30.5.14

Storie di bambini: guerra civile di disegni

Storie e Notizie N. 1115

L’Unicef dichiara che sono 600.000 i bambini vittime del conflitto in corso nella Repubblica Centrafricana, mostrando la sofferenza trasferita nei loro disegni.
Una guerra raccontata, vissuta e combattuta anche con le matite…

Immagina qualcuno.
Chiunque.
Una vita che conosci.
Te stessa.
Lui.
L’altra.
O anche una creatura che non incontrerai mai.
Fermala.
Fermane lo scorrere dei giorni ad un punto preciso.
Un momento irripetibile, davvero, per quanto possiamo sforzarci di mantenerne viva la luce.
Chiamalo pure bambino.
Leggi pure come bambina.
Per la storia fa lo stesso.
Figurati costei seduta per terra, in casa o anche sul prato.
Mettiamo pure che il nostro sia in cima ad una montagna, incapace di giustificare come ci sia arrivato.
Ecco, avvicinati.
Stringi l’inquadratura, così.
Un bel primo piano del nostro.
Una perfetta visione di lei.
Con una matita colorata stretta nella mano.
Quale colore?
Non importa, credimi.
Quel che conta è l’inchiostro, fidati.
Perché nei disegni non sono le tonalità che rendono vivida l’immagine.
E’ sempre stata nell’inchiostro, la magia.
O la maledizione.
Il rosso dal sangue e il marrone dalla terra, il blu dalle notti senza stelle e il nero dalle parti cancellate nella memoria perché troppo difficili da guardare.
Figuriamoci ricordare.
Aspetta, ora.
Lasciala lavorare
Fallo finire.
Se hai fretta, guardati intorno e ammira il resto.
Dopo tutto, c’è sempre qualcosa da ammirare, tra ciò che rimane.
Oh, ha terminato.
Osserva, osserva bene.
Vedi?
La vedi la guerra com’è fatta davvero?
Capisci adesso, cosa vuol dire essere lì, nel mezzo del disegno?
Comprendi la differenza tra chi è parte del quadro e chi lo guarda?
C’è bisogno di una gomma, qua.
Altrettanto potente.
Per cancellare gli errori.
Gli orrori.
E salvare il resto.
Tra ciò che sopravvive...


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29.5.14

Mondiale Brasile indios in rivolta contro polizia: di frecce e pistole

Storie e Notizie N. 1114

A pochi giorni dall’inizio del campionato mondiale di calcio, alla protesta contro le istituzioni organizzatrici in Brasile si sono unite anche alcune tribù dell’Amazzonia, a causa dell’ennesimo furto di terra ai loro danni con il pretesto – stavolta – dell’evento pallonaro.
Così, riflettendo sulla metafora…

Quando le frecce affrontano le pistole.
Quando le frecce affrontano le pistole, vuol dire che davvero non ne possono più.
Che non v’è altra scelta.
O arma.
Perché quando le frecce affrontano le pistole non vuol dire che non abbiano paura.
Oh, se ce l’hanno.
Ma non riguarda le pistole.
Non riguarda mai il nemico.
Perché se esiste una paura, nel cuore di una freccia, è una e solo una.
Quella di scomparire.
Non prima di aver volato.
Dall’arco al bersaglio.
Non crediate, però, che ciò nasca da un qualche virile desiderio di morire in battaglia.
Una sorta di onor guerriero da omaggiare.
Questa è roba del nemico.
Questa è cosa da pistole.
Quando le frecce affrontano le pistole sapendo che l’oggi è tutto quel che avranno, perché il domani è già scritto, è come un grido nella notte.
Un canto al mattino.
O una danza al tramonto.
Uno di quei magnetici balli intorno al fuoco.
Con il legno che brucia.
E si fonde con la terra.
Per ricordarsi e ricordare che solo quest’ultima è madre e padre.
Dio e signore.
Unica verità assoluta.
Per tutti.
Leggi pure come le ingenue abitudini dei riti pagani, se ciò ti tranquillizza.
Quando le frecce si armano e decidono di affrontare le pistole non lo fanno mai per patriottismo.
Per combattere il terrorismo islamico.
O per esportare qualsiasi cosa.
Da una vuota democrazia ad una presunta civiltà.
Perché quando le frecce affrontano le pistole sono come le api.
Non v'è alcuna traccia di odio, nella pancia.
Pungono affermando se stesse, niente di più.
Difendendo la propria carne.
Per mezzo della stessa carne.
Puoi dire anche terra, al suo posto.
Non vi sarà errore, perché non v’è differenza.
Perché la freccia è legno e parte del mondo.
Della terra.
Come l’arco e chi lo brandisce.
Giocate, prendete il pallone e giocate.
Sedetevi sugli spalti o sul divano.
Giocate pure.
Solo sappiate bene con che cosa state giocando.
E soprattutto dove...
 


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28.5.14

Congo bambini adottati in Italia: casa vostra anche domani

Storie e Notizie N. 1113

I 31 bimbi che attendevano in Congo di essere adottati da 24 famiglie italiane sono arrivati in Italia.
Leggo di gioia e commozione, soprattutto da parte dei futuri mamma e papà.
Più che comprensibile.
Laddove la scelta sia libera e consapevole, è normale che i neo genitori esultino per la fine di una travagliata storia e l’inizio di una felice.
Al contempo, si parla di gioia e rallegramenti anche da parte delle istituzioni.
Nondimeno, la serenità di questi bambini la scriviamo oggi ma il racconto, per mantenere fede alle premesse o, meglio, promesse ha bisogno del domani…
E il domani ha bisogno di tutti noi.
Per mantenere.
Le promesse…

Care bambine e cari bambini,
benvenute, benvenuti.
Che siate tutti benvenuti nella vostra nuova casa.
Perché questa, da oggi, è anche casa vostra.
Da oggi.
Ovvero, da oggi in poi.
E il poi, per chi ha un passato da cambiare, è tutto.
Per questa ragione siamo qui a farvi delle promesse.
Così avrete qualcosa di scritto, nero su bianco, con cui rinfrescarci la memoria laddove ci capiterà di non ricordare.
E capiterà, oh se capiterà.
Indi per cui, vi promettiamo che sarà casa vostra anche quando non sarete più due occhioni scintillanti in un viso angelico, per quanto olivastro.
Un’adolescente ribelle.
E un giovane imprevedibile.
Una ragazza tutt’altro che perfetta.
E un ragazzo che come tutti quelli della sua età deve compiere errori.
Altrimenti, che senso avrebbe diventare adulti?
Già, adulti.
Sì, vi promettiamo che anche allora questa sarà casa vostra.
Vale per la donna che scenderà in politica.
Come per l’uomo a cui sarà sufficiente il minimo, ovvero votare.
Sarà l’istesso per colui che vorrà affermare il proprio credo.
O colei che di credo non ne avrà alcuno, ma non per questo si vedrà togliere un solo diritto.
Qualunque sarà la vostra strada, quanto detto oggi rimarrà intatto.
Perché questa è e sarà anche casa vostra.
Per questa ragione avremo la stessa attenzione per i vostri figli e i figli dei vostri figli, in breve tutte le vite che si celano laggiù, nel regno del poi.
Leggi come la proprietà transitiva dell’amore.
Quel che oggi è, e per sempre sarà anche casa vostra, sarà pure casa loro.
Benvenute, bambine.
E un benvenuto a voi, bambini.
Oggi inizia la nostra vita insieme.
E da noi non avrete mai di meno di quel che vi diamo oggi.
E’ una promessa.
Altrimenti, aiutateci a ricordare...


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27.5.14

Uomo più grasso del mondo storia del vuoto video

Storie e Notizie N. 1112

Manuel Uribe è morto.
L’uomo più grasso del mondo, così era noto.
E così verrà ricordato.
Perché è esattamente così che la sua dipartita viene narrata.
Dai giornali e dalle tv.
Per il suo peso, i suoi 597 chili.
Ah, il peso.
Oh, i chili.
Quanto contano sulla bilancia della vita.
Eppure, Manuel, come tutti noi, non era solo questo.
Perché non siamo fatti solo di pieni.
Di ricolmi e saturi.
Di traboccanti.
Tasselli più o meno armonizzati in un corpo il più delle volte tutt’altro che armonioso.
C’è anche qualcos'altro che vale.
Tra un chilo e l’altro.
Tra la pelle e le sue sopravvalutate tinte.
E tra le forme e le sue sottovalutate imperfezioni.
Vuoto.
Sì, siamo anche questo.
Siamo anche un insieme di assenze.
E non mi riferisco allo spazio, di sicuro importante, che Manuel ha lasciato chiudendo il suo racconto su questa terra.
Mi riferisco ai vuoti che erano parte di lui.
Invisibili e inafferrabili.
Ma non per questo privi di significato.
Di cosa parlo?
Vado così, a braccio.
Le pause, tutte le pause tra un discorso e l’altro.
Ogni volta che il nostro stava per dire la cosa sbagliata ma ha contratto le labbra un secondo prima.
E anche laddove la cosa non lo sarebbe stata affatto.
Sbagliata.
Leggi pure come l’assordante equità delle parole non dette.
Le persone che avrebbe voluto accanto lungo il cammino.
Quella sorta di fantasmi bramati e rimpianti.
Che al contempo erano anche vite vere.
Da qualche parte, più o meno lontane.
E vicine.
Le città che Manuel non ha potuto visitare.
Tutte le bellezze del mondo che non è riuscito ad ammirare.
Che non gli hanno impedito di creare nella mente, per loro e solo per loro, una degna stanza.
Vuota.
Come le mancate immagini in tutte le eventualità in cui ha chiuso gli occhi.
Per timidezza.
E per paura.
O anche solo per mera stanchezza.
Manuel Uribe se n’è andato.
L’uomo più grasso del mondo non c’è più.
Potrei dire che ha così lasciato un vuoto, ma, come spero ora sia chiaro, sarei in errore.
Di vuoti ne ha lasciati un’infinità.
E come vale per ognuno di noi.
Tocca a chi rimane riempirli…


 


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22.5.14

Storie di donne obese: il lieto fine

Storie e Notizie N. 1111

Bizzarra notizia dalla Russia.
Pare che a bordo di un minibus un coccodrillo di nome Fyodor sia rimasto vittima di un serio incidente, poiché la ragioniera del circo, una corpulenta signora di ben 120 chili, sia scivolata a causa di una curva, per poi cadergli addosso.
Per la donna solo una leggera contusione, ma per il coccodrillo leggo che si è trattato di un vero shock, visto che l’animale ha vomitato per tre ore.
Fortunatamente, però, ne è uscito indenne anche lui.
La storia continua qui…

Un’ora prima.
Obesa, sì.
Grassa e cicciona, è chiaro.
La donna cannone, certo.
Olga l’hanno chiamata in tutti i modi possibili.
Era sempre stata, come dire, una fanciulla di peso, ecco.
Ma aveva smesso di prendersela.
Di dare… peso, se mi permettete la facile ripetizione, alle parole.
Soprattutto quelle che la ferivano.
Leggi come l’inevitabile assuefazione delle creature diversamente belle.
Questo però non vuol dire che avesse perso di vista l’essenziale.
O, forse, dovrei dire perso d’orecchio.
Il suono, quello no, quello non aveva smesso di apprezzarlo.
La melodia della parola, detta o scritta, non l’aveva affatto dimenticata.
Sin da quando ne aveva percepito il valore, a soli cinque anni.
Sto bene, cara”, aveva detto quel giorno sua madre prima di coricarsi, “vai a giocare e divertiti.”
Prima di andarsene.
Non prima di permettere alla figlia di cogliere la regale differenza.
Tra semantica e note.
Tra le miriadi di discorsi più o meno a voce alta e le colonne sonore che le seguono come spartiti sotto forma di fedeli ombre.
Olga aveva capito, allora.
Olga aveva altresì compreso quel che, un’ora prima di cadere sul proprio destino, aveva letto sullo strano biglietto trovato nella borsa.
Lasciati andare, amore mio. Abbandonati su di me, liberami e fai lo stesso con il tuo orizzonte.
Mi porteranno via, apparentemente lontano, quanto basta al di fuori di questa prigione sotto forma di tendone colorato.
Mi cureranno ma non abbastanza.
Perché sarai tu a scacciare ogni male.
Per sempre.
Firmato Fyodor, ovviamente.

Un’ora dopo.
E un’altra storia si fece carne.
O altra notizia.
Sebbene nessun giornale la riportò.
La signora obesa che cade sul coccodrillo fa rumore, lo sanno tutti.
Ma per sapere che il coccodrillo è fuggito dall’ospedale con la donna, per vivere con lei il sogno di una vita, bisogna spegnere il mondo che urla.
E, proprio come Olga, ascoltare la musica che si nasconde.
Tra le parole…
 


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21.5.14

Corrida toro incorna tre toreri: storia inaspettate vittorie

Storie e Notizie N. 1110

Sospesa la corrida a Madrid: il toro incorna tre toreri.
Il toro vince...

Inaspettate.
Paradossali e inverosimili, eccezionali e rare.
Quasi impossibili, probabilmente fasulle.
Sono le storie in cui vincono gli altri.
Coloro che nel racconto narrato dalle cime del mondo devono perdere.
Morire.

Nondimeno, quando l'inattesa eventualità che si cela nei sogni dei predestinati ad una fine ingloriosa ne oltrepassa i confini e invade lo schermo reale, be’, vuol dire luce per tanti.
Cibo per speranze e carburante per angeli fai da te.
Leggi pure come i disegnatori di ali egoiste.
E allora guardiamo, ovvero, leggiamo
Leggiamo cosa scrive nel diario il perdente illuminato.

I diversi della terra schivano l’ennesimo insulto come Neo di Matrix con le pallottole.
E rispondono a tono all’occhio piccolo di altrettanto minuscolo cranio.
Facendolo sentire lui, diverso.
Dall’essere degnamente umano.

Gli ultimi esemplari, volgarmente detti animali, di creature destinate a scomparire divengono più grandi, ancora più grandi, così grandi da rendere al confronto l’odiato sterminatore trascurabile come un aggettivo in un meraviglioso romanzo d’avventure.
Dove non è poi così importante descrivere le cose.
E’ sufficiente leggerlo e il cuore farà il resto.

Gli schiavi, tutti gli schiavi del pianeta, ovunque essi siano rinchiusi, ora, in questo preciso istante, magari non molto lontano da te che stai leggendo, scompariranno.
Si dissolveranno, via, come se non fossero mai esistiti.
Qua, ora.
Ma questo non vuol dire che non siano vivi e liberi da qualche altra parte.
Solo non lo diciamo qui, affinché nessuno possa mai riuscire ad imprigionarli di nuovo.

E così, di terra in terra, di luce in luce, la storia inaspettata sbarcherà e donerà chiarore al desiderio segreto.
Coraggio, là fuori, sussurrerà.
Coraggio.
Si può ancora vincere…

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20.5.14

Il gatto più vecchio del mondo: Guinness dei primati mancati

Storie e Notizie N. 1109

Leggo che secondo il Guinness dei primati, alla veneranda età di 24 anni, la micia Poppy detiene ufficialmente il record di gatto più vecchio del mondo.
Tutta questa storia dei primati mi fa venire voglia di raccontare di un altro guinness.
Quello dei record mancati…

Prendete il librone, quello dei Guinness con la G maiuscola.
Le immagini straordinarie e i video eccezionali.
Il tutto inevitabilmente virale, capace di invadere ogni finestra virtuale, dal pc al tablet passando a piacere per lo smartphone.
Mettete il tutto da parte, giusto il tempo di una pagina.
Questa.
E figuratevi un mondo.
Un intero pianeta in un libro.
Anzi, no.
Un vero libro se lo meritano gli altri, i degni primati.
Mi riferisco ad un misero libricino, un modesto opuscolo, uno di quelli che si trovano abbandonati sul pavimento impolverato della sala d’aspetto di una stazione.
E non sto parlando del frutto di un virtuoso book crossing.
Questo volumetto viene lasciato sul serio per caso.
Perché solo per caso viene trovato.
Un primato ce l’ha, d’altra parte.
È il libro più breve del mondo.
Una sola pagina, figlia unica di genitori ignoti.
Sì, questa pagina.
Ovvero un confuso elenco.
Non vi leggerete del gatto più vecchio del mondo, bensì del più giovane.
Talmente giovane che deve ancora nascere.
Non è detto che questo accadrà, anzi, è molto improbabile.
E trattasi di felino tutt’altro che speciale, ve lo dico subito.
Ma è proprio per questo che lo troverete qui.
Perché così, all’improvviso e con poco, lo diventa davvero.
Speciale.
Leggi pure come l’ingenua presunzione delle pagine orfane.
Nondimeno, il gatto non è solo, qua.
Perché vi è anche il bambino più lento del mondo.
Così lento, ma così lento che quando arriverà al traguardo sarà tutto finito.
Gli spettacoli e le guerre, le campagne elettorali e il mondiale di calcio.
Tutti i festival di Sanremo che verranno e tutti i veglioni in piazza che ci attendono.
Ad una velocità inesistente raggiungerà la fine della corsa e scoppierà a ridere di gioia.
Perché tutto sarà passato.
Tutto.
E da quel momento le cose non potranno che andare meglio.
Soprattutto ne godrà i benefici il gatto più giovane del mondo, quello che deve ancora nascere.
Nel clou della pagina troverà spazio anche la donna più pasticciona della terra.
Una signorina di una goffaggine indicibile.
Pensate che è capace di rompere qualcosa perfino in una stanza completamente vuota.
Ma ha un segreto.
Come una sorta di principessa prigioniera di un sortilegio, c’è un modo per renderla una ballerina di una grazia stupefacente.
Quale?
Leggendo la pagina che la ospita.
Ad alta voce, sussurrando o anche solo a mente.
A lei andrà bene comunque.
Perché il sogno nascosto di tutti i record mancati non è mai stato arrivare primi.
Bensì sapere che anche chi non correrà per la vittoria può sperare di rubare gli occhi altrui.
È sufficiente poco.
Anche solo una pagina.
Questa…

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15.5.14

Stephen Sutton e il cancro: 3,5 milioni di sogni più uno

Storie e Notizie N. 1108

Alla fine è morto.
Quattro anni dopo aver appreso di avere il cancro, all’età di 19 anni Stephen se n’è andato.
Non prima di aver raccolto almeno tre milioni e mezzo di euro per aiutare la lotta contro il nemico che ha sconfitto il suo corpo.
Non i sogni.
Soprattutto il suo…

Tre milioni e mezzo più uno.
Immaginateli, ora.
Figuratevi una piazza enorme, gigantesca a dir poco.
Altro che numeri da rabbiosa manifestazione, al netto della cifra dettata ai media dalla forza pubblica.
Altro che processione in cima al colle etereo, che monderà tutti i peccati, pure quelli inconfessati, soprattutto quelli inconsapevoli.
E altro che folla tifosa e per questo strumentalizzabile, ma vale anche il contrario.
Sogni, un oceano di sogni incarnati.

Le forme? I colori e i contorni?
Facile, fidatevi della fantasia, almeno per questa volta.
D’altra parte, trattandosi giustappunto di sogni, la cosa dovrebbe riuscire con discreta facilità.
Ad ogni modo, eccovi uno spunto.
Qualsiasi corporeità sceglierete di donare ai protagonisti di tale eterogeneo assembramento onirico, ve ne suggerisco le didascalie.
Presumo non sbaglierò di tanto, tra tre milioni e mezzo di possibilità.

Voglio vivere per sempre.
E desidero restare con te, per sempre o meno.
Desidero fare tutto quel che ho mancato.
E desidero farlo domani, se non chiedo troppo.
Spero di non sentire dolore, alla fine.
E spero di non mostrarlo sul volto, subito prima.
Della fine.
Vorrei fermare il tempo, solo per poco.
E vorrei che il tempo fermasse me, quanto basta.
Per illudermi.
Per ingannare il nemico.
Che del tempo si nutre.

E via così.
Capito il gioco, si può andare avanti a piacimento.
Potete addirittura mollare tutto e uscire di casa.
Unendovi a loro.
C’è spazio, c’è posto lì, ma anche là.
Avanti e dietro.
Ovunque.
Perché non esistono limiti per i sogni che sopravvivono.
Vuol dire che non era solo un gioco, dopo tutto.

Eppure, ce n’è uno tra tutti che spicca.
Se ci fate caso, brilla più degli altri.
Perché è quello che potrebbe contenerli tutti.
La vita che arriva alla fine senza per questo dover sacrificare se stessa.
Il ragazzo che diventa uomo e che chiude il cerchio indenne.
I giovani come Stephen, che lottano là fuori.
Adesso.
Leggi come il sogno in più.
 


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14.5.14

Storie sui diritti umani: le vite di sotto

Storie e Notizie N. 1107

 
Nei pressi del distretto di Soma, nel nord della Turchia, un’esplosione dovuta ad un cortocircuito ha provocato la morte di almeno 234 persone, tra cui Kemal Yildiz, che aveva solo quindici anni.
A duemila metri di profondità ne rimangono intrappolate altrettante.
Sfortunatamente per gli interessati, sono solo questi i momenti in cui ci rammentiamo di loro…

Le vite di sotto.
Questo è il nostro lavoro.
Tale è la nostra responsabilità.
Volenti o nolenti.
Perché questa è la luce che resta, a noi altri.
Il solo orizzonte concesso.
Perché lì soggiace il possibile, tra le righe dell’esistenza migliore.
Perché è là che si nasconde il nostro gioiello.
Una gemma chiamata sopravvivenza.

La gente del buio.
Umani fantasmi per le piazze affollate la domenica mattina.
E per le vie del centro intasate di curiosi e vetrine.
Leggi come l’ignara danza delle fortune sprecate.
Innocui vampiri che succhiano solo un tipo di sangue.
Il proprio, a differenza di ben altre mostruosità.
E siamo anche loro, gli zombie reali.
Creature da cinema ad una sola dimensione.
Quella che rimane sempre al di fuori dello schermo che conta.

I personaggi nel bianco.
Esatto, a contraddire il precedente.
Rafforzandolo, paradossalmente.
Perché questo è quel che siamo.
Gente del buio protagonista invisibile dello spazio ignorato.
Ovvero, il bianco tra capitolo e capitolo.
Tra paragrafo e paragrafo.
Tra strofa e ritornello di una canzone sorda.
Incapace di udire il canto, figuriamoci il rumore.
Che arriva da sotto.

Già, le vite di sotto.
Che per guadagnarsi la dignità di esistenze a tutti gli effetti hanno bisogno del massimo.
Il sacrificio perfetto.
L’azione spettacolare.
E la scena straziante.
Tutto nello stesso fotogramma.
Benedetta o maledetta esplosione.
L’unico modo che abbiamo per ricordare al mondo.
Che là sotto.
C’è vita.
Non solo morte…



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12.5.14

Storie di donne: una per tutte

Storie e Notizie N. 1106

Leggo che negli Stati Uniti una studentessa, Megan Sugg, ha ritirato il proprio diploma al capezzale della madre in fin di vita per un cancro.
Quest’ultima è deceduta pochi giorni dopo…
E queste sono le parole che immagino possa aver scritto per la figlia…

Una per tutte.
Così la chiameremo.
La migliore e la sola.
La festa che le conterrà tutte.
Strette, abbracciate, come noi.
Ora.

Guarda, ci sono davvero, apri gli occhi, sul serio.
Cancella le inutili lacrime, ci sarà tempo per piangere, c’è sempre.
Osserva quante meraviglie possono entrare in una pupilla che ama.

Il giorno che danzerai con l’uomo che meriterà il ballo successivo.
L’attimo prima che la musica inizi a farla da padrona.
E quello in chi la odierai per essere come tutte.
Leggi come il tallone d’Achille delle canzoni perfette.
Finiscono.
Proprio sul più bello arrivano alla fine.

Proprio come me.
Ma non come noi.
Perché malgrado l’io abbia una data di scadenza e allo stesso modo il tu, il noi fa magie.
La prova sei tu, la prova sono io.
E quel che la gioia di ora riesce a mostrare.

Il giorno che sceglierai come guadagnarti il pane e la stima di te.
Nutrendo il sopravvaluto stomaco quanto il maltrattato cuore.
Quando sarai orgogliosa di affermare quale ruolo hai scelto per essere parte attiva del mondo.
E il giorno in cui l’io diverrà il me.
Madre e figlia.
Leggi pure senza timore come figlia è madre.
Perché quando una vita se ne va ce n’è sempre un’altra che arriva.
Prima o poi.

Il giorno in cui aprirai la porta della tua casa e tutti quelli in cui la renderai tua veramente, con colori e forme.
Più che mai con le emozioni quotidiane.
Piccole gioie e sofferenze.
Gli immisurabili quanto estemporanei alti e gli inaccettabili e sadici bassi.
Ma comunque vita.

Tutto è qui, ora.
Nell’una fra tutte.
La sola.
Festa da ricordare.
Festa che ricorderai.
Per non dimenticare che noi è per sempre.

 


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9.5.14

Storie sull'amicizia: la squadra dei calciatori mancati

Storie e Notizie N. 1105

In Spagna un pulmino si è scontrato con un trattore e cinque bambini tra i dodici e i quindici anni sono morti.
I ragazzini stavano tornando da una partita di calcio…

Abbiamo vinto.
E abbiamo perso.
Ma abbiamo giocato, sì, questo non è cancellabile.
Nemmeno dalla pioggia indifferente.
Come dalle memorie fragili.
Perché qualcuno ha visto.
Qualcuno ha gioito.
Tra un goal mirabolante e una travolgente discesa sulla fascia.
Sì, tali magie capitano anche a noi.
Novizi della palla.
Che forse mai campioni saremo.
Ma questo non vuol dire che non si vinca.
O si perda.
Perché quello che fa la differenza, al fischio finale, non sono le incontrovertibili statistiche.
L’arrogante medagliere e le assordanti bacheche.
Le stelline sul petto e le foto in copertina di roba che tutto ha a che fare fuorché il bello che ci unisce.
Il gioco.
Quello che conta davvero, che rende noi altri unici, sono le ferite sulle ginocchia, sempre nello stesso punto, mai stanco di mostrare il rosso con orgoglio.
La maglietta fradicia di quella miscela preziosa, i cui ingredienti sono indispensabili alla resa.
Sudore, è ovvio.
Pioggia, è naturale.
E coraggio, già, proprio lui.
Quello di tirare il rigore quando anche i veri fuoriclasse si allontanano e rimani solo tu.
Che fuoriclasse non lo sei mai stato e, probabilmente, mai lo sarai.
Il coraggio di ergere il petto tutt’altro che muscoloso a difesa del compagno aggredito dal solito energumeno in vena di spacconate.
E il coraggio di giocarla, quella partita.
Quando sai già come andrà.
Che non saranno lodi e onori e che tutto il meglio andrà al nemico.
Ma va bene così.
Perché l’altro, nemico, non lo è mai davvero.
E’ solo qualcuno che condivide la tua medesima follia.
La pazza idea di credere che prendere a calci un pallone sia qualcosa di dannatamente serio.
Ciò non ci ha impedito di farci corpo unico e mettere piede sul campo.
Per giocare e amare.
La nostra partita.
L’ultima.

Abbiamo vinto.
E abbiamo perso.
Ricordateci per quell’ora in cui insieme abbiamo corso.
Senza risparmiarci.
Noi, la squadra dei calciatori mancati.

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8.5.14

Storie d'amore: La ragazza più alta del mondo sposa il più basso

Storie e Notizie N. 1104

Leggo che la ragazza più alta del mondo, la brasiliana Elisany da Cruz Silva, 2 metri e 6 centimetri, sposerà il fidanzato, Francinaldo da Silva.
Un metro e 63 centimetri…

Sarà una festa.
Una di quelle che si ricordano davvero.

E non lo sarà per i festeggiati.
Malgrado siano degni di copertine a iosa.
La più alta e il più basso.
Rapiti più o meno impunemente da ogni tipo di obiettivo.
No, quel giorno avrà luce tutt’altro.
Perché altrimenti, che gusto ci sarebbe ad esserci se tanto abbiamo già visto tutto?
Un matrimonio, certo.
Nulla di nuovo, da questo punto di vista.
Nelle formule di rito, come nelle tradizionali abitudini.

Eppure rimarrà nell’occhio.
Quello abbastanza grande da contenere i sogni.
Senza vergognarsene.

E non lo sarà per i regali.
Ce ne saranno, è ovvio.
E’ il giorno che, per buona sorte, dovrebbe rammentarsi come unico.
Il solo.
Presentarsi con poco sarebbe un delitto.
Presentarsi a mani vuote, sarebbe ancora peggio.
Non venire affatto, ma mandare comunque qualcosa sarebbe il più terribile dei peccati.
Perché quando ti ricapita un matrimonio così?

Una giornata che vorresti eterna.
O almeno quanto basta per portartene via un frammento nel cuore.

E non lo sarà per l’abbondanza del rinfresco.
Sicuro, le portate saranno sufficienti.
A togliere appetito e soprattutto capaci del massimo risultato.
Leggi come chiudere la bocca al più loquace chiacchierone al tavolo.
Il dessert mozzerà il fiato e le bevande renderanno ebbri anche i meno liberi, in corpo ed emozioni.
Ve lo assicuro, costoro faranno addirittura il trenino, rigorosamente nelle vesti di coinvolgenti quanto buffe locomotive umane.
Nondimeno, siamo ancora fuori strada.
D’altra parte, ci sono matrimoni e matrimoni, ma è sempre un evento speciale.
Tuttavia questo non verrà trascritto nella memoria comune per la straordinarietà degli sposi, né per la meraviglia dei doni e tanto meno per la gustosità del rinfresco.

Perché quando la ragazza più alta sposa l’uomo più basso la magia è nelle parole.
Più alto e più basso.
Più povero e più ricco.
Più bello e più brutto.
E così via.
Vuol dire che tutto può amare tutto.
E che tutto il meglio è ancora possibile...


 


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7.5.14

Cinque ore in volo nel vano carrello: storia del viaggio

Storie e Notizie N. 1103

Un video dimostra che un adolescente di circa 16 anni era entrato come clandestino nel vano carrello dell’aereo che lo ha portato dalla California alle Hawaii.
Pare che il giovane fosse scappato da casa dopo una lite con i genitori…

Un viaggio.
Dicono che l’adolescenza sia un viaggio.
Lo dicono coloro che adolescenti non sono.
Lo erano.
E’ il viaggio.
Il solo.
O almeno è così per molti.
Si scappa, quante volte si scappa.
Via, lontano, che lontano non lo è mai abbastanza.
Perché quel che brucia è sempre lì.
Più o meno sepolto nella pancia.
Soprattutto laddove ci si convinca di averla fatta franca.
Nondimeno, questo non ci ha impedito di trovare la forza di alzarci e correre.
Con la porta alle spalle.
Rigorosamente chiusa.
Inevitabilmente percossa mettendo a dura prova i cardini.
A ragione o a torto, l’inerzia è la medesima.
Via, lontano, che lontano non è proprio il peggio che possa capitare.
Tutt’altro.
Finché si giunge al dubbio.
Il beffardo dilemma.
Vale la pena rischiare tanto?
Posso morire…
Posso rimanere paralizzato a vita.
Posso rovinare tutto.
Quesiti ignoti per coloro attesi sulla via dal suddetto bivio.
Perfettamente noti nelle esistenze di quelli che dicono di saperla lunga.
Solo perché più lunga è stata la loro passeggiata.
Ma non chiamatelo viaggio, distaccati esperti dalla canuta chioma.
Perché il viaggio è solo uno.
E ha solo due case.
Ormai alle spalle e magicamente all’orizzonte.
Leggi come la doppia essenza dei sogni memorabili.
Tuttavia, se si ha la fortuna di partire e tornare.
In un’avventurosa parentesi tra andata e ritorno.
Be’, allora sì che si può asserire di aver davvero vissuto.
Viaggiato.
Perché in fondo la prova dell’esistere è nel racconto.
Di quel che si è provato durante.
Il viaggio.
Il solo.

 


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6.5.14

Storie di donne rapite: video lettera a Boko Haram

Storie e Notizie N. 1102

Un video con protagonista un leader di Boko Haram, tale Abubakar Shekau, ha scosso l’opinione pubblica internazionale. Costui sostiene di aver rapito circa 300 ragazze (al momento pare 223, perché una cinquantina sembrano essere fuggite), giovani studentesse, minacciando di venderle come schiave.

Mister Shekau,
malgrado questa mia aspiri alla legittima dignità che si riserva a qualsivoglia lettera, ometto il caro.
Credo che anche lei convenga quanto sia fuori luogo.
D’altra parte, le ragioni che mi spingono a scriverle sono dovute proprio alle parole.
Quelle che meritano lo spazio di una pagina.
Questa.
Gli occhi di chi osserva gioie e tragedie, seppur a distanze variabili.
Noi.
La mente e il cuore di chi ha davanti una scelta di un peso incommensurabile.
Lei e i suoi compagni.
Ecco perché, se le sole parole degne di questo nome intendo privilegiare, mi accingo subito a liberarmi di quelle superflue.
E mai tale verbo è stato più appropriato.
Vede, nel messaggio del suo video, virale in questi giorni, lei chiama le ragazze che ha rapito schiave.
Se mi permette, la informo subito che è totalmente fuori strada.
Schiave esse non lo sono affatto e mai lo saranno, a meno che non siano loro stesse a volerlo.
A scegliere di propria sponte di incatenarsi.
Capisco che sia banale, ma la vera assurdità è che su questo pianeta ci siano ancora persone a non comprenderlo.
Abubakar, è il corpo che ha rapito, non le ragazze.
Non quello che davvero sono.
Leggi come la reale natura del respiro.
Quel che è la vita delle giovani, proprio a causa del suo video, ora è ovunque.
E’ qui, ora, in questo modesto spazio come nei pensieri della gente più dotata al mondo.
L’esistenza di quelle ragazze è altresì accanto a lei, adesso, aleggia intorno ai suoi carcerieri.
Libera.
Inevitabilmente libera.
I prigionieri e gli schiavi siete voi, signor mio.
Lei e la sua banda.
Perché ci vuol un animo incredibilmente privo anche del più esile spazio vivibile, dentro e fuori, per credere di poter rinchiudere così tanta energia vitale.
Un’infinità di speranze costruite nel tempo, guadagnato e rubato.
Sogni nascosti e progetti rivelati all’orecchio fidato.
Amori e dolori.
Storia scritta e quindi narrata.
L’errore più ingenuo sarebbe poi quello di tirare in ballo un qualche dio per giustificare la propria ottusità.
Il paradosso, Abubakar, è che quelle ragazze hanno un oceano di possibilità.
E’ lei che ha una sola strada davanti.
Conduce indietro, alle sue spalle.
Camminando sulle sue medesime impronte.
In breve, tornando ad un attimo prima di compiere l’ennesimo stolto gesto.
Altrimenti, lei e i suoi amici non troverete luogo in questa vita, e ovunque altrove, dove liberarvi da loro.
Le ragazze che tutto sono.
Tranne schiave…

 


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