30.4.13

Internet spiegato ai bambini: storia del World Wide Web

Storie e Notizie N. 916

Il World Wide Web è nato il 6 agosto del 1991 per mano di Tim Berners-Lee, ricercatore del CERN, nel giorno in cui il nostro mise online il primo sito della storia.
Tuttavia, il www, la cui definizione, nella traduzione in Italiano, sarebbe Grande Ragnatela Mondiale, diviene pubblico solo due anni più tardi e precisamente il 30 aprile del 1993.
Indi per cui, Internet compie oggi 20 anni, durante i quali il World Wide Web Consortium ne ha garantito gli standard.
Grande ragnatela mondiale.
Ma cosa significa, veramente, questa parola?
Cos’è davvero la rete?
Vi propongo, come al solito, una storia.


C’era una volta un punto.
Sì, un punto, non importa quanto grande.
Ciò che conta è che il punto era solo.
Un piccolo o grande punto nel mezzo di una pagina vuota.
Di che colore era il punto?
Non ve lo dico, per non rischiare che si dica che i punti di colore diverso siano stranieri.

Un giorno come tanti altri, tutti uguali, un altro punto apparve accanto al primo.
Un punto identico.

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Perfettamente identico, in grandezza, forma e anche colore, va’.
Così evitiamo fantomatiche difficoltà di integrazione.
Ora, lo sanno tutti, un punto da solo serve a poco, oltre a terminare qualcosa, giammai ad iniziare.
Punto e a capo, e la frase è conclusa.
Fino all’ultimo punto e vissero felici e contenti, salvo imprevisti.
Ecco, il secondo punto fu un imprevisto fondamentale, poiché come potremmo dire e vissero felici e contenti, se non almeno di due si sta parlando?
Difatti, dopo pochi secondi che il nuovo punto era sulla pagina, un timido segmento venne tracciato per unire i due.
Adesso non serve chiarire da chi sia partita l’iniziativa, trattasi di inezia di poco conto.
E adesso che si fa?
D’accordo, se con un punto si sancisce la fine, con due si apre la strada a nuovi scenari.
Come dire, bla bla bla, due punti: e via alla sorpresa.
Quale?
Nel nostro caso l’arrivo di un terzo punto, anch’esso esattamente uguale agli altri.
Ragazzi, con tre punti le cose si fecero interessanti, ed è scontato.
Non a caso il tre è il numero perfetto, ma non per quello che dice, piuttosto per l’infinito che sottintende…
Ovvero sospensione divina dei tre su qualsiasi cosa tu desideri intendere tra quel che leggi o ascolti.
Come per questa storia.
Ovvero completa libertà.
Senza che ve lo dica, altri due segmenti unirono il terzo ai precedenti.
Ma è un triangolo, diranno alcuni o forse tanti, tra voi.
Eh no, ma che devo ricordarvi il cappello de Il Piccolo Principe?
Non è un triangolo, è la testa di Sid dell’Era glaciale vista dall’alto...
Almeno finché non entrò in scena il quarto punto.
Con lui, apparvero altri segmenti.
Altri punti.
E altri segmenti.
Fino a non riuscire a più a contarli.
Una rete?
Una ragnatela?
Come ci ha insegnato Antoine de Saint-Exupéry, la libertà dei disegni non è di chi li realizza, ma di chi li osserva e con essi immagina.
Se poi quella rete siamo noi.
Beh, chi meglio di tutti noi potrà decidere quale forma avrà la rete, domani e ogni giorno che verrà?

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29.4.13

Storie sulla rabbia: il vestito nuovo di Sheikh

Storie e Notizie N. 915

Non sono qui per fare polemiche.
Non so neppure cosa voglia dire questa parola.
Come potrei, se ho poco più di tre anni?
Perché mi chiamo Sheikh, vivo a Savar, nella regione di Dhaka, nel Bangladesh e questo è un sogno.
Ovvero è quel che vorrò dirvi allorché avrò sufficienti maturità ed eloquio per far sentire le mie ragioni.
Nel frattempo, mi affido a una storia.
Ah, che fortuna che ci siano le storie che, per quanto voci improvvisate e talvolta modeste, parlano e gridano a nome di chi non ne ha facoltà.
Non ancora.
La mia, poi, è una vicenda internazionale, nota e diffusa in tutto il mondo.
Come le marche famose, Mango, Primark e Benetton.
Come i Jeans.
Avrete sentito parlare del crollo del Rana Plaza e dei morti dispersi tra le macerie.
Che grande invenzione, i Jeans, non credete? Un paio di stracci blu ed ecco la divisa mondiale.
Che grande invenzione è stata ancor di più quella dei Jeans strappati, invecchiati e sbiancati.
Si fa con la sabbiatura, sapete? Ne ha parlato di recente il Tg24.
Ma la vera straordinaria trovata è stata quella della moda, ovvero l’illusione che si è impadronita del mondo dell’abbigliamento.
Eh, per forza di un illusione si deve trattare, in altre parole di un incredibilmente potente sortilegio, capace di accecare occhi e cuori di miliardi di persone.
Beh, forse miliardi no, diciamo milioni.
Perché i miliardi siamo noi.
E mio padre.
Sì, mio padre, l’uomo ritratto nella foto che mia madre tiene stretta tra il pollice e l’indice a favore
dell’obiettivo della fotocamera.
Che è poi il vostro occhio che guarda noi, mia madre ed io, ora, seppur orbati dell’amore di mezzo.
Già, amore di mezzo, marito e padre, energia vitale tra moglie e figlio, fuoco fondamentale, laddove sia l’unica fonte di sostentamento per una famiglia.
Povera? D’accordo, povera, come preferite.
Come vi ho detto, per ragioni prettamente anagrafiche, sono poche le parole che conosco, ma sono belle, le amo come me stesso.
E una di esse è divenuta da un giorno all’altro solo il titolo di una fotografia attaccata al muro, in camera di mamma.
Padre, o meglio quello alto che, quando torna dopo aver lavorato tutto il giorno per permettervi di comprare abiti che riempiano il vuoto della vostra personalità, mi alza da terra e mi bacia sulla fronte, pizzicandomi con i peli intorno alle labbra.
Esatto, anche barba è un termine a me ancora ignoto.
Tuttavia, le emozioni le conosco tutte. So cosa provo, anche se non ne conosco il nome.
Rabbia.
D’accordo, c’è anche il dolore.
Ma la collera monta dentro con il fragore di un palazzo di otto piani, costruito sul fango e con il fango, che crolla per la cupidigia di governanti ottusi e per la medesima avidità di cosiddetti imprenditori illuminati del mondo moderno.
Mondo che è sempre ad occidente, sia nei film come in tv.
Tutto per un Jeans?
Vale la vita di mio padre e di centinaia di altri?
Ci proverò ad andare avanti senza coltivare il rancore, anche se so che non sarà facile.
Lo devo a mia madre e a me stesso.
E perché io so che la mia serenità, la mia vita, non valgono un Jeans.
La mia pelle è il mio vestito nuovo.
Forse sarà perché non vivo in occidente.
 



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28.4.13

Cecile Kyenge ministro di colore: razzismo comincia dalle parole

Storie e Notizie N. 914

Qual è la notizia?
Davvero, dico sul serio.
Che una donna di origine straniera sia stata eletta ministro?
Che nella fattispecie sia originaria del Congo, ovvero Africa?
E' perché si tratta dell'Africa?
Ditelo, forza. Avete qualcosa contro il Congo?
No, mi pare di no.
La notizia che fa letteralmente il giro della rete, a dire il vero lanciata dai cosiddetti autorevoli media nazionali, è che la donna in questione è di colore.
No... di colore?
Quindi abbronzata?
Cappero!
Quindi, tutti bianchi e lei... di colore?
Così spicca, è indiscutibile.
Aspetta, quale colore?
Ops, che stupido, quel colore.
Il nero...
Che poi mio figlio mi ha detto qualche giorno fa che ho la faccia marrone, non nera.
Solo perché aveva fatto un disegno del papà, a scuola.
Ma si sa, i bambini son fatti così, vedono le cose per quello che sono e gli danno l'importanza che meritano, come un particolare in un disegno in classe e nulla più.
Disegno in cui, tra l'altro, la scena veniva rubata al sottoscritto da un drago che mangiava la pasta in bianco, pietanza gradita dal pargolo in questione.
Per nostra sfortuna, da noi non ci sono draghi, piuttosto una strabordante quantità di occhi miopi.
Già gli occhi, da sempre sottovalutati.
Perché, come dice Bob Marley, finchè il colore della pelle sarà più importante del colore degli occhi, ci sarà sempre guerra.
E razzismo.

 



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24.4.13

Antimateria esiste e larghe intese: mistero universo risolto

Storie e Notizie N. 913

Dopo l’esplosione della bomba di Tunguska, la teoria del buco nero e l’enigma della materia oscura, uno dei più grandi misteri dell’universo sta per essere svelato.
Cos’è l’antimateria? Esiste una definizione accettabile?
E la materia? Cosa ne pensa la materia? E’ d’accordo?
Domande senza risposta che hanno da sempre angustiato gli scienziati più dotati di questo pianeta.
Ma ora finalmente possiamo affermare, senza tema di smentita, di avvistare qualche luce nella materia oscura. Anzi, antimateria oscura.
Veniamo ai fatti.
Al Cern di Ginevra, grazie all’esperimento detto LHCb, uno dei quattro effettuati nell’imponente acceleratore Large Hadron Collider, pare che gli esperti abbiano ottenuto un risultato straordinario.
Semplificando per i più profani, visto che il sottoscritto mastica fisica quantistica sin da bambino, sembra che i luminari al lavoro siano riusciti a determinare finalmente una significativa asimmetria tra i mesoni e le particelle gemelle costituite da antimateria.
E, soprattutto, che mescolando le due parti, si ottiene un deciso decadimento di queste ultime.
In altre parole, con tale procedimento, sarebbe possibile dimostrare la differenza tra le due.
Materia e Anti-Materia, diverse e non compatibili.
Cosa?
L’idea non vi sconvolge?
No, dico, ma avete compreso bene l’ampiezza di codesta rivoluzione scientifica?
Materia e Anti-Materia sono differenti, sono aliene l’una all’altra, antitetiche, non assimilabili, inconfondibili.
In breve, sostanzialmente diverse.
Come dire, A non è uguale a B, dove B è il contrario di A e viceversa.
E se unisco A con B faccio danni, in pratica.
Chiaro quali siano le implicazioni per il mondo intero e soprattutto per il nostro paese?
No?
Oh cappero.
Gianni Letta ed Enrico Letta
Ma non intuite che dal momento che questa mirabile scoperta verrà diffusa anche da noi, essa andrà a contraddire il quanto mai attuale e salvifico teorema delle larghe intese?
Ora le ipotesi sono due.
Il centro sinistra e il centro destra non sono veramente l’uno l’opposto dell’altro.
Che so, come nipote e zio, uno premier con riserva e l’altro consigliere privilegiato del leader avverso.
Oppure sono un’unica grande particella.
Materia o anti-materia non fa alcuna differenza.
Ciò che conta è che ci faranno un buco nero grande come una supernova.



 



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23.4.13

Richie Havens Freedom traduzione testo: storia del primo

Storie e Notizie N. 912

Il primo, quando sei il primo è tutta un’altra storia.
Il fatto è che solo il primo lo sa.
E se non lo racconta, magari proprio con una storia o, meglio, con una canzone, nessuno potrà mai dire veramente cosa voglia dire.
Essere il primo, già.
Erano trascorsi esattamente 7 minuti dopo le 17, quel 15 agosto del 1969, laddove Richie sentì chiamare il proprio nome.
A ventotto anni sei un uomo, diceva sua madre.
A ventotto anni, è da tempo che sei un uomo, bofonchiava il papà.
A ventotto anni puoi essere un uomo o meno, ma cantare per primo a Woodstock è ugualmente uno shock.
Un magnifico e orgasmico shock che in tanti, infinitamente tanti, invidieranno nei secoli a venire.
Richie guadagnò il proscenio del vasto palco, agguantò la chitarra, anzi, l’abbracciò come solo il più eccitato tra i ragazzi avrebbe mai potuto fare con la propria amante, chiuse gli occhi e iniziarono a fare all’amore.
Una parola perfetta, per opportunità e tempismo, si levò dalle sue labbra un istante dopo.
Freedom, ovvero libertà, libertà di essere il primo.
Non il primo nero, d’accordo e, per fortuna di molti, neanche l’ultimo, ma uno dei tanti primi neri a dare inizio a qualcosa di unico e irripetibile, in un paese dove tale privilegio veniva dato solo ai bianchi.
Con straordinario spreco di talenti, aggiungo io.
E come potrebbe fare altrettanto ciascuno dei fortunati che quel 15 agosto di più di 40 anni fa assistettero al concerto dei concerti.
Certe volte mi sento come un figlio senza madre, continuò a gridare Richie.
Sentimento comune molto più di quel che si possa immaginare, amaro lascito a tutte le generazioni che non si riconoscono nel ventre che le ha messe al mondo senza comprenderne la responsabilità, sia quella di madre che di patria.
Molto lontano da casa mia, intonò di seguito l’uomo che cantò per primo a Woodstock.
E cos’altro può fare chi si senta come un orfano, malgrado non lo sia, se non abbandonarsi all’onda d’urto di quell’esplosione nel cuore, silenziosa per tutti tranne che l’interessato?
E cos’altro potrebbe fare, costui, se non darle voce con una storia o, meglio, una canzone?
Certe volte sento come se me ne sia quasi andato, precisò Richie nella strofa successiva.
Via, andato per la mia via, molto, molto lontano da casa.
Forse solo così si ha il coraggio di essere il primo a salire sul palco.
Per rischiare tutto, anche se non è tanto, sotto quelle luci assordanti, davanti a migliaia di occhi estranei, che un attimo dopo si trasformano nel calore sognato di nascosto nelle notti piovose.
Non basta essere il primo, sa bene Richie, devi meritarti quell’onore.
E allora freedom, libertà anche alle mani, ebbre di gioia perché finalmente sciolte le catene della ragione, si lanciano a perdifiato lungo il pentagramma a cavallo di note folli solo in apparenza.
E’ gioia, questa, non follia, disse un giorno la madre a Richie, ridendo fino alle lacrime al pensiero di sapere il figlio sul palco di Woodstock.
E’ gioia, questa, non follia, anche se tua madre è veramente matta, aggiunse quello stesso giorno il padre. Ma la amo anche per questo.
Battete le vostre mani, urlava allora Richie al pubblico, ormai privo del controllo sulle proprie, battetele e liberatele anche voi.
Perché ho un telefono nel petto e posso chiamarlo dal mio cuore. Quando ho bisogno di mio fratello, quando ho bisogno di mia madre.
Perché chi ha la forza di essere il primo ne ha altrettanta per non dimenticare chi meriti sul serio di esser ricordato.
Dentro e per sempre.
Continua ancora, dissero gli organizzatori a Richie, vai avanti, perché il secondo tarda ad arrivare.
Nessun problema, rispose il nostro con lo sguardo.
Perché talvolta capita che il primo che sale sul palco abbia così tante cose da raccontare, o meglio, cantare, da non lasciarsi sfuggire un’occasione simile.
E perché freedom, libertà, è un desiderio che va dichiarato il più possibile nella cosiddetta terra delle opportunità.
Richie andò avanti per tre ore.
Meravigliosa libertà.

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22.4.13

Testo giuramento Presidente della Repubblica aggiornato 2013

Storie e Notizie N. 911

Sì, sarò il vostro presidente.
Il presidente di tutti.
Perché me lo avete chiesto ed io non ho potuto dire di no.
E’ un atto di responsabilità, il mio.
So bene cosa tutto questo significhi, per me e per voi.
Per questo, giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione.
Una formula breve, ma indispensabile, poiché è la medesima Carta ad imporlo, con l’Articolo 91: Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune.
Una promessa di poche ma significative parole.
Giuro di essere fedele.
Quale impegnativa assicurazione.
Marito, moglie, amica, compagno, laddove garantiscano fedeltà, non invocano un vocabolo qualsiasi.
Una virtù che presupponga la fiducia quale riferimento univoco è tutto tranne che generica.
Indi per cui, io, il vostro presidente, giuro di essere fedele alla Repubblica.
E se la fedeltà non è solo una parola figuriamoci Repubblica.
La cosa di tutti, la cui sovranità appartiene ad una parte più o meno vasta del popolo, che la esercita nei modi e nei limiti fissati dalle leggi vigenti, presuppone un’infinità di vincoli, almeno sessanta milioni, cifra quanto mai opportuna in questo cruciale giorno.
Questo dovrebbe far tremare la gambe a chiunque, divinità escluse, ma non al sottoscritto, poiché io conosco i miei doveri.
Li conosco bene.
Ecco perché senza batter ciglio ho detto sì nel giro di poche ore.
Poiché io sono il vostro presidente ed è per cotanta ragione che giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione.
Osservare lealmente la Costituzione.
Osservare…
State tranquilli, perché non v’è alcuna possibilità che io possa limitarmi ad una mera contemplazione delle sacre regole con cui è costruita la nostra società.
Sono consapevole che osservare con lealtà quegli articoli comporti tenerne conto in ogni momento della mia preziosa missione, ovvero agire continuativamente secondo i loro dettami, senza se e senza ma.
Non cadendo mai in contraddizioni con ciò che richiedono.
A voi come al sottoscritto.
Queste sono le ragioni per le quali sono qui, oggi.
Sarò il vostro presidente.
Il presidente di tutti.
E’ un atto di responsabilità, il mio.
Nessuno meglio di me può saperlo.
Ecco perché non mi tiro indietro e con alto senso della patria giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione.
Perché l’ho già fatto sette anni fa.
Eppure, nonostante tutto quel che è accaduto durante questi sette anni, avete pensato ancora a me.
Se sta bene a voi…
 



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19.4.13

Storie di fantascienza: Gli alieni razzisti

Storie e Notizie N. 910

La Missione Kepler della Nasa, la quale si avvale del satellite artificiale omonimo, è iniziata nel marzo del 2009 con lo scopo di individuare nell’universo pianeti simili alla terra e, auspicabilmente, altrettanto abitabili.
E’ notizia di oggi quella della scoperta da parte del satellite di almeno due pianeti che potrebbero ospitarci: Kepler-62e e Kepler-62f.
Tuttavia, a quanto pare gli abitanti forse non sono d’accordo con l’idea di vederci arrivare in massa…

Messaggio agli abitanti della terra.
Restate dove siete, risolvete i vostri problemi nei vostri confini orbitali perlomeno.
Altrimenti verrete intercettati dalle nostre pattuglie spaziali e respinti nell’aere.
Aere… pardon, vuoto.
Kepler ai Kepleriani, è il nostro motto.
Non siamo razzisti, è che dobbiamo prima pensare ai nostri abitanti, cribbio.
Perché non ve ne andate su Marte? Eh, i Marziani sì che hanno chiuso le frontiere, mica si può entrare come si vuole da loro.
Cosa? Su Marte non respirate? Fatti vostri.
Vi conosciamo, tanto.
Venite qui solo per portare delinquenza, droga e per togliere il lavoro a noi.
Già lo sappiamo come fate.
Occupate qualche casa, figliate come zaruty (simili ai vostri conigli) e poi pretendete pure la cittadinanza di Kepler.
E’ proprio il caso di dirlo: siete dei mangia pane ad UFO.
Ah, ma stavolta non ci faremo ingannare con il solito buonismo della sinistra kepleriana.
Ci hanno riempito di Lunatici e ora chi li fa sloggiare da qui?
Fanno i padroni a casa nostra, fanno.
Che? Non lo sapete che sono da noi? Ma non vi siete mai chiesti come mai non c’è anima viva sulla Luna?
Beh, figuriamoci se avreste potuto arrivarci con i vostri mezzi.
No, perché è risaputo che la razza kepleriana sia superiore a quella umana, è una questione di natura, non è razzismo.
E poi, scusate, vi rendete conto cosa accadrebbe ai nostri pianeti se accogliessimo tutti quelli che vengono da fuori?
Ma vi rendete conto quanto è grande questo fuori?
Qui ci sono miliardi di galassie senza lavoro con la valigia e l’astronave pronte.
Voi, poi, siete quelli che temiamo di più.
Cosa pensate, che non vediamo quello che avete fatto al vostro pianeta?
E volete portare anche da noi le guerre, l’inquinamento, Justin Bieber e Lady Gaga?
E magari pure Berlusconi?
Terrestri fuori da Kepler, questo è il nostro grido.

Ma dai, è uno scherzo!
Non dite che ci avevate creduto…
Noi non siamo come voi.
Siamo diversi, siamo alieni.
E per vostra fortuna non siamo umani.
Nell’universo c’è spazio per tutti, se ci lasciate passare il gioco di parole.
Venite pure.
Senza Berlusconi, però.




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18.4.13

Maratona Betlemme Israele vieta atleti Gaza: dieci motivi

Storie e Notizie N. 909

Il prossimo 21 aprile la storia potrà cambiare ancora una volta.
Ci sarà una corsa o, meglio, una gara, ma non una gara normale, perché la Palestina non ha mai avuto una maratona ufficiale.
Right to Movement è il nome dell’evento, ovvero Diritto al Movimento.
Dal sito ufficiale: La corsa è un mezzo di locomozione terrestre che permette agli esseri umani e agli animali di muoversi rapidamente a piedi. Il diritto al movimento, significa che si ha la facoltà di spostarsi dal punto A al punto B. Anche prendendo la decisione su dove si desideri andare, quando e perché. E’ altresì uno dei più elementari diritti umani. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato (articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ONU).
Capita, però, che cotante parole non siano sufficienti per cambiarla del tutto, la storia, o almeno in modo veramente significativo, poiché Israele ha deciso di negare ai 26 corridori provenienti da Gaza di partecipare alla corsa, tra cui il campione olimpionico Nader al-Masri.
Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento, come dice la Dichiarazione, a meno che non provenga da Gaza…

Dieci motivi perché Israele sbaglia.
Primo, perché, sebbene non sarà una gara di corsa a cancellare il dolore e la rabbia di una e più vite, da qualche cosa occorre pure iniziare per riportare la normalità dove non ce n’è mai stata.
Secondo, perché ogni singola occasione che si ha per dimostrare al mondo che da quel lembo di terra stritolata da ottusità ed egoismo si può arrivare su Youtube per un giorno di gioia, piuttosto che di strazio, vale come oro nel Klondike di Zio Paperone.
Terzo, perché la corsa è roba da giovani e ammirata dai giovani da entrambi i lati del muro, indi per cui vale la pena mostrarsi giusti almeno davanti a loro.
Quarto, perché potrebbe vincere chiunque e stavolta sarà solo il fiato in corpo, il coraggio dei muscoli e la tenacia dei nervi a decidere l’esito della battaglia, altro che confini.
Quinto, perché la corsa, signori miei, esiste da molto più tempo di quanto voi possiate immaginare e merita rispetto, se non altro, ascolto.
Sesto, perché qualcosa bisogna pure iniziare a riscrivere con altro inchiostro e novella grafia, e quale pretesto migliore di una competizione sportiva potrà mai esserci?
Settimo, perché capisco che il nome Right to Movement, Diritto al Movimento, faccia paura, ma esiste un tragitto ben definito e la fune del traguardo, non temete che noi si vada così lontano.
Ottavo, perché se è la presenza di oggetti ostili a preoccuparvi sappiate che la maratona richiede particolare leggerezza, altrimenti si è in sconfitti in partenza.
Nono, perché se è l’idea di un possibile vincitore di Gaza a sconvolgere i vostri incubi, faremo di tutto per arrivare al massimo secondi.
Dieci, perché se proprio dovete temere qualcosa è che noi si corra così veloce, ma così veloce da diventare invisibili come l’aria che aleggia su questa terra.
E si da il caso che l’aria non si possa arrestare con un muro.
Ma, tanto, lo sapete già.
La nostra aria è la stessa che respirate anche voi.
 



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17.4.13

Margaret Thatcher funerale foto chi c'era

Storie e Notizie N. 908

Al solenne funerale della Thatcher, omaggiata dagli onori militari, sono intervenuti più di 2.300 ospiti, tra leader e autorità provenienti da almeno 170 paesi, oltre alla famiglia reale.
Al costo di circa 10 milioni di sterline, ovvero quasi 12 milioni di euro.
Solo la sicurezza, soprattutto dopo gli attentati di Boston, ha richiesto 700 militari e 4 mila poliziotti.
E tutte le attenzioni dei fotografi, come spesso capita in taluni avvenimenti, si è concentrata su chi c’era.

Nel 1990, Lisa, vedova con tre figli avuti da un marito suicida perché privato all’improvviso del presunto privilegio di un lavoro in miniera, c’era.
In piazza, ovviamente.
E le ha anche prese, in piazza.
Nonostante avesse diritto a ben altro, dal proprio governo.
Poi è tornata a casa, a lenire le ferite, almeno quelle curabili, perché laddove il tuo bagaglio comprenda altre vite, innocenti e indifese, non puoi permetterti di lasciarti andare, neppure al sacrosanto dolore.
Tuttavia, al solenne funerale, Lisa non c’era.
Nello stesso anno e nella medesima piazza c’era anche Steven, 28 anni e una ragazza da amare.
Una ragazza a cui poter offrire solo l’essenziale, ovvero sentimenti e carezze.
Ben poca cosa nell’era del liberismo, dove la libertà delle emozioni veniva barattata con quella dei licenziamenti. Non per l’amata, è ovvio, ma i giovani si sa come son fatti, si innamorano facilmente di qualsiasi cosa. E come fai a spiegare ai tuoi politici che con il portafogli vuoto diviene incredibilmente difficile sopravvivere per chi ha ancora qualche desiderio in cui credere?
Pure Steven non c’era alla sontuosa commemorazione.
Robert non è mai sceso in piazza.
Ha sempre avuto paura e non delle manganellate della polizia o
delle bombe.
Robby, come lo chiamava la sorella maggiore quand’era alto un metro appena, aveva paura di se stesso.
Troppa rabbia, ripeteva dentro di sé quando gli amici del pub, compagni di bevute e di disoccupazione, lo invitavano all’indomani a farsi sentire da chi di dovere.
Una vera fortuna per questi ultimi.
E, naturalmente, nessun'avvisaglia della presenza di Robert alle esequie della Lady di ferro.
Harry invece era sempre in prima fila ad affrontare le guardie ma non perché fosse arrabbiato. Era piuttosto angosciato, che è anche peggio. Perché lui l’aveva pure votata, la Thatcher, e si sentiva in colpa. Sapere che il padre avesse perso il lavoro era dura da sopportare, ma ancor più l’annegamento nell’alcol della madre. Picchiatemi, sembrava scrivere sul volto prima di unirsi alla folla, rompetemi la faccia, lasciatemi i segni sul viso, d’odio e vergogna, sono stato io, io sono il responsabile.
Senza che ve lo dica, Harry non c’era a dare l’estremo saluto a Margaret.
E Mary? Non ci crederete, ma lei neanche ci voleva venire, in strada. Era arrivata per prendere il
figlio di tredici anni e riportarlo a casa. Non serve a niente manifestare, gli aveva detto dopo che il ragazzo le aveva confessato le sue intenzioni.
Tu non esci di qui, altrimenti…
Altrimenti lo aveva visto scappare sbattendo la porta e dopo pochi minuti lo aveva seguito.
Solo una volta in piazza si era resa conto che c’era qualcosa di molto importante per cui lottare ed era molto più grande delle illusioni di un figlio.
Che dire, anche Mary non c’era al funerale dell’anno.

Ecco chi c’era, ma tanto, di loro sapete già tutto…


 



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16.4.13

Ghana miniere d'oro crollo di morti e di sogni

Storie e Notizie N. 907

In Ghana c’è l’oro.
Ce n’è tanto o forse no, ma ce n’è molto di più che in tanti altri paesi del mondo.
E’ il Ghana un paese ricco, dove la gente vive in maniera agiata? No, ma questa è un’altra storia.
In Ghana, nella città chiamata Kyekyewere, una miniera è crollata e 17 persone sono morte.
Sono clandestini, dicono i giornali, ma non nel senso che noi altri siamo stati abituati a dare a tale temuta parola.
Sono clandestini, illegali, ovvero abusivi, anzi, non regolari, poiché proprio violando le regole sono
scesi sotto terra per cercar fortuna.
Parlo dell’oro, la manna che non è mai roba per poveri, ulteriore regola inviolabile.
I cadaveri sono stati ritrovati questa mattina dai proprietari della miniera, ma i soccorsi potranno continuare le ricerche solo da mercoledì, perché per una tradizione locale il martedì non lavorano.
Altra regola, che per aggirare occorre essere irregolari, alias clandestini, come le 22 persone che sono ancora intrappolate nella miniera.
I 17 scomparsi e i 22 ancora sospesi tra la vita e la morte erano scesi nella miniera con strumenti improvvisati, non erano professionisti.
Cercatori d’oro dilettanti.
Sì, cercatori d’oro, clandestini e dilettanti.
Ma chi al mondo potrà mai biasimarli?
Non è questo quel che facciamo tutti, ogni giorno della nostra vita?
L’oro, siamo tutti cercatori d’oro.
Scaviamo, a mani nude, ovunque ci capiti, senza scrupoli, nella terra come nelle vite degli altri, sperando che ci donino il tesoro che abbiamo sempre sognato.
E che soprattutto ci sia la targhetta sotto, con il nome, perché la maggior parte di noi non ha la più pallida idea di cosa sta cercando, non è così?
Quanti di noi conoscono con sufficiente chiarezza la meta del proprio vagare? Dite la verità, che tanto siamo tutti nella stessa barca in balia della tempesta.
Almeno, questa gente, che chiamiamo clandestini e cercatori d’oro dilettanti, sa alla perfezione cosa possiede, ovvero nulla, e cosa brama, alias tutto.
Tuttavia, la realtà è che costoro non sono più clandestini di noi, nel quadro generale.
Perché le regole di questo mondo le abbiamo violate tutti dal momento che vi abbiamo messo piede. Ladri di ossigeno e di energie, assassini di desideri e fantasie, rapinatori di emozioni e calore, latitanti impuniti senza nessuno che ci dia la caccia.
Per questa ragione, siamo altresì incredibilmente dilettanti, poiché neanche tutto questo riesce a farci sentire felici con la giusta pienezza.
L’oro, è sempre l’oro che manca, a noi come a loro, che guardiamo dall’alto in basso.
Molto in basso, giù, nelle miniere.
Forse dovremmo iniziare a darci una mano a vicenda.
Solo per vedere se possa cambiare qualcosa, anche solo in una storia.
O in un sogno d’oro.
 



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15.4.13

Traffico di esseri umani Italia: storie in cambio

Storie e Notizie N. 906

Secondo i dati emersi dalla prima analisi globale dell'Unione Europea sulla tratta degli esseri umani pubblicata sul quotidiano berlinese Welt am Sonntag (Il mondo di domenica) dal 2008 al 2010 il numero di persone costrette a prostituirsi e a fare lavori disumani è cresciuto enormemente.
Sono gli schiavi moderni e alla base vi è uno scopo tra i più vergognosi delle società cosiddette ricche, ovvero soddisfare i propri bisogni approfittando della debolezza dei più fragili al mondo.
E se provassimo a cambiare la bilancia?

Sarà una rivoluzione.
Credeteci sulla parola, sarà così.
Dimenticate per un attimo, veloce quanto volete, quale utilizzo avete fatto delle nostre vite sino ad oggi. Ma che dico, qualche secondo addietro, anzi, proprio ora, mentre state leggendo questa storia. Se ci riusciamo noi, potete farcela anche voi, non è così?
Immaginate di avere davanti quella preziosa quanto crudele bilancia, dipende come sempre dai punti di vista o da quale piatto si guardi il mondo.
Da una parte una generica e per questo trascurabile esistenza e dall’altra benefici a non finire.
Pancia piena, sedere al caldo, occhi riposati, mani senza calli e piedi privi di vesciche, ovviamente non sono roba per tutti, ci rendiamo conto che nel castello dell’opulenza vi sono eleganti sale da ballo come bui sotterranei e polverose segrete.
Tuttavia, per quelli come noi l’intero castello è un miraggio, senza distinzioni di piano, come in una favola di quelle che si sognano ad occhi aperti, da bambini.
Ecco, provate per un istante a figuravi quella bilancia con un peso diverso per uno dei due piatti.
No, state tranquilli, il vostro guadagno rimarrà intatto, nessuno lo tocca, è una promessa.
Sarà la nostra vita, in corpo e quel che dell’anima resta, a venire sostituito.
E ora fatevi una domanda: siete veramente sicuri che il nostro dolore sia la moneta migliore per guadagnarvi l’estasi?
Siete sul serio convinti che non vi sia altro modo con il quale si possa aiutarvi a godere delle vostre vite che sacrificare le nostre?
Cosa vi da la certezza che noi altri non potremmo offrire di meglio?
Perché di meglio c’è, oh se c’è su questa terra.
E, fidatevi anche di questo sulla parola, sono proprio i fragili di questo mondo a possederlo.
L’esser disperati, affamati, privati di un orizzonte credibile, soli, inermi e quant’altro di debilitante possa esserci, ha creato dentro di noi ricchezze che proprio grazie al vostro abbraccio potrebbero donare fortuna a tutti, sia a voi che a noi.
Fantasia, non potete immaginare – perdonate il gioco di parole – quanta fantasia sia in grado di lievitare nella mente di chi non ha altro a cui aggrapparsi per disegnare il futuro come il presente.
Coraggio, un coraggio senza limiti si nasconde nel cuore di chi nasce con l’intera umanità come nemico.
Sensibilità e la tragedia come normalità sono capaci di scatenare, in un ventre indifeso, uno tsunami di sentimenti con un’infinità di sfumature di una meraviglia irraggiungibile per altre vie.
Le storie, amici, le nostre storie raccontano tutto questo e altro ancora.
Che non sveliamo ora, per non rovinarvi il finale.
Un finale che potrà essere lieto solo per entrambi i piatti della bilancia.
Pure riguardo a questo vi diamo la nostra parola.
Perché morti noi, morte le storie degli esseri fragili il castello crollerà.
Solo la salvezza delle piccole storie farà sopravvivere quella grande.
La nostra comune storia.


 



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12.4.13

Cile studenti in piazza per protesta: storia istruzione gratuita

Storie e Notizie N. 905

Sono tanti in piazza a Santiago per la marcha estudiantil, tra studenti, insegnanti e gente solidale.
150.000 per le nuvole in cielo e per i partecipanti.
Molti meno per i batuffoli di polvere negli angoli bui delle cantine della capitale cilena e la polizia.
Al di là dei numeri, ciò che conta è l’oggetto della protesta, ovvero, della richiesta.
In un paese dove i rampolli delle famiglie ricche possono accedere alle scuole migliori, i meno fortunati soffrono il sistema educativo con il prezzo più alto dell'area Ocse.
Ecco perché reclamano a gran voce istruzione gratuita per ogni cittadino…

Isabel è simpatica, lo dicono tutti. Riesce a strappare una risata anche alle labbra più incollate dalle asprezze della vita. E’ simpatica perché è arguta ed è arguta poiché la sua mente viaggia veloce, dote naturale in dono da una zia che non c’è più. Una qualità preziosa in un’epoca che fa della corsa uno dei suoi imperativi obbligati.
Tuttavia, la sua famiglia non ha i soldi per metterla a frutto.
Miguel non è simpatico affatto, diciamolo. E’ chiuso, è sempre stato
così, fin da molto piccolo. E non è per timidezza, bensì per scrupolosità. I genitori, anzi, la madre, perché il padre ha cambiato famiglia dimezzando i suoi riferimenti adulti, temeva che avesse qualche difficoltà nell’interagire cogli altri, ma poi, la prima volta che ha espresso un pensiero con un minimo di senso, è apparso subito chiaro che avesse solo bisogno di tempo per riuscire a dar forma alla propria profondità. Che dono, ragazzi, la profondità.
Peccato che sia troppo povero per renderla pubblica.
Marcela ha una memoria impressionante e al contempo selettiva. Cioè, la maggior parte di noi ricorda alla perfezione un’infinità di cose prive di un reale valore. Il nome del presentatore dell’ultimo Festival di Sanremo, chi ha vinto gli scorsi mondiali di calcio e Miss Italia, il titolo della canzone della suoneria sul cellulare e così via. La nostra, invece, rammenta con lucida precisione nei dettagli solo l’essenziale che per i più è trascurabile. L’ultima volta che ha visto piangere il fratello e soprattutto perché, il colore del cielo quando sua madre le ha detto che senza la serenità la felicità si può solo invidiare e il giorno, l’ora e il minuto esatto in cui suo padre aveva detto che avrebbe telefonato e non l’ha fatto.
Disgraziatamente, tale ricchezza supera di troppo quella del suo portafoglio.
Jaime è un indovino delle emozioni. Lo sanno bene i suoi, laddove a soli quattro anni sua madre, dopo averlo abbracciato in lacrime e singhiozzi, avendo appreso dal dottore che il marito era uscito indenne da un tremendo incidente d’auto, si sentì chiedere: “Mamma, perché piangi se sei contenta?”
Per sua sventura, in casa non ci sono i denari per rendere utile al mondo la sua meravigliosa capacità.
Patricia ascolta e mette in ordine, senza se e senza ma, qualsiasi cosa arrivi alle sue orecchie, dal grido lancinante al più esile sussurro. Perché ciò che conta maggiormente per lei, sin da quand’era appena bambina, è il rispetto per quel che la vita le porta, qualsiasi cosa sia, purché le sia permesso di trovarle il posto giusto nella sua capiente testa. Quale posto? Chiedeteglielo e vedrete che saprà perfettamente dove e perché l’ha messo lì.
Eppure, anche questo incredibile presente di cui la natura le ha fatto omaggio, non potrà godere della sacrosanta celebrazione sulla strada che merita.
La scuola.
Che cos’è una scuola, se non una strada da percorrere partendo tutti dalla stessa linea, con il medesimo numero di gambe e polmoni? L’orizzonte, quello sì, ci differenzia, poiché ognuno dovrebbe esser libero di scegliere il suo.
Ma senza quella strada, accessibile a tutti, rimane un solo traguardo nel cielo e così, lasciatemelo dire, diviene tutto incredibilmente triste.
Se non ingiusto.

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11.4.13

Rinnoversi in segni… erranti: una recensione

Mi è stato chiesto dall’autore, il caro Hamid Barole Abdu, di scrivere una recensione del suo ultimo lavoro, Rinnoversi in segni… erranti.
Non sono abituato a fare recensioni letterarie, ma ci provo.
Non ho altra idea su come partire oltre a quella di offrirvi parole rubate al testo, tra quelle che ho maggiormente apprezzato.
Comunque, alla base di tutto, dice Hamid nelle sue note iniziali, c’è la parte adolescenziale che vive in me e che mi rende vulnerabile rispetto alle ingiustizie quotidiane a cui assisto, che vede consumarsi sia attorno a me che in ogni angolo di questo mondo.
Benedetta vulnerabilità, aggiungo io, poiché è probabilmente grazie ad essa che si alimenta il fuoco che riscalda questa raccolta.
Raccolta in cui capita di imbatterti in un Corpo clandestino, nato per caso, nato in un posto sbagliatocorpo errante, confuso, non riesce a trovare un luogo… insensibile alla violenza e al manganello.
Un corpo che non puoi più fingere di ignorare, nero su bianco una volta giunto nel libro di Hamid.
Alla stregua de L’evaso, che non è un criminale, poiché non è evaso da un carcere e la sua fedina penale è pulita. E’ evaso dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario, non ha bancomat ma è un vagabondo per scelta.
Così come Hamid è un poeta, per scelta.
La scelta nobile di dare voce agli ultimi di questa terra, colpevolmente dimenticati nel fondo del Mediterraneo, attraverso una lettera scritta alla madre tra le acque del suo fondale. Una madre a cui chiedere scusa e a cui si chiede perdono per non averla informata del viaggio.
Una madre terra a cui raccontare le proprie avventure finalmente in pace, dopo giorni senza cibo e acqua, terrificante paradosso per chi perisce condannato dai flutti e dalle politiche infami di quei paesi che ingenuamente lo ritengono proprio, il Mediterraneo.
Un mare il cui fondale è abitato da gente di tutto il mondo, piccoli, adulti e famiglie intere.
Una grande comunità, scheletri nel limbo in fondo al mare.
Invito anche voi a tuffarvi nel mare di Hamid.
Ne vale la pena.
 



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Storie di donne: Le cinque storie

Storie e Notizie N. 904

Le Donne del Muro hanno sfidato gli uomini, ovvero le autorità e le tradizioni e cinque di loro sono state arrestate per aver osato pregare come solo un maschio può...

C’era una volta cinque storie.
Dal sito di Women of the Wall
Sì, anche le storie possono essere protagoniste di queste ultime.
Tutto può esserlo, perfino le persone peggiori del mondo, figuriamoci una storia che, per quanto crudele, infame e perfino semplicemente brutta, può sempre donare qualcosa a chi l’ascolti.
Questo racconto parla di cinque storie.
Cinque storie di donne.
La prima narra di una donna che desiderava pregare come gli uomini.
Ma non pregare come gli uomini, nel senso di pregare esattamente come fanno gli uomini.
No, ella ambiva, anzi no, pretendeva di pregare come una donna godendo della medesima libertà degli uomini.
Ovvero, alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti, ovunque, soprattutto nei momenti e nei luoghi dove maggiormente avrebbe suscitato scandalo.
Perché diciamolo, è troppo facile sostenere di desiderare qualcosa e poi limitarsi a confidarlo alle amiche al telefono o scriverlo sulla bacheca di Facebook, anche se si ottengono centinaia di mi piace.
Suscitare scandalo è un dovere laddove ci si vanti di covare un diritto negato travestito da sogno, altrimenti si è i primi complici della propria frustrazione.
La seconda storia riguarda una donna che non solo voleva pregare come tale alla pari degli uomini, nei giorni canonici e nelle piazze preposte, ma reclamava di poterlo fare addirittura ad alta voce.
Perché, direte voi? Non le bastava l’atto in sé? No, perché ad alta voce lo scandalo sarebbe stato ancora più grande.
Il rumore, già, il rumore delle verità che scottano, è il sale della rivoluzione, come le frasi gridate nei megafoni durante i cortei. Nessuno al mondo ha mai cambiato la vita degli uomini senza amplificare il proprio urlo.
Se poi di preghiera si tratti, ovvero parole sommesse e sussurrate, il volume alto diviene un ingrediente indispensabile.
La terza storia ha come protagonista una donna che bramava di pregare come una donna alla stregua degli uomini, negli istanti più sospetti, negli ambienti maggiormente autorevoli, a voce alta e vestita come un uomo.
Ma non abbigliata con i vestiti di quest’ultimo, ma con l’autonomia di poter indossare qualsiasi indumento che per qualche convenzione, più o meno scritta, non le fosse concesso.
Altra prerogativa imprescindibile, dopo la voce tonante, per un’azione che si dica efficacemente capace di difendere i propri principi. L’abito non farà il monaco, ma quest’ultimo e tutti il resto degli uomini hanno da sempre avuto un’ossessione per come la donna si vesta, per i più infiniti motivi. Ecco perché una cosa del genere non può essere lasciata al caso, se si intenda davvero cambiare le regole con cui l’uomo ha imprigionato la sua testa.
La quarta storia racconta di una donna particolare, ovvero la madre delle prime tre.
Le quali, perdonate se lo rivelo solo ora, sono sorelle.
Una donna, una madre, che all’inizio fa di tutto per ostacolare le figlie, incatenata al suolo del rifugio in cui ha vissuto la propria difficile giovinezza con anelli fatti di amore e paura.
Amore per il frutto del suo seno, paura per il medesimo, ovvero una lega estremamente difficile da spezzare. Tuttavia, quando il coraggio è femmina, il miracolo è sempre dietro l’angolo pronto ad abbracciarti. Ed è così che una donna, una madre, riempie i polmoni e prega a squarciagola con loro.
La quinta e ultima storia è una giovane donna, un’adolescente come tante, terra fertile per un’eredità che non ha perso il vizio di sognare.
Potrebbe essere la figlia di ognuna delle prime tre donne, ma è indiscusso che corrisponda alla nipote della quarta, la nonna che grida e prega senza più sapere la differenza.
E’ quest’ultima che trascina la più giovane in piazza con loro, ancor di più dell’esempio della propria stessa madre, qualunque sia delle tre.
Questa è la storia di cinque storie.
Cinque storie di donne.
Che diventano una.
Sognante, coraggiosa e ammirevole storia.
E donna.
 



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10.4.13

Storie sulla fame nel mondo: il ventiduesimo

Storie e Notizie N. 903

Secondo i recenti dati dell’Unicef, presenti nel Report Card 11 sul benessere dell’infanzia dei paesi ricchi più industrializzati, emerge che in Italia il 17% dei minori vive sotto la soglia di povertà, mentre quasi la totalità è sottoposta a quotidiano inquinamento atmosferico e fa poco sport.
Stiamo parlando di circa 1.750.000 bambini, il che ci fa precipitare, in questa particolare classifica, al 22° posto su 29 paesi

Sono il ventiduesimo.
“Ma di che ti lamenti?” dicono i grandi. “Ne hai sette dietro di te, io ai tuoi tempi non sai che ho dovuto passare, mica c’erano i computer, i cellulari e la playstation…”
Ad avercela, tutta questa roba, gli risponderei.
E’ meglio che non parli, è meglio che scriva, così qualcosa rimane e non si perde nelle orecchie di chi non vuol sentire.
E capire.
Sono il ventiduesimo, però non è colpa mia.
Che so, ho fatto una corsa, non sono stato veloce e mi becco il 22 sulla maglietta.
No, qualcun altro ha deciso per me. Questo numero è come un marchio che mi è stato impresso sulla pelle alla nascita, una sorta di maledizione, tipo la saetta sulla fronte di Harry Potter. Peccato che non abbia anch’io un Voldemort da affrontare, avrei almeno qualcosa per cui lottare.
La cosa buffa o drammatica, dipende dai punti di vista, è che il mio tu-sai-chi mica si nasconde. Va in giro a viso aperto, lo vedete e lo ascoltate ben impomatato nei salotti tv, alle conferenze che contano e nelle serate esclusive rigorosamente ad inviti.
Facendo finta di ignorare la mia esistenza.
Sono il ventiduesimo in classifica e non mi va più.
Perché debbo pagare io per gli errori degli altri? Mi avete messo al mondo? Mi dovete qualcosa, allora. E’ il minimo e si chiama occasione. Non ho chiesto di nascere e non ho nemmeno preteso di venire alla luce proprio qui.
Cosa? La responsabilità è dei miei genitori? E se loro non possono garantirmi quell’occasione che mi spetta? Debbo morire così?
Ripeto, oggi, sono il ventiduesimo ma non per molto.
Voglio la mia occasione, anzi, la pretendo, poiché è un mio diritto. Cos’è quest’occasione? Non sono i computer, i cellulari e la playstation di cui ciarlavano i signori di prima.
E’ la possibilità di poter sognare un orizzonte che sia uno, lungo la linea di galleggiamento sopra l’inferno chiamato povertà.
Non chiedo tanto. Non voglio privilegi e raccomandazioni, bustarelle e amici altolocati, scorciatoie per arrivare primo e un cognome famoso con cui farmi forza.
Questa roba la lascio a voi.
Datemi solo il minimo e vi farò vedere di cosa sarò capace.
E vi giuro che non sarò più il ventiduesimo.
 



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9.4.13

Disoccupato trova portafogli con 450 euro e lo restituisce: storia delle voci

Storie e Notizie N. 902

Sono le voci.
La colpa è sempre delle voci nella nostra testa.
Sia che di folli, si parli, che di persone perfettamente sane, la giustificazione è sempre la stessa.
Eppure, per entrambe le categorie, siamo sempre noi altri a scegliere.
Lo facciamo di continuo, tutto il nostro tempo è costellato di piccole e grandi decisioni, è banale, lo so, ma è così.
Ciò non toglie che le voci siano un bel cavolo di problema.
Prendete quel che è accaduto a Reggio Emilia, in via Guido da Torricella.
Immaginate un uomo come tanti, una persona di 45 anni, senza reddito, un ex carabiniere che aveva da poco smesso di ricevere l’indennità di mobilità.
Il nostro guarda in basso e cosa vede? Il miraggio di tanti, laddove il nostro sguardo si concentri sul marciapiede, ovvero un portafogli incustodito. Dite la verità, a quanti di voi sarà capitato, anche in giovane età, di sognare di ritrovarsi davanti del denaro piovuto da chissà dove.
Perché questo è quel che ha raccolto da terra il protagonista di questa storia.
Denaro piovuto da chissà dove, perché fino a prova contraria è così che la maggior parte di noi guarda il prossimo che non conosce, con cui non sente di condividere la propria esistenza.
Gente qualunque che vive e muore chissà dove.
“Che colpo di fortuna”, dice la prima voce nella testa dell’uomo.
Quest’ultimo apre il portafogli e si ritrova in mano 450 euro.
Per pochi sono una bazzecola, per alcuni una discreta somma, per tanti, troppi, quelli come il nostro concittadino, sono molti, poiché l’alternativa è il nulla che si vive ogni giorno.
“Evviva!” esclama la voce numero due. “Oggi si brinda.”
E cosa fa il nostro disoccupato privato dell’indennità di mobilità?
Cerca nel portafogli i documenti del proprietario e si incammina verso casa.
“Ora hai visto di chi sono”, fa la terza voce, “anzi, di chi erano, ma adesso torna a casa a ricontare i soldi, magari sono di più!”
L’uomo ignora anche queste parole, accende il pc e si collega a internet per rintracciare la signora di 70 anni di origine siciliana che ha perduto la pensione.
“Cosa fai?” bercia stridula la quarta voce. “Ma che ti frega di quella lì? Pensa a te! Cosa credi che avrebbe fatto al tuo posto?”
Niente da fare, l’ex carabiniere non si smuove dal suo proposito, nonostante il web non sia d’aiuto. E così torna sul luogo del delitto, anzi, del suo esatto contrario, poiché si reca proprio alla stazione dei carabinieri di Reggio Santa Croce e affida ai militari il portafogli affinché si attivino per la restituzione.
E’ subito prima, che la quinta voce si fa più aggressiva: “Sei un ingenuo. Nelle tue condizioni ti ritrovi 450 euro e li vai a dare proprio ai carabinieri che ti hanno lasciato per strada? Pensi forse che ritroveranno la donna? Quelli fanno finta di compilare il verbale e si spartiscono i soldi.”
Una volta all’interno della stazione la voce numero sei esplode: “Pazzo, tu sei pazzo! Ma non vedi in che mondo viviamo? Qui ognuno pensa ai fatti suoi, è tutto un magna magna, fa tutto schifo, sono tutti ladri, non ci si può fidare di nessuno. Quei soldi sono tuoi, li hai trovati e sono tuoi…”
Parole al vento nella testa di un uomo come tanti, un disoccupato di mezz’età privo di reddito.
Voci sorde alle orecchie di qualcuno a cui potete togliere il lavoro e ogni mezzo per sopravvivere, ma non la dignità e l’onestà.
Egli sa bene che quei soldi non sono affatto suoi e non ha alcuna intenzione di fingere che non sia così.
Questa sarà pure solo una storia ma quest’uomo esiste davvero e vive insieme a noi.
E forse non è l’unico.
 



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8.4.13

Giornata internazionale dei Rom e dei Sinti: storia di Lucia

Storie e Notizie N. 901

Concezioni, modi di ragionare, atteggiamenti, simboli del cittadino cosiddetto moderato, che ho sentito spesso sin da quand’ero bambino con parole diverse, ma sempre con il medesimo significato sono i seguenti: “Gli immigrati, va bene, posso essere tollerante, pure gli omosessuali, basta che facciano quel che vogliono a casa loro, ma gli zingari, scusa, gli zingari no, non ce la faccio. Puzzano, fingono di essere poveri mentre hanno i denti d’oro e le auto di lusso. Non si lavano e vivono alle spalle nostre perché è nella loro natura.”
Rom e Sinti, gli zingari per i più, nel nostro paese sono la categoria all’ultimo posto nella classifica discriminatoria, sfido chiunque a negarlo.
Ma oggi è un giorno particolare, poiché dal 1979 l’8 aprile è la Giornata internazionale dei Rom e dei Sinti.
E capita, sempre oggi, che il neo presidente della Camera, Laura Boldrini, parlando dei medesimi li definisca patrimonio da tutelare e far conoscere.
Per far considerare qualcosa un patrimonio, occorre primo farlo conoscere.
E per far conoscere qualcuno o qualcosa c’è bisogno di qualcun altro che ciò lo desideri, che abbia occhi e orecchie pronte.
Come i lettori di una storia...

Lucia
Lucia è una donna ed è straniera.
Straniera nel paese in cui respira, dorme e sogna.
Potete pure dire un’immigrata, così si capisce meglio.
Ma non solo.
Lucia è una donna, immigrata e, come si dice? Ah, di colore.
Sì, Lucia è una donna, immigrata e di colore.
Non è tutto.
Lucia è una donna, immigrata, di colore e islamica.
Scusate, ma è così, mica è colpa mia.
Chi racconta storie ha il dovere di non scegliere i suoi personaggi e amare incondizionatamente quelli che gli capitano sulla pagina bianca, altrimenti siamo buoni tutti ad ottenere il lieto fine.
Quindi, ricapitolando, Lucia è una donna, è un’immigrata, è di colore ed è di religione islamica.
Tuttavia, non finisce qui.
Lucia è una donna immigrata di colore che prega Allah, ma è anche omosessuale.
Sì, so che può sembrare forzato, ma può succedere nella realtà di tutti i giorni.
E poi, questa è una storia, non la realtà, e se qualcosa può accadere in quest’ultima, figuriamoci in un racconto.
Nondimeno, la cosa continua.
Lucia è una donna omosessuale di colore, immigrata, islamica ed è nata nella Striscia di Gaza.
Caspita, direte voi, ma non sapete ancora tutto.
Indi per cui, facendo ordine, Lucia è una donna omosessuale e di colore, immigrata palestinese e islamica.
Ed è una Rom.
Questa lo so che è forte, ma le storie debbono essere forti, altrimenti nessuno le legge.
Lucia è perciò una donna Rom musulmana e di colore, immigrata da Gaza.
E’ il solo personaggio di questa vicenda?
No, ce ne sono tanti, miliardi.
Siamo noi.
Il resto del mondo.
Perché Lucia, una donna di colore, omosessuale e Rom, immigrata palestinese, potrebbe essere una persona meravigliosa o mostruosa, passando per un’infinità di altre possibili nature e ciascuna di esse non ha niente a che vedere con il colore della sua pelle, i suoi gusti sessuali, le sue origini e la sua religione.
Siamo sempre noi, il resto del mondo, che ogni giorno possiamo scegliere di renderli un problema o… un patrimonio da tutelare e da far conoscere.
Questo vale per Lucia.
E per tutti noi.
 



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