31.10.13

La bambina che non cresce mai video: il segreto di Brooke Greenberg

Storie e Notizie N. 1003

La bambina che non cresceva mai è morta a 20 anni nel Maryland, Stati Uniti.
E’ spirata in un corpo che dimostrava poco più di un anno.
E la corsa nel comprendere dove si celi il segreto della sua innaturale resistenza all’invecchiamento, al di là del male che l’ha condannata sin dalla nascita, pare sia già partita.
Perché l’elisir di lunga vita è stato e sempre sarà il più ambito miraggio dell’umanità.

Aggiornamento: questo racconto è contenuto nel libro Roba da bambini, (Tempesta Editore - 2014)

Un segreto, già, un segreto prezioso.
Eccolo.
Mi chiamo Brooke e sono vissuta venti anni.
Venti anni in uno spazio piccolo, come solo sa essere il corpo di una bambina.
Dicono 76 centimetri di altezza per 7 chili circa.
Sarà, ai numeri non ho mai prestato particolare attenzione.
Questo non è un segreto, in effetti.

La bambina che non cresce mai, questo è il titolo del mio romanzo.
Anzi, del film.
Lo faranno, vedrete.
Sono curiosa di sapere chi interpreterà me stessa.
Certo, la trama è scontata.
Nascita, 20 anni e fine.
Ma anche questo non è un segreto, d’accordo.

I giornali oggi sono la mia casa.
Forse anche qualche trasmissione televisiva ospiterà la mia vicenda.
Tra uno spot e l’altro anch’io avrà la mia ribalta.
Peccato che si tratti dell’ultima scena.
Prima dei titoli di coda.
Nessun segreto, qui, è ovvio.

Magari si parlerà di me anche domani e domani l’altro.
Un documentario.
Un video su Youtube.
Perfino una pagina Facebook dedicata alla mia storia.
Ma poi il tempo passerà e altri casi eclatanti si affolleranno sullo schermo, allontanando le storie ormai scadute.
Segreto? Neanche a parlarne.

I miei non mi dimenticheranno, come potrebbero?
Diverrò una bella foto sul camino.
Oggetto di conversazione in una cena con amici e parenti.
Anche l’amore che è stato ed è rimasto.
Soprattutto.
Sebbene per un tempo circoscritto.
Ma chi può pretendere di più?
Va bene, pure qua il segreto non esiste.

Sarò un DNA da studiare.
Da osservare con estrema cura.
Un vetrino con l’etichetta che porta il mio nome.
Lì, tra le infinitesimali pieghe dei miei geni, dicono si nasconda il mistero.
L’eterna giovinezza.
La cosiddetta magia che mi ha protetto dall’assedio delle rughe per tutta la mia vita.
Un segreto? Certo che lo è.

Ma non è l’unico, dentro di me.
E per mia fortuna c’è stato altro da scoprire, nella mia seppur breve esistenza.
Non servono avveniristici microscopi, per questo.
E’ scritto nei miei occhi.
Sbrigatevi a leggere prima che le prime pagine si liberino di me...

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30.10.13

Israele libera palestinesi e nuovi insediamenti: l’onda sulla pace

Storie e Notizie N. 1002

Leggo che il governo israeliano, mentre con una mano annuncia la liberazione di 26 detenuti palestinesi, con l’altra ordina l’insediamento di ben 1500 nuovi alloggi. La sproporzione tra le due iniziative mi ispira la seguente storia:

L’inquadratura cala dall’alto e stringe su Amani, una bambina che disegna sulla sabbia, in riva al mare.
Siamo sulla spiaggia della striscia di Gaza.
L’immagine si fa più nitida.
Dettagliata, per nostra fortuna.
E l’occhio della telecamera, ovvero il nostro, dopo aver sostato con dolcezza sul volto della piccola, si dirige sulla novella creazione.
Benedetta sia la precisione nei particolari.
Nel racconto della vita come nella rappresentazione più popolare di quest’ultimo.
Spesso cambia significativamente i contorni dei fatti.
Quasi sempre, anzi, senza quasi, ne trasforma il senso.
Non è un disegno, quello.
Perdonaci, Amani.
Adesso vediamo con chiarezza che si tratta di una parola.
Ovvero, la prima lettera che ad essa da il via.
P, in Italiano come in Inglese e Spagnolo.
S, in Arabo.
Salaam.
La bimba non è andata avanti ed è ferma su di essa.
La prima lettera.
Ricalcando con fervente impegno e instancabile lena i solchi che la compongono.
Nonostante le onde del mare mortifichino i suoi sforzi, insiste tenacemente nell’incidere sulla sabbia l’incipit del suo pensiero.
Desiderio.
Amore.
Sintetizzando, leggete pure orizzonte.
Leggete, ma non fate l’errore di sottovalutare.
Un uomo anziano si avvicina e le chiede sopraffatto dalla curiosità: “Piccolina, perché non scrivi più su, dove l’acqua non può arrivare? Così non potrà cancellare il tuo lavoro.”
Amani solleva il capo e non risponde.
Si limita a fissarlo.
E’ uno sguardo provato, il suo.
E al contempo intriso di una determinazione sconvolgente.
Capace di resistere a qualsiasi nemico, per quanto insensibile e prepotente.
Figuriamoci le onde del mare…

 



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29.10.13

Halloween 2013 in Italia: i mostri sono dentro

Storie e Notizie N. 1001

E’ la sera del 31 ottobre 2013.
I De Maria hanno appena terminato la cena.
Non hanno mangiato tanto, ma non è stato per mancanza di cibo.
Non è mai stato il peso del piatto il loro problema.
E, probabilmente, mai lo sarà.
Sono una famiglia medio alta, nella piramide sociale.
Il medio lo aggiungono loro, per modestia.
O forse per il fisco.
Differenza opinabile, se alla fine dell’anno quest’ultima non emerge dalle fatture.
E’ la sera del 31 ottobre e per i De Maria è una come tante.
Si mangia veloci, ognuno nella sua stanza.
Ipnotico schermo piatto davanti agli occhi, vassoio apparecchiato distrattamente e cellulare sempre aperto sul mondo esterno che conta.
Gli amici del golf e le amiche del club, compagne e compagni di gang di ragazzi rigorosamente bene, amanti a vario titolo, parenti scomodi ma danarosi, compagne di lavoro e di shopping, compari di poker e di ufficio, sono tutti lì a portata di clic, balzando tra FB e WhatsApp a cavallo di un Tweet.
L’importante è la distanza, ai piani elevati della suddetta piramide.
Perché più si sale in cima e maggiormente è necessario guardarsi le spalle, ma che dico, ovunque.
Figuriamoci se si vive insieme…
E’ giunta quindi un’altra sera, per i De Maria.
Il 31 ottobre.
Una come tante.
E il campanello della porta infrange la monotona quanto rassicurante ritualità dell’attimo.
Si da il caso che quella sera, un 31 ottobre come tanti già sfilati indisturbati sotto quello stesso tetto, la cameriera sia a casa con la febbre.
Al secondo squillo, visto che nessuno si muove, la signora De Maria si reca alla porta e dopo aver guardato attraverso il videocitofono e aver pronunciato invano il consueto interrogativo chi è, si decide ad aprire.
Non appena dischiude del tutto l’uscio, rimane senza fiato, con la bocca spalancata.
Pochi istanti, e il resto del famiglia giunge incuriosito alle sue spalle.
Il signor De Maria e i ragazzi si fermano immobili anch’essi, d’improvviso privi di parola e, sebbene non siano mai stati così vicini in così poco spazio, si solidificano in un corpo solo con espressioni tra lo smarrito e l’angosciato.
Quella sera, un 31 ottobre apparentemente uguale a molti prima, si rivela straordinariamente diverso dai precedenti.
E’ così che i nostri scoprono Halloween.
Il loro Halloween e le loro maschere.
Difatti, davanti ai De Maria c’è tutto il campionario di costumi, con tutte le varianti dei senza.
Il disoccupato senza stipendio, la pensionata senza pensione, il giovane senza lavoro, il migrante senza permesso di soggiorno, il bambino senza futuro.
La signora De Maria si schiarisce la voce e, rammentando qualcosa sulla festa in questione, mormora titubante: “Dolcetto o…?”
Il bimbo si fa avanti e risponde: “Niente scherzetti, stavolta. Vogliamo il dolcetto.”
Anzi, tutta la pasticceria.

Il video:






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28.10.13

Storie d'amore: la festa continua qui

Storie e Notizie N. 1000

Leggo di un’ennesima esplosione omicida in Afghanistan.
Omicida di vite e, come spesso tragicamente accade, di momenti felici.
Un compleanno o una ragione qualunque per festeggiare, divengono all’istante il motivo per il quale si viene spazzati via dalla Storia.
Come un matrimonio, nel caso in questione, dove per la maggior parte donne e bambini hanno interrotto il proprio viaggio.
Una giornata di gioia in meno, felicità certa e mancata, tra una miriade di imprevisti attimi, saltellando con coraggio tra una bomba e l’altra.
Come vorrei che esistesse un luogo dove la festa continui, nonostante quel che la vita racconta.
Lo sto cercando, vorrei costruirlo con le mie stesse mani.
Per ora ne scrivo…

Conosco un posto.
No, non vi dico dov’è.
Non è per sfiducia, credetemi, altrimenti non ve ne parlerei affatto, no?
E’ che ho il timore che indicandolo, lì, visibile nel mappamondo dei professionisti del concreto, costoro possano indicarlo a loro volta.
E per distrazione, è chiaro, schiacciarlo.
E’ un punto piccolo, di scarso valore. Non c’è petrolio, ve lo dico subito, eh?
Ricchezze naturali neanche a immaginarne, senza scherzi.
Tranne quelle umane, è ovvio ma purtroppo o per sfortuna nessuno scende in campo per queste ultime.
Sono esse stesse il più delle volte a dover tirar su le maniche per rimediare alle conseguenze degli adoratori del pragmatismo.
Dicevo, questo luogo è privo di interesse commerciale, eppure sopravvive alla crisi senza affanni. Forse perché sul mappamondo di cui sopra è invisibile.
Magari perché, proprio per questo, non ne troverete menzione sui giornali dalla prima pagina nobile e tantomeno nei salotti televisivi rigorosamente con rissa in diretta, più o meno programmata.
Diciamo che non esiste tranne per chi riesca ad immaginarlo, così escludiamo un bel po’ di gente, che lasciamo impegnata nelle cose serie, davvero serie, come direbbe un meraviglioso principe bambino dalle pagine di un favoloso libro.
E’ un paese che dorme accucciato tra le righe degli articoli dei grandi quotidiani, che appare sullo schermo della tv per una frazione di secondo nello zapping tra un canale e l’altro, è altresì ammirabile nel monitor del pc unicamente se si è in grado di digitare con esattezza il suo nome nella barra degli indirizzi. Un nome arduo da pronunciare, inutile che ci provate.
Capirete, è un sito raro e difficilmente raggiungibile, neppure quelli di Wikileaks e dell’NSA sono riusciti ad intercettarlo.
Che il cielo, la terra e pure saturno, va’, più sono e meglio è, lo mantengano così.
Un luogo lontano.
Dalle bombe e soprattutto dall’attenzione dei potenti di questo pianeta.
Senza i quali non ci sarebbero le bombe.
E quindi neanche altra attenzione.
Di altri potenti.
Di altre bombe.
E ricomincia.
Ecco, è lì che è volato il bus con a bordo la gioia e l’emozione di assistere alla moltiplicazione dell’amore, o anche solo la semplice contentezza di essere in viaggio verso una destinazione colorata di futuro.
E’ lì.
Qui.

 



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25.10.13

Storie sull'ambiente: la condivisione della luce

Storie e Notizie N. 999

Ho il vivo piacere di concludere questa settimana dedicando le mie parole agli abitanti di Rjukan,
una città norvegese che ha vissuto finora con un’inaccettabile privazione, malgrado temporanea.
Trovandosi nel mezzo di una sorta di conca, la luce del sole non riesce ad illuminare il paese da settembre a marzo.
Tuttavia, la sgradita penombra ha i minuti contati.
Grazie all’esempio di una località italiana, Viganella, in Piemonte, che ha così sconfitto il buio, i norvegesi hanno posizionato sulla vetta dell’ingombrante montagna tre giganteschi specchi, detti eliostati, capaci di riflettere i raggi del sole perlomeno sulla piazza principale di Rjukan.
Oh, come vorrei che questo esempio fosse, come dire, virtuosamente parafrasato e diffuso come un virus.
Benefico.

La condivisione della luce diede il via al racconto.
Di una nuova narrazione del vivere, udite udite.
Che dire, era lì, sotto gli occhi di tutti, da sempre. Il sole condivide in quanto sole. Non fa altro, perlomeno dal nostro punto di vista.
E noi altri non dobbiamo far altro che piegarci innanzi a questa fruttuosa reazione a catena.
La luna già l’ha fatto da tempo immemore e sfido io a trovare qualcuno che dissenta.
Lupi e gatti innamorati in primis.
Tuttavia, quel che si chiede a chi si fregia dell’umano senso per l’invenzione è qualcosa di più che il semplice godere del dono.
E la luce fu, se mi perdonate la quanto mai irreverente citazione.
Anzi, fu la condivisione a far da luce, allorché si compresero appieno i vantaggi della condivisione delle buone idee.
Le buone, senti a me.
Non è banale, poiché di pulsanti condividi e share ne è pieno il mondo virtuale come quello reale, ma, in ultima analisi, che cosa ci stiamo realmente passando tra le mani?
Tra un occhio e l’altro?
Tra cuori e coscienze?
A seguire ci fu la condivisione delle scoperte.
Anche qui nessuna convenzionalità, poiché furono le personali rivelazioni dell’animo ad esser rese materia comune, ovvero le singole intuizioni della piccola vita tra le molte.
Traducendo, luci.
Non più sole, a far da massa in un’immancabile pagina su FB.
Bensì, il sole, l’astro che diede il via alla storia, questa.
E tutti insieme, scintille di pari valore, debuttammo nello spettacolo del cielo.
Potrei andare avanti all’infinito e, fortunatamente, voi ed io non abbiamo tutto questo tempo.
Ecco perché nell’attimo ideale, qui, ora, scrivo fine rendendo omaggio alla condivisione che preferisco.
Quella delle storie.
Di realtà e sogno colorate.

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24.10.13

Storie di razzismo: storia delle eccezioni

Storie e Notizie N. 998

Leggo che a differenza della bambina trovata in Grecia in un campo nomadi, l’altrettanto bionda bimba che era stata sottratta in Irlanda ai suoi genitori – sull’eco del primo fatto – è in realtà davvero figlia di costoro.
Una bimba bionda Rom.
Cito testualmente: ‘Ad allarmare la polizia erano stati i capelli biondissimi e gli occhi azzurri della bimba, da qui la decisione di affidare la bambina ai servizi sociali.’
Dopo l’esame del DNA, la piccola è stata restituita ai genitori.
Dal canto mio, sull’eco di entrambe le notizie, deduco la seguente storia…

Questa è la storia delle eccezioni.
Sì, eccezioni.
Avete presente quelle note cadute dal pentagramma, che non puoi fare a meno di sentire?
Sono qui ad omaggiarle tutte, nessuna esclusa.
Perché, malgrado una volta iscritte nello spartito scompaiano dal quadro generale, contribuiscono al successo di quest’ultimo in maniera, come dire, fondamentale.
L’eccezione conferma la regola, si dice così.
E cosa farebbe senza le conferme, la Storia che tutti quanti noi riteniamo la più attendibile a raffigurare il nostro cammino? Sono come le gambe del tavolo imbandito a festa su cui cenare la sera di natale.
Nessuno le ricorderà, il giorno seguente.
Ma la memoria, la nostra, si sa che non ha mai avuto una particolare affezione verso l’essenziale.
E allora, in questa ennesima storia da disperdere nel vento della rete, vedo sfilare davanti ai miei occhi, come su una elegante passarella, le eccezioni dimenticate.
Preferibilmente trascurabili.
E in testa alla linea Rom, o degli zingari, se preferite, ecco entrare in scena la bimba nomade dai capelli biondissimi e gli occhi azzurri.
La bimba nomade dai capelli biondissimi, gli occhi azzurri, e che vuole bene ai suoi genitori.
Subito dopo, ecco questi ultimi, coppia indubbiamente Rom, solo a guardarli, che altrettanto ama la propria figlia.
Una bimba dalla bionda chioma e gli occhi azzurri.
Ancora tutti e tre, insieme, a parlare.
Scherzare.
E giocare.
Come una famiglia.
Non eccezionale.
Normale.
Giammai allarmante.
Ecco, io sono lì, ora, seduto a guardare estasiato, come davanti a uno spettacolo teatrale o un film particolarmente avvincente.
Rapito da forme e musica un pensiero mi sorge spontaneo, esattamente come la storia che in questo momento mi ospita.
Eccezioni.
Sarebbe bello che in tanti le ammirassimo.
Basterebbe aprire gli occhi, davvero.
E guardarsi intorno.
Sono convinto che ce ne sono molte di più al di fuori di questa storia.



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Amori diversi Prefazione di Oriana Fiumicino

Con immensa gratitudine vi offro la prefazione scritta da Oriana Fiumicino al mio nuovo libro, Amori diversi, Tempesta Editore:

MATRIOSKE

Se ne stanno lì da quarant’anni. Ci giocavo da bambina, ora ci gioca mia figlia. Se ne stanno lì sul mobile del salotto di mia zia e solo ora mi viene in mente Alessandro. Sono matrioske, finite per chissà quale strada dalla Russia a Roma, a casa di mia zia.
Bambolette di legno che si aprono a metà. Dalla più grande alla più piccola, una dentro l’altra. La più grande si chiama madre, la più piccola neonato. Una dentro l’altra. Per abbracciare il neonato devi passare dalla madre (e dalla zia, dalla sorella, dalla cugina…) se vuoi capire la madre devi fare il percorso inverso.
Alessandro gioca con le matrioske. Da anni lo stesso gioco. Non si stanca di mettere in ogni matrioska una storia che per essere compresa ha bisogno di una storia piccola, e poi una più piccola e una storia più piccola ancora…
Se poi ti guardi indietro e ti metti a leggere i suoi libri o vai a vedere i suoi spettacoli, ti accorgi che la “storia neonato” esce sempre dalla pancia della “storia madre”.
Jean-Baptiste du Val-de-Grâce esce dalla pancia della Rivoluzione Francese, Rita Schwerner da quella di un’America che ha partorito, tra i suoi numerosi e splendidi figli, anche il Ku Klux Klan (che splendido non è proprio). Mildred Jeter e Richard Perry Loving escono dal ventre di un amore a tutti i costi, Hani esce - fuori metafora - dalla pancia della madre Rukia che ora vive a Parigi e che ha lasciato l’Iraq perché le bombe, amiche o nemiche che siano, rimangono sempre bombe.
I rivoluzionari hanno tutti la stessa faccia. Non importa che nascano nel Diciottesimo o nel Ventunesimo secolo: li riconosci dalla faccia, dallo sguardo che avevano da bambini. Jean-Baptiste du Val-de-Grace non è un rivoluzionario perché fa la Rivoluzione Francese ma perché è la Rivoluzione Francese. Non ha bisogno di una baionetta, gli basta coltivare la certezza che il limite non può essere imposto da convenzioni culturali, gli basta ascoltare i suoi piedi che corrono e che sanno dove andare.
Rita e Michael Schwerner sono capaci di inchiodarti al muro con una semplice domanda: se non la fai tu la Rivoluzione chi altro la farà? Loro l'hanno fatta la Rivoluzione. A Michael è costata la vita.
Cosa c'è di più rivoluzionario di un uomo e una donna che alla fine degli anni '50 decidono di sfidare, come un duello d'altri tempi, uno Stato? I coniugi Loving, colpevoli di essersi uniti in matrimonio, lui bianco, lei nera, contro lo stato della Virginia.
Davide contro Golia.
L'amore contro la Legge.
La Giustizia contro l'Ingiustizia.
Un bambino che nasce è già una Rivoluzione. Un bambino che nasce sfidando la guerra, l'idiozia degli adulti che gli hanno rubato un padre e spento gli occhi innamorati di una madre troppo giovane per essere vedova... be’, questo è già futuro. Hani, concepito in Iraq e nato in Francia, grazie al coraggio di Rukia, è la nuova realtà rivoluzionaria che questo XXI secolo deve affrontare: un mondo senza nord e sud, senza est e ovest. UN mondo.
Prima di concludere un ricordo, il mio.
Sono stata tre volte fortunata nell’incontrare Alessandro: ho avuto la possibilità, come molti altri, di leggere i suoi libri, di vedere i suoi spettacoli e come forse pochi, di essere diretta, insieme alla bravissima Cecilia Moreschi, nell’allestimento di spettacoli nati prima dalla sua penna e poi dal suo amore per il teatro. Quello che respiri è rispetto per la Verità, non quella pedissequa del fatto di cronaca, ma rispetto per i sentimenti che hanno animato il fatto di cronaca. Ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo è un atto di servizio per ciò che il protagonista o la protagonista ha provato, vissuto e sentito. Non servono grandi mezzi per fare questo, serve una grande sete di giustizia, una giustizia che se non è riconosciuta da una Comunità, da uno Stato, da un Tribunale è però restituita dalle parole di un libro o da quelle di una pièce teatrale.

Oriana Fiumicino

Oriana Fiumicino è attrice, narratrice, regista e docente teatrale.
 



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Amori diversi Prefazione di Barry Bradford

Ho l'onore e al contempo il piacere di condividere con voi la prefazione che Barry Bradford ha scritto per il mio nuovo libro, Amori diversi, Tempesta Editore:

Il potere dell’amore vince l’amore per il potere

In questi notevoli racconti, il potere dell’amore di trasformare il mondo è visibile pienamente e luminosamente. Se volete un cambiamento maggiore per il mondo, esistono molte forze che operano più velocemente del potere dell’amore. Denaro e dinamite possono modificare le circostanze con grande rapidità. Tuttavia, per creare un cambiamento duraturo, significativo e importante, non esiste forza più influente nell’universo del potere dell’amore.
Il rimarchevole racconto contenente un’immaginaria conclusione del processo contro Edgar Ray Killen, un noto leader del Ku Klux Klan per gli omicidi noti con il nome di Mississippi Burning, mi ha toccato particolarmente. Io ho avuto un ruolo nella riapertura del caso che condusse alla condanna di Killen 41 anni dal giorno in cui tre brave persone - J. E. Chaney, Mickey Schwerner and Andy Goodman – furono assassinate e seppellite sotto terra poiché avevano commesso un peccato, imperdonabile nella testa di Edgar Ray Killen. Essi avevano cercato di aiutare gli Afro-Americani del Mississippi ad ottenere il diritto di voto nel 1964.
Negare agli Afro-Americani il diritto di voto era il modo più sicuro con il quale un governo razzista poteva conservare il potere. Il loro amore per il potere era più grande di quello per la giustizia.
Ho parlato solo una volta con Rita Schwerner, tuttavia, ho avuto modo di conoscere molto bene membri delle famiglie dei Chaney, dei Goodman e degli stessi Schwerner. Il loro amore per il figlio, il fratello, il cugino, l’amico morto anni addietro era potente, vivo e ispirato.
La trascinante forza dietro l’impegno per riaprire il caso fu rappresentata da Jerry Mitchell, un brillante e determinato giornalista investigativo la cui vita era stata minacciata più volte per il suo lavoro nella riapertura di altri casi simili. Io ho organizzato un gruppo con tre liceali per cercare di sostenere il suo lavoro. Le studentesse non hanno ricevuto alcun riconoscimento o profitto impegnandosi per due anni in questo compito. Perfino il sottoscritto non ha avuto alcun guadagno extra o premio. La motivazione era l’amore: l’amore per l’equità, l’amore per la verità, e l’amore per la giustizia. Più fummo abbracciati dalle famiglie di James, Mickey e Andy, più ci mostrarono il loro amore, altrettanto profondo è divenuto il nostro impegno.
Contattammo ex agenti dell’FBI, leaders dei diritti civili, amici dei tre, ex ufficiali del governo, e i media nello sforzo di costruire una squadra capace di superare 40 anni di indifferenza mentre James, Mickey e Andy riposavano nelle loro tombe, gli assassini passeggiavano in libertà, e lo Stato del Mississippi voltava le proprie spalle alla giustizia. Le persone che ci hanno aiutato non avrebbero potuto costituire un gruppo più eterogeneo. C’erano liberali e conservatori, bianchi e neri, uomini e donne, abitanti del Nord e del Sud. Quel che abbiamo trovato in ciascuno di loro è stato l’amore. Ci hanno donato il loro tempo, la loro esperienza, il loro sostegno, per nessuna altra ragione oltre al loro amore per il fare la cosa giusta.
Nel giorno in cui Edgar Ray Killen fu condannato, Ben Chaney, il fratello minore di James, mi chiamò per ringraziarmi anche a nome delle varie famiglie per i miei sforzi e delle mie studentesse, che soprannominò le ragazze super eroine. Mi comunicò il suo amore per tutti noi. Così ha fatto la dottoressa Carolyn Goodman, madre di Andy. Il suo grazie mi ha fatto piangere, soprattutto quando disse queste parole: Quando le hai portate (le mie studentesse) nella mia casa hai fatto qualcosa che non ho mai creduto potesse succedere ancora. Tu hai riportato Andy a casa sua. Queste tre giovani stanno facendo esattamente quel che Andy avrebbe fatto con la sua vita. Le ragazze stanno facendo la cosa giusta per le giuste ragioni.
Ognuno di questi racconti mi ricorda che l’amore può non essere facile, semplice, o anche a lieto fine. Ma la scrittura ci rammenta che l’amore sopporta ogni cosa.
Mi viene chiesto spesso di parlare delle mie esperienze nel caso Mississippi Burning. Durante questi dibattiti la gente sembra sempre meravigliarsi di quanto decisivi possano risultare un insegnante di scuola superiore e tre adolescenti nell’aiutare a cambiare la storia. La mia risposta è questa: “Volete rendere il mondo migliore? Un luogo più giusto, sicuro, felice? In caso affermativo, cosa vi ferma? Nessuno di noi può fare tutto e solo pochissimi tra noi possono fare grandi cose. Ma tutti possiamo fare qualcosa.”
Uno dei presenti un giorno mi ha criticato accusandomi di essere meramente retorico. Come spiegai a lui, se avessi la soluzione al problema del razzismo o della discriminazione e l’ingiustizia su grandi scale, credetemi, farei qualsiasi cosa in mio potere per debellarle.
Forse riaprire un caso vecchio di 40 anni può non sembrare importante, ma questo è ciò che l’amore mi ha spinto a fare.
E’ possibile per noi trovare l’amore nei luoghi più inaspettati. Nascondendosi, prima di essere catturata e mandata a morire in un campo di concentramento, Anna Frank scrisse le seguenti parole: “E’ meraviglioso che nessuno abbia bisogno di aspettare un singolo momento prima di iniziare a migliorare il mondo.”
Godetevi i racconti. Ma non fermatevi qui. Usate I vostri regali unici per rendere migliore anche solo una piccola parte del mondo. Oggi.
Pace,

Barry Bradford

Barry Bradford è considerato uno dei migliori docenti americani e tra i più dinamici oratori pubblici. Primo ad ottenere questo riconoscimento, l’Organizzazione degli Storici Americani lo ha nominato miglior insegnante del paese ed eminente lettore. Ha ricevuto premi dal Presidente e dal Congresso degli Stati Uniti, oltre a una Lettera di riconoscenza nel 2006 per il suo impegno nel caso Mississippi Burning dall’allora senatore Barack Obama e al Wall of Tolerance Recognition nel 2003.
Sito Web: barrybradford.com
 



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23.10.13

Storie di razzismo: la barca dei razzisti

Storie e Notizie N. 997

Leggo con tristezza nel cuore che Joele Leotta, un ragazzo di 19 anni di Nibionno, cittadina in provincia di Lecco, è stato aggredito in Inghilterra ed è stato massacrato di botte sino alla morte.
Il motivo? Il giovane, giunto da poco a Maidstone, nel Kent, per imparare l’inglese e migliorare le sue prospettive di vita, secondo i suoi aggressori 'rubava il lavoro'.
Dopo aver lasciato un paese, che a quanto pare, non gliene dava abbastanza, di prospettive.
Come dire, il destino dimostra ancora una volta che per lui non è mai una questione personale, perfino nel medesimo tempo.
E’ indubbiamente equo nello scandire il ritmo dei nostri comportamenti.
Da quelli straordinariamente nobili a quelli disumanamente ottusi.

C’era una volta un dio e un aldilà.
Sì, non posso dire per il resto del mondo, ma in questa storia ci sono entrambi.
Il primo, per facilitarmi il compito, lo possiamo chiamare Manitù.
Puntiamo lontano, così si evitano gratuiti stracciamenti di vesti.
Il secondo, immaginate il paradiso che preferite.
Senza inferni.
Valhalla per tutti.
Si pena già abbastanza in vita, a mio modesto parere.
Mettiamo caso che quello stesso dio e quel medesimo aldilà attendano le sorti di un mondo in buona parte ricoperto dal mare.
E che quest’ultimo sia solcato da una sola nave.
Grande, d’accordo.
Un barcone immenso.
Ma sempre uno.
Figuratevi ora che l’umanità sia divisa in due uniche parti.
Chi è al sicuro, a bordo, e chi annaspa tra le onde.
Non si sa chi sia stato il primo, ma immaginatevi che uno ad uno gli sfortunati che rischiano di perire affogati si arrampichino sulla fiancata della nave e si traggano in salvo salendo a bordo.
Signore e signori, ecco la guerra.
Da quel momento una sola reazione guida le pance e soprattutto i pugni dei passeggeri. Via dalla nostra nave, stranieri. Tornate in mare, non possiamo accogliere tutti, non c’è spazio, noi non siamo razzisti, eccetera, queste sono le parole dell’inno che li accompagna.
Strofe inutili, credo ormai sia evidente anche ai più testardi del pianeta.
Nel mare c’è una sola barca e per coloro i quali l’asciutto rimane l’unica possibilità di sopravvivenza non esiste altra scelta che andare all’arrembaggio.
Così va in scena un solo ed unico spettacolo, una monotona danza sempre uguale, un po’ come gli
scontri tra manifestanti e polizia, per capirci.
Gente che cerca di salire sulla barca e gente che da quest’ultima cerca di rigettarla nei flutti.
Il dramma va avanti finché può e la fine dell’inchiostro giunge inesorabile.
Ovvero, tutti gli abitanti del mondo sono sulla barca, una virulenta massa informe intenta a picchiarsi, a torturarsi, a lottare per ergersi su una cima di corpi avvinghiati nella disperata faida.
E il barcone affonda.
Muoiono tutti, nessuno escluso.
Così, gli umani, quelli di questa storia, si ritrovano nell’aldilà e oltremodo irati si recano dal loro dio.
La sintesi della loro protesta è questa: “Manitù, ma perché hai creato una sola barca? Non hai pensato che sarebbe stata insufficiente per tutti?”
Manitù guarda gli umani perplesso.
“Cari miei”, fa con tono di stupore nella voce, “invece di sprecare il tempo a combattere tra di voi, avreste potuto remare insieme verso l’orizzonte, magari avreste trovato un’isola abbastanza grande per tutti.”
“E se l’isola non c’era?” ribatte uno tra i tanti, interpretando il sentore di molti.
“Dimmi”, replica Manitù, “è andata forse meglio così, scannandovi tra poveri?”
“Ah, dimenticavo”, aggiunge poi indicando un signore distinto e ben vestito, che fa di tutto per confondersi tra la folla. “Nel frattempo, non vi siete accorti che c’era qualcuno che si arricchiva alle vostre spalle mentre voi difendevate la vostra barca.”
La sua, a dire il vero.



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22.10.13

Amnesty droni USA crimini di guerra: morte ingorda

Storie e Notizie N. 996

Nel rapporto “Sarò io il prossimo?” (Will I be the next), Amnesty International accusa gli Stati Uniti di compiere, durante i propri raid con i droni in paesi come il Pakistan, degli atti equiparabili a crimini di guerra, illegali e ingiustificati.
Le ultime due vittime civili pare siano un ragazzo di 14 anni e una donna di 68.
Da qualche parte, probabilmente solo nella mia immaginazione, i due commentano la notizia.

“Crimine di guerra”, osserva il giovane, “hai sentito? Siamo morti per un crimine di guerra.”
“Davvero”, fa la donna, “ero convinta che fosse stato quell’aereo invisibile…”
“Il drone?”
“Sì, il drone.”
“Ma il drone mica parte da solo, eh? Qualcuno l’ha mandato.”
“Lo so, gli americani. E loro che dicono?”
“Che non è un crimine di guerra, perché le morti civili sono… come le chiamano in inglese? Civilian Casualties.”
“Traduci.”
“Morti civili. Dicevo, gli Usa, dato che secondo loro i droni sono un’ottima arma per scovare i terroristi e che finora hanno dato i loro frutti nella guerra contro Al Qaeda, le morti civili sono, come dire, una casualità.”
“E’ la morte che è ingorda e noi altri finiamo sempre per trascurare questo aspetto.”
“In che senso?”
“Lo diceva sempre mio padre quand’ero piccola. Quando si parla della morte, la si immagina sempre con un teschio, vestita di nero, con la falce. Tetra, con la voce profonda e con fare lugubre. Occhi assenti e orbite profonde, gelide mani ossute, sono tutti luoghi comuni. Come del resto la sua natura. Incommensurabilmente antica e indifferente alle umani aspirazioni. Puntare il bersaglio predestinato e reciderne il cammino, null’altro pensiero occupa la sua mente.”
“Come un drone.”
“Già, come un drone. Normali sentimenti e vitali istinti sono da noi esclusi nel ritratto che ne facciamo nelle paure più ataviche. E’ un errore madornale, secondo mio padre.”
“Perché?”
“Vedi, lui sosteneva che al contrario la morte prova qualcosa, con assoluta coerenza ed è proprio questo qualcosa ad agevolarne la partecipazione nelle umane pratiche.”
“Quali pratiche?”
“Uccidere, torturare, sterminare, per dirne alcune.”
“E cosa prova?”
“E’ facile. Fame, un’indicibile e insopprimibile fame. La morte è talmente ingorda che, per farti un’idea di quanto, ti basta contare i giorni da quando è in giro su questa terra. Non si sazia mai, questa è la sua eterna morte. Ecco perché puoi metterle nel piatto i peggiori nemici del mondo. Ella non si farà mai alcuno scrupolo nell’addentare tutto quel che troverà sulla tavola e sotto di essa.”
“Quindi vuoi forse farmi intendere che la colpa della nostra prematura fine non è degli americani che hanno spedito il drone a casa nostra? Samo stati strappati alle nostre famiglie perché la morte è ingorda?”
“Figlio mio, se posso chiamarti così. La morte è ingorda e si è cibata di noi come di moltissimi altri e non saremo di certo gli ultimi, ahimè. Ma, la realtà è che una scelta, tutti, ce l’abbiamo sempre.”
“Quale?”
“Quella di continuare o smettere di essere gli schiavi che vivono esclusivamente per darle in pasto i propri simili. Casualmente o meno."
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21.10.13

L’incurabile speranza delle persone normali

Un amico ha condiviso con me le seguenti parole e mi ha donato l'onore di pubblicarle.
Sono questi i momenti che penso che valga la pena essere qui, ogni giorno, a scrivere su questo blog.

Chiedere continuamente ad un malato incurabile come stai o come va ha senso? Io credo di no. Come chiedere ad un condannato a morte cosa ne pensa della pena capitale; o chiedere a un detenuto se si trova bene in carcere; o a un immigrato se ha fatto una bella traversata… E condividere sulle bacheche di Facebook quei post zuccherosi , finti e anche un po' stupidi, non serve a niente. Come non serve postare tutti i link di cure miracolose, diete imbecilli, erbe straordinarie, presunte scoperte pseudoscientifiche... E non serve nemmeno fare battute idiote o umorismo d'accatto come quanti si sentono in obbligo di essere simpatici per forza: stupidi come quelli che ad un depresso tendente al suicidio consiglierebbero di uscire, distrarsi e divertirsi e distribuirebbero pacche sulle spalle. Credetemi, non serve. Cosa può servire invece? Comunicare, parlare e discutere di progetti, idee, di futuro, per escludere dalle parole ogni riferimento al presente, al dolore, allo sconforto... Niente facce e frasi di circostanza, niente compassione, ma distribuire tanta quotidianità, tanto sapore di vita comune e normale...
Trattateci come persone normali: niente smancerie e niente infantilismi.
Per favore.
 



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Storie sull'ambiente: il tema di Yimou

Storie e Notizie N. 995

L’inquinamento ha costretto le autorità di Harbin, metropoli di ben 11 milioni di abitanti, ad interrompere ogni attività, invitando i cittadini a rimanere in casa.
Si parla di un avvelenamento dell’aria 50 volte superiore al massimo consentito.
Scuole chiuse, i bambini di una quinta elementare hanno ricevuto il compito di scrivere un tema: racconta i tuoi giorni sino al ritorno in classe.
Il seguente è il tema di Yimou, dieci anni.

Aggiornamento: questo racconto è contenuto nel libro Roba da bambini, (Tempesta Editore - 2014)

Tema.
Questo è il mio tema.
Il titolo è 6.
Sei, sta per sei giorni.
I giorni che starò qui, in camera da letto, di fronte alla finestra.
La mia finestra ha un solo colore, cioè due.
Grigio chiaro e grigio scuro.
Il colore non è proprio quello della finestra.
Il vetro è trasparente, lo so.
Magari non lo fosse.
E’ il mondo di fuori che lo colora, non io.
Se fosse per me, sarebbero di qualsiasi colore fuorché il grigio.
Sia il vetro che il mondo di fuori.
Il tipo di grigio decide il nostro tempo.
Della nostra famiglia, intendo.
Grigio chiaro, la vacanza obbligata terminerà e mia sorella ed io torneremo a scuola.
Lo stesso vale per papà e mamma con il lavoro.
Grigio scuro, scurissimo, è la notte.
Questa è facile, perché se non è il giorno…
Ma quando è grigio scuro al mattino la città chiude.
E noi scriviamo un tema fino a quando torneremo fuori.
Il secondo giorno sono ancora qui, davanti alla finestra.
Mia madre mi ha chiesto cosa ci faccio, mattina e pomeriggio in camera da letto.
E’ per scuola, mamma, le ho risposto.
E anche per me, ho pensato quando è uscita per lasciarmi da solo.
Voglio guardare il vetro, fissarlo e provare a cambiarne il colore con la mente.
Questo è il giorno della magia.
Il potere del mio sguardo sfiderà il grigio.
E lo bandirà per sempre dal regno dei colori.
Il terzo giorno sono triste.
Scoprire di non essere un mago a dieci anni non è facile da mandare giù.
Ma in fondo lo sapevo di essere un babbano, mia sorella lo sostiene fin da quando ha letto per la prima volta Harry Potter.
Così ho provato a svegliarmi.
Sì, a cercare di svegliarmi dal sogno in cui sono nato prigioniero, circondato da un esercito di nubi fredde e crudeli.
Il quarto giorno mi sono svegliato.
Dalla normale notte grigio scuro, è chiaro.
Perché quando ho aperto gli occhi, intorno a me non c’era alcun esercito di nuvole, ma solo i miei soliti nemici di sempre, il vetro e il mondo di fuori.
Così, ho preso a cantare.
A squarciagola.
Perché mia nonna un giorno mi ha detto che cantare aiuta a sentirsi meglio.
Lei è stonata, ma lo fa spesso.
Mio padre dice che è matta, ma provare non costa nulla.
Il dì seguente mi alzo e ancora mi duole il capo per la ciabatta con cui si è imbattuto il giorno prima. Capirete, erano appena le cinque quando ho iniziato a scaldare l’ugola e mia sorella al mattino è come un gatto dopo una doccia fredda.
Tuttavia, trovo il tempo di concentrarmi e provare con i super poteri.
Dalla rabbia di Hulk all’intelligenza di Iron Man, passando per il martello di Thor, le provo tutte per sconfiggere i miei grigi avversari, senza fortuna.
Anzi, rimedio pure una bella sgridata da papà per aver messo a soqquadro la sua cassetta degli attrezzi.
Capirete, il babbo ha un martello enorme che sembra proprio venire da Asgard.
Il sesto ho finito il tema.
E ho vinto.
Sì, ho vinto la battaglia.
Una.
Non la guerra, perché il grigio c’è ancora, oggi, intorno a me.
In quell’una, la prima di tante, ho solo capito qualcosa.
Se voglio altri colori, su quel vetro, non servono magie e poteri soprannaturali.
Io sono quel colore che manca.
E solo io posso cambiare il mondo di fuori.
Con me stesso.
Se saremo in tanti, un bambino, un colore, cancelleremo insieme il grigio dai vetri.
E dai nostri occhi.

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18.10.13

Storie di razzismo: funerale delle parole

Storie e Notizie N. 994

Secondo i paleontologi del Museo Nazionale Georgiano a Tbilisi, autori della scoperta dell’ominide
di Dmanisi, in Georgia, siamo tutti discendenti da un’unica specie, e non progenie di molteplici, diffusesi in seguito alla divergenza dagli Australopiteci e la nascita del genere Homo.
Tutti pronipoti di un solo incredibilmente vegliardo nonnino.
Vorrei, nel mio piccolo, omaggiare quest’ultimo con una sorta di funerale, oltremodo postumo. Nell’elogio funebre, vorrei anche ricordare quelle parole che, grazie alla vita più che alla morte del vetusto antenato, non ci serviranno più.
Ovverosia, muoiono con lui.

Signore e signori,
parenti, amici o solo conoscenti della buon’anima, vorrei qui ringraziare dal profondo del cuore il nostro amato ominide di Dmanisi.
Grazie, uomo primitivo.
Davvero, grazie.
Ti sono grato di esistere, è proprio il caso di dirlo.
Brava persona? Un poco di buono? Di cattiva creanza o gentili costumi? Nessuno può sostenere l’uno o l’altro sul tuo conto.
Quello che sappiamo è che il segno del tuo passaggio sulla terra vale molto di più del trascrivere un semplice nome nell’innumerabile elenco di vite che ci hanno preceduto.
Perché l’incisione in quello stesso elenco, ne cancella infinite altre, di successioni di lettere, più o meno scomode, indubbiamente pericolose, dal nostro oberato dizionario comune.
Dicesi parole.
Ecco perché, se compiango insieme a voi il caro ominide, al contempo con vivo piacere vi annuncio la dipartita di alcune tra queste ultime.
Da seppellire nel cimitero dei vocaboli ormai inutili.
Razza, c’era già, la troveranno lì.
Così come tutti i derivati: razzismo, razzista, razziale e via razziando.
Nazionalità? Inutile, da oggi. Dicasi lo stesso per nazione, nazioni e più che mai nazionalista.
Indi per cui Italo qualcosa, Afro qualcos’altro divengono orpelli senza valore.
So che le conseguenze saranno problematiche, ma doverose.
Mi riferisco ai documenti, è chiaro.
Nome e cognome, d’accordo. Residenza, va bene. Altezza e segni particolari, convengo. Tuttavia, per specificare l’individuo dovremo basarci su qualcosa di più importante e soprattutto reale, piuttosto che deliranti connotazioni frutto della nostra paura. Che so, magari per conoscere davvero il proprietario della carta di identità.
Di colore, questa espressione, poi, sarà solo un ricordo.
Sì, lo so, sono due parole.
Ma, è un vantaggio, no? Se ne perdono due al prezzo di una.
Di conseguenza, nero, giallo, rosso, bianco e ogni altra tonalità, laddove associate alla cute, non avranno maggiore significanza se al posto di quest’ultima leggeremo maglietta, scarpe, mutande, eccetera.
Altro risparmio di inchiostro, di fiato e soprattutto di violenze e sofferenze gratuite.
E come in una reazione a catena, altre parole, che l’ottusità contingente ha partorito, cadranno come i pezzi del domino.
Comunitari ed extra, clandestini e cittadini, stanziali e migranti, nativi e stranieri, gli opposti si annulleranno come in una liberatoria equazione di pace.
Svuotati pancia e testa di tali corruttivi lemmi, inizieremo finalmente a comprendere quello che ci stavamo perdendo.
Una sola specie.
Eredi di una sola madre.
E di un unico padre.
Hai visto mai che siamo fratelli e sorelle?



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17.10.13

Storie di razzismo: Il profugo climatico chiede asilo

Storie e Notizie N. 993

Ioane Teitiota ha chiesto asilo 'ambientale' alla Nuova Zelanda, dove vive con la moglie che nel paese che li ospita ha dato alla luce tre bambini.
La sua terra d’origine, Kiribati, rischia di scomparire a causa dell’innalzamento dell’acqua provocato dal riscaldamento globale del pianeta e i conseguenti mutamenti climatici.
Il governo Neozelandese, attraverso l’Alta Corte di Auckland, sta esaminando il suo caso che potrebbe renderlo o meno il primo rifugiato climatico della storia.
Non l’ultimo, a mio avviso.
In questa storia, ovviamente…

C’era una volta un pianeta.
Non il nostro, così siamo tutti più tranquilli.
Nel pianeta c’erano degli abitanti.
Umani.
Be’, diciamo sulla carta, ecco.
Il pianeta degli abitanti umani, sulla carta, erano tanti e infinitamente diversi tra loro.
Capita.
D’altro canto, l’uguaglianza delle forme e dei colori è solo un illusione.
Anche per gli uguali di questo mondo.
Soprattutto per questi ultimi.
Un giorno accadde qualcosa che inquietò alcuni.
Non tutti, solo una parte dei molti.
Un tale di nome Ioane, un nome a caso, bussò alla porta di quelli che vivevano più in alto di lui.
“Potete ospitare me e la mia famiglia? L’acqua sta salendo e rischiamo di affogare. Ho tre bambini, qui con me…”
Quelli che vivevano più in alto si confrontarono tra loro e varie voci si levarono, come spesso accade laddove occorra fare una scelta che cambierà per sempre la nostra vita.
La scelta fu fatta.
E solo il tempo deciderà se sia stata la migliore.
“Ci dispiace, straniero. Ma noi dobbiamo prima pensare ai nostri problemi, alla nostre mogli e ai nostri figli. Dovrai cavartela da solo.”
“Sì, ho capito”, disse Ioane, “ma se la mia famiglia ed io ci troviamo in questa situazione è colpa anche vostra, perché se aveste usato meno la macchina e gli elettrodomestici, inquinato di meno l’aria e l’acqua del pianeta, la temperatura di quest’ultimo non sarebbe aumentata così tanto da far innalzare il livello del mare…”
“Questa è la solita ingenua e retorica propaganda buonista da figli dei fiori”, risposero quelli che vivevano più in alto.
E gli chiusero con violenza la porta in faccia.
Pochi giorni e la minaccia si concretizzò.
Il mare superò gli argini e Ioane e la sua famiglia morirono spazzati via dalle onde.
Passò un anno e il livello dell’acqua salì ancora.
Cosicché, quelli che vivevano più in alto si ritrovarono a loro volta in pericolo.
E per salvarsi si recarono da quelli che vivevano ancora più in alto.
“Aiutateci”, implorarono, “altrimenti affoghiamo.”
“Ci dispiace, stranieri”, risposero quelli che vivevano ancora più in alto. “Ma dobbiamo prima pensare ai nostri problemi, le nostre famiglie, ecc.”
Così, i disgraziati fecero la stessa fine di Ioane e i suoi cari.
L’acqua salì di nuovo.
E anche quelli che vivevano ancora più in alto, per salvare la pelle, chiesero aiuto a quelli che vivevano più in alto.
Stessa risposta.
L’acqua salì.
Ancora.
Ancora.
E la scena si ripeté identica.
Finché rimase in vita solo una famiglia.
Un’unica famiglia, che viveva sul punto più alto del pianeta.
Un piccolo lembo di terra.
Come il tacco di uno stivale.
Circondato dal mare da ogni punto cardinale.
“Noi dobbiamo prima pensare ai nostri problemi”, ripeteva il padre a sua moglie e ai propri figli, “alla nostra casa, il nostro lavoro, la nostra te…”
Sfortunatamente non ebbe il tempo di terminare la frase perché l’acqua salì per l’ultima volta e cancellò anche loro dal pianeta.
Perché la fine della storia sarebbe comunque arrivata.
Ecco perché è estremamente importante scegliere quale risposta dare alla vita che bussa alla nostra porta.



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16.10.13

Storie sulla gioia: lettera dal futuro

Storie e Notizie N. 992

E’ nata la prima bambina a Prato nel reparto di Ostetricia del nuovo ospedale locale.
Si chiama Simona Liu ed è di origine cinese.
Pare che in molti, tra i commentatori del sito NotiziediPrato, non abbiano gradito la buona novella.
E probabilmente non saranno i soli, tra gli strenui difensori nostrani del patrimonio culturale nazionale, indefessi argini contro la marea aliena che ci opprime.
Che volete farci, è solo questione di tempo…

Prato, 16 ottobre 2083

Gentili concittadine,
amici concittadini,
oggi è un giorno felice per me, per alcune ragioni.
Ragioni che saranno oggetto di questa mia.
Ovvero, regali che il presente mi ha fatto e che proprio voi, vicini di vita in questa bella città, non potrete evitare di apprezzare.
Comincio dalla prima, non in ordine di importanza, credetemi.
E’ il mio compleanno.
Sì, oggi compio settant’anni.
Dai, ditemi che non li dimostro. So che non è vero, ma fa sempre piacere sentirlo.
Sapete, alla mia età le dolci parole non bastano mai.
E’ stata una vita intensa, la mia, sino a questo traguardo.
Non direi facile, soprattutto all’inizio.
E non è stata nemmeno un’agevole discesa, il prosieguo del cammino.
Tuttavia, non è la prima volta che festeggio qualcosa e non mi riferisco solo al mio genetliaco.
Mostri ho visto cadere, prima, e scomparire, poi.
E quando il mostro se ne va i cuori liberati non possono far altro che scendere in piazza.
Cantare e ballare.
Nondimeno, vado oltre perché la gioia è molta di più, oggi, perché non solo compio settant’anni, aggiungendo dodici mesi al conto della mia età.
Perché l’aggiunta che conta davvero, in questo meraviglioso dì, è quella che ha realizzato mia figlia diventando madre.
Già, oggi, nella festa del mio compleanno, ho avuto come regalo una nipote.
E la parola vecchia è stata spazzata da via da un’altra che sinora avevo solo sognato.
Nonna.
All'ospedale della città che mi ha dato natali e molto altro il sangue del mio sangue ha donato a sua volta una perla.
Una bambina.
Nello stesso giorno in cui ho iniziato questo viaggio, dopo settant’anni, c’è lei, fiore testimone a far da staffetta su questa terra.
La nostra terra, amiche e amici di Prato.
Gioite con me per la ragione più importante.
Siamo ancora vivi.
E lo saremo ancora.
Perché grazie a lei abbiamo un futuro.
Tutti.
Nessuno si senta escluso.

Simona Liu

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15.10.13

Storie di razzismo: cosa brucia e cosa no

Storie e Notizie N. 991

Leggo che anche questo capita oggi, sì.
Che una donna, magari una madre, si senta in diritto di gettare acido muriatico dal balcone colpendone un’altra e soprattutto il figlio, un bambino di un anno e mezzo.
Ah, dimenticavo.
Donna e figlio Rom.
Be’, allora cambia tutto.
Dal commento sul Corriere della Sera da parte di Lettore_2792430: Dovrebbero fare tutti come la signora. Forse sarebbe un paese migliore il nostro! Sicuramente sarebbe NOSTRO!
A entrambi, lanciatrice urticante e commentatore altrettanto corrosivo, offro esaustive notazioni sull’arma in questione.
L’acido brucia la pelle.
Sì, insopportabile calore e dolore lancinante ne sono i doni.
Brucia peluria, più o meno presente.
Come può essere per una donna.
E più che mai per un bimbo.
L’acido colpisce il nemico.
Reale o fittizio che sia.
Il risultato è lo stesso.
Ho vinto.
L’ho sconfitto.
Il campo ora è mio.
Di nuovo.
Perché a mali estremi… giusto?
L’acido cancella molto di ciò che incontra.
Colori e forme, tra le più offensive che il nostro intollerante occhio abbia mai potuto incontrare.
Tanto appiana e rende tranquillizzante.
Come una bianca mozzarella.
Anzi, come un'altrettanto candida pizza da condire a piacimento.
Magari con il rosso della pummarola.
O del sangue.
Puro, è ovvio.
Tuttavia, come ogni arma, pure l’acido non è infallibile.
C’è n’è altrettanto su questa terra che non brucerà mai.
Il diritto di esistere.
No, non lo brucia.
Il legame tra una madre e un figlio.
No, neppure questo lo brucia.
Il desiderio di una vita migliore non si brucia neanche con un mare di acido tra due lembi di terra.
Figuriamoci con una ottusa legge.
Non brucia altresì, in alcun modo, la natura delle cose.
Al di là dei nomi che possiamo darci, delle presunte differenze che ci fanno sentire migliori degli altri.
Umanità è una parola che non si brucia se non tutta insieme, per sempre.
Leggi fine di tutto.
Sino ad allora, possiamo solo sporcarla, lordarla allo stremo, sino ai confini della vergogna peggiore, quella che non puoi lavare più.
Neppure con l’acido muriatico.
Siamo ancora in tempo per fermarci.
E tornare indietro.
Non ci vuole poi molto.
Ci basterebbe guardare per un attimo con calma che cosa siamo diventati.
E cosa potremmo essere…

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