31.3.14

Storie di animali: la festa dentro la balena

Storie e Notizie N. 1092

Fu un giorno indimenticabile, quello.
Questo.
Oggi, intendo.
Una notizia eccezionale per gli amanti dell’ambiente, ma non solo.
Non solo per loro, ecco.
Perché se all’Aja le Nazioni Unite hanno finalmente dato ragione agli australiani, che nel 2010 avevano citato in giudizio i giapponesi, rei a loro avviso di spacciare come scopi scientifici gli interessi commerciali nella caccia alle balene, non sono solo Greenpeace e tutti gli animalisti ad esultare.
C’è la festa fuori.
Ma anche quella dentro.
E quella dentro, signore e signori, è tutta un’altra cosa.
D’accordo, sotto gli occhi di tutti vi sono i party più appariscenti, le celebrazioni più altisonanti, i raduni di massa imponenti e gli happening che rimangono nella storia, quegli eventi memorabili che puoi dire con orgoglio: “Io c’ero.”
Concordo.
Ma ci sono altre feste, come dire, meno raccontate, più nascoste, che non sai quando iniziano e che non durano mai tanto, anzi.
Sono le feste dentro, che per parteciparvi devi essere disposto a cedere qualcosa che sia davvero essenziale.
Leggi come le feste che puoi dire con invidia: “Magari ci fossi stato.”
Nel nostro caso, non furono in tanti a poter vantare l’agognata presenza.
Pochi, in effetti.
Due sardine attempate.
Sorelle gemelle e mezze cieche.
Un'aragosta schizofrenica convinta di essere una rete da pesca.
Che a sua volta aveva catturato un inviperito cavalluccio marino.
Che all’inizio della loro vita insieme la odiava, ma poi ha finito per innamorarsi di lei.
O di lui.
Difficile dirlo con le aragoste schizofreniche.
Poi c’era anche un bambino.
Sì, anche un umano.
Non quel bambino.
Questo non diceva bugie, tutt’altro.
Non potremmo quindi dire che se lo fosse meritato, di trovarsi lì, con gli altri.
Un caso avverso, ovvero ennesimo sberleffo di nostra signora la sfortuna.
Scivoli, cadi e ti ritrovi al buio con due anziane sardine e un cavalluccio marino invaghito di un’aragosta.
Ma poi arrivò quel giorno indimenticabile.
Questo giorno.
Oggi.
E la balena che aveva ingoiato i nostri iniziò a ballare e cantare.
Cantare e ballare così bene, ma così dannatamente bene che al bimbo e agli animali nella pancia sembrò di trovarsi in paradiso.
Che volete farci, è l’Eden dei disgraziati di questo mondo.
Si presenta negli istanti e nei luoghi meno confortevoli.
Quasi nessuno ne viene a conoscenza.
Ma quando arriva vale la pena perfino essere ingoiati da una balena.
E solo chi c’è stato capisce che le feste migliori sono lì dentro.
E' come per il cuore.

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28.3.14

Storie sull'ambiente: Il Daubentonia madagascariensis

Storie e Notizie N. 1091

Sabato 29 Marzo ricorrerà per l’ottava volta l’Ora della terra, evento promosso dal WWF per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo al problema del riscaldamento globale.
In particolare, si punta ad incrementare il risparmio energetico, colpevole secondo gli organizzatori di influire sull’aumento della temperatura del pianeta, invitando i partecipanti a spegnere le luci in un momento preciso della giornata.
Nondimeno, se il destino del pianeta è in gioco e se dell’ora della terra si tratta, credo sia doveroso dare spazio anche al punto di vista di chi non ha meno voce in capitolo di noi altri.
Anzi, non avendo colpa alcuna su quel che sta accadendo, ne dovrebbe avere di più…

Aye-Aye.
Questo è il mio nome comune.
Daubentonia madagascariensis all’anagrafe.
Lento, per gli amici.
Nessun rancore, è chiaro.
Sono lento, non me ne vergogno.
Lo sono sempre stato.
Ultimo ad arrivare.
E ultimo ad entrare.
Ultimo a salire.
E, soprattutto, ultimo a capire, è chiaro.
Indi per cui, spero sarete indulgenti se trovo qualche difficoltà a comprendervi.
Mi faccio un’idea dei miei simili sempre dopo, figuriamoci di coloro che per noi saranno sempre gli alieni, è chiaro.
Altro che extraterrestri.
Siete voi i nostri marziani, ma questa è un’altra storia.
E’ che questo fatto della luce che spegnerete tutti insieme, ma non tutti, cioè tutti quelli che sono d’accordo con la cosa, è chiaro, a me non è chiaro.
Se mi lasciate passare l’ennesima ripetizione.
E’ colpa della mia lentezza, è chiaro.
Sono così lento, ma così lento che mi dimentico che un’espressione l’ho già usata da poco, addirittura nella stessa frase.
Come avrete intuito, mi capita sovente con è chiaro.
Lo psicologo mi ha detto che dev’essere perché sono un animale notturno e perché per me è chiaro sono solo strane parole.
Non ho ben compreso cosa vogliano dire.
Il giorno dormo, è chiaro.
Tranne quando vado dallo psicologo, che riceve solo al mattino, perché la notte segue già un’isterica famiglia di pipistrelli, tutti incasinatissimi.
Ti vedo assonnato, oggi, mi fa all’inizio di ogni seduta. Devo cambiarti i farmaci?
Un genio. Mi sa che sono io che devo cambiare strizzacervelli.
Ad ogni modo, vorrei arrivare al punto del racconto, è chiaro.
Perdonate se ci ho messo un po’.
Vi ho detto che sono lento, vero?
Ecco, l’affare dello spegnere la luce mi sembra una cosa giusta.
Cioè, mi sembra una cosa giusta che vi preoccupiate se la terra scotti.
Anzi, no. Mi pare logico.
Quello che non riesco a capire è perché avete bisogno di rifarlo l’anno successivo.
E’ chiaro, qualche ipotesi l’ho fatta.
Sono lento, mica scemo.
Per me sono sostanzialmente due.
O sono ancora tanti quelli tra voi che, se la terra scotta, non se ne accorgono proprio.
Oppure sono pochi, ma sono gli unici che possono davvero cambiare le cose.
Ma è a loro che dovete spegnere la luce, ma che dico, tutta la corrente.
Voglio vedere poi se non si preoccupano.
Mi sembra chiaro.
Ora.

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27.3.14

Storie di fantascienza: Regno delle presunte scoperte

Storie e Notizie N. 1090

Leggo che grazie a Chad Truyjillo e Scott Sheppard, astronomi addetti al telescopio NOAO in Cile, il sistema solare è diventato più grande.
Difatti, pare che i due abbiano osservato per la prima volta un nuovo pianeta, un pianeta nano

Mi chiamo 2012 VP113, per gli amici Biden.
E sono piccolo.
Nano, giusto?
Quindi piccolo.
Che fantastica coincidenza, però.
Qualcosa di piccolo che rende più grande qualcosa di immenso come il sistema solare.
Certo, qualcuno potrebbe obiettare che, essendo un pianeta, sono tutto fuorché piccolo.
Sì, d’accordo, ma è scontato, dai.
E’ la relatività, nessuno vi sfugge.
Prendi un uomo come tanti.
Nel suo paese è un principe, in quell’altro è un clandestino, in un altro ancora è una forza lavoro, e magari, laddove ritorni a casa, c’è stata la guerra e non ha più niente con cui vivere.
No, perché la legge della relatività non è solo una fredda equazione tra massa ed energia.
E’ qualcosa di molto più complesso.
Talvolta doloroso.
Quasi sempre inevitabile.
Ma nelle storie accade di tutto.
E allora, in questa, capita che il sottoscritto, il pianeta nano, invece di starsene a crogiolarsi sugli allori guadagnati, rimetta tutto in discussione annunciando altre scoperte.
Ne ho un intero regno, intorno a me.
Ovviamente, presunte tali.
Perché se erano già qui, magari da milioni di anni, come si fa a chiamarle scoperte?
Ecco… questo non lo dite agli astronomi, altrimenti ci ripensano.
E mi perdo anche questi ultimi secondi di gloria.
Tre, due, uno.
Zero.
Ero la sorpresa.
Presunta.
Ero il primo pianeta nano del sistema solare.
C’è n’è un altro, molto più piccolo di me.
E’ lì, lo vedete?
No?
Capisco, dev’essere perché siete dritti in piedi.
Questo va osservato a testa in giù.
Adesso? Ancora niente?
Certo, perché dovete infilare i mignoletti delle mani nelle rispettive orecchie.
Sempre nulla?
Ops, dimenticavo la cosa più importante.
Dovete cantare.
Sottovoce, eh? Altrimenti vi prendono per pazzi.
Qualsiasi canzone, intonati o meno, non fa differenza.
Ciò che è davvero fondamentale è che a tempo con la melodia strizziate a turno gli occhi.
Ecco, adesso sì che lo vedete.
E’ bello, vero?
Faccio un passo indietro, torno nel buio di prima e regalo a lui la scena.
Per chi nel buio ha sempre vissuto, le vere scoperte sono gli inaspettati doni del prossimo.

 


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26.3.14

Storie di bambini abbandonati: ai figli della paura

Storie e Notizie N. 1089

Katheryn Deprill oggi ritrova sua madre dopo aver diffuso su Facebook il proprio desiderio di conoscerla. La ragazza, oggi 28enne, venne abbandonata il 15 settembre del 1986 nel bagno di un fast food dalla madre, che allora aveva 16 anni ed era rimasta incinta dopo esser stata violentata.
Capita ad Allentown, Pennsylvania, Stati Uniti.
Capita altrettanto che per molti tale desiderio rimanga tale.
A loro va il post di oggi…

Una, è la madre.
Tante, dicono.
Tutte diverse per molti aspetti, uguali per pochi.
Ma sempre troppi, alcuni sostengono.
Eppure sempre una, è la madre.
Perché tutti, nessuno escluso, figli e genitori sulle rispettive rive del fiume di indifferenti casualità o consapevoli atrocità composto provengono dalla stessa madre.
Non mamma.
Non rende l’idea, la parola affettiva.
Madre, ovvero colei che genera, è una sola.
E la prole è innumerabile.
Spiacente, ma è così che le cose vanno, qui da noi.
Nelle incubatrici inaspettate.
Anzi, no.
Sbagliate.
Proprio come il bagno di un fast food.
Con una coerenza amara ma puntuale, non credete?
Ovvero, nel luogo di incontri veloci e svuotati di sapori naturali.
Cibo e vita che appaiono e scompaiono in pochi secondi.
Una mamma entra nella stanza.
Che all’improvviso diventa piccola, minuscola come l’esile polso avvolto in un altrettanto infinitesimale braccialetto identificatore.
Mi dica, come vuole chiamare suo figlio?
Oh, mi scusi… sua figlia. Che nome vuole darle?
E un attimo dopo sono in due.
Due figli della stessa madre.
Perché la madre è una.
Una sola.
Molte, ci raccontano.
Tutte uguali per alcuni aspetti, diverse per tanti.
Ma ancora troppi, alcuni osservano.
Eppure la madre è una, davvero.
Perché tutti, senza esclusioni, tra genitori e figli su entrambi i lati di una finestra lastricata di tranquillizzanti sogni e voragini dell’infanzia mancata sono nati dalla medesima madre.
Leggi come lei che non dovrebbe aver famiglia alcuna.
Figuriamoci dei figli.
Non mamma.
Solo madre.
Lei, la paura.

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25.3.14

Storie di animali allo zoo: serve spazio e altri tesori

Storie e Notizie N. 1088

I responsabili dello zoo di Copenaghen, quello dell’uccisione della giraffa Marius, hanno in questi giorni ammazzato una coppia di leoni adulti e due cuccioli.
Mancanza di spazio, tra i motivi…

Nel regno dello spazio, lo spazio è il tesoro.
Lì, ci uccidono.
Ancora.
Sì, niente di nuovo, nel film.
Serviva spazio, la solita ragione.
E per noi altri, nulla di originale, nel finale.
Per noi, come per ognuno degli infiniti nostri soprannomi.
Tutti con lo stesso significato.
Ognuno con il medesimo effetto sul prossimo.
Quelli di troppo, il primo è il più scontato.
Guarda, facci caso, perché la storia si ripete sempre.
Ti illude, ovvero, ci illude, ma prima o poi arriva quello che lo dice.
Non c’è spazio per loro, dobbiamo prima pensare a quelli che c’erano prima, non conta come quelli sono arrivati qui, non conta se magari qualche colpa ce l’abbiamo anche noi, quel che preme è il tesoro, solo il tesoro.
Non c’è spazio per tutti, non è per cattiveria.
Non è mai per cattiveria se ci danno la morte.
Se siamo noi a morire.
Gli eterni ospiti, il secondo.
Anche qui, non te lo scrolli, sai?
Per quanto tempo puoi viverci accanto, l’altro, colui per il quale l’altro sei sempre tu, sarai eternamente l’ospite.
Nell’unica valenza scomoda, è chiaro.
Giammai nel senso dell’accogliente padrone di casa.
L'altro tipo di ospite.
Bensì nei panni di quelli che in qualsiasi momento possono ritrovarsi accerchiati da una selva di affamati indici a forma di acuminati artigli accusatori.
Non hai diritti perché non li hai mai avuti, davvero.
Ecco perché la tua vita può essere sacrificata senza indugio.
Per preservare l’unico vero tesoro.
Lo spazio.
E nel regno dello spazio ci conoscete anche come quelli che arrivano.
O quelli che partono.
Leggi come le anime perfettamente oscillanti.
Come un’orchestra che sappia eseguire solo le introduzioni e le chiusure.
Come uno scrittore che scrive solo prologhi ed epiloghi.
Ovvero, magari meno prosaicamente, come un appassionato amante che è capace solo di far innamorare e far dimenticar di sé, al peggio odiare.
Nel mezzo, capita che la danza si arresti, ma solo per necessità.
Lì, noi moriamo.
Perché lo spazio è come un mostro che ha un solo cibo.
Noi.
Eppure, ci sono altri regni.
E altri tesori.
Devono esserci, da qualche parte.
Come la naturale capacità di leggere tra le righe dei discorsi, anche quelli più futili, soprattutto quelli.
Come la piena serenità di abbracciare davvero, senza timore di perdere alcunché nell’incontro.
O come la meravigliosa distrazione nelle mani, solo nelle mani, nell’afferrare tutto e dargli importanza purché sia vivo, trascurando il resto.
Un giorno ci andremo.
E lì, noi viviamo.

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24.3.14

Aereo scomparso in Malesia: un sms per una vita

Storie e Notizie N. 1087

Aereo scomparso.
Aereo ritrovato...
Aereo, dove sei?
Immaginate una danza, quotidiana, che già questo rende l’idea.
Dell’importanza della musica.
Della presenza delle note, nella tua vita.
E più che mai del testo.
Perché è così, dai, che è così.
Le canzoni che rimangono di più nel cuore e nella memoria, che fanno da colonna sonora ai ricordi proiettati di nuovo domani e domani, più che mai in quel giorno lontano nel futuro, sono quelle che ti hanno detto qualcosa.
Ancor prima che cantato e suonato.
Qualcosa che ti ha toccato personalmente.
Quelle parole che sembravano scritte e incise nella strofa principale.
Per te, solo per te.
In quel preciso e adorato istante in cui gli altri passano in secondo piano, sullo sfondo.
Perfino la persona amata per eccellenza, soprattutto lei.
O lui.
Perché se non capisce che questo è il tuo momento, be’, allora, di cosa è fatto l’amore che sostiene di provare per te?
Non sei tu il protagonista, ora?
Aereo scomparso.
Aereo non ritrovato...
Aereo, dove sei?
Domande formali, quesiti monotoni che scorrono sullo schermo, magari letteralmente, sulla fascetta rossa in basso con caratteri in luminoso bianco, tra i risultati del campionato e l’ennesima boutade sotto forma di promessa elettorale.
Nel frattempo, tu sei ancora lì.
Non ti sei mosso di un millimetro.
Non puoi, neanche se lo vorresti.
Intrappolato da un fermo immagine crudele.
Tra il prima e il dopo.
Tra un ingenuo arrivederci e un angosciato interrogativo.
Dove sei?
Già, dove sei.
Aereo?
No, quelli sono gli altri, quelli sono i tanti, coloro che osservano la cosa in platea.
O magari non gliene può fregar di meno.
Noi siamo quelli che un giorno hanno salutato la donna.
L’uomo e la bambina.
La vecchia e il fratello.
I figli o anche solo l’amico.
Se mi lasciate passare il solo.
Un sms.
Così ci hanno comunicato la fine della storia.
Ci hanno mandato un sms.
Ai parenti delle 239 vittime: l’aereo – ancora lui – è stato perduto, non ci sono sopravvissuti.
Due errori gravi in un solo messaggio.
Basterebbe mettersi nei nostri panni, per capirlo con facilità.
Non è l’aereo ad essere stato perduto.
Molto di più.
E i sopravvissuti ci sono eccome.
Saremmo noi…

 


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21.3.14

Storie di bambini: il mondo che c'è

Storie e Notizie N. 1086

Leggo che a Parigi quattro fratellini, rispettivamente di 2 mesi, 2, 5 6 anni sono stati tenuti chiusi in appartamento dalla madre, senza mai uscire, sin dalla loro venuta al mondo.
Al mondo, già.
Spero di cuore che adesso troveranno qualcosa di meglio, fuori.

Si fa presto a dire il mondo.
Il mondo è grande, altra facile espressione.
E si sa come funzionano i più comodi tra i modi di dire.
Divengono in breve frasi assolute.
Ma l’assoluto non abita ovunque.
Prendi una casa, prendila a caso, lì dove c’è ben più di difficile, altro che ingenue espressioni e manciate di parole al vento.
Il mondo è tutto là.
E’ il mondo che c’è.
E allora che fai?
Ti arrendi?
Molli tutto e vai a piangere da mamma?
E se mamma non c’è?
E se c’è, ma abituati al contrario che è meglio?
Allora chiudi gli occhi.
Anzi, no, accendili, manda in fiamme i motori e lancia il razzo all’impazzata, disegna, colora tutto, e illudi tutto.
Te, principalmente.
Vuoi il mare?
Apri il rubinetto e dai vita alle onde, trascurabili carezze sulla sabbia o micidiali tsunami, fa lo stesso.
Tanto è un gioco.
Serissimo, certo.
Ma è per divertirci, dai.
Dobbiamo divertirci, quando il modo che c’è è tutto là.
Il cielo? Le stelle? L’infinito pure?
Il vetro della finestra contiene tutto questo e anche di più.
E quel di più, giorno dopo giorno, diviene l’essenziale.
Quello che farai, ciò che dirai, la vita che costruirai, lontano.
Rigorosamente lontano.
Dal mondo che c’è.
Ora.
Nondimeno, ora non è ancora il tempo di vivere davvero.
Corridoi per strade senza fine e letti come montagne impervie.
Fratelli, solo fratelli, come gente, amici, umanità intera.
Alimentando la speranza, nascosta, custodita con estrema cura, che la gente, gli amici, l’umanità intera che verrà.
Saranno come fratelli.
Proprio come quando si giocava per vivere.
E il mondo che c’è era sufficiente.
Per piangere e per ridere.
Preferibilmente per sognare.
Un mondo più grande e migliore.
Altrimenti, perché uscire?

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20.3.14

Storie di razzismo: vietato l'ingresso alla paura e all'ignoranza

Storie e Notizie N. 1085

Leggo che a Roma, al Tuscolano, i proprietari di un panificio hanno affisso sulla vetrina un cartello con su scritto, in pratica, vietato l’ingresso agli zingari.
Chi di cartello ferisce…

Basta.
Non entrerete più.
Porte chiuse, cancelli invalicabili.
Muri impenetrabili per sempre.
C’è scritto sopra, leggete.
Vietato l’ingresso alla paura.
La vostra puerile e ottusa paura.
E’ una vita che vi attanaglia dentro, vero? Che tormenta la notte come il giorno, che vi rende piccoli, mostruosamente piccoli.
Ma non solo.
Vietato l’ingresso anche alla vostra inguaribile ignoranza.
Un vuoto del cranio ormai irrecuperabile, nonostante l’assordante marea di nobili insegnamenti ed esempi mirabili, di vite vissute e stroncate, sebbene poi glorificate.
Di eroi e leader, di veri eroi e veri leader.
Eppure, malgrado ciò, il vuoto, addirittura più vuoti di prima.
Vietato altresì l’ingresso alla vostra violenza.
Immotivata e infantile violenza, verbale ancor più che fisica, emotiva e delirante, causata da nessuna asprezza del vivere.
Che in qualche modo spiegherebbe, senza per questo giustificarla, l’aggressione del momento.
No, la vostra è una violenza figlia del privilegio, inconsapevole e per questo imperdonabile privilegio.
Vietato l’ingresso, ovviamente, alla vostra incommensurabile vigliaccheria.
La codardia senza limiti, ma precisa, chirurgica nello scegliere oculatamente il bersaglio più facile, la vittima meno difesa, l’altro per il quale nessuno vi condannerà.
Anzi, troverete perfino qualcuno che vi loderà, tra i compagni di viltà.
Perché si sa, quando la codardia ha un suo pubblico diventa addirittura doverosa.
D’altra parte, è inevitabile di conseguenza vietare l’ingresso pure alla vostra totale mancanza di umanità.
Sì, proprio lei, il requisito essenziale, il tassello che non è mai scontato, che è frutto di una scelta di natura, niente affatto un diritto di nascita.
Restiamo umani, ha detto un giorno qualcuno molto migliore di me.
E per restarlo, umani, bisogna prima diventarlo.
Altrimenti, ci si trasforma in qualcosa a cui, oggi, dico basta.
Vietato l’ingresso alla vostra paura.
Alla vostra ignoranza e alla vostra violenza.
Alla vostra vigliaccheria.
E alla vostra mancanza di umanità.
Non vi permetterò più di entrare.
Nella mia mente.
Nella mia pancia.
E soprattutto nel mio cuore.

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19.3.14

Storie sulla pena di morte: le benedette mancanze

Storie e Notizie N. 1084

Capita che negli Stati Uniti ben due esecuzioni vengano rinviate perché manca qualcosa di indispensabile.
Il farmaco letale da iniettare nelle vene dei condannati.
Da cui la ballata delle benedette mancanze…

Si rifletteva, in quel mentre.
Si rifletteva sul fatto che in pochi attimi, meglio di estenuanti lotte per far abolire un rimedio disumano ad altrettanti abominevoli atti, era riuscita una semplice assenza.
Piuttosto che un assordante pieno.
Di gremita piazza, reale o virtuale, di petizioni e slogan, di spot progresso e canzoni impegnative, più che impegnate.
E proprio mentre si rifletteva sul paradosso della civile battaglia, ecco che scoprimmo che il prodigio tale non era, ma solo genitore di una successione di inaspettate sorprese.
Il ragazzino, che in altre miliardi di occasioni si sarebbe diffuso nell’etere come coriandoli al vento, a causa di un piede in fallo sul fiore esplosivo donato dagli amici liberatori, si salvò.
Sì, la mina non esplose ed egli si salvò.
Perché al fato mancò il coraggio di vergognarsi di sé un’ennesima volta.
Ma neanche un secondo più tardi la miracolosa esitazione si ripeté.
Uno schiaffo o un pugno.
Un doloroso colpo, dove l’aggettivo non è mai per il soggetto della turpe azione.
Un uomo e la sua donna, i protagonisti.
Sua.
Leggi come il pronome più abusato degli ultimi anni per giustificarne un altro ben peggiore, di abuso.
Ma la storia cambiò, almeno per una, almeno per lei.
Perché all’uomo, tale solo sulla carta, mancarono le forze all’istante.
Togli la forza al bruto, dice la nostra favola, ed ella visse felice e contenta.
Sopravvisse, ecco, che fu comunque evento straordinario.
Ma non unico, poiché la magia proseguì.
Per una famiglia intera, per lui e per lei, per i loro.
E per coloro che da quest’ultimi nasceranno.
La voce mancò, nel momento preciso in cui uno dei tanti capi di questo mondo si accingeva a decretare la fine di un sogno chiamato lavoro per papà o mamma, tanto il senso del racconto resta identico, la voce mancò.
Mi dispiace, ma è la crisi, abbiamo dovuto fare dei tagli, è che sono momenti difficili, vedrai che qualcosa la trovi.
Sei bravo, sei brava.
Discorso preparato alla perfezione nato già morto.
Ovvero, l’omicidio più giusto della natura intera, quando le vittime sono parole che uccidono davvero, altro che la penna e la spada.
Sei licenziato, sei licenziata.
Ma la voce mancò e i nostri la scamparono.
Si rifletteva, proprio ora, che la fortuna dovrebbe agire proprio così, risultando molto più efficace di mille preghiere.
Togliendo, invece che regalando.
D’altra parte, la cosa era da tempo sotto i nostri occhi.
Una seppur crudele pistola, senza proiettili, fa molto meno male di cento fucili scesi in campo per rispondere al fuoco della prima, per quanto carichi di buone intenzioni…
 


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18.3.14

Storie di bambini: il senso del morire

Storie e Notizie N. 1083

Gli organi del piccolo Francesco morto a Roma per un hot dog, per volontà dei genitori, sono stati donati.
E tale regalo ha salvato le vite di tre bambini, ancora a Roma, a Bari e a Genova.
Ecco la storia che mi suggerisce tutto ciò…

Mi chiamo Namir e non perderò tempo in preamboli.
Men che meno in inutili premure del dire, che nello scrivere sono ancor più evitabili.
Me ne sono andato, così, con un botto tutt’altro che forte, che almeno avrebbe avuto un suo perché.
Il rumore tonante perlomeno resta, nel ricordo di chi rimane. Vi sono tracce nella terra, fori incancellabili o voragini della memoria che almeno rendono merito all’addio.
Niente da fare, neanche quello.
Un’esplosione timida, la mia, che non avrebbe fatto paura a nessuno.
Non per questo ho visto il domani.
E il dì successivo.
Privo di senso, il mio saluto.
Questo è il peccato peggiore, quello del giorno dopo, a bocce ferme, nell’istante in cui ti convinci che non v’è più nulla da fare.
Gridando nel silenzio che è tutto uno schifo.
Che il mondo fa schifo.
Che non vale la pena continuare alcunché.
E allora che tutto bruci, vero?
Tanto, se è andata così, come potrebbe andare meglio dopo?
Cosa potrebbe rimediare al danno peggiore che il destino possa immaginare?
Perché di questo si tratta.
Un incommensurabile danno.
Ma… ma se invece inizi a comprendere che il tuo compito, il nostro, quello di tutti noi, non è quello di rimediare ai danni.
Di aggiustare le cose che sono ormai irrimediabilmente rotte.
Dai, che è cosa comune.
Perdiamo tempo, ore, anni, vite intere nel ricomporre tra loro brandelli d’anima che rappresentano quello che siamo oggi.
Già, questo siamo.
Brandelli d’anima.
Tranne i bambini, già.
I bambini sono perfetti anche per questo.
Tuttavia, se bimbi non siete, potete fare come i genitori di Francesco.
Alessia e Lorenzo hanno fatto l’unica scelta possibile innanzi agli inevitabili morsi del vivere.
Hanno dato un senso alla morte.
Così l’hanno raggirata e, nonostante il terribile vuoto nel cuore, hanno trovato la forza di distrarla.
Per ben tre volte.
Trasformando in vita il dolore.
Mi chiamo Namir e come tanti, divenuti fantasmi troppo giovani, non tornerò indietro.
Ma voi, che siete ancora qua, potete andare avanti, magari donando un senso a dove non c’è stato.
Magari con una piccola storia che nessuno avrebbe potuto ricordare altrimenti…

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17.3.14

Storie sull'amicizia: quando mi hai salvato

Storie e Notizie N. 1082

Chiara Pirola, studentessa di 25 anni, è morta annegata sotto gli occhi del fidanzato per salvare il proprio cane dalla corrente del fiume Brembo.
Per ricordarne l’amore e il coraggio…

Mi hai salvato.
Qualunque cosa sostengano tutti, mi hai salvato.
Sì, lo hai fatto.
Tante di quelle volte che non potrò mai citarle tutte.
Ma ne ricordo molte e questo mi basta.
Mi hai salvato il giorno che mi hai accolto in casa tua.
Tra le tue braccia.
E soprattutto nella stanza più importante nel tuo petto.
No.
Non parlo del cuore.
Non ho mai ambito a tanto.
Accanto, sì, quello sì.
Dell’organo che batte e da ritmo alla tua vita mi è sempre bastata la musica.
La colonna sonora per qualcuno che ama.
Che mi ha amato.
Mi hai salvato, sì, lo hai fatto.
Ogni giorno della nostra vita insieme.
Donandomi una parentesi perfetta in una normalissima eternità.
Perché quelli come noi, che hanno davvero avuto cura l’uno dell’altra, sanno molto bene che il tempo che vale deve avere un inizio.
E una fine.
Il problema, semmai ce ne sia uno, è che possiamo scrivere solo il primo.
I the end di questo mondo, il sipario che chiude, i titoli di coda, non ci riguardano.
La fine, qualunque essa sia, possiamo solo viverla con la stessa forza e passione con la quale abbiamo interpretato le scene precedenti.
Leggila come la coerenza delle star che vincono il tempo.
Le attrici meravigliose che, innanzi alle aspiranti del momento, ti costringono a dire la solita frase.
Ah, be’, ma lei era un’altra cosa.
Tu lo eri.
Perché mi hai salvato con uno sguardo, quel giorno o quella sera, non importa quando.
Perché non eri tenuta a farlo.
Nessuno ti avrebbe mai criticato per il contrario, anzi.
E’ un dovere scritto quanto tacito preoccuparsi solo di se stessi e concentrare la maggior ampiezza possibile degli occhi sull’indispensabile.
Un trucco ben armonizzato con l’abito.
L’abito in sintonia con la scenografia intera.
E la scenografia intera adorata e mai dissuasa, in colori e forme.
No, tu hai mostrato le spalle a tutto questo e mi hai guardato.
Evitandomi il peggio senza nemmeno rendertene conto.
I salvataggi migliori, in effetti.
Senza premio all’orizzonte.
E con un’immane gratitudine che cresce, lì, nell’ombra, dove gratitudine non ti aspetti.
Ora, ad esempio.
Tanta da farmi gridare a tutti che, malgrado quel che dicano costoro, tu mi hai salvato.
E sei lì che mi salvi, ancora.
Ancora.
E ancora sarà, finché avrò la forza di raccontarlo…

 


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14.3.14

Storie sull'ambiente: La vera magia

Storie e Notizie N. 1081

Era una bufala a fin di bene, quella dalla miracolosa macchina in grado di trasformare l’acqua in vino.
Come quest’ennesima bugiardosa piccola storiella senza pretese.

L’acqua in vino.
Un miracolo? Dice uno.
L’acqua in oro, quello è un miracolo.
Sempre se l’oro a me rimane, ecco.
L’acqua in un miliardo di mi piace sulla pagina Facebook, sostiene un’altra.
Accontentati di un milione di followers su Twitter, senti a me, dissente qualcuno.
Che cosa? Salta su un altro ancora. L’acqua per un posto in parlamento, questo è il solo guadagno che rende un senso all’impresa.
Sbagliato, si distingue una voce femminile, tutto sbagliato. L’acqua in cambio di un contratto a tempo indeterminato, questa è la manna.
Un lavoro, protestano in molti, troppi. Anche solo un lavoro che sia uno. Non conta per quanto tempo. Anche solo un giorno per poter rispondere senza vergogna alcuna alla domanda più temuta di questi tempi.
Che lavoro fai?
Gente di poca fede, si inalbera lo scrittore. Io vorrei trasformare l’acqua in fantasia, di quella buona, però, che non tradisce mai il lettore, anche a costo di non piacergli.
E poi con che cosa mangi? Salta su la concreta di turno.
L’acqua in proprietà immobiliari, questo è l’unico affare, non manchi mai il bersaglio col mattone.
Aridi cuori senza speranza, li irride una ragazzina, l’amore, l’acqua vale il sacrificio solo per l’amore.
Un amore felice, le consiglia l’anziana di passaggio, aggiungi la parola felice prima di firmare.
Vuoi l’aggettivo, nonna? Si intromette un giovinastro. Perfetto, ma non l’amore.
La mia acqua la scambio per un viaggio perfetto.
Non puoi chiedere di meglio al passato, in ogni attimo che verrà in seguito, durante il quale, per quanto triste, potrai sempre raccontare e, al peggio, anche solo ricordare quel viaggio perfetto.
In compagnia dell’amore, ribatte la ragazza, felice come vuole la vecchina, non lo sarebbe anche di più?
Parole ignorate dai desideri che si accavallano di seguito.
L’acqua per il goal decisivo, all’ultimo secondo, nella finale del campionato nel mondo.
E l’acqua per un bacio dalla donna che non avrai mai.
L’acqua per un assolo di chitarra, solo per te, dal chitarrista nel poster in camera.
E l’acqua per un minuto, solo un minuto, a chiacchierare con colui che non c’è più.
Papà, mamma, sorella e fratello, amico, amica.
Chiunque tu sia che sei rimasto indietro.
Eppure la vera magia, quella che davvero cambierebbe la storia del mondo e non solo questo innocuo raccontino, sarebbe trasformare l’acqua sprecata in acqua di vita.
Per tanti.
Non servono miracoli, per questo.
Solo acqua…

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13.3.14

Santuario artico al Polo Nord file chilometriche all'ingresso

Storie e Notizie N. 1080

Leggo che anche il Parlamento Europeo dichiara di appoggiare la campagna Save the Arctic di Greenpeace, approvando di fatto una risoluzione a sostegno della creazione al Polo Nord di una sorta di Santuario artico, un’area protetta dove le attività delle compagnie petrolifere e la pesca industriale siano vietate.
La notizia fa il giro del mondo in breve tempo e le conseguenze sono inaspettate.
Perlomeno in questa storia…

File chilometriche.
Di barche, mezzi improvvisati, di zattere malferme e gommoni alla bisogna.
Ben gonfiati o meno, basta che sufficienti a raggiungerlo.
Il santuario.
Artico fa poca differenza, in ultima analisi.
E neppure l’aggettivo qualificante, in effetti.
Santo.
No, quel che conta è la natura del medesimo.
Nessun petrolio, per voi.
Qui non entrate più.
Voi che per il greggio fareste di tutto.
Perfino donare pace e democrazia a chi aveva già qualcosa di molto più importante.
La vita.
E se allora questo vuol dir santo, che siano benedetti i santi di questo mondo.
Soprattutto i posti che tali sono.
Naturalmente per le mere ragioni valide in questo racconto.

File chilometriche da ovunque.
Da ogni luogo ove la gente continua a maledire il giorno, anzi, no, il secondo esatto in cui la natura ha detto sì.
La terra ha fatto lo stesso.
E le creature di passaggio, esattamente in quell’attimo, hanno dato la medesima risposta.
Sì, nascondete pure l’oro nero sotto questa terra, cari dei, alieni, dio bianco con la barba del medesimo colore o chiunque tu sia, signore del caso.
Tanto, che male ci farà?
Un peccato, è un vero peccato che nell’istante in cui furono distribuite le cosiddette ricchezze del pianeta nessuno informò gli interessati su quale prezzo avrebbero dovuto pagare per essere quel che sono.
Leggi come le sfortunate creature di passaggio.

File chilometriche.
Di genti oramai multicolori, in viaggio da ogni punto cardinale, vittime in maniera trasversale di uno spot più che scontato.
Una famiglia sorridente prima di una gita, il belloccio canticchiante di ritorno dal lavoro, la coppia innamorata che sfreccia di notte e perfino la meno probabile scena pensabile, purché prima o poi conduca all’oggetto della vendita.
L’auto.
La meravigliosa strega che irride i privilegiati al prezzo di un pieno.
Di sangue e lacrime lontane.

File chilometriche per cancellare entrambi.
A vantaggio di speranzosi futuri e domani felici.
Negli occhi di chi finalmente sa che esiste una parte di mondo sacra davvero.
Il freddo polare, poi, sarà l’ultimo dei problemi…

 


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12.3.14

Storie di razzismo: Innocente nel braccio della morte

Storie e Notizie N. 1079

Secondo uno studio pubblicato nel 2003 dall'Università del Maryland, le origini dell’imputato, e in generale il fattore raziale, sono un criterio importante nelle decisioni in merito alla pena di morte negli Stati Uniti. I pubblici ministeri sono più propensi a chiedere la pena capitale quando la vittima è bianca rispetto a quando si tratta di un afro-americano.

Il mio nome è Glenn Ford e ho 64 anni.
No, non sono l’attore, che poi è morto da tempo.
Sono l’altro.
L’altro famoso oggi.
Ho qualcosa in comune, con lui, però.
Sono un uomo libero.
Perché tale sono nato e non perché lo ha decretato qualcuno.
Ma non sempre è stato così.
Nondimeno, lo sono di nuovo ora, 2014, Stati Uniti d’America.
E sono nero.

Mi chiamo Glenn e sono venuto alla luce nel 1950.
Io ci sono nato, nero.
Nel 1950 le scuole, i luoghi pubblici, gli autobus e i treni erano ancora spaccati a metà da un invisibile idiota sotto forma di muro.
Bianchi da una parte e neri dall’altra.
L’altra di questo mondo non è mai stata la parte migliore.
L’America non fu da meno.
Fuor di dubbio, ahimè.
Malgrado ciò, ci feci il callo.
Non v’era alternativa per sopravvivere nella zona d’ombra della cosiddetta terra delle opportunità.

Il 5 di novembre del 1983 la mia storia cambiò per sempre.
Così come quella di Isadore Rozeman, l’orologiaio che venne assassinato durante una rapina nel suo negozio di Shreveport.
Fu la fine di qualcosa per entrambi.
Qualcosa che non tornerà più, le cui tracce si riducono ad una foto ingiallita dal tempo.
L’unico giudice infallibile, in effetti.
Sfortuna.
Mala sorte.
Un destino avverso.
Quello di essere lì, nel giorno e nel luogo sbagliato.
E quello di esserci nato.
Nero.

Una frazione di secondo, ecco quanto basta per cancellare un innocente dalla storia.
Isadore Rozeman, orologiaio.
Tre anni per fare altrettanto con me.
Mister Ford, lei è in arresto, 1983.
Glenn Ford, la dichiaro colpevole, 1984.
Ford, sconterai la tua condanna nel Penitenziario di Stato della Louisiana, 1985.
Fino al giorno in cui verrai ucciso, legalmente e giustamente.
Dallo Stato.
Prima di ciò rifletterai tra le sbarre sulla tua vera colpa.
O malaugurata casualità.
Quella di essere stato nero davanti ad una giuria di bianchi.
Con una vittima bianca.
E un colpevole da condannare.

Mi chiamo Glenn Ford e oggi ho 64 anni.
E sebbene innocente e libero, sono ancora nero.
Spero davvero che in tutto questo tempo qualcosa sia davvero cambiata nel mio paese.
E nel mondo...

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11.3.14

Robocop Google Glass: occhi di Tarana sono meglio

Storie e Notizie N. 1078

Cari soldati,
mi chiamo Tarana e ho saputo che ora avrete anche i Q Warrior, gli occhiali smart con la realtà aumentata, i Google Glass militari, che vi renderanno dei Glassoldiers.
Non ho compreso perfettamente a cosa serva davvero tutto questo, ma mi pare che grazie a questa portentosa coppia di lenti potrete vedere di più.
E meglio.
Giusto per sapere, ma spenderete del denaro per costruire questa roba?
No, perché se vi interessa, dati i tempi di crisi, potrei farvi risparmiare la spesa.
Sempre se quel che vi preme maggiormente sia vedere di più.
E soprattutto meglio.
Allora, se mi concedete un secondo, posso offrirvi due alternative.
Vedere è un valore, è indubbio.
Vedere le cose come effettivamente sono lo è oltremodo.
Credo rappresenti il massimo laddove si desideri vedere di più.
E quindi meglio.
Ma allora eccomi, sono qui per voi.
Io ho visto.
Più di ogni altra persona, visto che sono lì ancora adesso.
Anche se spesso il vedere meglio me lo sarei risparmiato.
Ciò nonostante, se la mia sfortuna può servire a qualcosa ne sarei felice.
Anche solo ad una.
Quanto basta per dare un minimo senso al dolore.
Come all’inspiegabilità di quest’ultimo.
Se poi questo qualcosa è permettere soprattutto a voi di vedere di più e meglio, be’, tutto quadrerebbe alla perfezione.
Bando alle ciance, siete pronti?
Eccovi la prima alternativa: guardate cosa ho visto con i miei stessi occhi.
Ma se tutto ciò non bastasse, con la seconda soluzione vedrete ancora di più.
E infinitamente meglio: restate a casa, non avete bisogno di venire qui per vedere. Chiudeteli, gli occhi, e aprite le orecchie.
E vi racconterò quel che davvero state facendo nel mio paese…
 


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10.3.14

Spagna 350 euro ai clandestini: il paese che offre di più

Storie e Notizie N. 1077

Leggo che il Ministero dell’Interno spagnolo si impegna a dare 500 dollari agli immigrati senza permesso di soggiorno che accetteranno di tornare nella propria terra d’origine.
La notizia mi ispira la seguente storia…

C’era una volta un paese che aveva uno scopo sopra tutti.
Allontanare dal proprio suolo tutti gli indesiderati.
Le persone che nessuno voleva accanto.
Ma neanche lontano, a meno che lontano fosse accettabile.
Ovvero al di fuori dei confini.
Leggi come fin dove arrivi la capacità di immaginazione di un popolo.
Indi per cui, chi di dovere si industriò nell’individuare la priorità.
In altre parole, la categoria in testa alla speciale classifica stilata proprio in base all’immaginazione di cui sopra.
Il presunto premio fu vinto dagli irregolari, gli stranieri privi di sufficiente documentazione, i non cittadini.
Sintetizzando, gli usurpatori del diritto più sacro, quello di poter restare.
Sempre secondo il livello di fantasia nel paese al centro di questo racconto, è chiaro.
500 dollari, circa 360 euro al cambio attuale, fu il prezzo concordato per acquistare l’addio degli intollerati intrusi.
Tuttavia, all’indomani della prima epurazione, gli abitanti si guardarono l’un l’altro, tutt’attorno e soprattutto dentro.
Perché fermarsi qui?
Cosicché, venne fuori uno che propose di fare lo stesso con gli zingari.
Vuoi dire i Rom? Chiese un altro.
E’ uguale, rispose il primo, tanto qual è la differenza?
Già, qual è...
E allora si offrirono agli zingari o i Rom, tanto per il paese era l’istesso, ben 1000 dollari per andarsene.
Via dagli occhi, via il problema.
Ovverosia, come dice il noto detto, occhio non vede, discriminazione non duole, o così mi pare.
Finì così?
Magari.
Magari per i non etero, infatti.
Poiché gli abitanti, come dire, d’origine controllata promisero addirittura 2000 dollari ad ogni omosessuale, lesbica o di qualsiasi altra preferenza sessuale non canonica, in cambio dell’accettazione di un biglietto di sola andata per…
Oh, qui sorse ovviamente un problema non da poco: qual era il paese d’origine dei gay?
Vennero fuori ipotesi improbabili e allora si arrivò ad un compromesso: la meta la decidessero loro, poi saranno cavoli del paese che li accoglierà.
Ne ebbero abbastanza?
Eh no, perché è storia vecchia, molto più vecchia di questo raccontino.
Quando l’uomo inizia con l’assecondare se stesso, nel meglio come nel peggio, non ne può più fare a meno.
E nel caso del peggio che il cielo, o chi per lui, protegga i deboli e gli inermi di quel paese.
Per farla breve, gli abitanti alzarono ogni volta la posta e pian pano convinsero a partire ogni tipologia di persona che ritenessero giustamente allontanabile.
Il finale è scontato, vero?
Ma lo racconto lo stesso, giusto per non lasciare la fine in bianco.
Ne rimase uno.
L’unico cittadino rimasto era il solo destinato a ritenersi perfettamente degno di esserci.
Il modello per tutti, anche se tutti non erano più lì.
Il più ammirato, perché colui con più diritti al tutto, che tutto non era più, perché ormai altrove.
Il più in ogni cosa, adorato incondizionatamente dal paese intero, ora svuotato.
Il più ricco, ovviamente, l’unico capace di offrire denaro ai nuovi estranei del momento, cioè tutti.
Passò un anno?
Macché.
Un mese?
Neppure una settimana, a dirla tutta.
E fu così che, dopo neanche un giorno di solitudine, il cittadino ideale, ma tale solo in compagnia degli imperfetti, offrì un miliardo di dollari a chi tra loro avesse voluto tornare nel paese.
Chiunque tra loro…

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7.3.14

Storie di animali maltrattati: posso ricambiare?

Storie e Notizie N. 1076

Grazie, Alex.
Grazie di cuore a te e anche a Mel per aver tatuato il vostro amore sulla mia pelle.
Certo, potevi almeno chiedermelo prima.
Ma tanto ero sotto anestesia per l’asportazione della milza, giusto?
E, seppur sveglio, come avresti potuto conoscere davvero il mio parere a riguardo?
D’altra parte, non credo ci volesse un traduttore abbaio-umano per indovinare il mio punto di vista sulla cosa.
Ad ogni modo, visto che la frittata ormai è fatta e trattasi di azione affettuosa quanto irreversibile, vorrei sfruttare questo spazio per esprimere un desiderio.
Vorrei ricambiare.
Vorrei tanto ricambiare siffatto amore.
Allora, caro Alex, per cominciare ti dico che non ho fretta.
Tanto, prima o poi capiterà anche a te un interventino.
Uno qualsiasi, eh?
L’importante è che ci sia una bella sniffata di gas e una conseguente dormita.
Dormita con sorpresa, caro innamorato.
Eh, perché mica solo te ami.
Almeno fin qui presumo ci arrivi anche tu.
Si da il caso, però che il sottoscritto abbia un cuore, come dire, più generoso, ecco.
Indi per cui, una volta precipitato nel sonno del paziente, in tutti i sensi, mi adopererò per imprimere sulla tua pelle tutto il mio amore.
Comincerò con la fronte: io amo i prati in grassetto, con un bel paio di cespuglioni verdi di lato e con uno sfondo azzurro, che non guasta mai.
Quindi passerò alla guancia destra, anzi, no, sinistra. Oppure tutte e due, dai, che fanno pendant! Due begli ossi succulenti che trafiggono un cuore rossiccio, come li vedi?
Del resto io amo gli ossi, dovresti saperlo, anche più dei prati.
Ma mai quanto la mia cuccia, tesoro.
Allora, su quell’ammasso molliccio che chiami addominali tatuiamo una bella cuccia color legno, bifamiliare.
Già, perché non posso di certo dimenticare l'adorata barboncina del vicino.
A questo proposito, per la mia Mel, insomma, ho pensato ad un bel ritratto della cagnetta formato gigante sulle tue spalle, dal collo al bacino.
Nuda, eh? Roba osé, per voi, ma per noi cani è tutta natura.
E io amo la natura.
Perciò, propongo di ricoprire quelle tue gambette opportunamente depilate con una fantasia di alberi e fiumi, montagne e spiagge estive, radure di campagna e valli innevate.
Per rendere la cosa ancor più realistica ci aggiungiamo anche scoiattoli che fornicano e facoceri che defecano, magari sul tuo lato B.
E’ natura, Alex, lo sai.
Quel che a te scandalizza, per noi bestie è indifferente.
Al contrario, amico caro, quel che per te è indifferente, come incidere a mia insaputa la mia pelle con forme e colori a me ignoti, per il sottoscritto può essere anche peggio di un semplice scandalizzarsi.
Come vorrei che questa storia fosse vera, al mio risveglio…

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6.3.14

Storie di animali estinti: il Dinosauro più grande

Storie e Notizie N. 1075

I ricercatori Christophe Hendrickx e Octavio Mateus dell'Università di Lisbona e del Museo di Lourinha hanno trovato in Portogallo i resti del più grande dinosauro mai scoperto in Europa. Il Torvosaurus gurneyi è un predatore carnivoro del Giurassico lungo almeno 10 metri, con un peso tra le 4 e le 5 tonnellate, con denti di 10 centimetri e un cranio di 115.
Ma questa, come spesso accade, è solo una parte della storia…

Si fa presto a dire il più grande.
O il più veloce.
Lo sanno bene Carl Lewis e Pietro Mennea, per citare due nomi a caso.
Oltretutto, laddove si arrivi alla celebrazione sulla pubblica piazza, una esaustiva distribuzione dei meriti sarebbe d’obbligo.
Anzi, niente condizionale.
E’ d’obbligo.
Indi per cui, mi accingo a fare luce sull’accaduto.
Il Torvosaurus è sì il più grande dinosauro mai trovato in Europa, ma va anche spiegato il perché.
Tutto vero, al momento del decesso il nostro pesava precisamente 4 tonnellate e 850 kilogrammi, ma almeno due tonnellate le si devono al Kornhettauros ryplenum, flaccido vegetariano del Giurassico, dal corpo allungato e le gambe corte e tozze, che la presunta star del racconto si era ingurgitato la sera prima.
All’alba dolori di ventre innominabili per l’ingordo Torvosaurus, tra l’altro inconveniente affatto raro per gli esemplari della sua specie, riconoscibili per una perenne espressione cupa sul volto, ovvero torva.
Da cui il nome dell’animale.
Ad ogni modo, il Kornhettauros va quindi inserito nei titoli di coda di quest’osanna?
Certo, ma non solo.
Si da il caso che l’obeso malcapitato, tutto fuorché un moderato della tavola, poche ore prima della sua dipartita nelle fauci del Torvosaurus si era strafogato con una indigesta pianta carnivora, la Grahnfjaam di Barbabyetholas.
Una tonnellata di insalata con due file di denti aguzzi nel mezzo, che per ingannare l’insetto di turno si era pure condita con olio e sale.
L’aceto ancora non c’era nel Giurassico, altrimenti lo avrebbe aggiunto.
Sarebbe stata la sua salvezza, visto che il Kornhettauros è allergico proprio all’aceto, ma ovviamente non lo sa, sempre perché nel Giurassico l’aceto non c’era, e allora di che cosa stiamo parlando?
Stiamo parlando del fatto che, dopo aver citato anche la Grahnfjaam nel nuovo record europeo in tema di dinosauri giganti, e avendo fatto i giusti conti, al Torvosaurus rimane un peso netto di una tonnellata e 850 kilogrammi.
Rimaneva, ad essere onesti.
Poiché pare che l’ormai ex primatista, nei secondi subito prima di spirare, aveva perso un’altra tonnellata.
Il peso dell’anima?
No, magari.
Il poveretto aveva, come dire, il corpo coabitato da una folta colonia di perniciosi pidocchi giurassici, pronti a scappare al momento dello sfratto esecutivo. E quando si insedia in massa, lo Skrocconem infingarduz fa le cose in grande.
Quindi, aggiunto l’abusivo parassita all’elenco dei meriti, se la matematica non è un’opinione il nostro predatore pesava solo 850 kilogrammi.
Ma ecco il nuovo record.
Il Torvosaurus era il più magro dinosauro d’Europa.
Ma che dico? Del mondo.
Niente di nuovo.
Perché le piccole storie non tolgono mai nulla alla verità.
Casomai, aggiungono…

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5.3.14

Città più care del mondo classifica 2014 dipende da te

Storie e Notizie N. 1074

E’ stata appena diffusa la classifica delle città in cui la vita è maggiormente costosa.
Nella top 10, al primo posto c’è Singapore, di seguito Parigi, Oslo, Zurigo, Sydney, un gruppetto a pari merito formato da Caracas, Ginevra, Melbourne e Tokyo e al decimo Copenaghen.
D’altra parte, a mio modesto parere, tutto dipende da chi tu sia.
Ovvero, parlando di tasche, se tu sei un miliardario non fa poi molta differenza dove vivi, così come per uno squattrinato o disoccupato l’una vale l’altra.
Il primo vivrebbe da privilegiato ovunque, così come il secondo arrancherebbe a Singapore come a Caracas.
Tuttavia, non di solo denaro vive l’uomo, non è così?

Luisa è una sognatrice incallita e la città più costosa per lei è quella più ricca di illusioni, dove invece trova vita facile Andrea, che non sognava nemmeno quando aveva tutti i diritti per farlo, figuriamoci quando ha capito che hanno un costo.
E a proposito di costo, la città più cara per Giulio, fanatico dell’attimo presente, è quella più frenetica, dove tutti corrono e nessuno ha tempo per il tempo.
Solo per l’orologio che promette qualcosa di bello puntualmente nel secondo successivo.
Città in cui si culla Daniela come una bambina che ammira il proprio giocattolo preferito.
Mai quello che ha in mano, sempre quello che avrà dopo.
Dopo.
E dopo.
Domenico, poveraccio, pretende di scrivere storie per ragazzi e vive nella città più costosa del mondo per quelli come lui.
Il paese del salto ad occhi chiusi, lo chiamano.
Dall’infanzia all’età adulta, direttamente, senza passare dalla magia.
La tanto sottovalutata adolescenza.
Ma di quello stesso paese Claudia ne è diventata la regina.
Una sovrana che sostiene di parlare ogni giorno con l’infante che è stata, ignara di aver perso le stazioni essenziali, durante il viaggio sul treno del vivere.
Quelle in cui distribuivano un dizionario per capirle davvero.
Le parole con cui raccontarla.
La tanto violentata adolescenza.
Giovanni ha un dono ed è quello di guardare negli occhi altrui quando ascolta qualcuno.
Chiunque egli sia.
Niente di speciale, dite?
Lo fa per tutto il tempo di cui l’altro ha bisogno.
Sempre normale?
Quando l’altro ha finito non ha alcuna fretta di dire la sua e rimane lì, con gli occhi nei tuoi, in attesa che venga fuori il resto.
Il fondamentale resto.
E lo fa per tutto il tempo di cui l’altro ha bisogno.
Ora, presumo avrete compreso l’eccezionalità del tipo, ma ahi lui il nostro vive nel luogo più caro al mondo per gli ascoltatori da Oscar, ovvero la città degli eternamente connessi.
Con Iphone al limite del soprannaturale o patetici smartphone con le mere applicazioni di serie, affollatissimi social network o asocialissime chat per nickname difficilissimi da pronunciare, con qualsiasi cosa tranne quel che lo rende unico.
I tanto sottovaluti e violentati occhi.
Naturalmente, per un tale sfortunato, ce ne sono altrettanti, anzi, molti di più, che in quella medesima città sono così pieni di amici che non sanno cosa farsene.
Letteralmente.
Non è facile, ma penso che la vera fortuna rimanga quella di trovare qualcosa che, in qualsiasi città vi troviate, rimanga la stessa.
Credo, forse, che abbia a che fare con l’amore.
 


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