28.2.18

Elezioni 4 Marzo chi votare: questi quelli o gli altri?

Storie e Notizie N. 1557

Domenica 4 marzo 2018 si terranno in Italia le elezioni politiche per il rinnovo dei due rami del Parlamento, Senato e Camera, oltre alle consultazioni riguardo alla presidenza delle regioni del Lazio e della Lombardia.
Se omettiamo l’elezione dell’Assemblea costituente del 1946, peraltro l’esordio al voto delle donne, le prime elezioni politiche dopo la caduta (di questi grotteschi tempi dovremmo dire presunta) del fascismo hanno avuto luogo nel 1948, ovvero precisamente 70 anni fa…

C’era una volta la democrazia.
Per molti, la democrazia è il voto.
Ovvero, il diritto a mettere una crocetta.
Sotto o sopra il nome o il simbolo, non ti sbagliare, altrimenti, niente voto.
E, per condizione necessaria è sufficiente, per tanti vuol dire niente democrazia.
O forse no.
Forse vale solo in un senso, di solito dal basso verso l’alto.

Come storia suggerisce, giammai il contrario.
Cosicché, nei paesi ove vigeva la democrazia, che per tanti è il voto, ma solo dal basso verso l’alto, i candidati di solito venivano divisi in questi, quelli e gli altri.
Difatti, malgrado il privilegio del diritto, le possibilità per i cittadini non è che fossero così tante.
Di conseguenza, non era difficile immaginare il racconto delle differenti decisioni dell’elettore medio, di seguito illustrato con esercizi di stile votante.
Io voto questi, perché non sopporto quelli.
Io voto quelli, perché non potranno certo far peggio di questi.
Io voto gli altri, perché voglio veder perdere questi e quelli.
Io voto questi, perché malgrado le dichiarazioni di facciata, gli altri sono uguali a quelli.
Io invece voto gli altri perché sono nuovi.
Io mi turo il naso e voto quelli perché sono il meno peggio.
Io allora voto questi perché le cose devono peggiorare del tutto, così possiamo solo risalire.
Io voto gli altri perché sono diversi da questi e quelli.
Io voto quelli perché, altrimenti, chi voto?
Io voto questi perché l’ha detto il mio capo.
Io voto quelli perché uno di loro è il mio capo.
Io voto gli altri perché io sono uno degli altri.
Io voto questi perché sono gli unici che capisco quando parlano.
Io voto quelli perché sono più giovani.
Ma scherzi? Io voto questi perché sono più esperti.
Io voto gli altri perché tra loro c’è lui.
Io voto lei, non importa con chi stia.
Io ho sempre votato questi, stavolta provo quelli.
E così via, in tal guisa votando.
Siamo in democrazia, ergo, io voto, tu voti, noi votiamo…
Nondimeno, laddove tu voti, o meno.
Questa non è la democrazia, poiché per nostra sottovalutata fortuna quest’ultima è molto di più.
Per quanto importante, il voto è solo una crocetta sotto il nome o il simbolo.
Ma tu non dimenticare che all’indomani di un’elezione.
Sei ancora il cittadino di una democrazia.


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23.2.18

Nessuno è mai stato un colore

Storie e Notizie N. 1556

La procura di stato francese ha aperto un'inchiesta per incitamento all'odio razziale dopo che la selezione di Mathilde Edey Gamassou per interpretare Giovanna d'Arco nelle feste annuali di Orleans è stata accolta da insulti razzisti da parte degli utenti dei social media di estrema destra.
La giovane, 17 anni, il cui padre è del Benin e la madre è polacca, è stata scelta tra 250 ragazze.
"Giovanna D’Arco era bianca", recita uno dei post più condivisi, "siamo bianchi e orgogliosi di essere bianchi, non cambiate la nostra storia".
Già, non cambiamo la nostra storia…


Il primo uomo sulla terra non era un colore.
Era il primo, pur non sapendolo, pur non capendolo, ma era già tanto, fin troppo, quel che avrebbe comportato.
Essere umano.
La prima donna che ha messo piede su questo pianeta non era altresì un colore.
Era la prima, seppur ignorandolo, seppur scoprendone ogni giorno il peso e la responsabilità di esser donna, tra presunti, primi uomini.

Da quell’esordio, promettente almeno sulla carta, di primati ed eterni secondi, di ingiustamente ultimi e di esclusi espiatori, ce ne son state a iosa di vite da ammirare.
Anche solo da osservare.
Da studiare, annotandone evidenze e dettagli.
Tra costoro, procedendo a braccio, anzi, a cuore, Martin Luther King non era un colore.
Perché le sue speranze per un civile compromesso e la sua fede nelle possibilità dei molti, erano meravigliosamente racchiuse in un sol corpo, ricoperto da una carnagione che parlava a tutti, soprattutto ai silenziosi buoni che abitano copiosi le zone più intolleranti del mondo.
Anche Gandhi non era un colore, ma un gesto di grado zero e infinito al contempo, nel rimanere immobile, indomito e tenace laddove i vili aggressori si facciano forza l’un l’altro per opprimere e umiliare le note più vulnerabili del pentagramma vivente.
Di seguito, Albert Einstein non era un colore, ma un dilatatore di tempi fino a sfiorar davvero le stelle e un accorciatore di lunghezze da permetterci di apprezzarne la luce nel momento migliore: quando la vita che l’ha resa eterna da fragile carne è divenuta incancellabile ricordo.
E, se ci pensi, da che mondo è luce, di quest’ultima non è mai il colore che rammenterai, bensì il prezioso calore, le variegate forme e più che mai quel che di bello ha illuminato.
Allo stesso modo, Shakespeare non era un colore, ma miliardi, quanti ne può fondere insieme nello stesso racconto, nella medesima pagina, in un solo magico verso chi legga parole, distese senza fine di parole, dove gli altri vedono tutto il resto.
Dicesi, scrittori.
Già, i grandi narratori, come i più coraggiosi esploratori, alla stregua degli eroi meno probabili e più di ogni altra cosa, loro.
Le vittime sepolte in fretta e furia e le esistenze anonime confinate nel seminterrato del destino, le anime comparse delle sceneggiature ufficiali e tutti gli attori rigorosamente non protagonisti, rimasti fuori dai titoli di coda della storia che stiamo ancora scrivendo tutti insieme.
Tutti, in questa storia.
Tutti noi non siamo stati e non saremo mai dei colori.
Per nostra fortuna, eravamo e siamo ancora oggi molto di più.
Ma se è un colore tutto ciò che credi di essere.
Povero te, perché stai sprecando la sola vita che hai per un granello di polvere al cospetto dell’universo intero.


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22.2.18

Storia di fantascienza: il passeggero

Ecco, io ho un problema con il sistema.

Nome?

E’ una cosa assurda, guardi, mi sembra di stare impazzendo…

Intanto, se vuole darmi il suo nome…

Che poi, sono stato uno dei primi ad aderire alla connessione totale. Mi è parsa subito una roba geniale. Connettere tra di loro tutte le macchine da noi utilizzate, dal cellulare, ovviamente, al forno a microonde, passando per il rasoio elettrico e il condizionatore.

Signore, sono lieto della sua approvazione, ma avrei bisogno del suo nominativo…

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21.2.18

Quando si parla di te

Storie e Notizie N. 1555

Quasi 200 civili, tra cui donne e bambini, sono stati uccisi in Siria in dozzine di attacchi aerei e bombardamenti da parte delle forze fedeli ad Assad, precisamente nel Ghouta orientale, alla periferia di Damasco, durante due giorni di un’aggressione definita da Amnesty International un fragrante crimine di guerra compiuto su scala epica.
Ciò malgrado, tale ennesimo capitolo di un massacro chiamato guerra, sembra non interessare i leader e molti dei principali organi di stampa delle nazioni più influenti e responsabili al mondo…


Quando si parla di te.
Quando si parla di te, lassù, ai vertiginosi piani nobili, perfino al livello subito sopra il tuo, aspetta.
Aspetta a esultare.
Rimani al sicuro.
Al riparo del saggio disincanto.
A riprova di ciò, la seguente ballata di diversificati esempi, ovvero, consigli.
Giustappunto, laddove si parli di te, mentre in quel di Siria difendi pelle e cuore, armato di null’altro che cuore e pelle, a occupar le prime pagine son le tue ferite e il tuo sangue che colora strade e mani.
Ma è il petrolio a fornire inchiostro alla penna ed è la volubilità del suo prezzo a incidere sulla necessità della notizia.

Ugualmente, allorché si parli di te, caro migrante, nel tragico, ultimo atto di affondar tra i flutti, i soli capaci di accoglierti senza alcuna discriminazione, l’ecumenicamente rassicurante immagine della nave sbagliata, ricolma di vite inopportune, mentre si eclissa all’orizzonte è nel bel mezzo del tavolo mediatico, pronta per essere ingoiata e dimenticata.
Ma sono gli accordi, o i disaccordi, con il governo della Libia e altri paesi dal confine ricattabile a suggerire l’articolo, non l’empatia per i propri simili più sfortunati.
Allo stesso modo, nel momento in cui si parli di voi, donne maltrattate e trucidate, assisterete a processioni colorate di hashtag puntuali e profili dall’avatar solidale, di testimonial emozionati ed emozionanti testimonianze.
Ma, laggiù, nel tassello più in basso del mosaico di umana convivenza, nel preciso istante in cui vorrete aiuto e magari avrete anche la forza di chiederlo, guardatevi attorno e fate preziosa memoria di chi verrà in soccorso.
In quel giorno e anche l’indomani.
In caso si parli dei cosiddetti crimini degli stranieri… be’, se ne parla sempre, quindi è ormai cosa normale, concetto incessantemente iniettato nella sempre più ingenua intelligenza collettiva del cittadino medio.
Ma nel caso il menzognero racconto si presenti in maniera sproporzionata, non credere che siano l’amore per la patria e per le nostrane tradizioni a guidar le dita sulla tastiera.
Guarda quanto manca al giorno dell’elezioni, e vedrai come cambierà tutto il dì successivo.
Per la medesima ragione, leggerai di Islam e terrorismo nella stessa frase con frequenza inversamente proporzionale alla temporale distanza dal fatidico voto.
Secondo lo stesso giochino, o imbroglio, si parlerà di mafia e arresti di boss, quando i boss che si celano dietro quella stessa mafia e la mafia che si arricchisce alle spalle di quei medesimi boss saranno ormai altrove, proprio come una sorta di eterno Wile Coyote che si illuda di poter catturare l’inafferrabile Beep Beep con i suoi goffi ordigni.
E’ storia vecchia, nulla di nuovo.
Perché ci son voluti decenni o addirittura un secolo affinché gli ebrei dei campi di sterminio e gli schiavi delle piantagioni di cotone, le vittime dell’Apartheid in Sudafrica e i milioni di nativi americani assassinati abbiano cominciato a sentir parlar di loro con un minimo di lucidità e onestà intellettuale.
Ce ne sono altri che ancora stanno aspettando, e forse a loro, per primi a loro dovremmo dedicare passione e interesse.
Ecco perché, qualora si parli di te, indifeso abitante delle parti più vergognose della nostra attuale sceneggiatura, aspetta.
Aspetta a gioire.
E resta al riparo, se puoi.


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16.2.18

Cosa sono i virus 2018 video spiegazione con sottotitoli in Inglese

Cosa sono i virus?

I virus sono i social network, nessuno si senta escluso, ovvero bannato, che ci avvelenano di mediocrità costringendoci letteralmente a far copie di noi stessi, tutte uguali, tutte diversamente idiote, per non farci scoprire noi altri, a scapito dell’utente che ha niente, utilizzato da tutti fuorché l’ormai ex proprietario della sua identità.
I social sono gli hacker della nostra stessa vita, che con le nostre caricature caricate sulle spalle serviamo il grande amico di nessuno, offrendo in dono un colossale mi piace al mondo virtuale che diventa sempre più grande, e sempre più piccolo...


Sparatoria in Florida: cosa abbiamo imparato

Storie e Notizie N. 1554

Cosa sappiamo finora dell'attentato in Florida: diciassette persone – tra bambini e adulti - sono state uccise da un giovane entrato in un liceo mercoledì pomeriggio. Sette rimangono in condizioni critiche e cinque sono state rilasciate ieri.
Il sospetto assassino è il diciannovenne Nikolas Cruz ed era armato con un fucile comprato “legalmente”.
Per la cronaca, le sparatorie di massa negli Stati Uniti sono state 1.624 negli ultimi 1.870 giorni, con 1875 morti e 6848 feriti. Nessun altro paese al mondo, tra le nazioni più sviluppate, ha un tasso di violenza approssimabile a quello degli USA. Si calcola che i cittadini statunitensi possiedano circa 265 milioni di armi da fuoco.
Questo è ciò che sappiamo e in parte sapevamo.
Ma noi spettatori più o meno vicini, più o meno interessati, cosa abbiamo imparato da ciò?


Cosa abbiamo imparato.
Cosa abbiamo imparato da due guerre mondiali e centinaia di altrettanti conflitti, taciuti o strumentalizzati, programmati e presto dimenticati, inventati e involontariamente alimentati.
Cosa abbiamo appreso dallo sterminio degli ebrei e di ogni categoria umana sacrificabile all’altare della follia al potere travestita da volontà popolare.
Cosa ci ha insegnato l’abominio della schiavitù e del razzismo di Stato, della discriminazione a uso politico e della politica a scopo unicamente intollerante.

Cosa ci ha mostrato il racconto di genocidi da film e medaglie e quello da censurare fino alla morte, già, sino alla totale sparizione delle vittime scomode.
Cosa ci è rimasto dentro, laddove abbiamo finalmente capito che non erano gli indiani, i cattivi, e che i buoni assoluti non esistono, tranne che nella paura di chi guarda e cerca eroi.
Cosa abbiamo sentito, dentro, leggendo delle truffe e degli inganni alla base di ogni chiamata alle armi, degli interessi personali e privati rivelati solo quando le ceneri delle vittime si son disperse all’orizzonte situato rigorosamente alle spalle dei soliti vincitori.
Cosa ci siam detti, davvero, allorché abbiamo riscontrato la longevità dei danni del fascismo, immensamente difficili da sradicare nei più profondi recessi della nostra vituperata memoria.
Cosa ci hanno lasciato i meravigliosi epitaffi delle speciali donne e uomini che hanno dato la loro stessa vita per la pace degli abitanti della pagina seguente.
Cosa abbiamo pensato, nel momento in cui le evidenze della tragedia umana ci han toccato personalmente, trasformandoci da semplice pubblico in attori protagonisti.
Allora, cosa ci suscita ascoltare gli aspiranti leader a guida del paese mentre parlano e straparlano, dimostrando con i fatti di non avere alcuna propensione a ricordare e più che mai imparare dal presente, se non dal passato.
E laddove ne avessimo immaginifica facoltà, cosa potremmo imparare rivelando ai nostri sedentari occhi quale futuro stiamo disegnando.
Cosa abbiamo imparato, quindi, da questa storia?
Forse, lo spero con tutto me stesso, soprattutto per le anime ancora intatte, che stavolta, dopo l’ennesimo massacro di vite innocenti.
Impareremo qualcosa.


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15.2.18

Storia per riflettere: non in vendita

Allora, ha detto il pieno, giusto?
Esatto.
E vuole andare lontano, vero?
Proprio così… anche questo è tipico?
Molto tipico.
E così stanno le cose.
Bravo, vedo che è sveglio.
Quindi, questo pieno?
Eccomi: vado?
Proceda pure.
Allora, il mondo occidentale è abitato da persone oneste e civili...

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14.2.18

Mia madre

Storie e Notizie N. 1553

Otto anni fa il figlio di Phyllis Omido è deceduto a causa di avvelenamento da piombo tramite allattamento materno. Da allora la donna è diventata la principale attivista anti-inquinamento del Kenya ed è stata minacciata, perfino arrestata e obbligata a nascondersi per la sua incolumità.
Dopo aver fatto chiudere la fabbrica responsabile con la sua Ong, Centro per la Giustizia, la Governance e l'Azione Ambientale, proprio in questi giorni porterà la sua battaglia ancora una volta in tribunale con lo scopo di ottenere il giusto risarcimento per i familiari delle vittime.
Vittime, già, un mondo di vittime…


Grazie, madre.
Grazie per quello che hai fatto.
Grazie di cuore, davvero, per ciò che farai.
Ma, soprattutto, grazie per quello che avresti voluto fare e te l’hanno impedito.
Perché io è lì, che vivo.
E’ in ciò che manca che mi hanno esiliato.
E in quel che è ancora possibile, avrò la mia rivincita.
Ascoltami, ora.

Ascolta la voce che sa meglio di ogni altra.
Cosa vuol dire perdere.
E’ una esistenza che si frantuma, giorno dopo giorno, la mia.
Io sono le foglie che ogni anno ingialliscono di più.
Io sono l’acqua che un tempo scorreva e ora è costretta a fuggire.
Risplendo di luce che nel silenzio è benedetta e nell’ottuso, umano fragore diviene peccato.
Ascolta, quindi, il mio consiglio.
Non arrenderti.
Neppure alla parola fine, al fatidico punto, alla crudele porta chiusa e alle spalle voltate dall’unica porzione d’umanità concessa.
Il mio e il tuo non sono mai stati destini da podio.
Non raccontiamo storie da prima pagina.
Non siamo stati costruiti per l’Olimpo.
E’ una mera questione di fisica degli orizzonti.
C’è chi è stato immaginato per puntare gli astri e bruciare ali e scrupoli anche solo per sfiorarne l’intenzione.
Non siamo noi.
Madre adorata, noi siam qui sol per ammirare, perché vediamo le cose dal punto di vista migliore.
Ovvero, quello più giusto.
Ecco perché precediamo chiunque nel sacrificarci per difenderle.
Ed ecco perché siamo tra coloro che han bisogno maggiormente d’aiuto.
Nondimeno, ti prego.
Per quanto la cacofonia delle goffe urla intorno a te si farà assordante, malgrado la dissonanza di forme e tonalità della scenografia in cui ti avranno imprigionata risulterà offensiva nei confronti di ogni grazia dell’arcobaleno, tu ricorda.
Ricorda per chi stai lottando.
Per tutto ciò, io provo gratitudine, madre.
Grazie per esserci stata.
Grazie infinite per dove sarai oggi e domani.
Ma più di ogni altra cosa ti ringrazio per ogni luogo e creatura che ti avranno impedito di raggiungere e salvare.
Mi troverai lì, ad aspettarti.
Perché io, la terra, voglio te e solo te, come madre.
E tu?
Dimenticando l’alibi del genere e le vanità delle contingenti fattezze.
Vuoi essere anche tu, mia madre?




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9.2.18

Fascisti e Antifascisti: non credeteci

Storie e Notizie N. 1552

Non credeteci.
Non credeteci in quel giorno del futuro, sempre troppo lontano, che verrà, oh, se verrà.
Il fatidico istante in cui, stupiti innanzi ai fatti di ieri, e soprattutto il giorno seguente, ci chiederete: ma tu, eri fascista?
Sì, qualcuno di noi risponderà.
Costui vi dirà che era fascista perché amava il suo paese, la sua patria, che non sono la stessa cosa.
Perché la patria è un’idea, vi spiegherà, un sogno di una nazione prode e orgogliosa, che ama i suoi figli e mette il loro destino e la loro sicurezza davanti a ogni cosa.
Il nostro aggiungerà che era fascista e ne era fiero, senza paura di affermarlo a viso aperto di fronte all'invasore.
Vi giurerà di aver mostrato sempre rispetto per le istituzioni e solidarietà verso la pubblica forza impegnata a difesa della cosa di tutti.
Prezioso contenitore dove proteggere e servire la cultura e le tradizioni le cui radici affondino direttamente nell’italico suolo.
Voi mostrerete comprensibile perplessità, ascoltando non l’uomo dei primi decenni del novecento, bensì di un millennio più tardi, ma costui vi guarderà con un’espressione fiera e indomita, e vi dirà che le idee non muoiono mai, che solo i codardi si arrendono e altra roba di siffatto tenore.
Ma voi, gente al di là di questo immobile calendario in cui siamo intrappolati, dove ogni anno sembra sempre più uguale al precedente, non credeteci.
Perché le azioni determinano ciò che siamo, non le parole.
Cercare di uccidere gente inerme sulla via ci qualifica come assassini.
Basare la propria concezione del prossimo semplicemente per ciò che si è letto più volte su un social network ci definisce degli ignoranti creduloni.
Sparare a delle persone disarmate vuol dire comportarsi da vigliacchi.

Sfogare il proprio odio sul primo che capiti è la conseguenza dell’essere pieno di ottusa rabbia, null’altro, giammai affezione per il tuo paese.
Coltivare l’ossessione di avere a tutti i costi un nemico da cui difendersi giorno e notte si chiama paranoia.
E potrei andare avanti.
Vi basti ricordare infine che, sostenere o anche solo tollerare individui di questa natura, ci rende altrettanto colpevoli, ovvero, assassini, vigliacchi, paranoici.
Non fascisti.
Quindi, non credeteci, non credete all’uno, ma neppure all’altro.
Già, l’altro, che avanzerà con fare addirittura più tronfio.
Il quale dichiarerà con voce libera: io ero antifascista.
Voi, per vostra fortuna nati in un tempo che avrà ricominciato finalmente a camminare davvero, gli chiederete conto della sua affermazione di campo.
Lui risponderà di aver scritto più volte di essere contro il fascismo fino a sfiancare il petto in fuori e anchilosato le mani sulla tastiera del computer o del cellulare.
Vi citerà la quantità sconfinata di petizioni firmate, di manifestazioni più o meno partecipate, di serate a tema e convegni sensibilizzanti, vi parlerà delle botte prese dai fasci e di quelle date alla testa rasata di turno, vi racconterà di sottoscrizioni virtuose nei centri sociali e di occupazioni liberatorie del bene comune.
Vi giurerà di esser sempre stato dalla parte dei lavoratori e delle donne, della libertà di stampa e d’espressione, degli ultimi e delle ingiustizie.
Dalla parte giusta, sempre, senza se e senza ma.
Per poi tornare a casa alla fine della trasmissione.
A quel punto, voi non esitate, fatela quella domanda, dovete farla.
Chiedetegli, allora, come mai i fascisti son tornati?
Come mai non se ne sono mai andati?
Lui vi guarderà mostrando sconforto e indignazione.
Accuserà la gente, il popolo, la massa, l’America e anche la Russia, biasimerà tutti, e punterà il generalizzante dito il più lontano possibile da se stesso.
Voi non credeteci.
Vi prego, non fatelo.
Perché, come già detto, sono i gesti, non le chiacchiere a stabilire il nostro ruolo nel mondo.
Accettare di guadagnarci da vivere lavorando per gente che a nostra, più o meno reale, insaputa si dimostri tutt’altro che dalla parte dei lavoratori e delle donne, si chiama essere maledettamente ipocriti.
Spendere il proprio denaro acquistando quotidianamente, per una vita intera, roba di ogni tipo, senza preoccuparci se i produttori di quest’ultima rispettino o meno la libertà di stampa e d’espressione, ci rende complici.
Ma più di ogni altra cosa, evitare di cominciare a metterci in discussione, quali primi responsabili, di nascita e camicia, delle disgrazie degli ultimi e delle ingiustizie che subiscono nel mondo, vuol dire essere destinati a vedere la storia ripetersi.
Non antifascisti.
Non credeteci, quindi.
Non crediate alla favola dei due schieramenti.
Solo in pochi tra noi sono mai stati davvero anti.
E fascisti lo eravamo un po’ tutti, dentro.
Che il cielo benedica il giorno in cui l’abbiamo compreso, accettato, riconosciuto.
Solo da quell’istante abbiamo iniziato a essere voi...


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8.2.18

Storia di fantascienza sulla solitudine: soli

Mi spieghi bene cosa è successo, Dario.
Semplice, dottore, come lei ben sa, sono almeno dieci anni che l’ultimo essere umano connesso con il prossimo è stato isolato. Da quel momento, ciascuno di noi vive nella propria testa, letteralmente, al riparo di essa, aggiungerei. La pace assoluta regna sulla terra, perché siamo tutti immersi in un mondo dove siamo quel che vogliamo e tutte le persone con cui condividiamo il tempo non sono altro che versioni digitalizzate di coloro che vorremmo al nostro fianco, da noi stessi ritenute capaci di renderci felici.
Esatto, Dario, difatti anche il sottoscritto…
La prego, non lo dica, so bene che anche lei sia un ologramma, ma in questo momento ho bisogno di credere il contrario…

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7.2.18

Elezioni 2018 in Italia viste da fuori

Storie e Notizie N. 1551

Secondo la stampa estera, osservando le priorità della discussione politica nostrana, nello stivale d’Europa ci sono seri problemi da risolvere.
Impossibili da ignorare.
Improcrastinabili, a meno di non volerli veder crescere ulteriormente.
Sino a divenire irrisolvibili.
Del resto, vale per ogni paese del mondo.
Voi sapete di cosa parlo, vero?
Parto dal primo, ma tanto è scontato, basta leggere i titoli dei giornali ed è sufficiente ascoltare gli argomenti preferiti dai principali candidati a guidare la nazione dal prossimo marzo.
Mi riferisco ovviamente a quel fetido tumore,

nella forma di un organo ormai accettato e assimilato a tutti gli effetti, che fattura ogni anno 150 miliardi di euro, ovvero più del doppio di un colosso come Enel, quasi il triplo dell’Eni, otto volte Telecom, 16 volte Luxottica, 15 volte Ferrero e 41 volte Mediaset.
Prendete un cosiddetto leader a caso tra i papabili premier, visitate la sua paginetta social, il suo cinguettante profilo o il suo sito ufficiale e troverete in cima alle priorità la sua personale ricetta su come debellare tale cronico cancro.
Andate, aspetto.

Fatto? Non ho ragione?
A ogni modo, sebbene abbiate ovviamente chiaro di cosa si tratti, è sempre meglio chiamare le cose con il loro nome.
Il venefico ascesso a cui mi riferisco è l’immigrazione clandestina.
Mica la mafia.
Quella ormai è una serie tv di successo.
Nondimeno, parlando dell’italica penisola e delle sue necessità non è possibile evitare di citare il virus che la attanaglia da tempo immemore, corrodendo letteralmente il tessuto connettivo a ogni livello, sociale e lavorativo, istituzionale e politico.
Subito dopo il cancro di cui sopra e il suo assordante fatturato, è il topic per eccellenza su tutti gli organi di stampa, soprattutto ora che ci avviciniamo alle urne.
Difatti, i corridori concentrati sulla fatidica tornata con maggiori chance di vincere non mancano mai di spiegare ai cittadini come intendano affrontare tale sciagura, la quale ci pone al terz’ultimo posto in Europa, sopra solo a Grecia e Bulgaria.
Per verificarlo è sufficiente ancora una volta controllare i megafoni digitali dei futuri, possibili amministratori della patria.
Andate tranquilli, attendo.

Visto?
Non stiamo di certo a pettinar le bambole, da queste parti.
So di cosa parlo, perché conosco ciò che anche voi altri conoscete.
La suddetta sciagura, intendo, che esplichiamo solo per dovere di cronaca: l’invasione degli immigrati, cos’altro?
La corruzione, forse?
Ma quello è un reato prescritto ancor prima di esser compiuto.
Tuttavia, non è ammissibile concludere tale diserzione senza mettere sul piatto una vera piaga della nostra società, che rende la vita sofferente per milioni di persone, incidendo in modo devastante sulla loro quotidiana ricerca di una minima prospettiva di futuro.
Aprite un quotidiano a caso e vedrete come le penne più salaci assilleranno di continuo con le loro affilate punte i concorrenti in campo a giocarsi il timone legislativo.
Controllate pure stavolta le telematiche interfacce di questi ultimi e non mancherete di leggere o udire le rispettive soluzioni al dilemma.
Andate con fiducia, resto qui.

Che vi dicevo?
Ma tanto lo sapevate già a cosa alludevo, quando ho detto piaga: lo sbarco dei migranti, cribbio.
Non è di certo la disoccupazione, che non è più un problema da risolvere, ma un dato di fatto con cui convivere.
O morire.
A codesta lista potremmo aggiungere molto altro, ma non serve sprecare inchiostro.
Basta una parola.
La più citata dai mezzi di informazione e maggiormente pronunciata dagli esponenti di partito in pole position elettiva.
Andate pure ad appurarlo sui loro davanzali internettiani.

Già, come volevasi dimostrare.
Che parola? Immigrazione, altrimenti quale?
Qual è davvero il problema, laddove esista qualcosa che metta d’accordo tutti?
Il capro espiatorio perfetto funziona per ogni categoria di questa democratica danza.
La popolazione votante, cittadina con tutti i crismi, si può limitare a esprimersi liberamente su un argomento che non la farà mai sentire direttamente o indirettamente responsabile, come potrebbe invece accadere in tema di mafia, corruzione e disoccupazione. Discutere di immigrazione e come parlare di calcio: finita la zuffa si torna tutti a mangiare e bere, amici come prima.
I giornalisti hanno titoli già pronti, guadagnano tempo e clic, non hanno particolari esigenze di precisione ed etica della professione, vista la vulnerabile natura dei protagonisti, evitando al contempo di rimanere incollati a ben più scomode tematiche, come giustappunto la mafia, la corruzione e la disoccupazione.
E i politici, be’, se questo è lo specchio del popolo e di coloro che lo informano delle cose del mondo, non devono far altro che adeguarsi e dar loro in pasto ciò che chiedono.
Immigrati, che il cielo li benedica…



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2.2.18

Storie sulla diversità: solo tra i simili

Storie e Notizie N. 1550

Nel 2013 un esemplare di Morus, uccello marino , si è stabilito sull'isola disabitata di Mana, a nord della Nuova Zelanda, probabilmente attratto dalle repliche immobili, una sorta di statue, che erano state lì poste dagli ufficiali impegnati nella conservazione della specie (il video). Costoro utilizzavano il suono del verso degli uccelli tramite altoparlanti a energia
solare nel tentativo di formare una colonia nella riserva scientifica resa immune da organismi nocivi.
Solo poche settimane fa, l’animale, ribattezzato Nigel, era stato raggiunto da tre membri della sua specie. Tuttavia, non è riuscito a fare amicizia con loro, ed è morto oggi.


Solo tra i diversi.
Potresti nascer così e, malgrado la sentenza di partenza, sfrenare allo stremo cuore e intelletto per cambiar sceneggiatura e soprattutto finale al personale racconto.
Potresti vincere.
Potresti altresì disgraziatamente perdere.
Ottenendo di diventare al massimo solo uguale a qualcun altro.
Dei diversi.
Ovvero…

Solo tra gli uguali.
Già, in tal guisa si potrebbe iniziar viaggio e scalata dell’album sociale, di natura piramidale soltanto per chi antepone colori e forme alla preziosa pignatta alla fine del variopinto arco nel cielo.
Che nessun timorato del prossimo ha mai attraversato sino alla segreta e ambita meta.
Potresti metter da parte denaro, doni e sogni.
Potresti scambiarli tutti in un sol colpo per l’agognata maschera che ti confonda finalmente tra i molti.
Potresti addirittura lanciarti nella disperata impresa di cucirtela da te, come una sorta di tatuaggio dell’invisibilità.
Correndo il rischio di guadagnare al massimo un brandello di somiglianza con la tanto sopravvalutata maggioranza.
E divenire…

Solo tra i simili.
Potresti partir proprio da qui.
Magari evitando di alimentare la pervicace ossessione popolare per il tratto comune e provando a non ignorare la congenita peculiarità.
Il tassello che manca all’umano mosaico, l’unica ragione di nascita, in effetti.
Potresti però, come spesso accade, ritrovarti talmente disabituato all’empatia per l’unicità, da non riuscire a riconoscerla neppure rimirandola allo specchio.
Nondimeno, con l’abito affine e il taglio di capelli conforme.
Potresti illuderti di aver vinto.
Potresti al contrario convincerti di aver comunque perso.
L’occasione, ogni giorno che passa, di esser meno solo.
E più te stesso...


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1.2.18

Storie sulla vita: S P A M

Non ne posso più, Stefania.
Di cosa, Carlo?
Di questo maledetto spam, ogni mattina mi ritrovo la posta strapiena di roba assurda, tra rimedi su come migliorare le mie prestazioni a letto alla solita eredità milionaria dall’altra parte del mondo.
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