26.12.14

Buon anno 2015 alle storie, a chi le vive e a chi le racconta

Storie e Notizie N. 1175


Ultimo post dell'anno, con video. Ci rivediamo nel nuovo.
I miei migliori auguri e grazie di cuore a chi è passato di qui.





C'è la storia.
Non 'c'era una volta'.
C'è ora...



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Altre da leggere:

17.12.14

Marò India: la storia di mio padre nell'ombra

Storie e Notizie N. 1174 

In questi giorni è tornata sulle prime pagine la vicenda dei Marò.
Leggo le notizie, mi soffermo sui fatti, tuttavia ho la netta impressione che, a prescindere dai giudizi più o meno sommari, manchi una parte del racconto a dir poco fondamentale.
Forse volutamente accantonata.
Frammento della Storia con la esse maiuscola, storia con l’iniziale minuscola.
Nascosta nell’ombra, invece di essere ricordata ad ogni occasione…

Mio padre si chiamava Valentine Jelestine.
Era un pescatore.
Era il pescatore.
Perché così funziona, si sa.
Tutto quel che è la persona speciale è tutto.
Il pescatore, già.
E l’uomo di casa.
Che io sarò.
Quello che si fa la barba.
E quello che avrebbe dovuto insegnarmi a farlo.
Che avrebbe potuto insegnarmi tutto.
Tutto.
Difficile sostituire tutto con il nulla, anche con la magia.
Soprattutto per chi sa, in maniera innata, che la magia è sempre nelle intenzioni.
In breve, un bambino.
Mio padre si chiamava Valentine Jelestine.
Ed era il bambino che è stato.
Che, per questo, avrebbe saputo dirmi le parole giuste.
Era il compagno di mamma.
Ed era anche il mio.
Come io il suo.
Come farà, ora, senza di me?
Come farò?
Come farà, lei?
Si andrà avanti, lo so.
Così camminiamo, noi altri, nell’ombra.
Senza sapere come.
Mio padre si chiamava Valentine Jelestine.
Perdonate, ma ho bisogno di ripeterlo.
Per non cancellarlo anch’io.
Era un pescatore.
Era il pescatore.
Ma era anche un’infinità di piccole cose che nessuno vedrà mai.
L’uomo che era lì, quel mattino di un giorno come tanti.
E gli occhi che mi hanno guardato, quella sera, di un altrettanto comune dì.
Le labbra che hanno sorriso, in strada, in mezzo alla folla.
E la voce che ho sentito così tante volte.
Che all’improvviso sono diventate tristemente poche.
Mio padre si chiamava Valentine Jelestine.
Era un pescatore.
Era il pescatore.
Ed è stato ucciso.

Fate luce, vi prego.
Che abbiamo bisogno di luce, quaggiù.

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15.12.14

Storie sulla tristezza: fuori dalla casa delle feste

Storie e Notizie N. 1173 

C’era una volta il natale.
Storia nota e scontata.
Le luci e la musica.
L’albero addobbato e le palline.
I festoni e le canzoni.
Il non meno famoso babbo con il faccione sorridente.
La musica e le luci.
Storia conosciuta, senza sorprese.
Se non altro sino a… via la carta, via tutto.
Ecco il regalo.
Ma non è finita, vero?
Una novità c’è ancora, giusto?
Correremo insieme sino alla fine.
Sino al nuovo inizio.
Di quest’anno troppo breve o troppo lungo.
Dipende come al solito dai punti di vista.
Già, i punti di vista.
C’era una volta il natale, il tuo.
Storia nota e scontata, per te, amico mio.
Le luci e la musica, per te, mia cara.
Giorni di levità e affetto condiviso.
Per voi.
Tra i molti.
Che guardano da lontano.
Da vicino.
Ricordo, io ricordo.
E non dimentico.
Guarda, guardate, se puoi, se potete, provate a fare altrettanto.
Malgrado l’inesperienza.
Dello sciagurato opposto.
Sfumate la musica e abbassate luci, non del tutto, però.
Quanto basta per vedere.
Anche senza capire molto.
No... ci siamo, anche quest’anno arriva.
Il mondo che gira intorno, urlante e bardato di colori vividi.
Troppo.
Per costringermi a guardare il vuoto.
Natale, bastardo natale.
Ma cosa c’è da festeggiare?
Ma cosa avete da sorridere?
La vostra gioia esplode e illumina solitudine.
Incolmabile.
La mia.
E’ lì.
Sono là, in tanti.
Sono il mondo, non noi.
I pochi.
Lo so, sarebbe ingiusto non godere del bello, ora,
Nondimeno, vi prego, se potete.
Amate la felicità dell’attimo.
Tuttavia, fatelo per loro, non fate troppo rumore.
Affinché tutto passi presto e indolore, per chi è rimasto fuori.
Dalla casa delle feste.

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12.12.14

Fotografo premio Pulitzer su Ebola muore: la vera storia

Storie e Notizie N. 1172 

Il fotogiornalista del Washington Post, Michel duCille, tre volte vincitore del prestigioso premio Pulitzer, è morto di infarto in Liberia, mentre compiva il suo lavoro.
Raccontare l’Ebola.
Raccontare tutto, malgrado tutto.
E pensare che solo un paio di mesi fa l’Università di Syracuse, nello stato di New York, per timore dell’epidemia ha cancellato la sua partecipazione ad un workshop per gli studenti, nonostante duCille avesse seguito tutta la prassi a garanzia della sua sicurezza e quella degli altri.
E’ la storia delle storie.
E di chi le racconta…

C’è la storia.
Non c’era una volta.
C’è ora.
Con noi.
Senza di noi.
Nonostante, noi.

C’è la storia e chi la vive in primo piano.
Da protagonista.
Sotto le luci più vivide, esiste e gode di queste ultime.
O si lamenta di cotanto interesse, ostentando fasulla umiltà.

C’è la storia e l’esercito di comprimari, comparse volontarie o costrette al servizio dell’olimpo.
Mitologico o digitale, non fa poi molta differenza.
Ciò che conta è ammirare.
Ciò che conta è che lo spettacolo deve andare avanti.
Ciò che conta è la massa adorante.
Perché, senza di essa, l’attico dorato crolla nella polvere.

C’è la storia e chi la scrive.
No, non si tratta di gente nota, è inutile che tiri a indovinare.
Sono lì fuori, da qualche parte.
Molti di loro non sanno neppure che la penna stretta nelle loro mani è l’unica che scriva davvero.
Parole sensate e frasi nate per restare.
Il resto è solo confusione per l’udito come per il cuore.

Difatti, c’è la storia e coloro che si vantano di scriverla.
I nomi sono lì, i volti pure, più che mai il rumore delle loro cacofoniche esistenze.
Fatti della medesima sostanza degli incubi.
Fatti per essere dimenticati.

C’è, infine, la storia e chi la racconta.
Ovunque ti volti, si affannano per attirare la tua attenzione solleticando l’occhio e la pancia, con effetti che di speciale hanno solo il trucco.
Sgargianti scatole confezionate da dio.
Vuote.

Aspetta, non te ne andare.
Smettila di correre e prenditi il tempo.
La nebbia se ne va, il frastuono sfuma e li vedi.
Eccoli.
La storia e chi, per raccontarla esattamente come la vede, è disposto anche a morire.
Guarda, ascolta e leggi.
Hai visto mai che troverai l’amore per fare lo stesso…

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11.12.14

Aereo militare su centro disabili in Francia: di eroi, guerre e paracadute

Storie e Notizie N. 1171 

Un aereo militare è precipitato ieri su un centro per disabili mentali che si trova in Francia, nei pressi della cittadina di Tours.
Per ora, sebbene si tratti di un bilancio provvisorio, si parla di un morto e quattro feriti tra i presenti nella struttura al momento dell’incidente, mentre i piloti pare si siano paracadutati.
Storia di contrasti scritti dal solito cinico caos degli eventi.
Soldati in addestramento da una parte e dall'altra i cosiddetti 'matti', anime fragili lontane e bandite dalla luce. Gli uni glorificati e celebrati nella pubblica parata. Gli altri isolati, nascosti e più che mai ignorati.
Ai quali non mi resta che dar voce...

Signor generale, permette una parola?
Posso chiamarla signore o devo premettere una qualche onorificenza dovuta al grado?
E, soprattutto, consente che rimanga seduto?
No, non è una questione di mancanza di rispetto per la divisa.
E tanto meno di una strafottente ostentazione di antimilitarismo.
Noi altri non abbiamo tempo per questo.
Noi altri non abbiamo tempo per le contese comuni.
Perché noi altri siamo in guerra.
Ogni giorno.
Da sempre.
Sì, ha capito bene.
Ho detto guerra.
Ha presente, spero.
Visto che è in nome o in vista di questa che la pagano.
Ovvero, la paghiamo.
Tutti.
Di quale guerra parlo, cribbio?
E’ proprio così che ha detto?
Semplice, quella di natura eccelsa, signor generale.
Quella che si guadagna la scena più ambita, nel clou della storia.
Dell’uno contro molti.
Dell’eroe.
Anche costui presumo lo conosca appieno.
Nella stoffa come nella vita che si cela sotto di essa.
Altrimenti, mi chiedo, come si diventa generale?
Quale nemico?
Oh, ma usi pure il plurale.
Non rammenta? Ho detto contro molti.
Molti e tra i più temibili avversari che umana esistenza possa fronteggiare.
Dotati delle più terrificanti caratteristiche che un contendente possa sfoggiare.
Inafferrabilità, letterale o meno.
Instancabilità, fisica o meno.
E quantità inesauribili di crudeltà.
Umana o… no, niente meno.
Interamente umana.
In breve, mostri.
Vittoria? Mai, signor generale.
Nondimeno, la nostra medaglia ce l’appuntiamo da soli alla fine di ogni giorno, perché consapevoli che il meglio che potremo mai avere è il coraggio.
Di continuare a combattere anche domani.
Sì, è proprio così.
Noi si fa la guerra, proprio come voi.
E abbiamo anche noi i nostri eroi.
A dir la verità, lo siamo tutti.
L’unica differenza, ammetterà che non è roba da poco, è che noi voliamo sempre ad ali nude.
Legga pure come gli sconosciuti piloti senza paracadute.

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10.12.14

Storie sui diritti umani: Torture Cia rapporto completo dal futuro

Storie e Notizie N. 1170 

Come già preannunciato giorni addietro, è stata diffusa una parte del report sulle torture e le violenze compiute in questi anni dalla CIA con il pretesto della minaccia terroristica, con o meno l’avallo del governo statunitense.
Commentando i disumani atti commessi da carcerieri, militari e pseudo medici, Obama li ha definiti ‘metodi incompatibili con i valori del nostro Paese’.
Ecco, quando vedo divenire cosa pubblica misfatti, tali anche in tempi altamente non sospetti, un ribollente movimento si agita nella mia pancia che tento di sublimare scrivendo.
Ad esempio una lettera a te, che vivi laggiù o lassù.
Insomma, da qualche parte…

Caro uomo del futuro,
o donna, che sarebbe pure meglio.
Insomma, chiunque tu sia.
Presumo che, tra le tante invenzioni, avrete in casa la macchina del tempo.
No? Non l’avete ancora inventata?
Be’, allora, fa’ il favore: inoltra la lettera più avanti, negli anni a seguire.
Sono certo che qualcuno ce l’avrà, laggiù, lassù.
Ovunque egli sia, ovvero ella, che è sempre meglio.
E’ arrivata? Eh, certo che è arrivata, chissà a quali velocità vi spedite le cose, voi altri.
Ci sei? Sei in linea?
Caro, anzi, cara,
ti scrivo da quaggiù o quassù.
Dal modesto qui, ecco.
Come saprai meglio di me, ne abbiamo di strada da fare.
Pensa che non abbiamo la macchina del tempo e che c’è ancora gente che guarda Bruno Vespa.
Nondimeno, i problemi sono ben altri.
Per esempio, questa cosa dei rapporti.
Hai presente? Dai, quelle relazioni scottanti e scioccanti, angoscianti e infamanti.
Mai anticipanti, nel senso di prima che la frittata sia fatta.
O che la gente venga torturata ingiustamente, per dirne una a caso.
Immagino che abbiate da qualche parte un librone di dimensioni a dir poco ciclopiche.
Salvato su memoria capiente quanto il mondo stesso.
Oppure, magari, avete ancora il cartaceo, che in fondo ci spero.
Quale librone?
Guarda, scommetti che, malgrado verrà completato nel futuro, so già cosa c’è scritto?
Prove? Eccole.
C’è scritto ovviamente che la tortura è sbagliata.
Ma si parla anche della disumanità nell’imprigionare una vita dentro quattro mura solo per dimenticarla, della violenza nella discriminazione in base all’oggetto del proprio amore e dell’idiozia di poter pensare di eliminare un conflitto con la rabbia, l’odio e perfino il dolore.
Giusto, vero?
Che vuoi farci, voi che vivete laggiù, lassù, ovunque voi siate, avete la macchina del tempo per visitare il passato.
Qualcuno di noi, invece, il vostro futuro lo sogna.
O magari le spara a caso sperando di prenderci.
Ma torniamo al librone.
Non potreste mandarcelo tutto insieme, invece che scriverlo un po’ alla volta?
In tanti, troppi, non immagini quanti, te ne sarebbero grati.
Sbrigati, ti prego.
Che per costoro il tempo è questione di vita.
O di morte.

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Storie di razzismo: razzismo bianchi contro neri video

Storie e Notizie N. 1169 

Io non sono razzista, ci tengo a premetterlo.

Criteri di realtà.
Questa storia avrebbe potuto chiamarsi anche criteri di realtà.
Ho sempre creduto che uno dei nostri più grandi problemi risieda nella nostra totale mancanza di criteri di realtà.
Pensate al nostro pianeta.
Il pianeta terra.
Noi chiamiamo terra un pianeta che è fatto per la maggior parte di acqua.
Dovremmo chiamarlo pianeta acqua, non terra.
Criteri di realtà.
Oppure noi stessi.
Ci definiamo esseri umani.
Umani?
Pensate con attenzione all’aggettivo umano.
Ma noi siamo l’ultima cosa su questo mondo che sia definibile umana.
Si dice, è banale, che gli animali siano spesso più umani di noi.
Gli animali?
I sassi, i sassi sono più umani di noi.
Criteri di realtà.
Prendete i comandamenti cristiani, i dieci comandamenti.
Non desiderare la roba d’altri.
Un sasso non desidera la roba di un altro sasso, sono entrambi di pietra, che vuoi desiderare?
Al contempo, chiunque di noi, osservando il prossimo con roba che gli manca, la desidera, è inevitabile.
Criteri di realtà.
Nondimeno, veniamo al titolo, questa cosa del razzismo dei bianchi contro i neri.
Carenza fenomenale di criteri di realtà, a mio modesto parere.
Ma scusate, chi è l’uomo più veloce del mondo? Usain Bolt, definito il più grande velocista della storia.
Ed è nero.
Ha vinto la finale alle olimpiadi, dove sono sempre tutti neri.
Ma anche le semifinali e i quarti se è per questo.
La maratona, i diecimila metri, i cinquemila, i tremila, pure i millecinquecento.
Sono sempre i neri quelli che vincono.
Ma vogliamo parlare del calcio?
Chi è il più forte giocatore del mondo? Pelé, e Pelé è nero.
Maradona non me ne voglia, ma Pelé ha vinto tre mondiali e pare abbia segnato più di 1200 gol…
Vogliamo parlare della musica?
Chi è il più grande chitarrista della storia della musica?
Jimi Hendrix ed è nero.
Il più grande chitarrista è nero.
E il più grande cantate della musica leggera?
Michael Jackson e… ed era nero, lo so.
Poi è diventato bianco, ma all’inizio era nero, è nato nero.
E’ ascrivibile ai neri, insomma.
E gli Stati Uniti? L’America, il paese tanto amato dal nostro?
Chi è l’uomo più potente degli USA? E’ Obama ed è nero.
Sì, lo so, qualcuno potrebbe obiettare che Obama sia americano, ma il padre era africano, Obama è nero, signori miei.
Vogliamo parlare del golf? Chi è il più grande giocatore di golf del mondo?
Tiger Woods è nero ed è quasi ogni anno lo sportivo più pagato sul pianeta.
E chi è il campione del mondo della Formula Uno? Lewis Hamilton ed è nero.
E’ inglese e nero.
Vogliamo parlare di forza?
Prendi la boxe.
I più forti pugili sono tutti neri.
E chi il più grande boxeur della storia? Muhammad Alì, nero anche lui.
Vogliamo parlare del basket? Prendi l’NBA, prendi una partita a caso, sono tutti neri, i più forti sono sempre tutti neri.
Vogliamo parlare infine delle dimensioni del… eh, va bene, non ne parliamo, okay?
Criteri di realtà, ecco quel che ci manca davvero.
Non c’è storia tra bianchi e neri.
Questa cosa del razzismo dei bianchi verso i neri è una balla.
Non è razzismo.
E’ paura.
Una terribile, angosciante paura.
Eppure, nonostante quel che ho detto, lo ripeto.

Io non sono razzista…

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5.12.14

Storie di razzismo: Aboliamo i colori

Storie e Notizie N. 1168 

L’ennesima notizia di un nero ucciso dalla polizia negli Stati Uniti è sulle prime pagine dei giornali.
Come accadeva nel 1919, la narrazione presenta sempre lo stesso inaccettabile titolo.
Sono stanco…

Offro soluzioni radicali.
Aboliamo i colori.
Bella, eh?
Lo so, mi vengono così.
Via i colori, via il razzismo.
E via un mare di accoppiamenti inutili di parole sopravvalutate composti.
Uomini bianchi e donne afro americane, persone di colore o semplicemente nere, i gialli e i mulatti, pelle olivastra o d’ebano.
Tutto via, semplicità.
Pochi secondi e… sbam!
O crash, se preferite.
Capirete, senza colori, via anche i semafori.
E, tra le altre miliardi di cose fondamentali, anche i libri.
Leggi pure come sortilegi di nera magia su tela bianca.
Perché la scrittura, e le storie da cui nascono, questo sono.
Pura magia, niente di meno e molto di più.
Non posso abolire i colori?
Aboliamo la pelle, allora.
Geniale, vero?
Muscoli e tendini, sangue e organi pulsanti, tutto in bella vista.
Via, via di nuovo ragazze bianche e bambini neri, meticci e creoli, via tutto, semplicità.
Pure stavolta, però, pochi secondi e… no, nessun sbam o crash.
Ma altri insopportabili vuoti.
Le fotografie di lui che non c’è più e la bellezza di lei che un giorno tornerà.
Le perfette forme dipinte e scolpite, assenze gravi nel racconto dell’artista che fu.
Memoria immaginifica cancellata e sensi improvvisamente moncati.
Per non parlare del vero privilegio di essere un polpastrello.
Il dono della carezza non sarà mai come prima sulle carni nude private del naturale vestito.
Okay, d’accordo, rimettiamo a posto la pelle.
Si era parlato di soluzioni radicali, giusto?
Va bene, facciamo sul serio, allora.
Aboliamo gli altri.
Questa è la migliore che mi è venuta, scusate, ma mi applaudo da solo.
Grazie, grazie, dico subito a me stesso, perché sono uno modesto.
Via gli altri, via ogni problema.
Via i neri, ma anche i bianchi che sono gli altri per questi ultimi, via gli stranieri, ma anche gli extraterrestri, via gli sconosciuti e i nuovi, via tutto ciò che non è… noi.
Me stesso.
Pochi secondi e...
Ma così, chi leggerà queste parole?
Ehi, ci siete?
Vi prego, scherzavo, rimetto tutto a posto.
I colori, la pelle, gli altri, tutto come prima.
Tranne quattro maledette parole.
Poliziotto uccide ragazzo nero

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4.12.14

Mafia romana e razzismo: maledette zanzare

Storie e Notizie N. 1167

La notizia degli arresti e delle indagini in corso sulla mafia a Roma, con intrecci tra malavita, imprenditori ed esponenti di destra e centro sinistra (mettiamocela la parola centro, perché chiamare il PD sinistra è un astuto ossimoro di cui non voglio abusare) giunge ad un italico cittadino medio, strenuo difensore del patrio suolo dall’incivile orda, origine preferita di ogni propria sventura.
Colui che, imitando Pasolini, legge il presente come nessun altro.

Io (lo) so

Io lo so.
Lo so io, lo so.
Tutto, so.
Cosa? La mafia a Roma?
Sono i rumeni, la banda dei rumeni.
No? Non c’entrano nulla?
Si tratta di criminali neri?
Africani, lo sapevo.

Ah…
Neri nel senso di destra…
Cosa ci vuoi fare, le mele marce stanno dappertutto.
Che? Corrompevano chiunque, anche a sinistra?
Dietro ci sono i cinesi, è sicuro.
Con quei miliardi di ristorantini, chissà cosa nascondono in cucina.
Cosa dici?
I colpevoli lucravano anche sugli immigrati?

Eppure io lo so.
Lo so io, lo so.
Tutto, so.
Sono gli zingari, disonesti di natura, insegnano ai bambini a rubare e…
Che? Mangiavano pure sui campi Rom?

Ma io lo so, ti dico.
Lo so io, lo so.
Tutto so.
O sapevo.
Come dicevo sempre?
Non vivono come noi, ci sfruttano, vivono a nostre spese, non rispettano le nostre leggi e non si integrano...
Ci sono: le zanzare!
E’ tutta colpa delle zanzare.
Finalmente posso tornare a dormire.
Tranquillo.

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3.12.14

Giornata internazionale disabilità: noi siamo te

Storie e Notizie N. 1066 

Oggi, 3 dicembre, ricorre la Giornata Internazionale dei diritti delle Persone con Disabilità.
Ho sempre pensato che i vuoti che ci contraddistinguono e, spesso, ci affliggono lo sono finché qualcuno non li riempie per noi.
Cancellandoli…

Disabile.
Diversamente abile.
O, forse è meglio, te.

Te, che sei qui, ora.
Rilassati e goditi il viaggio.
Perché di quel che ti manca, ne avremo noi in abbondanza.

Se è la fantasia il difetto, ti presteremo i colori migliori, quelli che rendono meraviglioso il discreto, scelti alla luce del sole con laboriosa franchezza, nessun regalo da photoshop.
Non ti daremo le storie che leggono tutti, bensì solo quelle che restano.
Per sempre.
E ti daremo anche nuove note con cui liberare il corpo da quel presuntuoso che pontifica lassù, nel cranio.
No, nessuna ottava scoperta.
Attingeremo sempre alle solite sette, stai tranquillo.
E’ solo che non c’è nulla di già sentito, quando la melodia traduce l’oggi.
Leggi pure come te e noi.

Se è il coraggio quel che non trovi, eccoci.
Ti volti e ci vedi.
Rimani con lo sguardo al nemico.
Ma sai che siamo lì.
Il nemico guarda te.
E sa di essere solo.
Contro tutti.
Ovvero, leggi ancora come prima.

Se addirittura è il calore che non c’è, non dovrai far altro che muovere una mano.
Se puoi, anche due.
E lanciale in direzioni opposte.
Sì, proprio come il capo dei fantastici eroi, quello con il corpo che si allunga.
Disegna un cerchio con le braccia, davanti a te, e termina l’opera allorché ti aggradi.
Quel che stringi vale lo sforzo.
Non tutto, è chiaro.
Non è il regno degli ingenui, il mondo qui narrato.
E’ solo per una mera questione di statistica che il tesoro è là fuori, da qualche parte.
Questo dicono tutti, nessuno escluso, tra coloro che fin qui ci hanno permesso di averlo ancora, un orizzonte.

Se poi è altro che non hai e noi altri non saremo in grado di rimediare alla mancanza, tutti noi siamo te.
Disabili.
O, forse è meglio, diversamente disabili.

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