28.2.14

Badante robot per anziani: razzista e buonista

Storie e Notizie N. 1071

Hai letto l’ultima?
Perché, tu sai leggere?
Va be’, hai capito cosa intendo.
D’accordo: non ho letto l’ultima, ma ho come l’impressione che tu me ne voglia parlare.
E’ in arrivo il robot badante.
Ah, bene.
Come sarebbe a dire, bene?
Bene, un aiuto in più in casa è benedetto.
Ma sei impazzita? Tutto quel tè che respiri ogni giorno ti avrà dato alla testa.
Non ti scaldare.
Sono spento.
Dicevo non ti scaldare nel senso di calmarti, non capisco il perché di tutto questo allarmismo.
Non lo capisci? Te lo spiego io. Questi qua, vengono qui a fare le badanti e pian piano occupano tutta la casa, fanno tutto loro e a noi ci buttano a mare.
Quale mare? C’è la differenziata.
E’ un modo di dire…
D’accordo, ma non capisco perché un robot che fa la badante dovrebbe saper tostare il pane. Deve aiutare la nonna mica cuocere i toast…
E che ne sai? Questi mica sono come noi, fanno come gli pare, si credono di fare i padroni a casa nostra.
Chi?
I robot.
Ne parli come se li conoscessi da sempre, ma non ne hai mai incontrato uno.
Solo perché ha un processore e una memoria questo non vuol dire che è meglio di noi. Sempre macchina è.
Ci stai già litigando e la vecchia ancora non l’ha comprato.
Vedrai, vedrai.
Cosa?
Vedrai quello che succederà, qui.
Dimmelo tu, dato che hai la palla di vetro.
Cosa ho?
La palla di vetro.
Dove?
E’ un modo di dire anche il mio…
Ad ogni modo, è chiaro quello che succederà. Quel robot entrerà in casa e poi farà arrivare anche gli altri.
Chi?
Gli altri robot.
Meglio, si farà tutto più in fretta.
Matta! Ho sposato una matta…
Perché?
Ma non capisci? Altri robot significa che non ci sarà più spazio per noi. Il frigorifero, la lavatrice, la lavastoviglie, l’aspirapolvere, rimarremo tutti disoccupati perché questi robot sono talmente disperati che farebbero qualsiasi lavoro e pulirebbero qualsiasi cosa pur di entrare in casa nostra.
Pulirebbero pure…?
Certo, anche quello. Tra l’altro è una delle incombenze principali del robot badante.
E tu lo faresti?
No, che domande.
Perché?
Perché io sono un tostapane di ultima generazione, mica posso abbassarmi a tanto.
E allora di che ti lamenti se poi arriva il robot?
Brava, sei sempre la solita buonista...

 


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27.2.14

Storie di bambini: Nuovi pianeti del sistema solare

Storie e Notizie N. 1070

http://www.youtube.com/watch?v=bsMmvW96Dg4
Guarda il video
Pare che la Nasa abbia annunciato che la sonda Kepler ha scoperto ben 715 nuovi pianeti extrasolari, di cui 4 probabilmente abitabili.
Davvero?
E’ tutta qui la notizia?
Per questo vi pagano?
Con questi presunti primati vi meritate il privilegio di viaggiare nello spazio?
715…
Cara Nasa, cari Nasoni, Naselli o come vi chiamate, questo è un numero ridicolo.
Di pianeti io ne ho scoperti una quantità ben più grande.
Adesso non so bene la cifra esatta.
Non so neppure come si scriva, ecco.
Ma di sicuro è moltissimo, più che moltissimo, tanto all’infinito, per capirci.
Di certo il mio è un numero più grande del vostro.
Ce l’ho qui, scritto nella mia testa.
Per ora, eh?
Perché cresce, anche adesso sta crescendo.
Di cui quattro abitabili, i vostri?
Ma i miei sono tutti abitabili.
Non solo, sono anche camminabili e corribili, saltabili e pure giocabili.
Divertibili, insomma, in qualsiasi instante, del giorno e della notte.
Sì, anche della notte, perché sui miei pianeti si fa tutto ad ogni ora.
Sono i miei, li ho scoperti io e faccio come mi pare.
I nomi?
Ancora non ho pensato, non ho fretta.
Non ho fretta neppure di andarci.
Mi basta averli scoperti.
Mi basta sapere che ci sono.
Ce n’è uno così grande che non senti mai il rumore degli altri.
E ce n’è uno così piccolo che nessuno si sente mai solo.
C’è un altro pianeta che è tutto mare.
Interessante, eh? State sempre a cercare l’acqua, no?
Solo acqua, lassù, non c’è neppure il fondo.
Acqua dolce, pulita, che puoi bere.
Ma solo dopo aver cantato una canzone, fatta bene, però, senza stonature.
Un bicchiere bello colmo, ma poi per averne ancora devi cantare di nuovo.
E allora non so se ti conviene, a quel punto.
Devi accontentarti di quel che ti viene dato, su quel pianeta.
Su un altro fa troppo caldo.
Allora ci puoi stare poco.
Poi vai a rinfrescarti su quello dove fa tanto freddo.
Quindi ti geli e vuoi tornare su quello di prima.
E non c’è più!
E’ perché ha caldo anche lui e va a cercare il pianeta freddo.
Poi vede il sole e capisce che quello è il vero caldo.
Allora torna al proprio posto.
Ecco, se non ti fai prendere dall’ansia, prima o poi torna indietro.
Ci sono pianeti con animali parlanti strani.
Cioè, animali che parlano ad alta voce e che si parlano addosso, che parlano a vanvera e che parlano a sproposito, che parlano lingue che non conosce nessuno e che parlano solo con i cugini.
E ci sono pianeti così belli che quando ci vai te ne vuoi andare subito via.
Vi aspettereste il contrario, ma questi pianeti sono talmente belli, talmente belli che vuoi subito raccontare di averli visti.
A chi vuoi bene.
E anche a tutti gli altri.
Perché sarebbe veramente un peccato se tutti questi pianeti rimanessero nascosti.
Nella sua testa…

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26.2.14

Storie di animali maltrattati: lo sfogo

Storie e Notizie N. 1069

In California una coppia passeggia con il cane nella propria terra e trova 1427 monete, datate tra il 1847 e il 1894, del valore di almeno dieci milioni di dollari

Lasciatemi questo momento.
Perché questo è il mio, di momento.
Ne ho sentite tante.
Ne ho subite troppe, fino ad oggi.
Adesso è finalmente giunta l’ora che mi prenda la scena.
E dica le cose come stanno.
Un fastidio, un fastidio, alla fine di tutto.
E’ questo che dicono in molti, no?
Un peso, una rottura, una spiacevole incombenza, soprattutto d’inverno.
Bugiardi, bugia colossale.
Perché d’estate vi lamentate anche di più.
Chi me l’ha fatto fare, se l’avessi saputo prima.
Questo è il minimo che mi tocca ascoltare.
Che poi, sembra che ci facciate un favore, ogni volta.
A parte la notizia in oggetto, che mette la parola fine alla storia e non ne parliamo più, il favore lo fate a voi stessi, strappati alla fregnacce in tv o alle dita impazzite su quei minuscoli bottoncini da lettere e numeri tatuati che dovrebbero unirvi e allora non capisco perché vi lamentate di essere soli.
Soli.
E allora io che cappero sono?
Un porta ombrelli?
No, io sono quello che sporca, che vi sporca, che rompe, che vi rompe, che disturba.
Che vi disturba.
Dite che l’amico si vede nel momento del bisogno.
Del bisogno vostro, però.
Perché altrimenti che palle, anche più volte al giorno.
Scusate, eh?
Scusate se mi ascolto e assecondo i miei istinti.
Perdonate se mi permetto di vivere per quello che sono.
Dico, ma chi impedisce a voi altri di fare lo stesso?
Io no di certo.
Tra l’altro, impedire non è una parola che mi riguardi.
Del resto anche tergiversare, sarcasmo e ginecologia, a dirla tutta.
In generale, chi mi conosce davvero sa che faccio della concretezza del linguaggio un mio vanto.
Un solo vocabolo, un unico suono, ecco in cosa consiste l’intero mio repertorio.
Nondimeno, sapete meglio di me che non è la quantità di parole che arricchisce il messaggio, bensì il tono, l’intenzione.
La postura e lo sguardo.
Il sentimento, l’emozione.
Il sogno è sempre uno solo a guidare la folla quanto una sola creatura.
Il resto è materiale per i maniaci dei dettagli.
Assolvetemi per questo sfogo, perché questo è il mio momento e ho voluto prendermelo tutto.
Ne ho passate tante.
Ne ho ascoltate troppe, fino ad oggi.
Punto e a capo, ora.
Nuovo capitolo, romanzo e film con un solo incipit.
Portateci a spasso, il più possibile, e fatelo ogni volta con gioia, perché non avete idea di quello che potrete trovare in giardino…

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25.2.14

Uganda gay video risposta del paese civile

Storie e Notizie N. 1068

http://www.youtube.com/watch?v=an0bumap2tc
Guarda il video
No, noi non siamo come l’Uganda, dove su una rivista pubblicano la lista dei 200 principali omosessuali.
Noi siamo un paese civile.
No, noi queste cose non le facciamo.
A dir la verità, anche noi abbiamo le nostre classifiche.
E che male c’è?
Non c’è alcunché di sbagliato nel classificare.
Il peccato, laddove sussista, riguarda l’oggetto del contendere, ecco.
Le ragioni del primato dell’uno sull’altro.
E’ tutto lì, fateci caso.
Se ad esempio, veramente un esempio a caso, si tiri in ballo la classifica della libertà di stampa mi sembra naturale che essa sia di vanto per i primi quanto vergogna e gogna per gli ultimi.
Ma queste sono le classifiche che dividono.
I primi dagli ultimi.
I ricchi dai poveri.
Il nord dal sud del mondo.
Noi no, noi del paese civile ci chiamiamo fuori da tali contese.
Perché da noi la libertà di stampa non è mai stata in discussione.
Così come la libertà di culto e la libertà d’espressione e d’opinione.
Figuriamoci la libertà sessuale.
Indi per cui, siamo qui a ribadire con vigore che noi non siamo come loro.
Nondimeno, ci indigniamo e replichiamo al governo ugandese con la nostra classifica gay.
Eccovi, in esclusiva, la top ten.
Al decimo posto c’è uno che è talmente gay che non va mai a dormire per la contentezza.
Alla nona posizione c’è n'è un altro che è così gay che in molti sono convinti che abbia avuto un ictus, dato il sempiterno sorriso che porta in giro stampato sulle labbra.
Il tizio all’ottavo posto è talmente gay che piange dalla felicità, poi ride perché ha pianto, e poi piange perché incapace di smettere di ridere e tutti non possono fare a mano di notarlo.
Al settimo posto c’è uno che è così gay, ma così gay che non riesce a rimanere da solo poiché tira su il morale all’istante a tutti.
Leggi come uno stupefacente umano.
Al sesto posto c’è uno gayssimo, davvero, visto che ha il carnet tutto pieno fino al 2030 come claque negli spettacoli comici.
Alla quinta posizione c’è uno che è così gay da cantare a squarciagola ad ogni ora del giorno e della notte e allora lo hanno mandato su un’isola deserta perché nessuno dormiva, ma poi ha messo un video su Youtube che è diventato virale, e allora adesso sulla riva c’è un’immensa folla di barche gravide di fans adoranti.
Al quarto posto c’è uno che è invece talmente gay da vincere la forza di gravità ogni secondo, quindi tocca terra quello successivo, e poi la vince di nuovo, e va avanti così, senza sosta, su e giù, e provoca terremoti, ma sono terremoti di felicità, quindi graditi, estremamente graditi.
Quello che si trova al terzo posto è così gay da amare tutti e tutto, quindi si pente, perché per quanto sia ebbro di cuore si rende conto che non tutti meritano il suo amore, poi però ci ricasca, perché è troppo gay.
Alla seconda posizione c’è uno talmente gay da scoppiare, ma poi non esplode perché si rammenta della ragione perché si trova lì, al secondo posto.
Perché sa di avere l’amore della sua vita.
Ovvero, il più gay di tutti, quello in testa alla classifica.
Che spettacolo, eh?
Questa è una classifica di cui andare orgogliosi, cari ugandesi.
Questo è un primato che vale la competizione.
La gioia.
Sì, lo so, in quella loro gay vuol dire omosessuale, non gaio, ovvero allegro.
Ma anche i nostri sono omosessuali.
Per questo sono così felici.
Perché sanno di vivere in un paese civile.
Come vorrei sapere di vivere in un paese così...

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24.2.14

Case vuote in Europa 11 milioni di inganni

Storie e Notizie N. 1067

Mi hanno detto, così mi hanno detto.
Pare che in Europa ci sono 11 milioni di case disabitate.
Mi hanno detto così, mi hanno.
Che ci sono due milioni di case vuote solo in Italia.
Quante case vuote ci sono in Italia?
Così mi ha chiesto quello là, che non mi ricordo mai come si chiama.
Due milioni, gli ho risposto.
Perché non mi ricordo come si chiama ma è gentile con me.
Non sempre, oggi sì.
E allora, se tu sei gentile con me oggi, io questo non lo dimentico.
Almeno per oggi.
Ma due milioni di case vuote…
Ah, questo me non me lo scordo facilmente.
Anche domani.
Una casa vuota e poi moltiplica.
Una cucina vuota.
Senza fornelli?
Lascia stare, è sempre una cucina, ascolta me.
Un bagno vuoto.
Privo di sanitari?
T’ho detto lascia stare, fidati.
Vuoto vuol dire che è vuoto.
Che ci posso entrare quando voglio.
Come in cucina.
E poi voglio vedere chi storce il naso.
Se sono vuoti entrambi.
Perché se sono vuoti entrambi, ed è vuota tutta la casa, anche la camera da letto non è da meno.
Di sicuro non da più.
E come si fa tra vuoti?
Il vuoto lo puoi solo riempire.
Non c’è il letto? Senza mobilio, dici?
Ma allora non capisci?
Eppure t’ho detto lascia fare.
Ovvero, lasciami entrare.
Perché saranno pure solo pavimenti scarni e mura spoglie.
Ma il soffitto c’è, giusto?
E allora di che stiamo parlando?
Di un inganno, ecco di che.
Una casa vuota e poi moltiplica.
Due milioni di inganni solo qui da noi.
Nel mio paese.
No, perché il paese è tutto, mica solo quello al chiuso.
Mica solo quello con la tv in salotto, ecco.
E il primo inganno è nel nome.
Senzatetto? Ma quale senza tetto.
Senza vergogna, piuttosto.
E mi sembra chiaro che non sto parlando di me…
 


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21.2.14

Corea famiglie riunite dopo 60 anni: foto di una magia

Storie e Notizie N. 1066

Lontani dalla fine della guerra di Corea del 1953, più di ottanta anziani separati da quell’assurdo muro a due facce chiamate nord e sud si sono finalmente ritrovati.

E’ un abbraccio.
No, così è banale.
Allora è una danza, con la musica o senza.
No, anche questo è un già detto, troppe volte, peraltro.
Ecco, ci sono: è un gesto umano.
Eccessivamente generico, concordo.
E se invece ti dicessi che si tratta di un’immagine intima?
Va bene, può essere fuorviante.
Di questi tempi, confusi e contraddittori, meglio essere più precisi.
E’ uno scambio di aspirazioni, mancate per caso o per delitto.
No, proprio no, anche qui.
Lo scambio presuppone un interesse pregresso e questo svaluterebbe la qualità principale dell’atto in sé.
Spontaneità.
Indicibile spontaneità.
Potrebbe essere una reciproca gratificazione?
No, eh?
Già, la temperatura della frase è scesa ai limiti.
L’asticella del termometro va tenuta in alto, senza esagerare, ma, come la naturalezza del movimento, anche il calore risulta essenziale.
Requisito fondamentale, prima e dopo, figuriamoci durante.
Nondimeno, a pensarci bene, se c’è un prima e un dopo, questo vorrà pur dire qualcosa.
Prima e dopo presuppongono un cammino, un viaggio, un salto in avanti.
O indietro.
Come in una storia.
Perché chi l’ha detto che i racconti vanno letti in un unico senso?
Quelli sono i registri contabili.
Nulla a che vedere con i diritti dell’immaginazione.
Della vita.
Tenendo conto di ciò, con un po’ di coraggio, osare non sarebbe affatto un illecito.
E’ qualcosa che va al di là della logica, giusto?
Ci sono vicino?
E’ una manifestazione straordinaria che sconfigge la fisica?
Quantistica e meccanica?
E’ così, vero?
Be’, adesso tutto quadra, insomma.
Il prima è il dopo.
E viceversa.
Perché il durante scompare.
E tutto ritorna.
Meraviglioso come la prima volta.
Perché l’abbraccio, talvolta, è una magia…

 


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20.2.14

Fine del mondo 22 febbraio 2014 Ragnarok? Magari…

Storie e Notizie N. 1065

Sono rimasta senza fiato.
Il perché, si capisce alla fine.
Ho letto che c’è un’ennesima fine del mondo in arrivo, stavolta predetta dai Vichinghi: il Ragnarok.
Ragnarǫk, Ragnarök e anche Ragnarøkkr, per la precisione.
La fine del mondo.
La fine del mondo come lo conosciamo.
Lasciatemela immaginare, proprio ora.
Sì, lo so, ci sono già cascata con i Maya, ma che volete farci.
Qui si sogna, dovrebbero scrivere all’entrata.
Anzi, si spera, che rende più l’idea.
La fine del mondo…
La fine della società moderna.
Delle vie a senso unico e delle strade con pedaggio, dei treni ad alta velocità ma anche bassa, degli Iphone sempre nuovi e delle fregature sempre vecchie.
Dei governi nazionali e dei confini geografici.
Delle dogane e dei documenti, dei permessi di soggiorno o anche solo di morire preferibilmente in disparte, dove nessuno ti veda.
La fine della tv.
Delle televendite intervallate da fiction e delle telefiction che vendono di tutto tranne una storia che valga il tuo tempo.
La scomparsa del denaro.
Delle banche e dei bancomat, delle file agli sportelli e delle tasse, dei bonifici in nero e degli assegni in bianco.
La scomparsa delle prigioni.
Dei ghetti e dei recinti più o meno legalizzati, del diritto di difendersi dalla possibilità che all’altro venga in mente di ribellarsi alla missione di pace preventiva di una guerra che ha già sterminato tutta la sua famiglia.
La morte dello strapotere dell’umanità sulla natura.
La morte dell’inquinamento.
La morte della caccia al fagiano e di ogni altra specie.
Via il rumore delle macchine, largo al silenzio e poi…
In scena i grilli, gli usignoli, le anatre, perfino i maiali e gli asini.
La fine del mondo, ve la figurate?
Zero.
Un enorme zero che si abbatte sulla terra.
Tutto annullato.
Magari si ricomincia daccapo, e stavolta sono sicura che sarà diverso.
Starò molto, ma molto più attenta a quel che sbarca qui da noi.
Per non ritrovarmi nell’assurdo paradosso di essere addirittura io l’ospite indesiderata.
La fine del mondo il 22 febbraio 2014?
Magari.
Magari il cielo volesse…

 


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19.2.14

Storie sul calcio: il sogno del rosso

Storie e Notizie N. 1064

E’ un sogno, lo so.
Ma io giocatore, sono.
E chi gioca, deve per forza sognarla.
La vittoria.
Ma mica una vittoria qualunque, eh?
Perché se devi proprio sognare, allora punta in alto, cavolo.
Il massimo.
Tanto è un sogno, che hai da perdere?
Ho saputo che la coppa del mondo di calcio è a Roma, ora, nel suo tour mondiale che la porterà in Brasile, dove al fischio finale dell’ultima partita verrà consegnata a lui.
Il capitano dei vincitori.
Sì, d’accordo.
Io non sono neppure capitano, a dirla tutta.
E credetemi, non ho mai capito se ce n’abbiamo mai avuto uno, noi altri.
Nondimeno, chi l’ha detto che per vincere la partita ci voglia uno che comanda?
Basta che tutti facciano la propria parte, non occorre mica tutta questa scienza per mandare una palla in porta.
D’altra parte, si chiama gioco e non fissione nucleare.
Nonostante tutta quella roba, strategia, tattica, pressing alto e basso, zona mista e marcatura ad uomo, sempre gioco è.
Sempre mandare la palla in porta, rimane il senso di tutto.
Ovviamente, so bene quale potrebbe essere l’obiezione.
Uno che comanda c’è, in realtà.
Quello che si diverte con tutti noi, giusto?
Il tizio che muove i fili della nostra danza a due dimensioni.
Avanti e indietro.
Senza esagerare con le rotazioni, è ovvio.
Ma chi è che fa goal, davvero?
Quello che grida fuori dal campo e impazzisce di gioia o quelli come noi, che colpiscono sul serio, il pallone, e che si prendono gli insulti, se le cose non vanno?
Il fatto è che, nella realtà, noi non vinciamo mai, del tutto.
C’è sempre qualcuno che si prende il merito del nostro lavoro.
Ma non sono qui a lamentarmi, tengo a precisarlo.
I miei compagni possono testimoniarlo.
I rossi.
Così come i miei avversari di sempre.
I blu.
Non ho mai protestato per quel che il destino ha deciso per me.
Per noi.
Costretti a questa partita infinita.
Nondimeno, anche i condannati talvolta chiudono gli occhi e viaggiano.
Soprattutto loro.
E’ un sogno, lo so.
Ma io giocatore, sono.
E chi gioca, deve per forza sognarla.
La vittoria.
Della coppa del mondo di calcio…

 


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18.2.14

L'illusione di Galileo sconfigge il razzismo tra bianchi e neri

Storie e Notizie N. 1063


Signore e signori, ci son voluti ben 400 anni, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Una delle più celebri illusioni ottiche è stata svelata.
Come mai un oggetto, a parità di dimensioni, appare più grande laddove è bianco su un fondo nero, rispetto al contrario?
Galilei fu il primo a porsi tale quesito e proprio il 15 febbraio in occasione dei 450 anni dalla nascita del noto fisico, astronomo e quant’altro (1564), un team di ricercatori della State University di New York ha scoperto che l’illusione dipende da come i nostri occhi identificano luce e buio. Ovvero, la nostra interpretazione del contrasto bianco/nero è condizionata dall’idea che abbiamo di entrambi, ecco.
Cavolo, ma questa è una notizia bomba.
Dai, chi tra voi non ha pensato la stessa cosa?
Le implicazioni di questa rivoluzionaria ennesima impresa scientifica ci costringono a guardare le cose sotto una luce diversa, letteralmente.
Sebbene di pari grandezza, sino ad oggi il bianco su sfondo nero ci sembrava più grande del nero su sfondo bianco perché avevamo dei pregiudizi.
Eh, ammettiamolo, su.
Più grande, poi.
D’altra parte, fosse solo un problema di dimensioni.
Di dimensioni...
Che poi, se proprio vogliamo parlare di dimensioni, tra bianco e nero, casomai la bilancia dovrebbe pendere da quest’ultimo lato.
Ma non scadiamo nel greve, che non è nelle mie corde.
Il condizionamento ha fatto danni incalcolabili, in una pervicace quanto fantasiosa discriminazione continua.
Il bianco su sfondo nero è necessariamente un accostamento più onesto.
E il nero su sfondo bianco è di sicuro qui per rubare il lavoro.
A chi? Al bianco su sfondo nero, che in cambio diventa il protagonista del film.
Film nel quale il nero su sfondo bianco deve per forza morire per primo.
O fare il cattivo, lo spacciatore, il tossico, il ladro, ecc.
Al massimo può essere l’amico del bianco su sfondo nero che a sua volta sposa la bella.
Leggi come la bianca su sfondo nero che non sia mai che si innamori del nero su sfondo bianco perché chi ci viene al cinema a vederlo?
Solo i neri su sfondo bianco.
E qualche bianco su sfondo nero dalle idee confuse, ecco.
Un grigio, per capirci.
Difatti, il vero dilemma secondo Galileo è sempre stato il grigio su sfondo bianco o nero, perché non sai mai che cosa farà.
E siccome la gente comune, il cittadino medio, non ama le cose troppe ambigue, ovvero complicate, vuole andare sul sicuro.
Bianco su sfondo nero, tutto bene.
Nero su sfondo bianco, manco a parlarne, perché qui dobbiamo prima pensare a noi, ai bianchi su sfondo nero.
Il vero problema è quando manca la luce o in generale cala la notte.
Diventa più difficile distinguere il bianco su sfondo nero dal contrario, ecco perché la gente la sera esce sempre di meno e preferisce rimanere in casa incollata alla tv.
Schermo grande, alta definizione e soprattutto colori ben definiti.
Ma adesso che l’illusione è stata svelata, come si farà capire chi merita di più la nostra fiducia tra il bianco su sfondo nero e il nero su sfondo bianco?
Mi sa tanto che dovremo tutti fare lo sforzo di conoscere meglio chi abbiamo davanti...
 



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17.2.14

Storie sull'ambiente: Impianto solare più grande del mondo

Storie e Notizie N. 1062

Cosa leggono i miei occhi?
Leggono…
Diciamo vedono, va’.
La centrale solare più grande del mondo, Ivanpah Solar Electric Generating System, è stata inaugurata in California, nel Deserto del Mojave, 64 chilometri a sud ovest di Las Vegas.
Bravi, siete bravi, siete.
Non che la cosa mi dispiaccia, ecco.
Non ho mai fatto di queste scenate, mi siete testimoni.
Chi mi conosce, sa bene che spettatore silente, sono.
Silente con la esse minuscola, da non confondersi con il noto mago defunto causa malattia di malefica natura.
Silente, ovvero silenzioso.
Non del tutto, d’accordo.
E’ normale, no? Uno guarda, osserva, vede e quindi qualcosa risuona, dai.
Come concordano il lago, il fiume e perfino il mare, è esattamente come quando ti tirano sulla schiena un sasso levigato, scopo rimbalzo possibilmente multiplo.
Pima o poi la pietra si ferma e mentre tu conti i suddetti rimbalzi io faccio altrettanto con i cerchi che si allargano intorno.
Dentro di me.
Leggi pure come le conseguenze della fine.
Di un viaggio, di un amore, di una vita.
Di una storia.
E’ questo il mio premio, al tramonto.
Ma allora, direte voi, visto che un premio ce l’hai, che hai da protestare?
Protestare, proprio no.
Non mi sembra affatto di aver esagerato i toni.
E non mi pare che sia mai accaduto prima d’ora.
Ve ne sareste accorti, credetemi.
Diciamo che, data la pomposità della centrale in oggetto, tale da meritarsi il primato di cui sopra, mi sono sentito in diritto di accampare qualche legittima richiesta.
Niente di speciale.
Nulla che non sia nelle vostre possibilità.
Trattasi, peraltro, di bisogno naturale.
No, nulla di prettamente inguinale, state tranquilli.
La volgarità non è mai stata nel mio stile.
E’ una necessità più dello spirito che del corpo.
Va be’, questa l’ho detta così per dire, considerando che non mi riguarda nessuno dei due.
D’altra parte, non v’è n’è una tra le più ataviche diatribe che mi interessino.
Esiste o non esiste, è vero o falso, ha ragione lui o l’altro, i primi o gli ultimi.
Non che non abbia una mia opinione sulle grandi questioni, non fraintendetemi.
E’ solo che a differenza di molti, troppi, non sono così convinto che il mio parere sia così importante.
I miei occhi sì, però.
Tengo particolarmente a quel che vedo.
Ed è qui che punto i piedi per la prima volta da quando esisto.
O esistete, che forse è più esatto.
Prendete quanta vita volete, da me.
E nutrite la vostra con la mia.
Non c’è mai stato baratto più perfetto, sulla terra.
La vostra.
Ma, in cambio, voglio vederla davvero, quella vita.
Sorprendetemi con l’originalità.
La fantasia.
E la libertà.
Che quelli come me, con un tempo e un destino immutabile.
Già scritto.
Non avranno mai.
Dicesi vita.

Il sole

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14.2.14

Storie di donne: San Valentino e la zitella

Storie e Notizie N. 1061

Una vecchia zitella, sì.
Così mi ha chiamato quella faccia di carciofo l’altro giorno.
Sapessi cosa vuol dire, avrei potuto pure ribattere.
Il fatto è che sono persuasa che neanche lui ne conosca il significato.
Zitella.
La gente parla a vanvera, questa è la verità.
Ti vede lì, da sola.
Da sola oggi, però.
E trae le sue conclusioni.
Affrettate, è indubbio.
Ma dico io, ti va di commentare? Fermati un attimo e parliamone.
Chiedi, insomma, chiedi, se ti interessa.
Sì, sono sola.
Ma non è sempre stato così.
Ti sembrerà strano, ma anch’io ho avuto compagnia.
Affetto, chiacchiere, sorrisi, e tanto cameratismo, guarda un po’.
La realtà è che vanno tutti di corsa, oggi, come dei ratti inseguiti dai gatti.
Rima involontaria, ma rende l’idea, insomma.
Sono sola, non posso di certo negarlo.
E’ la mia vita di oggi.
Ma perché dev’essere necessariamente un’onta, questo non lo comprendo.
Complimenti, sei sopravvissuta, no?
Brava, ad essere ancora in ballo?
Ti ammiro per la tua tenacia?
Ecco, questo è troppo.
Più che tenacia, è stato culo.
E senza fare battute idiote, so bene di non avere un lato b da urlo.
Sono nella media, che poi non è così malaccio.
E allora perché sono sola?
Monsieur il Caso, tutto qui, ma la domanda è ben altra.
Altre, anzi.
Perché le altre?
Perché se ne sono andate le altre, questo è il vero quesito.
Andate…
Diciamo strappate via dalla loro terra natia.
Letteralmente.
Violenza a cui ho assistito impotente.
Testimone oculare di inspiegabili rapimenti senza riscatto.
Quasi inspiegabili, a dirla tutta.
Qualcosa la so.
Così, ascoltando le voci in giro.
Intorno a me, è ovvio.
Me l’ha detto l’uccellino, potrei confessarvi, ma so già che non mi credereste.
A causa dell’omonimo modo di dire.
Colpa dell’amore e degli innamorati.
Colpa altresì della festa di San Valentino.
Che ricorre oggi.
Credo che la cosa fili, poiché il picco di sparizioni c’è stato sempre tra l’inizio di Gennaio e la prima metà di Febbraio.
Ogni anno.
Ne resterà solo una, te, perché sei una vecchia zitella, ha ribadito un verme poco fa.
Se ti chiami verme, ho replicato, ci sarà un motivo, no?
Non sono vecchia e neppure una zitella, qualunque cosa voglia dire.
Sono solo sola.
Oggi.
Non è sempre stato così.
Ma d’altra parte, chi vi dice che sarà così anche domani?

 


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13.2.14

Storie sulla luna: Coniglio di Giada è innamorato

Storie e Notizie N. 1060

Buone notizie, signore e signori.
Ogni tanto, arrivano buone notizie.
Trascorsi venti giorni di preoccupante silenzio, Yutu, il Coniglio di Giada cinese o Rover, si è risvegliato ed è tornato a funzionare.
Sono state giornate d’angoscia e notti insonni per i familiari di Yutu, credo sia comprensibile.
Ma ora è il momento di esultare e liberarsi dall’ansia accumulata.
“L’ho sempre detto, io, e nessuno mi da mai ascolto”, si è lamentato papà Chang, satellite in pensione. “I narcolettici non dovrebbero fare gli astronauti, ma sua madre gli ha consigliato di non metterlo nel curriculum ed ecco cosa succede.”
Il genitore ha così rivelato alla stampa il segreto disturbo che a quanto pare Yutu aveva nascosto durante i colloqui con i funzionari dell’Agenzia Spaziale di Pechino.
Questi ultimi hanno invitato Yutu a tornare immediatamente ma inquadrato nel monitor il nostro ha sorriso senza rispondere, facendo cenni d’assenso con il braccio meccanico mostrando il classico okay, ovvero il cerchio con il pollice e l’indice.
Pollice e indice robotici, è chiaro.
“Ha lasciato l’apparecchio acustico a casa, processore di mamma sua”, ha tentato di giustificarlo sua madre Lyn, un’anziana tv in bianco e nero di quelle con la manopola e senza telecomando.
Dal canto suo, i vertici dell’Agenzia spaziale hanno annunciato un’inchiesta interna.
La nebbia della bufera si è diradata e un nome è venuto fuori.
Trattasi di una talpa che ha falsificato gli esami di ammissione del Coniglio lunare, che è poi la sorella di Yutu.
La stampante Mosako.
“E’ adottata”, ha cercato di minimizzare Chang.
Nel frattempo l’Agenzia intende far di tutto per bloccare la missione e cerca di comunicare con Yutu attraverso cartelloni con varie scritte.
Cartelloni, diciamo uno, con sopra impresso: sei licenziato, torna subito.
Stessa reazione di prima da parte del Rover, sorrisi e OK all’obiettivo della camera.
“Sapesse leggere, tutto sarebbe più facile”, si è lasciata sfuggire Mosako, parlando con l’avvocato di famiglia, il tostapane Chun, abile elettrodomestico delle aule giudiziarie cinesi.
Appresa l’ultima vergognosa rivelazione su Yutu, l’Agenzia ha deciso di mandare un altro Rover sulla Luna per comunicare vis a vis all’interessato il suo licenziamento in tronco e per rimpiazzarlo.
Tuttavia, come si dice, hanno fatto i conti senza l’hard disk.
Difatti, il Rover che è ormai in viaggio è in realtà una Rover, si chiama Fujiko ed è nota agli addetti ai lavori come Lepre di cristallo.
Ma è ancor meglio conosciuta dai familiari di Yutu come la sua fidanzata.
“Sono freschi sposini”, ha confessato la suocera Lyn, “che volete farci, sognavano un viaggio di nozze da sogno.”
Polizia, esercito, marina e aeronautica sono tutti in campo per arrestare la coppia di fuggitivi a spese del governo e il giudice ha già dichiarato che una pena esemplare li attende al ritorno.
“Eventuale, ritorno”, ha commentato Chang al citofono ai giornalisti che assediano la sua casa. “Se quello si riaddormenta son dolori.”
Nel frattempo, l’Agenzia ha ricontattato ancora Yutu e nel monitor stavolta non è più solo.
I Rover a sorridere sono due, ora.
Missione compiuta.
San Valentino sulla luna.
 


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12.2.14

Iran espulse giocatrici nazionale erano uomini: se fosse in Italia

Storie e Notizie N. 1059

Leggo che quattro calciatori della Nazionale femminile iraniana sono stati sospesi fino a quando non avranno completato del tutto il cambiamento di genere.
Figuratevi se la cosa fosse accaduta nel nostro paese.
Al contrario, però.
Ovvero nella nazionale maschile…

Scandalo alla corte di Prandelli.
La notizia del giorno è ormai in cima ad ogni testata nostrana, sportiva o meno.
Il fatto è accaduto durante il ritiro della nazionale di calcio. Nella fattispecie, all’ora delle consuete docce post allenamento.
Qualcuno dei giocatori aveva maturato qualche sospetto, ma non aveva parlato perché si sa, su questo tema ci sono ancora oggi molte riserve, da noi.
D’altra parte, quel gruppetto di quattro che soleva puntualmente rientrare nello spogliatoio sempre per ultimo col tempo aveva catalizzato l’attenzione di tutti i compagni.
“Ehm… dovevamo provare i rigori”, rispondevano ogni volta rientrando quando gli altri si erano già docciati.
Nessuno di loro ne aveva mai calciato uno in partita, a dire il vero, e allora cambiarono versione.
“Punizioni, abbiamo provato le punizioni”, iniziarono a dichiarare con uno strano sorrisetto sotto i baffi.
Baffi…
Diciamo una quasi inesistente peluria, ecco.
Nondimeno, è risaputo, la curiosità è femmina, ma i dubbi vengono anche al cosiddetto sesso forte e allora uno dei centrocampisti più bassi, un talentino brasiliano naturalizzato abruzzese soprannominato Tappinho, era stato incaricato di spiare i quattro.
Cosicché, si era nascosto nella cesta con le divise e gli altri indumenti da lavare.
“Mi raccomando, Tappinho”, si era raccomandato il terzino Maritozzi, l’ideatore del piano, “non farti scoprire.”
Nessuna risposta. Tappinho era svenuto per la puzza.
Capirete, due sedute di allenamento di altrettante ore, tra calci e scivolate nel fango di questi giorni avevano reso i calzettoni nostrani delle vere armi di distruzione di massa.
Così, fu incaricato lo stesso Maritozzi di portare a termine la missione.
E l’inganno è stato così svelato.
I calciatori sono in realtà calciatrici, le quali si sono travestite sotto mentite spoglie per far parte degli azzurri del pallone, dove si guadagna di più rispetto alle donne, ecco.
Signorine dalla sportività confusa, traditrici della patria calcistica, subdole ingannatrici dell’Italia Mondiale, serpi in seno a Buffon, tanti sono gli appellativi sui giornali che si moltiplicano in queste ore.
“Ma quali punizioni e rigori”, è sbottato uno dei giocatori, tra quelli normali, insomma. “Questi… queste… ma come devo chiamarli, adesso?”
Sotto accusa il capo dei massaggiatori.
Sapeva tutto e ci marciava.
Colpa di Balotelli, ha tuonato la Lega.
Ciò nonostante, un'altra sciagura si sta abbattendo ora sulla Nazionale.
Tappinho è scomparso, la famiglia ha annunciato che non lo vede da una settimana.
E nel medesimo tempo Maritozzi e i suoi compagni si sono consegnati alla polizia.
Eh, capirete. I panni vengono lavati all’indomani degli allenamenti e una notte intera soffocato dai pedalini nazionali gli sono stati fatali.
Interviene Napolitano.
E’ grazia, i mondiali sono salvi.
Bisogna solo trovare altri quattro calciatori.
“Anzi, cinque”, ha detto difatti Prandelli alla stampa, all’uscita dal funerale di Tappinho, annunciando la novità della sua nazionale.
Basta con le punizioni e i rigori supplementari.
Doccia di gruppo obbligatoria per tutti.
 


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11.2.14

Storie di animali migratori: la scoperta di Luì

Storie e Notizie N. 1058

Leggo or ora che l’uccellino chiamato Luì di Pallas, ovvero Phylloscopus proregulus (in Inglese Pallas's Leaf Warbler o Pallas's Warbler, uccello canterino scoperto da Peter Simon Pallas), durante la sua migrazione ha cambiato improvvisamente idea e dalla Siberia centrale è volato sino in Abruzzo, presso il laghetto artificiale di Vetoio, vicino L’Aquila, invece che in Cina, dove effettivamente avrebbe dovuto condurlo l’istinto. Viaggiando per 6000 chilometri contromano.
Secondo gli esperti si è trattato di un errore.
Ah, questi esperti, ma perché non chiedono direttamente all’interessato?
E’ pure canterino, cappero.

Luì
Cara Lià,
ricordi cosa mi dicesti ad un soffio dalla morte, stretta in quel nero abbraccio?
Non sai volare, queste furono le tue ultime parole.
Quasi, ultime.
L’ultima, davvero l’ultima, fu qualcosa di diverso da una semplice parola.
Qualcosa di più.
Vola.
Ti ho voluto un mondo di bene, nel tempo che ho trascorso con te, insieme, possibilmente lontani da quel sopravvalutato pavimento di erba e roccia chiamato terraferma.
Mai quanto te ne ho voluto dopo, laddove sei divenuta solo un ricordo.
Ovvero, la storia di te.
Con un finale straziante, me ne rendo conto, ma condito con un pizzico di giallo.
Una frase insolita, con un Pi Esse ancora più bizzarro.
Vola.
Lià
All’inizio pensai che fossero deliranti fughe di una mente sopraffatta dallo shock.
Tuttavia, i mesi passavano e man mano che le immagini di quell’ultima scena scorrevano ancora, ancora e ancora nella zona replay della mia personale memoria, qualcosa di sensato prendeva forma.
Quella di due ali.
Due ali che volavano, da sole.
Senza un corpo, senza il becco e le zampe.
Solo due ali.
Libere di seguire se stesse.
Folgorato dal dipanarsi dell’enigma che mi lasciasti quale inaspettata eredità mi sono imbattuto nel ramo di un albero e sono caduto in terra.
Lì, con la schiena sul prato, le ali spiegate e gli occhi fissi al frammento di cielo che sopravviveva all’intrigo di foglie ho capito.
Migrare non è volare.
Certo, ci vai in volo da nord a sud di questo pianeta e viceversa, è ancora oggi il modo più veloce e sicuro, più che mai sicuro visto che aria tira là sotto.
Ma volare, affidarsi a loro, fidarsi di loro, credere veramente in loro è tutt’altra cosa.
Le ali che non ho mai avuto.
Le tue.
Perdonami, mia cara, perdonami di averti ripreso con veemenza quando cambiasti rotta all’istante solo per il gusto di tornare indietro, per poi finire in quella maledetta pozza nera.
Solo adesso so chi era il folle e chi l’uccello.
Leggi come colui che vola perché ne ha il dono.
Perché desidera farlo.
Non perché deve.
E perché non avrebbe senso alcuno volare sapendo sempre dove si va.
Sono felice perché mi hai insegnato a volare.
Al contrario.

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10.2.14

Giraffa Marius uccisa allo zoo video: risposta del cucciolo

Storie e Notizie N. 1057

“Sono orgoglioso perché abbiamo dato ai bambini una grande conoscenza dell’anatomia di una giraffa che non avrebbero potuto avere tramite foto”, pare abbia dichiarato il portavoce dello zoo di Copenaghen che, questa domenica, ha fatto uccidere un cucciolo di giraffa in diretta tv innanzi ad un pubblico di bimbi e relativi genitori, per poi sezionarlo e darlo in pasto ai leoni.
Ecco quale risposta risuona nella mia animalesca fantasia…

Mi chiamo Marius e sono una giraffa.
http://www.youtube.com/watch?v=IzFDXHusym4
Ops, ero.
Siamo in onda? Le telecamere sono accese? Vado?
Ecco, volevo aggiungere una specie di coda alla mia esibizione di ieri.
Coda metaforica, sia ben chiaro.
D’altra parte, io una coda sola ho.
Pardon, avevo.
Che volete farci, sarà colpa del Jet Lag.
Capirete, arrivare nel paradiso delle bestie non è mica come fare due fermate di metrò.
Non è nemmeno come da capolinea a capolinea.
Dove mi trovo ora è incalcolabilmente più lontano rispetto al luogo in cui vivevo.
Vivevo, comincio ad azzeccare i tempi.
Peccato, ad ogni modo, è un vero peccato che sia così fuori mano se lo guardi dal mondo di prima.
Se lo immagini.
E peccato è proprio la parola giusta, credetemi.
Almeno adesso, che la mia parte l’ho fatta per lo spettacolo di umana moralità.
Io vi ringrazio, comunque.
Aver dato la vita per insegnare qualcosa ai bambini è un bel modo per chiudere un racconto.
Il problema è che non c’è stato alcunché di originale, nella mia dipartita, non lo vedete da voi?
E alla fine la giraffa muore. A pezzi, mangiata dal leone.
La banalità è il più terribile dei peccati, allorché si chiami un pubblico a raccolta.
E perfino io che sono un animale ho compreso che i bambini sono gli spettatori che più devi sorprendere.
Avrei capito, che so, il contrario.
Magari con qualche effetto speciale, ma volete mettere il leone che muore fatto a pezzi dalla giraffa?
Eh dai, avremmo fatto il record di ascolti.
Nondimeno, fosse l’unico peccato.
L’anatomia della giraffa… ma chi vi ha detto che i bambini possiedano la vostra medesima ossessione per i nervi scoperti, i muscoli pulsanti e soprattutto il sangue caldo appena sfornato?
Capisco che tra i tanti ci siano quelli dediti a fare a brandelli peluche e pupazzi, per la giusta curiosità di quel che si nasconde dentro, ma cosa vi fa pensare che tutto quel che si vede sia ben noto?
A voi, intendo, eh?
Proprio un peccato, questa fine.
E’ un peccato, perché avrei potuto confidarvi se abbia mai desiderato di avere un collo meno lungo. Ed è un peccato anche perché effettivamente non mi sono mai sentito a mio agio con questa sorta di oscillante pertica maculata.
E’ un peccato, perché avrei potuto mostrarvi davvero cosa possa fare una giraffa, per salvarsi la vita. Ed è un peccato perché non lo saprete mai, non vi interessa degli umani, figuriamoci noi altri.
E’ un peccato perché i leoni si sono pentiti di avermi mangiato solo dopo avermi digerito. E perché il leone è leone, mangia le giraffe se questo dice il copione, ma questo non vuol dire che una volta in camerino, senza trucco, non si rammenti di quando scriveva da sé la sua parte.
E’ un peccato per me, se me lo permettete. Ed è un peccato perché, sebbene sia morto molto giovane, ero scampato ai leoni un cespuglio di volte.
Puntavo al record di categoria, ecco. Di certo non pensavo di finire sbranato proprio allo zoo.
E’ un peccato, è proprio un peccato che voi umani non sappiate scrivere i finali con un minimo di fantasia.
Ma se man mano che vi avvicinate all’ultima scena non vi appassionate alla storia che gusto ci trovate a leggerla?
E a viverla?

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7.2.14

Storie di animali: il cane cosa ha imparato

Storie e Notizie N. 1056

Mi chiamo Colonel e sono uno di quelli che di solito vengono chiamati cani da guerra.
Ora sono un ostaggio, prigioniero dei miei nemici.
Miei nemici...
Giusto per chiarezza, i Talebani, qui in Afghanistan, non sono miei nemici.
Sono i nemici dei miei padroni.
Ex padroni, sempre per la precisione.
Quindi, ad onor del vero, mi trovo nelle mani dei nemici dei miei ex padroni.
Perciò, fino ad un attimo prima della mia cattura, io ero un cane da guerra che combatteva contro i nemici dei miei padroni di allora.
Mentre, adesso, i miei attuali padroni mi tengono prigioniero e ci tengono particolarmente a mostrarmi con orgoglio ai loro nemici, che poi sono i miei ex padroni.
Col senno di poi, allora, torno indietro nel tempo.
Eccomi lì, all’addestramento, agli inizi della mia carriera.
No, ancora prima.
Un cane, solo un cane.
Niente di più, d’accordo.
Non un cane poliziotto o un cane da salotto, neanche un cane da tartufi o un cane da riporto, neppure un cane per ciechi o un cane da caccia.
Un cane, un cane e basta.
Niente di meno, sia ben chiaro.
E all’improvviso, ecco che arriva la benedizione, ovvero la funzione aggiuntiva, il merito di servire gli umani, un’eccezionale elevazione al rango superiore di animale utile a più evoluti scopi.
Umani.
Un cane da guerra.
Vuoi mettere?
Saper scovare bombe e ordigni vari, salvare vite, proteggere i buoni dai cattivi, lottare per la democrazia e la pace.
Umana.
No, perché la pace canina è un dato di fatto, è una condizione dell’esistere, diciamola tutta.
Non la chiamiamo neanche pace, ecco.
Siamo qui, abbaiamo, ci annusiamo, si mangia e si fa all’amore, qualche pulce e poco altro.
Che volete farci, bestie siamo.
Non umani.
Neppure disumani, che vuol dire altro, lo so.
Eppure come ero contento, allora, quando finalmente mi ero guadagnato sul campo la comprovante aggettivazione.
Da guerra.
Finalmente anch’io ero un cane da qualcosa.
Sempre col senno di poi, chissà se esistono anche i cani da pace.
Ho come l’impressione che abbiano vita più agevole, ma forse mi sbaglio.
Non ho mica tutto questo cervello.
Umano.
Tuttavia, una cosa l’ho capita e mi rivolgo a voi, ora, chiunque voi siate, cani o quant’altro.
Cercate di far di tutto per rimanere quello che siete.
Umani o bestie.
Non fatevi ingannare dalle parole.
Soprattutto per ritrovarvi un giorno a pagarne le conseguenze scoprendo di non aver capito nulla di quel che è stata la vostra vita sino a quel momento.

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6.2.14

Beethoven Giapponese impostore e compositore ombra storia si allarga

Storie e Notizie N. 1055

Signore e signori, è giunto il tempo di togliere le maschere.
Il famoso musicista nipponico, Mamoru Samuragochi, non sa scrivere musica.
E non è neppure sordo, come ha sempre sostenuto.
Ci sente eccome.
Lo sa bene, e lo ha sempre saputo il vero compositore delle opere, Takashi Niigaki, insegnante di una scuola di Tokyo, sfruttato impunemente per vent’anni dal Beethoven del Giappone, come veniva chiamato.
Un caso isolato? Una straordinaria eccezione nel firmamento dei noti? Tutt’altro.
La storia si allarga.
Il più noto e venduto scrittore nostrano, di cui non faccio il nome perché la cosa non è ancora ufficiale, ha confessato di copiare i propri romanzi direttamente dal diario della badante cinese di sua nonna.
E in una reazione a catena di ingannevoli parole, ovvero un domino di volumi rigorosamente da vetrina, altri popolari autori hanno confessato.
Il portinaio e l’idraulico, la commessa al bar e la signora della frutta, il giovane introverso del balcone di fronte e la ragazza con la cuffietta incontrata quotidianamente sul metrò, financo l’edicolante egiziano e la parrucchiera romena, ecco chi sono i veri autori dei best seller nazionali.
Ma non è finita qui.
Chiudete gli occhi e figuratevelo.
Il vostro idolo canoro.
L’ugola d’oro dalle seducenti fattezze, il che non guasta mai.
Anzi, conta molto di più delle corde vocali, diciamola tutta.
Ebbene, ogni voce ormai di casa nei vostri padiglioni uditori, di strofa o ritornello vestita, appartiene ad una sola creatura.
Trattasi di un pappagallo schizofrenico, un rarissimo caso di volatile con personalità multipla, tragica conseguenza di una vita intera ingabbiato in soggiorno, costretto ad ascoltare tutte le edizioni sanremesi, festivalbaresi, ecc. degli ultimi anni.
Vi sembra tanto?
Troppo?
Eh, ma questo è niente.
A voi, che in tutto questo tempo avete vissuto nell’invidia verso sovradimensionate star della camera da letto, ma che dico, di tutte le zone della casa possibilmente sdraiabili, sappiate che al momento del ciak più torbido sono sempre entrati in scena loro.
I cugini.
Ebbene sì, ogni stella del materasso deve il proprio successo al cugino o alla cugina, pagati in nero come controfigure orgasmiche.
Ma in fondo, lo avete sempre sospettato, no?
Chi non ha mai fatto un sogno proibito su un cugino o una cugina.
Siamo oltre il limite?
Magari.
Dispiace bucare i palloncini, di lustrini e paillette ricoperti, che volteggiavano nell’ammirato orizzonte, ma se questi confessano mica è colpa mia.
Difatti, in fila come all’ingresso di Equitalia, si vedranno fuori dagli studi televisivi meste code di attori e attrici che devono il successo alle tanto seguite fiction.
Attori e attrici, noi? Volete scherzare? Ma chi di noi ha mai studiato recitazione? Un corso vero, eh? Mica quella roba fatta in dieci giorni per scrivere qualcosa in calce al book.
Confessioni squillanti come latrati di cani in calore, animali tirati in ballo tutt’altro che a caso.
Un applauso si leva dai presenti. Finalmente un po’ di verosimile dal diaframma degli ormai ex divi del piccolo schermo.
Potrei finirla qui, ed effettivamente è quel che sto per fare, ma non pensiate che la cosa non vada avanti.
La storia si allarga, ve l’ho detto.
Al punto da scoprire che l’olimpo non esiste.
Che gli dei siamo sempre stati noi.
Seppur mortali e limitati.
Ma infinitamente più divertenti dei pupazzi nel megaschermo.
Perché eravamo noi a muoverli.
 


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5.2.14

Giornata contro lo spreco alimentare confessione del demone

Storie e Notizie N. 1054

Oggi, mercoledì 5 Febbraio 2014, ricorre per la prima volta nel nostro paese la Giornata nazionale contro lo spreco alimentare. Leggo che la Fao ha calcolato che ogni anno nel mondo 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono gettati nella spazzatura.

E’ mia, la colpa è mia.
Solo mia.
Ops, non mi sono presentato, pardon.
Sono il demone dello spreco, eh già.
Io prendo, agguanto e mi porto via tutto quel che posso.
Leggi quello che l’umano dimentica.
Tra le presunte trascurabilità del vivere.

Il bianco che, in apparenza, non serve.
Lo spazio in calce al racconto, la riga assente, la fessura tra una rima e l’altra, l’intera pagina intonsa per dar volume a quest’ultimo.
Tutto afferro, lo spazio glabro da inchiostri vari, e lo sbrandello in una miriade di frammenti inutilizzabili.
Auspicabilmente incomponibili, in una irreversibile danza dello stracciamento.

Le pause, le giammai inutili pause dell’ameno conversare.
Il più appetibile per quelli come il sovrascritto.
Ladri di parole non dette.
Peccati semantici e delitti sintattici che adoro collezionare.
Potrei pure riempire io stesso quegli avvalli con le mie, di frasi.
Se avessi qualcosa da dire, in effetti.
Sono troppo occupato nell’accumulo di infinite quantità di resti.

La roba tutta, che all’improvviso, dopo una settimana o al più un mese, viene cancellata dalla proprietà.
Indegna di meritarsi il marchio.
La mia roba, la nostra.
Che all’inizio del primo atto ha un prezzo e alla chiusura del sipario diviene scenografia superflua.
E cancellata dal ricordo.
Come una bianca parentesi dello scrivere e un’esitazione del dire, è come se non fosse mai esistita.
Tranne che per me.

Eccomi lì, esattamente in quell’anonimo pixel dello schermo che faccio capolino e mi approprio con avide mani del dono.
Quel che l’occhio umano non vede, io faccio mio.
Soprattutto quel che vede e non cura.
Con la giusta affezione.

Nondimeno, signore e signori, perfino io possiedo un’etica.
Una sorta di tale, nevvero.
Ecco perché lo sperpero del cibo, e qualsiasi prolungamento del viaggio di quest’ultimo, è affare vostro.
Perché neanche un diavolo arriva a tanto.
Smettetela, una volta per tutte, di farmi concorrenza…

 


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4.2.14

Auto parlanti dagli USA video storia: cosa dicono

Storie e Notizie N. 1053

Leggo che negli Stati Uniti, per migliorare la sicurezza stradale, stanno progettando automobili in grado di comunicare tra loro in Wi-Fi attraverso una tecnica chiamata vehicle-to-vehicle, in breve V2V, in modo che il conducente di un mezzo venga informato dell’arrivo di un altro anche a 300 metri di distanza.
Si parla del futuro, ovviamente.
Nondimeno, se le auto potessero parlare oggi, cosa direbbero?
Cosa direbbero di noi?

Mattino presto.
http://www.youtube.com/watch?v=WITv-VgDzjs
Guarda il video
Traffico di punta.
Tangenziale intasata.
E la prima voce si leva dal confuso agglomerato di metallo e fumo.
“Vita breve, sì”, fa lo scooter svicolando tra la macchine incolonnate.
“A cosa ti riferisci?” chiede la moto che lo precede in un convulso zig zag.
“Al tuo mezzo centauro”, risponde il primo.
“Spiegati meglio.”
“Che c’è da spiegare? Se continua a sfrecciare così come in un videogioco vuoi che prima o poi qualcuno non vi apre uno sportello dritto sul grugno? Il tuo, è chiaro.”
La moto fa un gesto visibilmente apotropaico, ovvero si tocca la marmitta.
“E perché mezzo centauro?”
“Perché se insiste in questo modo, altro che metà cavallo e metà uomo. Rimane solo la seconda, di metà, senti a me.”
“Be’, almeno se ne liberaaa…” grida un autobus stracolmo oltrepassato da entrambi.
“Se ti riferisci al pilota, concordo”, osserva con voce vistosamente nasale una piccola utilitaria di fianco. “Io il mio non lo sopporto proprio…”
“Di che ti lamenti?” salta su il mezzo pubblico. “Tu ne potresti avere al massimo… - conta anche i sedili vuoti - cinque, forse sei, con un infante in braccio. Ma lo vedi che massa informe di casi umani mi devo portare dentro la pancia ogni giorno?”
“Sarà come dici tu”, fa la piccola auto per niente impressionata.
“Raffreddata?” chiede il bus.
“Perché?”
“Quando parli pare che hai il tubo di scappamento intasato…”
“No, lo chiudo con la molletta. Te l’ho detto che il tizio che mi guida non lo sopporto.”
“No…” fa l’autobus con tono grave. “Non mi dire.”
“E invece sì.”
“Ritiro tutto, allora. Non che i miei siano dei fiori di campo, ma una flatulenza concentrata in così poco spazio credo sia micidiale.”
“Non sai quanto.”
Un violento clacson interrompe la conversazione.
“Ci diamo una mossa?” grida una scintillante quanto rombante fuoriserie alle spalle dell’utilitaria.
“Dove vuoi che vada?” risponde il bus al posto di quest’ultima. “Non si vede neanche la fine di questa fila.”
“Sì, lo so”, fa il macchinone, “Se fosse per me butterei il motore e passerei il resto dei miei giorni ad arrugginire in un bel box vista mare. Il fatto è che se il tipo qui al volante non trova strada da bruciare si ricorda di quanto ha speso per comprarmi, per poi ritrovarsi imbottigliato con macchinette che costano meno di un mio fanale.”
“Stai sempre meglio di me”, ribatte l’utilitaria.
“Troppo piano?” fa la fuoriserie.
“No”, risponde il bus, “troppa puzza.”
“Come hai ragione”, fa l’altra. “Dannato smog.”
“No, non hai capito…”
In quel mentre si sente un rumore inusitato e tutte le auto si zittiscono, drizzando occhi e orecchie.
Ovvero specchietti retrovisori e frecce.
Un orso sfila sul marciapiede, sebbene lentamente, superando tutti loro.
E l’insolito rumore di cui sopra è prodotto dal cigolio di ruote di plastica.
Che volete farci, il triciclo è usato, ma fa ancora il suo lavoro.
Con estremo piacere, sembra, e nessuna fatica.
Come se sia solo un gioco, viaggiare.
Quindi, nel silenzio generale, l’animale si allontana all’orizzonte.
E identiche parole si levano di commiato al nostro, da ogni macchina presente.
Beato lui.
Nessuno saprà mai a chi dei due si riferissero.
 


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3.2.14

Storie d'amore: JK Rowling Hermione sposa Harry Potter

Storie e Notizie N. 1052

L’autrice della nota saga del maghetto di Hogwarts ha rivelato che nella realtà, in accordo a meri criteri di verosimiglianza, Harry avrebbe dovuto impalmare Hermione al posto dell’amico Ron.
Sono rimasto deluso, poiché – per quel che possa valere – l’improbabile storia d’amore tra il simpatico ma goffo Weasley e l’acuta e affascinante ragazza interpretata da Emma Watson mi era piaciuta.
D’altra parte, la verosimiglianza è davvero così importante nelle storie?

Verità.
Un’iniezione di verità.
Ecco quel che ci vuole, alla nostra fantasia.
E tutto diverrebbe più accettabile.
Forse.
Più logico.
Di sicuro.
Peter Parker viene morso da un ragno radioattivo e lo sfigato e timido secchione si ritrova trasformato in uno sfrontato figaccione forte come un toro. Da un grande potere derivano grandi responsabilità? Sì, d’accordo, ma chi me lo fa fare? Qui è tutto un magna, magna, ecc. lo sai che c’è? Nella storia verosimile col cappero che Peter si cuce il costume e la mascherina per azzuffarsi con i vari Goblin, Octopus e Uomo Sabbia e per vedersi comunque additato come un delinquente dalla polizia e da quel babbeo di Jameson. Si sposa Mary Jane, la tradisce con Gwen e si mette davvero a fare il campione di wrestling per guadagnare soldi, per poi sfondare nel cinema e guadagnarne anche di più.
D’Artagnan si ritrova in eredità una sottospecie di cavallo e sfida nello stesso giorno i tre migliori moschettieri di Francia? Macché, nel mondo verosimile vende il ronzino e se ne va a fare il pittore nel quartiere degli artisti a Mont Martre, senti a me. Ma chi glielo fa fare di rischiare la vita per fare a spadate?
James Bond al servizio di sua Maestà tutta la vita? No, dico, ma scherziamo? Si vive solo due volte? Ma a mala pena se ne vive una, di vita, diciamola tutta. Nelle storie verosimili 007 si vende ai russi e poi di nuovo agli inglesi, quindi passa alla Cia, li tradisce con i cinesi, diventa di Al Qaeda ma poi si converte al buddismo e scrive un libro di memorie che poi vende a Hollywood e si candida con i democratici nell’Arizona.
Miss Marple, scusate, ma ne vogliamo parlare? La signora anziana che va in giro a risolvere casi nei quali la polizia puntualmente brancola nel buio? Nel racconto verosimile, alla prima intrusione la vecchina viene arrestata e poi internata in una clinica psichiatrica a vita. Sia se le sue osservazioni siano sensate o meno, poiché quale ispettore accetterebbe che una vegliarda nonnina risulti più sveglia di lui?
Lo stesso accadrebbe a Sherlock Holmes, questo è chiaro. Anzi, lo stesso detective, se effettivamente così geniale, si guarderebbe bene dal ficcare il naso nelle indagini di Scotland Yard. D’altra parte, nel caso quest’ultima gradisse le sue consulenze, Sherlock si farebbe pagare lautamente, Watson gli farebbe causa per avere una percentuale e tutti finirebbero in tribunale o all’ospedale dopo una violenta colluttazione.
Al primo segno di squilibrio, l’equipaggio del capitano Achab si ribellerebbe, lo appenderebbe per la gamba di legno al pennone più alto e Quiqueg sarebbe di sicuro la mente dell’ammutinamento. E anche Sancho Panza chiederebbe conto a Don Chisciotte dopo l’ennesima follia e lo citerebbe per danni.
Nella Paperopoli verosimile i bassotti riuscirebbero finalmente a rapinare Zio Paperone con l’aiuto di Paperino deciso a vendicarsi dell’avarizia del parente. Ma Paperina lo lascerebbe comunque per Gastone. Perché diciamola tutta, Donald sarà pure simpatico, ma vuoi mettere uno che dovunque guardi trova soldi in terra?
Insomma, potrei andare avanti ma mi fermo qui, poiché sono persuaso che il virus della verità farebbe a brandelli ogni frutto della nostra immaginazione, partendo dai migliori.
Quindi, nonostante quel che pensi la seppur brava scrittrice inglese, nel mio piccolo preferisco accettare le ali, sebbene di posticcia carta, e godermi l’inammissibile volo sino alla parola fine.
 


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