova a contraria che su tutti pende.
In ogni caso, a noi, ovvero a me, bastava saper questo, le parole dette valgono poco alla prova dei fatti, no?
No?
Subito dopo è invece andato in scena Alessio, lasciando la classe esterrefatta.
“Adesso basta, è ora di cambiare, tutti a casa”, ha esordito con voce tonante, prima di proseguire in un’assordante monologo con tanto di palesante schiuma alla bocca.
“I vecchi rappresentanti hanno pensato finora soltanto ai loro interessi, non hanno fatto nulla per gli studenti, questa scuola è uno schifo, il bagno fa acqua da tutte le parti, l’intonaco crolla a pezzi, i banchi sono degli inizi del secolo scorso, le sedie sono arrugginite e la palestra ha i soffitti troppo bassi. Come fai a giocare a pallavolo e soprattutto a pallacanestro con i soffitti modello Hobbit? Votatemi e io vi prometto libri e quaderni a costo zero, taxi gratuiti entrata e uscita per chi abita lontano, sedie con sedile morbido e schienale ergonomico, computer portatili per ogni studente, cellulare libero in classe e bagno con vasca idromassaggio.”
Malgrado il disgustoso affacciarsi della bava, il pubblico sembrava gradire il calore e le esagerazioni di Ferrara.
Il succo del problema è ciò che ha aggiunto di seguito.
“La colpa di questo sfacelo è dei miei predecessori – dando ormai per scontata la sua elezione – e soprattutto degli immigrati che stanno invadendo la nostra classe.”
Tutti quanti noi non abbiamo potuto fare a meno di spostare il comune sguardo su Zhang e Said.
Federico Zhang è nato qui da genitori cinesi, i quali hanno uno di quei negozi che vendono un po’ di tutto, avete presente, no?
Said è invece è davvero nato fuori, per l’esattezza in Marocco, ma è stato adottato.
Quindi, a essere precisi, nessuno dei due è come dire… migrato nel nostro paese.
Tuttavia, si comprese immediatamente che l’evidenza delle cose non fosse il primo tra i requisiti dell'arringa di Alessio, il quale con un cenno del capo ha fatto accendere la LIM dal suo inseparabile compare, Dario Morganti.
“Questa gente è qui per sporcare e danneggiare l’istituto, per vendere droga nei bagni e all’ingresso della scuola, per fare violenza sui ragazzi e soprattutto le ragazze, per imporci la loro religione e cancellare la nostra cultura. Eccovi le prove…”
Il Morganti premette un tasto del pc e i contributi di immagini e video scottanti si sono succeduti sullo schermo.
In ognuno di essi i nostri due compagni dalle origini esotiche apparivano di volta in volta nelle vesti di spacciatori e stupratori, vandali e fanatici integralisti pronti a sterminare l’intera scolaresca, il tutto con effetti digitali e montaggi fasulli a dir poco patetici.
Al ritorno della luce siamo scoppiati tutti a ridere e man mano che ci rendevamo conto che Ferrara e il suo scudiero non stessero affatto scherzando, ma sembravano credere sul serio a ciò che pretendevano di propinarci, la risate si sono fate ulteriormente rumorose.
Ovviamente, l’esito delle elezioni è stato scontato e Dani ha vinto con la quasi unanimità, cioè tutti i voti a favore meno due, voi sapete chi, figuriamoci io.
Tuttavia, torno all’inizio e ribadisco.
Il mio nome è Laura e ho compiuto da poco sedici anni.
Sono ancora molto giovane.
Innanzi a ogni riduttiva considerazione ribatto subito con scialla, per esteso okay, d’accordo, va bene così. Ciò non toglie che sia abbastanza grande da rendermi conto di ciò che avviene al di fuori dei confini della mia scuola.
Ecco perché da quel giorno d’autunno dell’anno scorso non faccio altro che chiedermi: come si fa a scegliere di farsi rappresentare da uno come Alessio Ferrara?
E se ciò dovesse succedere, come si può restar seduti al banco come non fosse accaduto nulla di strano?
O pericoloso?


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