30.9.16

Storie sul calcio: Tra i campi da gioco sbagliati di Bangkok

Storie e Notizie N. 1388

Un imprenditore immobiliare tailandese ha avuto l’idea di realizzare a Khlong Toei, una zona densamente popolata di Bangkok, degli irregolari campi di calcio, cercando di sfruttare al meglio il poco spazio a disposizione. La capitale della Tailandia è una città di otto milioni di abitanti in pratica costruita su una palude e, a causa della crescente sovrappopolazione, è disperatamente a corto di spazio, con nuovi centri commerciali e progetti residenziali ai danni delle comunità più povere…

Ci siamo, la partita sta per iniziare.

Deve farlo.
E’ questione di vita e di vita.
Perché la morte non è risultato previsto.
Non quando per giocare sei disposto a sopportare tutto.
Dicono che l’importante sia partecipare, lì dove le linee sono dritte e il pallone rotola senza difficoltà.
Bè, da queste parti l’importante non è solo partecipare.
Da queste parti tutto lo è.
Perfino perdere.
Perché vuol dire che la partita c’è stata davvero.
Che qualcuno è sceso in campo.
E che qualcun altro, che sia benedetto, ha visto e raccontato tutto.
Ecco, l’arbitro fischia, si parte.
Palla a noi.

Che bello poterlo dire, anche se è solo un gioco.
Palla a noi è la più bella frase del mondo dopo tutti a fare la doccia, perché vuol dire che c’è l’acqua, e tutti a bere, perché significa che è pulita.
Ma la parola migliore è tutti.
Perché ce n’è per tutti.
Poi, è chiaro, se si fa gol è festa grande, ma breve.
E non è per snobismo, sia chiaro. L’inaccettabile noncuranza per la fortunata prodezza non è concessa.
E’ che nei campi sbagliati la partita deve andare avanti, non lo spettacolo.
Neppure per un gol mirabolante si può sforare.
Perché se la partita è iniziata non vuol dire che durerà per sempre.
Prima o poi, si sa, il gioco avrà una fine.
Certo, capisco quello che diranno i calciatori dei prati soffici.
Il fischio finale è nelle regole.

Novanta minuti, più eventuali recuperi, supplementari e rigori.
Scusate, ma gli atleti dalle porte scombinate hanno fatto una piccola modifica…
Ovvero, una veniale omissione per il resto del mondo e una preziosa dimenticanza per loro.
Via eventuali.
Perché una volta che le squadre sono finalmente libere di affrontarsi, dove il vero ostacolo non sarà ma l’avversario, si farà tutto quel che sarà capace di divertire e distrarre.
E in barba a ogni manuale sportivo si tireranno rigori dal balcone e si batteranno calci d’angolo dalla cantina, si eseguiranno punizioni letteralmente da lontano e se mamma o papà si affacceranno proprio sul più bello, con l’orgoglio di casa nei pressi della porta nemica, pronto a bucarla e saltare di gioia, il miracolo è compiuto.
Palla a tutti.
E tutti di nuovo in campo...



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29.9.16

Storie di guerra ad Aleppo: come ne usciamo

Storie e Notizie N. 1387

Secondo l’Unicef dallo scorso venerdì a oggi, solo nella zona orientale di Aleppo, in Siria, almeno 96 bambini sono stati uccisi e 223 sono stati feriti.
"Questi bimbi sono intrappolati in un incubo", ha dichiarato il vice direttore esecutivo Justin Forsyth. "Non ci sono più parole per descrivere le sofferenze che stanno vivendo."


Non ci sono più parole, per noi.

Intrappolati in un incubo.

Forse ne usciamo solamente per raggiungere immagini più o meno manipolate.
Spiattellate tra una formosa presunta diva e una nuova super accessoriata succhia benzina.
Al peggio normalizzate nel grande silenziatore chiamato notizie dall’estero.


Magari ne usciamo anche tirati in ballo in un discorso ispirato.
Nel senso di partorito da ben altra pancia della voce intonante.
Perfino in una guerrafondaia adunata di imbroglioni da colombe vestiti.

Potremmo anche uscirne in una preghiera, peraltro

sentita come il cielo comanda.
Con tutti i crismi, come si suol dire.
Ricordati con una compassione netta e poi tutti in piazza, che c’è ancora il sole.
Senza alcun rancore, davvero, la luce è luce ovunque e non va sprecata.


Capita anche che ne usciamo nobilitati oltremodo nel magico regno di sua maestà finzione, tra film e canzoni, video impegnati e perfino paginette come questa.
Protagonisti di istanti dal valore imprevedibile.
Perché, come è sempre stato e sempre sarà, è il pubblico a decidere vita e morte di parole e sogni, giammai l’illuso narratore.

Di sicuro ne usciamo nel peggiore dei modi, segnati
come numeri tra numeri nei sanguinosi elenchi che avranno peso solo in un domani tra i tanti a venire.
Allorché lo sguardo che misurerà l’inumana somma si sentirà abbastanza innocente dal farlo.

Di rado ne usciamo per indicibile fortuna o inaspettata mala sorte, senza vie di mezzo. Dipende, anche questo senza sorpresa, da coloro che ci accoglieranno alla fine del viaggio tra mare e terra.

Ancor più raramente ne usciamo per frazioni di tempo altrettanto prigioniere, tra una maledizione e l’altra, tra un fuoco amico e un refuso minatorio. Fuggevoli finestre irreali, talmente brevi e rarefatte che davvero in pochi le riconoscono, subito prima che il cielo si tinga di rosso ancora una volta.
I soliti, ostinati visionari, che questa maltrattata vita li benedica.

Ne usciamo invadendo notti e sogni di chi ci ha visto con i propri occhi, portando l’incubo anche da loro. Ecco, questa è l’occasione per chiedere perdono agli sguardi che da noi son giunti con il cuore smobilitato.

Così ne usciamo, così ti hanno fin qui raccontato.
Ne usciamo in tutti questi modi, ma nessuno di essi accade davvero.
Perché al contrario sei tu che esci dal tuo, incubo o meno, quando guardi e leggi di noi.
E perché esiste un solo luogo al mondo dove tutti saremo, finalmente, davvero liberi e in pace.
Solo dove liberi in pace.
Saremo.
Tutti.


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28.9.16

Poliziotto uccide nero disarmato: la fine della storia

Storie e Notizie N. 1386

Negli USA, per la precisione San Diego, per l’ennesima volta, dove il termine ennesima non rende più l’idea, un agente di polizia ha assassinato un afroamericano disarmato.
E altrettanto per l’ennesima volta, dove il termine ennesima è esso stesso usurato, mi ritrovo a scrivere qualcosa di questa grottesca, assurda frase…


Poliziotto uccide nero disarmato.
Quattro parole.
Prendile e stringile forte in una mano.
In una pagina, se preferisci non scottarti.
Quattro parole che sono capaci di fare in pezzi ogni cosa.
Ecco perché va bene lo sfondo bianco, no?
Perché possiamo scriverle e leggerle all’infinito.
E tutto prosegue.
E tutto si ripete.
Perché ci siamo alla fine convinti che tanto nessuno si fa davvero male, su un giornale.
Quando il giornale è come un film.
Ma mettiamo che sia tutto vero, prova a crederci.
Esattamente come davanti a un film.
Ecco, c’è la pubblicità, approfittiamone.
No, aspetta, non devi guardarla, non sei obbligato, malgrado colori e suoni suadenti.
Torna sul filmato principale e osserva le parole una per una.
Vai per ordine e inizia dalla prima, così nessuno si offenderà.
Pronunciala lettera per lettera, scandisci bene e adesso esprimi pure tutto quel che risuona dentro e fuori.
No, nessuna censura, nessuna conseguenza.
Siamo ancora sulla pagina, ricordi?
Svuota pure senza tema ogni pensiero e rigurgito, sensazione e pregiudizio, opinione e percezione che il primo frammento ti suscita.
Fatto? Non ti senti meglio, ora?
Osservalo di nuovo, quel semplice insieme di caratteri.
Poliziotto.
Sono solo dieci lettere che noi stessi abbiamo inventato.
Per la nostra sicurezza e tranquillità.
Bene, ora passiamo all’altro protagonista del maledetto titolo.
Anche stavolta trattieni il fiato e fai lo stesso con ogni riflusso che cerca luce fin dai più segreti recessi del tuo ventre.
Quindi, coraggio, ovvero il suo contrario.
Ed espelli ogni cosa, per una volta lecitamente.
Ecco, guarda quella pozza fumante e riporta i tuoi occhi su quel che resta.
Un colore, la sua negazione.
Solo un aggettivo.
Solo nero.
Solo un aggettivo di quattro lettere che tutti noi abbiamo ottusamente alimentato.
Per la nostra sicurezza e tranquillità?
No, tutto l’opposto.
Fatto anche questo? Bene, adesso arriviamo all’ultima parola.
Come al solito, la più importante.
E’ banale, d’accordo, alla fine della storia c’è la fine di quest’ultima.
Che a tutto metterebbe fine in un secondo.
Come con le altre due, anche stavolta, con tutta l’impudenza che ti contraddistingue, sciorina quel che la parola ti ricorda.
Al riparo di una pagina che tutto accoglie e tutto conserva.
Cosa rimane? Un aggettivo, forse?
No, qualcosa di più.
Una condizione naturale che dovrebbe rimanere inviolabile.
Nove lettere che tutti noi, ovunque, stiamo sottovalutando.
Disarmato.
Ovvero, disarmati.

Ecco, ora sai qual è il portento?
La formula incredibilmente semplice che annullerebbe il maleficio?
Una svista virtuosa.
Uccide.
Un consapevole refuso.
Uccide.
E una salvifica dimenticanza della seconda parola tutti nella stessa frase.
Uccide
Perché quel che resta, alla fine.
Sarebbe finalmente un nuovo inizio.
Poliziotto e nero disarmati



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23.9.16

Storie d'amore: Colpa delle stelle merito della vita

Storie e Notizie N. 1385

Solo cinque giorni dopo la morte di Dalton Prager, il venticinquenne affetto da fibrosi cistica la cui vicenda ricordava quella narrata nel libro di John Green, da cui fu tratto un film di grande successo, se n’è andata la moglie Katie di un anno più grande, a causa della medesima patologia.
Colpa delle stelle…

Colpa delle stelle.

Già, è così.
Eccola lì la linea di confine dove tutti noi viaggiamo.
Tra una incredibile storia e i normali, quotidiani vissuti.
Tra un avvincente film e la nuda terra.
Tra un sogno o incubo, entrambi memorabili, e il successivo risveglio.
Da ricordare assolutamente o cestinare all’istante come un selfie venuto male, or ora richiesto dalla persona amata.
Ciò malgrado, camminiamo, spesso corriamo e, altrettanto sovente, cadiamo.
Ma che sia nel pieno del balzo, piuttosto che distesi in terra, una porzione significativa o anche tutto l’insieme della nostra pupilla più coraggiosa punta lì.
Verso la zona più luminosa della volta celeste.
Perché è lì che vorremmo trovarci, in quel momento.
Perché è lì che siamo, quando non possiamo fare altrimenti.
Perché dicono che là fuori non è tutto rose e fiori.
Bè, lì in basso è ancora peggio.
Tuttavia - ecco la meraviglia delle meraviglie - questo non vuol dire che la narrazione non sia degna della pagina, come dello schermo.
Il problema è tutto nella seduta, giammai nella qualità dello spettacolo.
Fateci caso, perché in fondo è questo ciò a cui il pubblico delle grandi occasioni tiene di più.
Uno schienale ampio e morbido, il didietro altrettanto coccolato e una visione non eccessivamente distante dall’adorata scena.
Luci potenti su quest’ultima e risoluzione perfetta sono il minimo, perché una volta che lo spettatore si trova davvero a suo agio sei a metà dell’opera.
Dalla posizione privilegiata di chi tira i fili dello show più popolare puoi metter su di tutto.
Basta che se ne parli? No, basta che ci sia qualcuno a guardare e che quel qualcuno siano tanti.
Colpa delle stelle, ovvero di tutti quanti noi.
Al contempo, invece, senza aver bisogno di levare il capo, magari spostandolo di qualche centimetro a destra o a manca, addirittura rimanendo nel punto esatto in cui ti trovi, potresti assistere al miracolo.
Le storie, o i film, che vanno in scena senza storia e senza film.
La realtà che non si limita a superare l’immaginazione.
La doppia con irrisoria facilità.
Colpa delle stelle, se talvolta tali straordinari doni ci sfuggano accanto come trascurabili refoli.
Ma per qualcuno sono tutto.
Come due frammenti dello stesso amore che hanno solo cinque giorni di autonomia l’uno dall’altro.
Perché sono qualcosa di più importante della terra, del cielo e anche delle stelle.
Colpa loro.
O, meglio.
Merito della vita...


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22.9.16

Fertility Day in Italia con i cattivi compagni

Storie e Notizie N. 1384

Ha fatto molto discutere e indignare, oltre che ridere, un’immagine della campagna del Ministero della salute, dove al di sotto dei presunti bravi ragazzi simboleggianti le buone abitudini da promuovere, sono stati relegati, separati da una frattura, i cattivi compagni da abbandonare.
Eccovi un giorno tra gli altri, allora.
Un giorno a sud dei buoni…


E’ mattino, molto presto.

Giulia si alza sempre per prima, perché ama fare colazione da sola.
Le dona il tempo di svegliarsi con calma, ma mai del tutto.
Perché qualcosa deve continuare a sognare.
Anche da sveglia.
Quindi prepara caffellatte e biscotti per tutti, si lava, si veste e va al lavoro, dove insegna italiano per stranieri.
Spesso capita che molti in aula siano neri.
Ovvero, cattivi compagni nel quadro dipinto per la giornata della fertilità.
Ma questo non impedisce all’incontro di destini.
Di esser quanto mai.
Fecondo.
Proprio mentre l’insegnante diffonde il nostrano verbo tra le genti venute da lontano, Daniele entra nel gruppo riunito nella sala apposita in comunità.
Si mette al timone della nave, malgrado appaia come una banale seggiola, uguale alle altre in cerchio.
Dove aspettano con fragile speranza le anime strappate alla roba.
Per esteso l’affascinante, velenosa traditrice che dovrebbe riempir vuoti, invece divora tutto quel che solo sfiora.
I cattivi compagni aspettano un suo cenno e poco a poco spalancano le porte della comune solitudine.
Senza particolare eccitazione, è chiaro, ma lo fanno.
Lo fanno per la prima volta.
Ditemi voi se ci sia qualcosa di più vivo di chi riprenda a nascere.
Quindi arriva l’ora di pranzo e, mentre Daniele e anche Giulia si prendono una pausa da così tanta cattiveria, Stefania infila il camice e inizia il turno.
Anzi, no, la danza.
E’ una danza tranquilla, sempre uguale, senza musica, coreografia di sopravvivenze incolonnate con il vassoio in mano, in attesa di raggiungere lei e le altre.
Gli angeli con la cuffietta, le chiama uno dei cattivi compagni seduti nella mensa dei senzatetto.
No, pensa Stefania. Perché nessuna di noi ha le ali.
Ma tutti quanti balliamo sulle note di una melodia perfetta, tra una miseria e l’altra. Il suono della normalità. Come mangiare qualcosa assieme.
Federico esce di casa poco dopo il pranzo.
Va in carcere ed è contento, ma vi sembra sano? Non lo so, ma non è importante, giusto? Non lo è affatto per questo brandello di storie, mi sbaglio?
Perché ha perso il lavoro vero, quello con i professionisti delle buone e, soprattutto, sempre le stesse abitudini.
Come quella di liberarsi con una facilità agghiacciante di chi non serva più alla causa.
Ora fa lo psicologo con i detenuti.
Forse, più che mai in questo caso, si dovrebbe dire con i cattivi compagni.
E di cattiverie ne ascolta eccome, nessuno lo nega.
Ma poi torna a casa e il giorno dopo ripercorre la stessa strada.
Perché sa che, malgrado tutto, all’indomani troverà qualcosa di diverso perfino in una prigione.
Perché la vita può creare vita ovunque.
Alla fine arriva il tramonto.
Per tutti arriva inevitabilmente.
E per una volta, seppur con vissuti differenti, nel giorno della fertilità, Giulia, Daniele, Stefania e Federico vanno a dormire nello stesso istante e contemporaneamente chiudono gli occhi con la medesima serenità.
Perché, come molti tra coloro che abitano a sud dei buoni, hanno capito che se i cattivi compagni sono abbandonati da tutti, ci vuole pur qualcuno.
Che li accolga...


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21.9.16

Giornata Internazionale della Pausa 2016

Storie e Notizie N. 1383

Come molti sapranno oggi, 21 settembre, è la Giornata internazionale della pace – vi consiglio questo video – istituita nel 1981 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Una giornata dedicata alla pace…
Sapete? Poco fa, dando un’occhiata alle notizie, ho provato una sensazione dissonante, stonata, fuori sincrono, insomma.
Difficile il contrario in un giorno in cui, tra le altre cose, negli USA vanno in scena i soliti scontri con la polizia per l’ennesimo assassinio di un nero per mano di quest’ultima, si contano altri morti, civili e non, in Siria, altre vittime per il terrorismo e faide interne in Medio Oriente e in Africa, e ancora sventure in quella tragica narrazione dal titolo "La storia dei migranti".
Come dire, d’accordo, è la Giornata della pace, ma lo spettacolo deve andare avanti, ormai ho già premuto il grilletto, comprato armi a volontà, sganciato morte ovunque e il sangue sta scorrendo da un bel po’.
E’ troppo tardi.
Ecco perché, a mio modesto parere, per poter celebrare con la giusta attenzione tali ricorrenze, servirebbe un tempo sospeso tra una crudeltà e l’altra.
Una sorta di pausa…


C’era una volta la Giornata della pausa.

Non si sa chi l’abbia inventata per primo.
Un russo, dicono.
I russi.
Un americano, dicono gli americani.
Un francese i francesi e così via.
Solo che il creatore, o la creatrice, di tale meraviglia non diede il tempo ai contendenti di perderne altro nella scontata lotta per la vantaggiosa paternità dell’opera. Che poi si dovrebbe dire maternità, visto che si parla di dare alla luce qualcosa.
Colui, o colei, afferrò il magico pulsante e fece clic.
Il mondo in pausa.
Tutto il pianeta immobile, nel momento esatto in cui il dito azionò la portentosa macchina.
Tutti gli abitanti come congelati, ovunque si trovassero, in barba alle leggi della fisica e della chimica. Più che mai del mercato azionario e soprattutto dell’ineluttabile, meschino destino, dove in pochi vincono e gli altri, al meglio, applaudono.
Unica facoltà concessa agli umani fu quella di guardare e ascoltare tutti gli altri.
Connessi davvero, altro che social e app.
Cosicché, dallo scoccare del primo secondo del giorno della pausa, ne avevi di immagini viventi da ammirare.
Il capo di un bambino che affiorò dal ventre di una madre, dato che si era parlato giustappunto di maternità. Ma non una madre e un figlio in qualche modo a te vicini, piuttosto tutte le madri e tutti i figli che in quel preciso istante entrarono in scena.
Magari salutando con gioia il primo vagito o struggendosi dal dolore per la totale assenza di quest’ultimo.
Potrei dire come il pubblico in un cinema o innanzi alla tv, ma sarebbe una menzogna, poiché nel giorno della pausa quello che si vide era tutto vero.
Perché si sa, alla verità è sufficiente un istante, solo le bugie hanno bisogno di tempo per palesarsi.
Subito dopo, prendendoci gusto, in molti provarono un immenso piacere scoprendo che la giornata della pausa non era ancora finita.
E allora alcuni videro cosa davvero volesse dire l’attimo presente per il prossimo.
Il momento in cui un tuo simile sale su una barca per venire a chiederti in prestito vita e non il contrario.
Il secondo preciso nel quale i nostri sciagurati governi, ancora una volta, sotterrano nel terreno più fragile il seme dell’odio.
E il prezioso frangente che a ciascuno di noi permetterebbe di soffiare anche il più esile refolo.
Nella direzione giusta.
Chissà, forse alla mezzanotte tutto riprese come prima.
E nessuno dimostrò di aver imparato alcunché da nessuno.
Ciò malgrado, almeno durante la pausa.
Tutti vissero, nessuno escluso.
In pace…


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16.9.16

Giornata Internazionale della Pace 2016 video Narratori per la Pace

Dopo il racconto della poesia Se, di Rudyard Kipling, ecco il nuovo video degli Storytellers for Peace (Narratori per la Pace).

Ogni anno, il 21 settembre, ricorre la Giornata Internazionale della Pace.

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato questo giorno come un’occasione da dedicare al rafforzamento degli ideali di pace, sia all'interno delle nazioni, che tra queste ultime e i popoli.

Il tema della giornata per il 2016 è "Obiettivi di sviluppo sostenibile: costruire strade di pace."

Questo è il modo in cui immaginiamo di farlo.

Sedici narratori provenienti da quattordici nazioni diverse, esprimendosi nella propria lingua madre, raccontano il loro personale sogno di pace per i rispettivi paesi, dal singolo punto di vista.

Il video collettivo è composto da differenti speranze per un mondo pacifico, riunite insieme come un meraviglioso puzzle, ognuna importante per il bene di tutti.

Come Martin Luther King Jr. ha detto: "L'ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque".
Quindi, che la pace sia, ma che sia pace ovunque.

Il video (disponibili, tramite l’apposita funzione di Youtube, sottotitoli in Italiano e Inglese):



I narratori e i brani in ordine di apparizione:

Immagina un mondo con altre leggi. Un mondo senza espulsioni. Dove le persone abbiano lavoro. Riesci a immaginare di camminare sulle "strisce pedonali" altrui?
Beatriz Montero (Spagna)

Immagina un mondo dove nessun essere umano fosse costretto a dormire affamato. Coloro che hanno sete potessero bere acqua pulita. I malati potessero ricevere cure mediche. Tutti dovrebbero avere opportunità di lavorare.
Hamid Barole Abdu (Eritrea)

Io immagino i bambini del Venezuela che giocano tutti in libertà, ascoltando storie sotto un albero Saman, all'ombra, con le loro famiglie, perché un abbraccio di pace non è una storia.
Omira Bellizzio (Venezuela)

Distribuiamo l'amore. Moltiplichiamo l'amore. Aggiungiamo l'amore. Ma non sottraiamo l'amore.
D.M.S. Ariyrathne (Sri Lanka)

Mi piacerebbe vedere il mio paese più inclusivo. Un paese in cui si recuperi la fiducia necessaria per essere calmi e tranquilli. Un paese dove i valori rinascano. Un paese dove la gente possa essere davvero felice.
Sandra Burmeister (Cile)

Immagino un paese dove al primo posto ci siano i diritti umani, al secondo... i diritti umani, e al terzo? Sì, i diritti umani. Se avremo ancora tempo per altro sarà bello, altrimenti, mi piacerà lo stesso.
Alessandro Ghebreigziabiher (Ideatore e coordinatore del progetto, Italia)

Immagino, un giorno, di svegliarmi al mattino, uscire per una passeggiata per le strade e trovare ogni singola persona, bambini, giovani e anziani, sorridere da orecchio a orecchio, affinché possano far sorridere anche te.
Raquel Silvetti (Uruguay)

Immagina che non ci siano estremismi, omicidi e spargimenti di sangue in nome della religione nel Bangladesh; uomini e donne entrambi uguali; e ogni essere umano onorato come essere umano.
Mahfuz Jewel (Bangladesh)

Come Filippina, io sogno le Filippine in pace, piene d'amore, unità e cooperazione.
Storyteller Pet (Filippine)

Io immagino pace attraverso tolleranza - non solo tolleranza delle persone differenti da noi, ma tolleranza dell'ambiguità e dell'incertezza, poiché ci sono così tante cose che non capiamo e non possiamo capire - sull'universo, la scienza, la natura, dio, lo spirito, il cambiamento, il futuro, e la vita interiore di coloro che ci circondano. Quando possiamo accettare ambiguità e incertezza, può esserci empatia... e pace.
Barry Stewart Mann (USA)

Immagino un paese dove tutte le decisioni e le leggi siano sempre fatte a misura di bambino. Questo è l'unico modo con il quale possiamo essere certi che la pace regnerebbe per sempre.
Cecilia Moreschi (Italia)

Immagina un mondo dove si possa immaginare, nel quale si possa sognare, bere, giocare, vestirsi, cantare, disegnare, scrivere, amare. Un mondo dove si possa sognare a occhi aperti.
Enrique Páez (Spagna)

Immagina che non ci sia violenza al mondo, né fisica, né psicologica, né sessuale. Coloro che levassero le proprie mani per fare violenza si tramuterebbero in pietra. Immagina tutte le armi bandite, così come i costruttori di armi. Che facessero crescere ortaggi biologici, invece. Immagina tutti i bambini andare a scuola per imparare la pace e la libertà. Coloro che li trattengono, che li mettono in una scatola, che li classificano si trasformeranno in guano che sarà sparso sul prato della scuola. Immagina che scoppi una guerra, ma che non si presenti nessuno.
Katharina Ritter (Germania)

Immagina il Portogallo. Immagina le onde del mare portoghese vibranti. Come note musicali che suonino sempre per la pace.
Jozé Sabugo (Portogallo)

Immagina un mondo dove i bambini siano bambini e abbiano tempo, tempo per giocare, che è il migliore. Il tempo che hanno perso, libero e non prigioniero in un orologio. E immagina un mondo di storie, cartoni animati e novelle ma che non funzionino con un pulsante. Mi piacerebbe che una nonna mi leggesse e mi raccontasse tutto questo con la camicia da notte.
Lisi Amondarain (Argentina)

Immagino che l'Australia abbracci le diverse culture. Immagino che l'Australia accolga e abbia cura dei rifugiati. Immagino che l'Australia comprenda meglio le culture Aborigene.
Suzanne Sandow (Australia)

Informazioni:
Storytellers for Peace nasce a giugno 2016 ed è una rete internazionale di narratori che creano storie collettive attraverso i video.
Gli artisti e le storie provengono da tutto il mondo e parlano di pace, giustizia, uguaglianza e diritti umani.
Tutti i partecipanti raccontano uno o più versi della storia nella propria lingua madre.
Vedrete così video narrazioni multilingue che mostreranno quanto il mondo possa risultare bello e pacifico laddove si unisca per celebrare se stesso.
Il progetto è stato ideato ed è coordinato da Alessandro Ghebreigziabiher, scrittore, narratore, attore e regista teatrale.


15.9.16

Storie sull'ambiente: la risposta della formica

Storie e Notizie N. 1382

Il governo conservatore britannico guidato da Teresa May ha annunciato semaforo verde per la costruzione della nuova centrale nucleare, in collaborazione con francesi e cinesi, presso il sito di Hinkley Point.
Un progetto da 18 miliardi di sterline, ovvero circa 21 miliardi di euro, in netta controtendenza rispetto al resto dell’Europa.
In netta controtendenza anche con molto altro…


Parlo con gli animali.

Ecco, l’ho detto.
E’ sempre meglio iniziare uno scritto con una roba forte, che lasci senza fiato e costringa il lettore a proseguire, mi pare di aver letto da qualche parte.
Io parlo con gli animali, ma non tutti, però.
Solo quelli che mi ispirano, ecco.
Ma non fraintendiamo, per favore.
Non v’è alcunché di santo in codesta mia inclinazione, quindi evitiamo irriverenti paragoni con il più noto tra i confabulatori faunistici, che non nomino proprio per non essere tacciato di blasfemia agiografica.
Proseguendo sulla via dell’onestà, il motivo principale è che sono solo io che parlo, loro mica rispondono.
Talvolta mi rimandano lo sguardo, di rado emettono versi o rumori difficili da trascrivere qui sulla pagina, ma il più delle volte è come se mi ignorassero.
Ora so già dove alcuni tra voi andranno a parare.
Se parli da solo, per giunta con gli animali, vuol dire che sei fuori di testa.
Eh no, signori miei, è qui che casca il canguro; così, per non prendersela sempre con i somari.
Si da il caso che il sottoscritto parli con gli animali e si immagini le risposte con tale dettaglio da riuscire a convincere il prossimo, ovvero voi altri in questo istante, della coerenza delle stesse.
Potremmo quindi dire che potete pure collocarmi in quella traballante posizione da cui guardano le cose coloro che sono tutt’altro che santi e che fanno di tutto per non sembrar pazzi.
Volete una dimostrazione?
Eccomi, signore e signori, sono qui per questo, perbacco.
Prendete questa cosa della nuova centrale nucleare in Inghilterra.
In controtendenza con il resto dell’Europa.
E in controtendenza con molto altro… come, per esempio, gli animali.
Prendi la formica con cui ne ho parlato poc’anzi.
Proprio così le ho detto.
“Piccola… lo sai che gli Inglesi hanno deciso di costruire una nuova centrale nucleare?”
Lei si è fermata per un istante, ha spostato verso di me antenne e occhietti, che è sempre bene non guardare da troppo vicino, che fanno un po’ impressione.
Poi ha inarcato il sopracciglio sinistro, come per dire piccola a chi? Quindi ha mosso il capo a destra e sinistra e ha continuato il proprio cammino come se nulla fosse.
Come se nulla fosse.
Come se anche gli animali non si sorprendessero più dell’idiozia umana.
Come se ormai avessero capito perfettamente che inseguiamo due orizzonti opposti.
Ditemi voi se esiste risposta più coerente di così...



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14.9.16

Storie sull'ambiente: C’erano una volta un norvegese e un turco

Storie e Notizie N. 1381

Leggo che la scorsa settimana, in un importante vertice alle Hawaii, due paesi sono stati gli unici tra ben 53 a votare contro il divieto internazionale dello scarico di rifiuti minerari in mare.
Turchia e Norvegia


Se ne parlava.

L’altro giorno.
Dai, l’altro giorno, non ricordi?
Si parlava di gente.
Senza generalizzare, certo, ma la gente è così.
Hai capito, no?
Come no?
La gente è così, è tutta diversa, ma è anche uguale, per altre cose, è chiaro.
Senza facili luoghi comuni, non è che si può fare di tutta l’erba un fascio, cribbio.
Prendi i turchi.
Dai, i turchi, che taluni aspirano a vederli parte della vecchia Europa.
I turchi, senza essere tacciati di qualunquismo, sono turchi, ecco.
Non vorrei tirare ancora una volta in ballo la religione, guarda.
Il maschilismo di Stato, che da noi abbiamo debellato da secoli, cappero.
O la mancanza di democrazia, che sempre da noi è un fiore all’occhiello di cui andare fieri ovunque, caspita.
Prendi un turco tipico, va’, e non dirmi.
No, non dirmi.
Non dirmi che non ti immagini un tizio basso e scuro, dalle sopracciglia folte, la barba altrettanto cespugliosa e oltremodo ispida, i capelli non meno rigogliosi, il tutto sintetizzato da un unico aggettivo.
Scuro.
Adesso posa il turco e prendi, che so, il norvegese.
Perbacco, non starò qui, privo di alcuna originalità, a raccontarti che dalle sue parti piove sempre.
Perdiana, non ti ripeterò che gli alberghi e i ristoranti sono cari da morire.
E, perdindirindina, non mi soffermerò sulla freddezza e la chiusura degli abitanti.
Considera il classico norvegese, invece e ti sfido a negare.
Coraggio, ti sfido.
A negare che non ti sei figurato un tizio alto e biondo, dalle sopracciglia folte, la barba altrettanto cespugliosa e oltremodo ispida, i capelli non meno rigogliosi, il tutto sintetizzato da un unico aggettivo.
Biondo.
Perché se ne parlava, sai?
Proprio l’altro giorno.
Su, l’altro giorno, non c’eri anche te?
Si parlava della gente.
Senza generalizzare, d’accordo, ma la gente è questa.
Vero, no?
Come no?
La gente è questa, è tutta diversa, ma è anche uguale, per altre cose, è sicuro.
Ad esempio, diversa per superficiali futilità che tanto pesano sui nostri giudizi, come il colore dei capelli.
E uguale, inaspettatamente uguale, nel rovinare il mondo che ci ospita...



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9.9.16

Storie sulla fame nel mondo: quando abbiamo vinto

Storie e Notizie N. 1380 

“Si tratta di bambini che, in fondo, hanno avuto fame per tutta la loro vita, e alcuni moriranno qui nelle prossime ventiquattro ore”, ha dichiarato Jean Stowell, a capo del centro di Doctor Without Borders a Maiduguri, in Nigeria, dove la fame sta causando il decesso di centinaia di bimbi al giorno.

Nei pochi secondi che restavano.

Lì, solo in quel momento.
Abbiamo vinto.
Evviva noi, la perfida fame è stata sconfitta.
Un miracolo? Una magia? Un intervento divino, forse?
O magari il fatidico arrivo dei buoni?
No, niente di tutto questo.
Ci abbiam messo un po’, forse troppo, ma alla fine, solo alla fine, abbiamo capito.
Come vincere la fame.
Abbiamo aperto gli occhi una volte per tutte, osservato con maturo realismo i resti del mondo tutt’attorno.
E abbiamo iniziato a mangiare quello che c’era.
Abbiamo mangiato la terra, tutta, tutta quella che riusciva a entrare in una mano, nell’altra, e afferra dopo afferra non è rimasto che il tesoro, quello che i migranti al contrario ci rubano sotto il naso, come se non fosse mai stato nostro.
Come se noi stessi non fossimo mai stati e basta.
Abbiamo mangiato l’aria, tutta, tutta quella che riusciva a entrare tra un esile corpicino e l’altro, e soffia via e stringi non è rimasto che il vuoto, quello che la Storia edulcorata ci ha donato come casa, come se non ci avessimo mai abitato.
Come se non avessimo mai e a capo.
Abbiamo altresì mangiato sogni e incubi, senza riuscir più a coglierne la differenza.
Lo stesso abbiamo fatto con i sorrisi e i pianti.
Le giornate piacevoli e quelle brutte.
Le sensazioni gradevoli e quelle odiose.
Dev’essere un meccanismo inevitabile, quello secondo il quale sulla riva morbida del grande mare si alzano confini e muri ovunque, mentre da noi altri tutto si fonde e si confonde.
Sarà forse così che, alla fine della storia, tutto può essere mangiato.
Nel frattempo gli ultimi secondi scorrevano, ma questo non ci ha scoraggiato.
Anzi, tutt’altro.
Ecco ciò che ci accomuna davvero.
Quando inizi finalmente a trovare nutrimento non riesci a smettere.
E allora abbiamo mangiato il passato e anche con quest’ultimo non abbiamo fatto alcuna selezione.
Solo con un giorno in particolare abbiamo tutti esitato.
Perché quel dì, il primo, è stato quello delle promesse e delle speranze.
Del tutto è ancora possibile.
Beata, fuggevole ignoranza, vero?
Quando non avevi idea che la fine del racconto era già stata scritta da tempo.
Nondimeno, anche nei volumi più autorevoli del mondo esistono spazi di bianco, tra paragrafo e paragrafo, prima del proemio e dopo il prologo.
E’ lì che noi altri narriamo e leggiamo.
Nei secondi che restano.
E solo nell’ultimo tra essi.
Abbiamo smesso di perdere.
Che il cielo ci illumini come si deve, adesso.
Perché ora che abbiamo imparato a mangiare la nostra stessa vita.
Nessuno potrà più portarcela via…


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8.9.16

Storie di razzismo a scuola: facciamo un gioco

Storie e Notizie N. 1379

Mentre il re di Norvegia diventa virale grazie a un discorso sulla diversità davvero encomiabile, leggo che in una scuola di Aahrus, in Danimarca, il preside ha pensato bene di dividere gli studenti tra classi di danesi doc e immigrati.


Facciamo un gioco.
Una storia, una promessa.
Una danza e una sfida.
Nella stessa pagina.
Classe, mondo.
Nel medesimo cuore.
Classi per migranti e per danesi?
Ma guarda che si può far di più, sai?
Classi per quelli che ti guardano fin troppo negli occhi e classi per quelle che fanno finta di darti ragione, classi per coloro che non arriveranno mai primi ma se ne sono fatti una ragione e classi per quelli che non si arrenderanno mai.
E hanno ragione anche loro.
Classi per i brutti dentro e classi per quelli dal passato brutto, classi per coloro che hanno un futuro bello, ma solo se avranno fortuna e quelli dal passato orribile, non ancora cancellato.
Classi per quelli che dimenticano sempre le cose più futili e classi per coloro che fanno di tutto per ricordartele.
Classi per gli ebrei e per gli schiavi, per i nativi americani e per gli obiettori di coscienza, perché non riprovarci?
Classi per le donne che pretendono di esser donne e classi per tutti coloro che, chiunque siano, pretendono di esistere e basta.
Classi per quelli che non riescono a rimanere in silenzio e classi per quelli che solo in silenzio dicono davvero qualcosa.
Classi per quelli non faranno mai nulla di buono nella vita, ma saranno cattiverie da far schiattare dal ridere.
E classi per coloro che faranno solo cose buone in futuro, ma saranno bontà che pagheranno gli altri.
Classi per gente che dimenticherai facilmente, classi per ragazzi che ti pentirai di aver frainteso e classi per ragazze che ti pentirai di non aver amato.
Classi per i bocciati ingiustamente, ma dicono tutti così, come gli innocenti in prigione.
Classi per i promossi meritatamente con lode, ma mentono in tanti così, nei parlamenti.
Classi per i nati con la camicia e classi per i nati e va bene così, leggi pure come il fortunato popolo dei sorridenti con poco.
Classi per i bianchi che vorrebbero esser neri e classi per i neri che vorrebbero essere ovunque ma altrove.
Classi per i bianchi che si vergognano di esser neri dentro e per i neri che non si accorgono del contrario.
Classi per anime nude, vulnerabili oltre ogni limite e classi vuote.
Già, classi di soli banchi e sedie, stanze vuote e prive di senso.
Come una società che, bruciando giovani speranze, innalza enormi roghi a offuscare l’orizzonte di tutti.
Una poesia, una confidenza.
Un viaggio, un canto e un'illusione.
Un passatempo.
Tutti nello stesso foglio.
Scuola, universo.
In questo preciso momento.
Dividere le classi tra migranti e danesi?
Come vedi, esistono miliardi di modi per dividere le persone.
Ma se ti sembrano tanti, amico mio, vuol dire che non hai la più pallida idea.
Di quanti ce ne siano.
Per unirle…

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