26.6.15

Giornata internazionale per vittime di tortura 2015: il corpo è qui

Storie e Notizie N.1243

C’era una volta un corpo.
Grande, troppo.
Di carnagioni e generi differenti.
Di età variabile.
E al solo pensiero di guardare in basso in siffatta misura l’immagine si fa inquietante.
Eppure guardiamo, coraggio.
Perché quel corpo è qui.
Avviciniamo occhi e cuore.
E leggiamo.
Leggiamo le storie incise nelle carni, come tatuaggi nutriti dall'inchiostro indelebile peggiore dell’universo.
La crudeltà umana.
Lì c’è il ricordo dei tagli.
E più su la danza delle bruciature.
Là sotto lo spettacolo dei lividi.
E ancora più giù il dono delle frustate.
No, non distogliamo lo sguardo.
Leggiamo insieme, ancora.
Là c’è l’eco delle percosse.
E più sopra l’ombra dei fendenti.
Laggiù ci sono le conseguenze dei pugni.
E lassù quelle dei calci.
Sì, lo so, è narrazione immonda, ma è qui.
Il corpo è ancora qui.
Perciò non molliamo.
Perché c’è ancora da leggere.
C’è il sangue rappreso ancora troppo rosso.
E l’ematoma dell’anima che è viola solo in superfice, ma nel profondo sopravvive a prescindere dal colore.
C’è la frattura interna, di ossa e altre fragilità celate.
E c’è il trauma del dopo, tumore che difficilmente puoi estirpare da solo.
Senza l’aiuto di chi, volente o nolente, ha permesso l’abuso.
Del corpo.
Che è qui.
Ecco perché dobbiamo leggere.
Tutte le storie.
Per scrivere noi altri la parola fine.
E quale post scriptum.
Mai più.

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25.6.15

Storie di immigrati: il popolo dei diritti per tutti o per nessuno

Storie e Notizie N. 1242

C’era una volta il popolo dei diritti.
Il popolo era formato da tante persone.
Diverse tra loro, malgrado le apparenze.
E fin qui, siamo ancora nella terra delle banalità.
Allora coraggio, sforziamoci di andar via.

Nel popolo formato da tante persone diverse tra loro, malgrado le apparenze, ce n’erano alcune che si dichiaravano a favore dei migranti e della conseguente libera circolazione delle sopravvivenze.
Delle speranze.
E dell’unico futuro possibile, ovvero quello in cui siamo tutti ugualmente ospiti.
Nondimeno, molti di costoro si schieravano al contempo nel lato avverso all’impopolare quanto scomodo abitante dei lager 2.0.
In breve, Rom.
Della serie, io non sono razzista, e pure senza se e senza ma, però sugli zingari

Contemporaneamente, nel medesimo popolo, magari proprio seduti a fianco, vi erano coloro che si ergevano a difesa dei volgarmente suddetti, esclamando con vigore: “Non si dice zingari, è offensivo.”
Tuttavia, senza soluzione di continuità nel cuore, gli stessi si dichiaravano contro ogni alternativa al canonico quanto tranquillizzabile mosaico matrimoniale, additando come vizioso delirio ogni tipo di amplesso ritenuto alieno.
Ovvero, con un lato del viso difendo i diritti dei Rom e con l’altro la cosiddetta famiglia tradizionale.
Cosa facciano con il terzo lato, perché c’è n’è sempre un terzo in tali casi, è meglio non saperlo.

Sul fronte opposto della barricata rispetto a questi ultimi, confusi nel medesimo popolo, c’erano quelli che avevano fatto dell’orgoglio di un’emancipazione di genere una vera e propria bandiera, reale e metaforica.
Ciò malgrado, un battito di ciglia più tardi, li avresti potuti ascoltare in sentiti monologhi al limite del padano contro gli invasori del suolo italico, rei della peggiore congenita colpa: essere nati laggiù e pretendere di vivere qua, invece di morire nel mezzo.
Leggi pure come sono per l’amore libero di giorno e per l’immigrato prigioniero di notte.
O viceversa, a seconda di come mi svegli al mattino.

Nello stesso popolo dissentivano a pochi metri urlando con ardore gli attivisti della cause clandestine, fracassatori di confini e mangiatori di dogane.
Ma tra loro potevi scorgere alcuni che solo un attimo prima mostravano il loro sdegno per le anime ritenute eccentriche, ostinate nel manifestare alla luce del sole gli erotici colori della propria immaginazione.
Traducendo, sono vicino agli immigrati che sognano un domani migliore, ma mi tengo ben lontano dagli ‘uomini sessuali’, le donne che copulano con se stesse e quelli che ‘transitano’, che non ho ancora capito se devo chiamarli al femminile o cos’altro.

Mi fermo qui, anche se potrei aggiungere quelli che scendevano in campo a protezione degli animali maltrattati ma non delle vittime di omofobia e quelli che affilavano i coltelli innanzi agli insensibili verso i diversamente abili per poi rimetterli nel cassetto se il diversamente comprendesse anche l’orientamento sessuale.

C’era una volta un popolo.
Un altro.
Quello formato dal resto delle persone.
Quelle che non sono affatto un popolo.
Sono solo un ammasso di carne saturo d’odio e solitudine.
Che da tempo ha espulso gli ultimi residui d’umanità rimasti.
Ma è forte, ammasso o popolo che sia, è ancora oggi molto forte.
E la sua forza è una sola.
L’ottusa e imperdonabile divisione.
Del popolo dei diritti

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24.6.15

Famiglia naturale definizione cos'è: spiegazione agli extraterrestri

Storie e Notizie N. 1241

C’era una volta un extraterrestre.
Un extraterrestre di nome Buk.
Il nostro, un po’ come il mio vecchio amico Matermax, era stato inviato tempo addietro sulla terra per osservare.
Annotare.
E, basandosi unicamente su quel che i suoi attenti occhi avessero visto, cercare di capire.
Una volta fatto ciò, Buk sarebbe dovuto tornare sul suo pianeta e raccontare quel che degli umani avesse compreso.
In particolare, la sua missione riguardava la famiglia.
Una volta giunto a casa venne subito interrogato dai suoi colleghi esploratori.
“Dicci, Buk, su cosa si fonda la famiglia umana?”
L’alieno chiarì subito che i terrestri erano molto diversi da loro.
Si da il caso che sul pianeta di Buk la famiglia si fondi sull’unione tra una persona e un libro.
Un libro di storie, ovviamente.
Qualcuno tra voi si chiederà come sia possibile che un essere vivente e un libro possano amoreggiare, men che mai procreare, litigare con tanto di lancio di ciabatte e rottura di piatti per poi far all’amore di nuovo, e malauguratamente lasciarsi.
Per poi rimanere amici, ma anche no.
Si può, eccome se si può, risponderebbe l’extraterrestre, perché nei libri di storie puoi trovarci davvero tutto.
E non c’è niente nell’universo che non potresti trovare in un racconto.
Quindi niente e nessuno potrebbe essere escluso perché ritenuto, come dire, diverso o sbagliato.
“La famiglia umana non si fonda sull’unione tra una persona e un libro”, tenne subito a precisare Buk. “I libri a malapena li leggono, figuriamoci prometter loro amore eterno…”
“Ma allora”, fecero gli altri incuriositi, “su quale meraviglia più stupefacente dell’unione tra una persona e un libro si fonda la famiglia umana? Sull’unione con una coppa gigante di fragole con panna?”
“No, perché più avanti ne vorrebbero ancora e ancora, indi per cui tradirebbero la prima e tutte le successive con troppa facilità.”
“Sull’unione con un tuffo tra le onde di un mare cristallino dopo una rincorsa agevole su una sabbia non troppo calda?”
“No, niente affatto, perché dopo il suddetto tuffo si dimenticherebbero dell’importanza dell’aggettivo cristallino e si prodigherebbero, come fanno sempre, nel lordare gli oceani con tutto il lordante immaginabile.”
“Per caso sull’unione con un film, uno qualsiasi, purché capace di strappare una risata nel momento più triste della loro esistenza?”
“No, proprio no, perché trattasi di serenità effimera e la famiglia, come tutti voi ben sapete, ne ha bisogno di lunga vita.”
“E cosa ci dici sull’unione con un sogno?”
“Alcuni ci provano ma non appena decidessero di rendere pubblico il proprio amore, uscendoci a braccetto per le strade cittadine, è come… come se quel sogno fosse un palloncino e chiunque si sentisse in diritto di bucarlo.”
“Sull’unione tra due umani?”
“Definire umani.”
“Buk, non parlare come Hal 9000… intendiamo esseri umani, terrestri, insomma.”
“Perdonate, io lo chiedo perché ci sono alcuni che, forti di presunti affollamenti, si ergono come baluardi per sostenere che la famiglia si fondi tra due specifiche tipologie umanoidi.”
“Quali?”
“Uomini e donne, queste ultime sotto tutela, perché a loro avviso potrebbero causare femminicidi.”
“Non capiamo un'acca.”
“Neanche io e sono stato pure sulla terra di persona.”
“Ma hai capito se la famiglia umana si fondi o meno sull’unione tra uomo e donna?”
“Definire uomo e donna. No, scherzo… calmi, vi dico subito la verità: da quello che ho visto non ho ancora compreso su cosa si fondi la famiglia umana, ma una cosa l’ho scoperta.”
“Quale?”
“Per capire davvero bisogna entrare dentro una vera famiglia e non guardarla da fuori come si farebbe con un quadro.”
“Come?”
“Chiedendo il permesso con tanto, tantissimo rispetto e cortesia.”
“E poi?”
“E poi, forse, si saprebbe qualcosa di più su cosa si fondi quella famiglia. Per quanto riguarda le altre ci vorrebbe troppo tempo. Solo un umano sarebbe così presuntuoso e megalomane da affermare di sapere su cosa si fondino.”
Tutte le famiglie della terra

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22.6.15

Reato di istigazione al razzismo cosa significa video

Quando chiudi il cervello, se davvero ne hai uno, e apri i rubinetti di una putrida pancia, vomitando deliri e ottusità insultando popolazioni intere, sentimenti, tradizioni e vite...





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21.6.15

Franco e la Piramide di Roma

Franco Fubelli
Breve parentesi tra una storia e una notizia.
Perdonate il lato autoreferenziale del racconto e concentratevi sul resto.
Alla stregua del perdono che chiedo a Franco per il fraintendimento di questa mattina, in quel di Roma.
In quel della Piramide Cestia.
Faccio pubblica ammenda, poiché laddove m’imbatta in un innamorato dell’arte di cui egli stesso ha cura da almeno trentasette anni, dovrei mostrare la lucidità nel riconoscerlo come tale.
L’uomo conosce a fondo tale ennesimo tesoro della capitale, balzando con sapiente nonchalance dalle seppur superficiali note da guida alle miriadi di storie che soggiacciono tre le pieghe di ciò che puoi ammirare al di sotto della narrazione ufficiale, ovvero nella memoria stessa di Franco.
C’è tanta roba da vedere al di là di vecchie pareti aggredite dal tempo, nel cuore di tale suggestiva eco egizia a Roma, e se avrete la fortuna di scoprirla per bocca del suo custode, anzi, personale sacerdote, no, ancora meglio, compagno devoto, porterete con voi storia viva.
Ancora oggi.
Ma sì, anche questa è storie e notizie.

 
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19.6.15

Persona più vecchia del mondo vivente: lettera da donna a donna

Storie e Notizie N. 1240

A 116 anni è morta Jeralean Talley. Era la donna più vecchia del mondo, ovverosia la persona più vecchia del mondo.
Era.
Perché 21 grammi più tardi tale record è giunto nelle mani di Susannah Mushatt Jones, che compirà la stessa età di Jeralean il prossimo 6 luglio.
Ecco a voi un immaginario passaggio di testimone epistolare.
Dalla vecchia madre del mondo alla nuova…

Cara Susannah,
eccoci qua.
Ci siamo, l’ora è giunta.
Il momento è arrivato.
Così dicono gli abitanti della tv allorché l’attimo sia solenne.
Ladies and gentlemen, the winner is… e via con gli applausi più o meno spontanei, i flash che contano e, hai visto mai, anche la standing ovation.
Sì, so bene che non avrei potuto darti tutto questo.
Si va via di corsa, noi altre.
Non abbiamo il tempo per i saluti.
E tu non hai di certo avuto il tempo di salutare a tua volta.
Chi ti ha lasciato lo scettro.
Che assurdità, vero?
Noi, che del tempo siamo, e con te saremo ancora, le sole vere regine della terra ci ritroviamo a non averne abbastanza.
Per guardarci negli occhi.
Per stringerci la mano e magari abbracciarci.
Per ammiccare senza bisogno di parlare.
Ecco, prova a disegnarlo con me quel fantomatico istante rubato alla storia.
Io sono lì che ti aspetto… anzi, no, sono io che vengo da te, seduta in veranda con il tè freddo sul tavolino accanto e il cane che scodinzola sebbene quasi assopito.
Io inizio a salire gli scalini, un paio, e tu ti alzi per venirmi incontro.
D’accordo, al fantasioso netto della reciproca malferma capacità motoria.
Tu mi inviti ad accomodarmi sulla sedia al fianco della tua.
A dondolo, mi raccomando, sii precisa nel comune quanto immaginifico quadro.
Ho sempre adorato danzare e, malgrado la totale approssimazione, alla mia età mi accontento anche di un silente cavaliere di legno che sappia fare solo avanti e indietro.
D’altra parte, molti cosiddetti campioni della pista sanno fare molto di meno, eppur se ne vantano.
Sorseggiamo il tè e ancora non parliamo.
Osserviamo, invece.
Anzi, ammiriamo entrambe il resto dell’umanità raggiungibile con occhi e memoria dalla veranda delle donne più vecchie del mondo.
Persone, ad esser precisa, come da proemio.
Ma io, qui, scrivo donne e vale anche per il resto.
Perché, forse, non è affatto un caso che siamo noi altre ad abitare nell’appartamento più in alto.
Di un grattacielo speciale, dove il tempo è davvero denaro.
No, mi correggo, vale molto di più.
Il tempo è tempo e non v’è ricchezza più grande.
Di chi come noi si ricordi.
Di salutare come si deve, che noi lo si voglia o meno, chi prenderà il nostro posto.
Ovunque sia.
E da qualsiasi parte del mondo arrivi…

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18.6.15

Strage Charleston reato d’odio: tutte le volte

Storie e Notizie N. 1239

Riguardo alla strage nella chiesa di Charleston, nel South Carolina, Stati uniti, dove hanno perso la vita nove persone ad opera di un giovane che dai media viene definito bianco, il capo della polizia dichiara che non ci sia alcun dubbio che si tratti di reato d’odio.
Non conta la religione dell’assassino, se sia cattolico piuttosto che buddista.
Non importa se sia un cittadino con tutti i crismi, un immigrato regolare o un clandestino.
Non è rilevante neppure se in qualche modo c’entri l’Isis o Al Qaida.
E non voglio pensare che sia perché stiamo parlando di un 'bianco'.
Ciò che mi incuriosisce è la natura del reato…

C’era una volta il reato d’odio.
Tutte le volte.
Soprattutto le altre.

Quando chiudi il cervello, se davvero ne hai uno, e apri i rubinetti di una putrida pancia, vomitando deliri e ottusità insultando popolazioni intere, sentimenti, tradizioni e vite.
Vite che leggono e soffrono, più o meno in silenzio.

Tutte le volte, davvero tutte.
Più che mai le altre.
Laddove, grazie al presunto calore di tuoi pari, senti moltiplicare dentro di te l’ardire a fronte di una viltà che rimarrà sempre gigantesca, e fissi il tuo sguardo sulla prima esistenza a portata di rancore.
Basta che sia sola.
Basta che sia vulnerabile.
Basta che ce ne sia almeno una.

Tutte le volte, proprio tutte.
A cominciare dalle altre.
Allorché ti volti dal lato rigorosamente morbido, serri labbra e anima con la stessa pavida fretta, e malgrado tu sappia perfettamente dove verità, giustizia e umanità fioriscano, ti unisci alla danza del silenzio.
Perché altrimenti avremmo ottenuto percentuali da prefisso telefonico.
Perché altrimenti perderemmo iscritti e mi piace.
Perché altrimenti non saremmo più così tanti.
Davanti.
E dietro.

Tutte le volte, tutte, sì.
Senza trascurare le altre.
Dove sei convinto di trovarti tra le file dei buoni, senza però curarti di quale sia l’effettiva destinazione delle tue parole, dei tuoi gesti e delle tue occhiate.
Se solo avessimo la chance di seguirle sino alla meta più fragile.
Se solo avessimo la possibilità di essere quella fragile meta.
E se solo avessimo l’occasione di tornare noi stessi e rimediare.

C’era una volta il reato d’odio.
Ma tutte le volte, consideriamole tutte.
E, in una di esse, iniziamo a pensare molto attentamente.
Prima di dire o fare qualsiasi cosa…

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17.6.15

Storie di immigrati: abbiamo vinto

Storie e Notizie N. 1238

Un messaggio nella bottiglia affidato alle onde da uno scoglio in quel di Ventimiglia.
Sperando che arrivi a destinazione senza rompersi...

Cara mamma,
abbiamo vinto.
Quasi
Tu ed io ce l’abbiamo fatta.
Più o meno
Per papà.
Che non voleva altro che questo.
Per noi.
Che non potremmo volere di più.
Non raggiungere la meta. Giammai sfiorare la terra promessa. Magari mettendoci su i piedi e sentirla tua.
Nel frattempo, noi guardiamo.
Noi siamo quelli che non gridano terra allorché finalmente appaia all’orizzonte, poiché la gioia è inarrestabile, il fiato è fuggito e le forze sono tutte per l’ultimo sforzo: la vittoria.
Quasi
Quelli dell’urlo al traguardo sono gli antenati degli infermi di memoria, che oggi sviliscono le nostre anime, ignorando di far lo stesso con le proprie.
E hanno ragione, se alcuni tra costoro si aggrappino all’idea che i loro avi fossero ben diversi.
Già, è così, ma non per le ragioni che credono.
Perché i viaggiatori per la vita del secolo scorso arrivavano su navi degne di questo nome.
Tutto fuorché ammassi di legno, speranza e paure, un’infinità di paure.
Il tutto legato da sangue vivo, che sgorga copioso da cuori indomiti.
Leggi pure come chi può essere così ingenuo da pensare di poterli fermare?
Che pazzi, vero?
Un tempo ci rapivano incatenandoci e umiliandoci promettendoci un inferno di soprusi e ingiustizie.
Oggi veniamo di nostra sponte, spesso incontro al medesimo destino.
Che vuoi farci, sarà che ci sono così simpatici gli umani del lato visibile della luna.
Forse è perché vogliamo davvero derubarli di futuro.
O magari sarà che ci siamo accorti che l’hanno gettato a mare e ne abbiamo sentito l’odore.
Ecco, siamo come creature che si lancino tra i flutti ipnotizzate da una magia chiamata orizzonte.
Possibile.
E ora abbiamo vinto, mamma.
Tu ed io.
Quasi
Per papà e per noi.
Più o meno
Perché noi altri sappiamo bene che la nostra vittoria non sarà mai nel salire sul podio più alto. Alzare la coppa. E ricevere l’ovazione della folla.
Guardare è il nostro premio.
Poter guardare ad occhio nudo la fine.
E l’inizio.
Il resto del mondo che puoi ammirare da uno scoglio, a pochi metri dalla nuova storia, la terra che manca.
Aspetteremo di raggiungerla, aspetteremo che sia lei a raggiungere noi.
Nel mentre, adorata madre, esulta.
Abbiamo vinto perché siamo ancora vivi.
E chi non lo capisce.
E’ morto.
O non lo è mai stato davvero.
Vivo.

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12.6.15

Gay pride 2015 Roma quando saremo orgogliosi

Storie e Notizie N. 1237

Sabato a Roma ci sarà il Gay Pride, la giornata dell’orgoglio Lgbt.
In attesa di un altro giorno…

C’era una volta un giorno.
Del quale siamo orgogliosi.
Già ora, lo siamo.
Del domani che verrà.
Ma oggi, qui, dentro.
Siamo orgogliosi di esser gioiosi.
Che tu intenda il sentimento come la natura con la quale c’è bisogno.
Ancora troppo bisogno di disegnarci.

Siamo altresì orgogliosi di essere in tanti.
Quanti se ne possano contare ad occhio nudo.
E non soltanto nella solitudine, per quanto ardita, della propria immaginazione.

Siamo anche orgogliosi di poter dar suono alle battute fragili.
Che in passato venivano cancellate dal copione finale.
Come semplici refusi o vane ridondanze dell’umano lessico.

Siamo orgogliosi di poterlo essere.
Orgogliosi.
E guarda che è molto più di quel che tu possa figurarti.

Siamo orgogliosi degli occhi nei tuoi.
Che osservi da vicino, come al riparo del monitor.
E pure questa è roba forte, credimi, se ripenso a quando anche lo sguardo dell’ebete di turno avrebbe potuto ferire.
Quel che andrebbe invece accarezzato.

Siamo orgogliosi degli altri.
In ordine di importanza, è ovvio.
Di chi c’è ora, accanto a noi sulla strada.
Ma soprattutto di chi quella medesima via l’ha percorsa per primo.
Ignorando del tutto che ci sarebbe stato il resto.
La meravigliosa seconda, l’adorato terzo.
Fino a noi.

Siamo orgogliosi dei colori e delle forme.
Che per quanto ridurrai a mere superficialità del momento.
Sono come canti a squarciagola che pacificamente reagiscono, malgrado con ritardo.
Ad una vita intera di abusi e ingiustizie.

Siamo orgogliosi di esser qui, oggi.
Di essere ovunque saremo.
Il dì seguente e tutti gli altri.

Nondimeno, siamo immensamente orgogliosi di aver spinto la variopinta nave chiamata umanità.
Sulla quale, volenti e nolenti, navighiamo insieme fino alla destinazione che merita.
Il giorno in cui tutti, nessuno escluso, saremo solamente orgogliosi.
Di esser vivi.

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11.6.15

Maroni lettera contro i migranti alle prefetture: testo originale

Storie e Notizie N. 1236


Il governatore lombardo Maroni, dopo aver avvertito i sindaci, ha scritto alle prefetture sull'eventuale accoglienza di migranti.

*Cari concittadini, care concittadine,
viviamo tempi difficili.
E in tempi difficili dobbiamo restare uniti.
Tutti uniti verso il solo obiettivo.
Rendere sempre più grande la nostra nazione.
Per far ciò occorre avere occhi e orecchie ben aperti.
Così dovrete fare.
Così faremo noi.
Conoscete il nemico, lo conoscete bene.
Ed è avversario tra i più pericolosi.
Proprio perché tutti voi lo conoscete bene.
Abita nel palazzo di fronte.
Lo guardate dalla finestra.
Vi passa accanto sul marciapiede.
Entra con voi nel portone.
E’ al di là della porta accanto.
E, in alcuni casi, vive addirittura in casa vostra.
Il nemico è nemico.
Si confonde, si camuffa, finge di essere come noi, ma la sua diversità è ben visibile ad occhio nudo.
Va riconosciuto come tale, va combattuto con ardire e sconfitto senza pietà.
Questo è il nostro dovere.
Questo è il vostro dovere.
Guai.
Guai a chi darà asilo al nemico o lo nasconderà al governo.
Guai a chi non compirà il proprio dovere verso la nazione.
Questa non è intimidazione.
Non è una minaccia.
Non avete nulla da temere.
Se farete il vostro dovere.
Come bravi cittadini, come brave cittadine.
Non vi chiediamo azioni estreme.
Nomi.
Nomi e volti.
Indirizzi e colpevoli.
Date un nome, un indirizzo e un volto ai colpevoli.
Noi faremo quel che resta.
Per voi.
Perché questo è il nostro dovere.
Perché per questo ci avete dato potere.
Per rendere la nostra nazione grande.
Vittoriosa.
E pura.

*Germania 1938, lettera contro gli Ebrei del governo Nazista alle famiglie di Berlino.

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10.6.15

Storie di donne: il viaggio dell'ovaio

Storie e Notizie N. 1235

Notizia dal Belgio: primo caso per una paziente talmente giovane, leggo che ad una ragazza tredicenne nativa del Congo a cui avevano espiantato l’ovaio, le è stato reimpiantato oggi che ha 27 anni.
E la donna è diventata madre.
Un viaggio, una storia.
Lunga 14 anni…

C’era una volta te.
Madre, no.
Non allora.
Neanche una speranza, forse un sogno.
Di sicuro una possibilità.
Di quelle che conservi lì, tra le pieghe delle mani, che tutti conoscono e sostengono di saper leggere meglio di te.
Ignorando quel che ancora vorresti scrivere.
E’ lì che sono morto.
E’ lì che sono nata.
Tra quel che il presuntuoso libro scrive.
E quel che tu, mia adorata lettrice, ti auguri.
Ho viaggiato, da allora ho viaggiato.
Con un solo ricordo in testa.
Un’unica pagina.
Racchiusa in una strofa.
Di un solo volto ricolma.
Un’adolescente, con la pelle del viso irrigata da lacrime sbagliate.
Perché è una sceneggiatura tra le più umanamente errate.
Quella che fa crollare ponti verso altre vite.
Che non siano la tua.
E’ lì che sono morta.
E’ lì che sono nato.
Con l’inevitabile convinzione che la storia fosse tutta qui.
Un taglio netto senza ritorno.
Lo sappiamo, tu ed io, che è questo il racconto che va per la maggiore.
Laddove qualcun altro si arroghi il diritto di scriverlo per noi.
Irreversibile.
Tutto è tale, non v’è possibilità di sorta per mutare destino.
Per i piccoli del mondo, sulla scena per caso o per disgrazia.
E per coloro che sono così minuscoli da non rientrare neppure nell’inquadratura.
Il cielo o chi per lui benedica il tempo.
Che talvolta ha il buon gusto di mandare all’aria l’impietoso tabellone.
Dove chi vince non festeggia più per abitudine e chi perde ha smesso di lottare per la medesima ragione.
Giù le torri, signore e signori, disarcioniamo i cavalieri e disarmiamo gli alfieri.
Inchinatevi e applaudite, re e regine.
Perché stavolta il premio va ai pedoni.
E’ lì che siamo morti.
E lì che siamo nati.
C’era una volta me.
E te, mamma.
Coraggio.
Riprendiamo da dove ci eravamo lasciati…

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5.6.15

Cosa esportiamo in Africa: la morte e altra roba speciale

Storie e Notizie N. 1234

Ad Accra, nel Ghana, la scorsa notte una terribile esplosione e un altrettanto spaventoso incendio in una stazione di servizio hanno provocato una strage di gente che tentava di sfuggire alle tremende piogge torrenziali che allagavano le strade. Si parla di almeno 200 morti…

C’erano una volta le ricchezze.
Sì, dai quelle.
No, ma no, non parlo della roba normale.
L’acqua vergine, già, d’accordo.
Terra gravida di vita e aria tersa, ho capito.
Ma io dico quell’altra roba.
Quella speciale.
Quella per cui viviamo.
Quella per cui moriamo.
Eccoci, siamo qui.
Non scomodarti, veniamo noi.
Perché solo noi altri possiamo venir da voi.
A portar doni.
E’ il teorema del babbo natale bianco solo da un lato, condizione necessaria, giammai sufficiente.
Se dall’alto vien giù col sacco, è tutto festa e colori, sorrisi e giorni sereni.
Al contrario, seppur col sacco in spalla e barba folta ti inerpicherai, non compriamo niente, perché niente hai da darci.
Le ricchezze, certo.
Ho capito, tutta roba luminosa e verdeggiante, sicuro.
Ma veniamo noi da te.
Abbiamo roba speciale per te.
Per rendere la tua normalità meno normale.
Molto meno.
Noi portiamo un’idea.
Una sola.
Rendere il tuo mondo simile al nostro.
Affinché il giorno che verrai qui e ti vedremo uguale saremo finalmente in grado di accettarti.
Veniamo noi, ora, resta pure seduto.
Tu hai metalli, petrolio e gas.
Noi assetate auto.
E servizievoli stazioni rifornenti.
Ecco, ti manca solo una cosa per essere perfetto.
Finire il viaggio come noi.
Una morte assurda tra le fiamme di una pompa di benzina…

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4.6.15

Storie di immigrati in Italia: abbuffata nazionale e invitati

Storie e Notizie N. 1233

C’era una volta una tavola.
Una grande tavola, tutta imbandita.
Tovaglia e piatti, bicchieri e posate.
E commensali.
Tanti commensali, molti di più di quel che sembrano.
Eh dai, guardiamola tutta, almeno qui.
Cominciamo dal piatto del giorno.
Come della notte.
Uno solo.
Un bel vassoio, più lungo che largo.
Dimensioni, diciamo umane.
In misura, giammai sentimenti o qualcos’altro di simile.
Il nome della pietanza?
Be’, fate voi, il nome non conta, le parole con le quali chiami quel che quotidianamente viene fatto a brandelli da mascelle ebbre d’astuzia quanto d’ottusità non fanno differenza.
Fanno male, è indubbio.
Tuttavia, come dice un antico quanto anonimo detto della savana, nella natura solo le prede conoscono il reale sapore del dolore.
'Spaghetti al migrante', 'Tagliatelle alla clandestina' e 'Pizza quattro stranieri', ovviamente con condimento extra.
'Extra comunitario', è ovvio.
Nondimeno, il menu è noto.
E’ lì, come ogni giorno, cotto o crudo, dilaniato sulle tavole nostrane così tante volte da divenire piatto tradizionale, come il caffè alla napoletana e il risotto alla milanese.
Il vero spettacolo sono gli invitati.
Ci sono loro, è ovvio, i mascalzoni che lucrano sui centri di accoglienza.
Nella capitale, come da nord a sud dello stivale.
Ma ci sono tutti gli altri.
Gli invitati che completano il tavolo e che mangiano la loro parte, oh, se la mangiano.
Quelli che nutrendosi con il migrante pasto, ufficialmente sputando nel piatto da cui dipendono, hanno costruito carriera politica, case in città, in montagna e al mare.
A parole odiano le carni rifugiate, nei fatti non risparmiano neanche le ossa.
Poi ci sono gli eccitati vomitatori dalla bocca capiente e il cranio incustodito.
Sono molti e riempiono gran parte del tavolo.
Così come fanno con ventre e testa, iniziando da quest’ultima, vittima di una solitudine inaccettabile.
Senza discutere, ingurgitano tutto quel che l’uomo che ritengono forte passi loro.
Basta che sia carne, carne viva, possibilmente indifesa e indifendibile.
Oggi va molto di moda la 'minestra Rom', dove ci puoi mettere di tutto, perché tutto fa brodo.
Quindi rigettano e ricominciano, perché è l’unico modo per restare a tavola, insieme agli altri, per sentirsi forti.
Insieme agli altri.
Ma c’è ancora spazio a tavola per loro, i cronisti dell’orrendo desinare, con un potere incredibile nelle mani.
Nelle penne, come nelle lettere sulla tastiera.
Difficile usare propriamente le une come le altre, laddove le dita stringano convulsamente le armi preferite.
Forchetta e coltello.
I testimoni per conto della Storia, non testimoniano affatto.
Vedono, capiscono, ma poi addentano e dilaniano come tutti gli altri.
C’era una volta una tavola.
Una tavola immensa, tutta apparecchiata.
Posate e piatti, bicchieri e naturalmente tovaglia.
Ma il vero spettacolo sono i convitati.
Molti, tanti di più di quel che credi.
Amica che ascolti, amico che leggi.
Pensaci bene, guardati attorno.
Fai attenzione.
Perché, senza rendertene conto, potresti esserci anche tu...
 

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3.6.15

Notizie del giorno prima pagina quanto costa

Storie e Notizie N. 1232

Leggo che a tutt’oggi, con 14 superstiti e 40 cadaveri recuperati, ci sono ancora 400 persone disperse nel fiume Yangtze, nella provincia dell’Hubei, in Cina.
400 persone.
400.
Leggo, nel trafiletto in basso a sinistra.
Riservato al terribile naufragio del traghetto Dong Fang Zhi Xing (Oriental Star o Eastern Star) dell’altro ieri.
Leggo, leggo anche altro.
E, forse, capisco…

C’era una volta una notizia.
Una notizia come tante.
Davvero, niente di straordinario.
Ahi lei, ovvero, ahi loro.
Che vivono tra quelle parole.
Magari per sempre.
Perché la loro storia è tutta lì, per chi ha troppa fretta per guardare in basso.
Leggi pure come lì dove vanno a finire le briciole della vita che conta.
La notizia come tante, nulla di eccezionale, ahi lei, ahi loro, riguardava le sorti di un pugno di umani.
Pugno, già.
Già, umani.
Perché le esistenze minute, seppur raggruppate per amore o mala sorte, le puoi stringere nel palmo della mano senza alcuna fatica.
Piccoli loro.
O, forse, è la mano che guarda che è troppo grande.
Nondimeno, anche nelle eventualità del mondo rigorosamente a piè di pagina del creato nobile fioriscono ambizioni.
Le più ingenue, in effetti.
Ma vai a spiegarglielo, provaci pure a dissuaderli, quelli lì.
Convinti dall’improbabile speranza che basti la vittoria di anche uno solo degli ultimi e sarà festa per tutti.
Io ero con lui, io ero accanto a lei.
Io c’ero e so tutto.
Quello che dirà alla stampa e alle tv.
Quello che racconteranno di lei e mostreranno di lui.
Ma, soprattutto, saprò il resto.
L’ambizione della notizia sulle anime sospese era quella di arrivare in cima, sul tetto di parole che tempo addietro si è appropriato dell’onore di narrare il grande viaggio.
All’inizio, scese in campo baldanzosa, un po’ troppo, a dir la verità.
Persuasa che bastasse il mero racconto per guadagnare perlomeno il podio.
Un pugno di esistenze, ma scherziamo?
Minute, è chiaro, ma la mano è grande, s’era detto, mi pare.
Nulla da fare, le dita scivolarono sugli specchi di conscia indifferenza e ignara distrazione riflessi.
Aspetta, fece la notizia, intuendo inaspettatamente l’antifona.
Tra il pugno di esistenze minute ci sono vostri connazionali.
Interessa, eh? Fece gongolando scorgendo il ritorno dei volubili flash e degli altrettanto incostanti microfoni.
La notizia tuffò le proprie mani nell’emisfero prosatore e raccontò.
Inventò.
Di sana pianta inventò, vestendo se stessa di familiari sfumature e commoventi tonalità.
Ci prese gusto, diciamolo.
Stare lì, abbagliata dagli occhi che suggeriranno al resto del pianeta dove guardare era inebriante e pensò che avrebbe fatto di tutto per restarci.
C’era una volta.
C’era una volta una notizia.
C’era una volta la notizia di un pugno di creature in balia del fato.
C’era, ad esser precisi.
Perché la notizia che c’è, oggi, ora, in quest’attimo.
Non è nemmeno l’ombra di quel che fu.
Perché quella cima ha un prezzo.
E chi è disposto a pagarlo non ha bisogno di ombre.
Alla stregua di tutto quello che rimane dietro di noi.
Sopravvivendo.
O meno…

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1.6.15

Auto sulla folla a Roma Rom arrestati: ce l'abbiamo fatta

Storie e Notizie N. 1231

Proprio il giorno successivo alla fine delle elezioni, ma tu guarda il caso alle volte, leggo che sono stati arrestati i due minorenni, le cui vicende sono state sulle prime pagine nazionali quotidianamente sino ad oggi, ritenuti i responsabili dell’incidente in cui la scorsa settimana è deceduta una donna di 44 anni…

Ce l’abbiamo fatta.
Abbiamo vinto, finalmente abbiamo vinto.
Non la poveretta che è stata falciata sulla via.
E tanto meno le vite a lei legate per amore o semplice amicizia, che vivranno accompagnate dal suo amaro ricordo.
Neppure i disgraziati sopravvissuti all’impatto.
Noi, sto parlando di noi.
Tu ed io.
Che guardiamo il mondo che galleggia nel sacro rettangolo.
Che guardiamo noi stessi.
Negli occhi dell’altro.
Come nei nostri.
Noi ce l’abbiamo fatta.
Noi abbiamo vinto.
Noi che l’avevamo detto e che non diciamo altro.
Perché nient’altro abbiamo.
Da dire.
E siamo qui, ad inseguire il giorno della vittoria definitiva.
L’ultima delle battaglie vinte sul campo.
E quando dico campo sapete bene a quale mi riferisco.
Quella terra promessa che prima o poi conquisteremo.
Con una ruspa nella mano destra e il cuore nella sinistra.
Che stringe, stringe.
Stringe, fino a colorar di sangue le pagine anche laddove non c’è n’è sarà più da versare.
O sfruttare.
Ce l’abbiamo fatta.
Noi siamo quelli che ce l’hanno fatta.
Che hanno vinto.
E che attendono o temono il giorno in cui non ce ne saranno più di nemici.
Leggi pure come gli inafferrabili e danzanti demoni dall’inferno vacante.
In breve, nomadi.
Ancora più sinteticamente.
Rom.
Allorché avremo cancellato ogni lettera dell’odiata parola dal suolo nostrano.
Saremo finalmente felici.
Noi.
Perché noi ce l’abbiamo fatta.
Abbiamo vinto.
Io e te.
Il volto, lo sguardo e il ghigno che ammiriamo nello specchio.
Dove ancora stiamo cercando.
La parte migliore del mostro.
Che invano vorremmo tanto non essere…

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