30.4.14

Storia sulla pena di morte: esecuzione dei 43 minuti

Storie e Notizie N. 1101

Leggo che negli USA, nel penitenziario di McAlester, Oklahoma, un condannato a morte per iniezione letale si è inaspettatamente svegliato e dopo interminabili minuti di terribili sofferenze è morto urlando per arresto cardiaco.

Nelle storie ci siamo tutti.
Nelle nostre, è ovvio.
In quelle di chi amiamo.
Altrettanto scontato.
Nelle vicende di coloro che sogniamo e ammiriamo.
Sì, anche lì siamo presenti.
Inaspettati protagonisti.
Perché senza di noi non avrebbero ragione di esistere.
Privilegiate vite nel firmamento delle umane divinità.
Umanissime, a dirla tutta.
Siamo altresì nelle storie della gente che ci sfrutta.
E che si approfitta di noi, lucrando sulle nostre cecità.
Se ne accorgono meglio laddove alziamo la testa, ma questo accade ogni giorno che passa meno di frequente.
Leggi come la tanto sottovalutata ultima risorsa degli schiavi inconsapevoli.
In breve, rivoluzione.
Siamo quindi in tutte le storie.
Anche quelle che consideriamo aliene, a noi come ai nostri vicini di poltrona.
Vi siamo pure se le ignoriamo.
Figuriamoci se ne veniamo a conoscenza.
Perché leggere qualcosa vuol dire legare.
Le parole alla mente e le conseguenze di esse a tutto il resto.
In tutte le storie, quindi, belle o brutte, siamo lì.
In piedi, di spalle, ad occhi aperti o con gli indici incastrati nelle orecchie, con le mani in gioco o con la coscienza nascosta dietro al cuore, del quale magari se n’è persa ogni traccia.
In una vita intera, nell’infinito dei santi celebrati sulla pubblica piazza, più o meno lecitamente, o in un’ora orridamente allungata le storie vanno in scena e noi con loro.
Come negli ultimi 43 minuti di Clayton D. Lockett.
Siamo stati anche là, volenti o nolenti.
Siamo coloro che non hanno battuto ciglio perché l’uomo ha ucciso, era comunque colpevole e la colpa del condannato giustifica l’errore del boia.
Siamo tra quelli che avversano la pena di morte, figuriamoci il crudele corollario di tortura alla disumana pratica.
E in mezzo a tali estremi di un immaginario tribunale danziamo.
Presi dalla nostra personale, di storia.
Fuggendo da essa di tanto in tanto.
Siamo quindi inevitabilmente giurati e giudici.
Il boia.
Il colpevole e la vittima.
Siamo l’indifferente siringa.
Nuotiamo imperterriti o disgustati nel liquido mortale.
Uccidiamo.
E al contempo proviamo compassione.
Perché siamo stati in tutte le storie che ci hanno preceduti.
E in tutte le storie siamo stati tutto.
Ecco perché oggi, in questo preciso istante e più che mai nel secondo che verrà possiamo scrivere qualcosa di meglio.
Forse dobbiamo, più che possiamo.

 


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11.4.14

Spettacolo narrazione a Roma stasera

C’erano una volta.
Tutte iniziano allo stesso modo e forse è questo che ti spaventa, giusto?
Quanti viaggi in treno, quanti film al cinema, quante ultime pagine e quanti titoli di giornale, quante amorevoli storie nell’artificiale firmamento dei noti.
A quanti e mai abbastanza troppi finali hai assistito dipinti sempre con quei due odiosi colori.
Amarezza e disincanto.
Perché tali sono le due uniche dimensioni della realtà.
Il 3D è roba da bambini.
Eppure ecco immancabile il no, noi no.
In quanti l’hanno pensato e non detto.
Noi no.
Ebbene, ti giuro che per noi sarà diverso.
Chiudi gli occhi e cammina.
Solleva con prudenza la carta del regalo e sbircia solo un attimo.
Guarda.
Guarda e non dimenticare.
Quella è una donna che sorride a tal punto da arrendersi.
E ridere.
Nelle mattine che tutto promettono fuorché sollievo.
Nei pomeriggi inutili perché privi di senso, fatto salvo del preludio a sere ancor più banali.
Più che mai in quell’attimo prima di mettere in pausa la vita e abbandonarsi al buio di una notte troppo breve.
Ovunque si trovi tra tali imbarazzi dell’esistere, ella riderà.
Con me.
Osserva, osserva ancora quella donna.
Emozioni, sì.
Tutto il pentagramma, le eccezioni e i contrappunti, le chiavi del sol e di ogni altra via per toccare entrambe, pancia e cuore.
Toccare è ovviamente un esitante eufemismo.
Non sia mai che la paura se ne approfitti, il peggior compagno per la suddetta compagnia danzante.
Perché di questo si tratta e lo sai bene.
Gioia dritta sulle punte, dolore volteggiante in un balzo e rabbia roteando le braccia, questa è la coreografia che attende.
Lei che ballerà.
Ancora un occhio, coraggio.
E ammira la donna che questo mostrerà più di ogni altra cosa.
Il coraggio di camminare a testa alta nel giorno dell’orgoglio.
E il coraggio di farlo altrettanto in quello della vergogna.
Il coraggio di dirla tutta a costo di bruciarsi la lingua.
E il coraggio di ascoltarla al costo di bruciarsi tutto il resto.
Il coraggio di andare lì dove non è permesso andare.
E il coraggio di tornarci quando ormai non ci va più nessuno.
Il coraggio di guardare quella donna.
E il coraggio di accettarla come si fa con lo specchio al mattino.
Sì, sono io.
Questo è quel che ho.
E quel che avrò...

Tratto da Gli asini volano di nuovo, oggi alle 21 al Teatro Planet, Via Crema 14, La diversità delle favole, VIII Edizione Rassegna di teatro narrazione

NOTA: Il blog e anche il canale video vanno in pausa, tra il riflessivo e il riposante.
A presto, spero.

E a chi ci sarà, a stasera!
 


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10.4.14

Matrimoni gay in Italia: la fuga in avanti

Storie e Notizie N. 1100

In seguito all’adeguamento da parte del comune di Grosseto alla delibera da parte del Tribunale sulla trascrizione di un matrimonio celebrato all’estero da una coppia di persone del medesimo sesso, la Cei ha, tra le altre cose, dichiarato: “Il matrimonio è l'unione tra un uomo e una donna, che in forma pubblica si uniscono stabilmente, con un'apertura alla vita e all'educazione dei figli. Il tentativo di negare questa realtà per via giudiziaria rappresenta uno strappo, una pericolosa fuga in avanti...”
Dedicato a tutti i fuggitivi di questo mondo.

Eccoci.
Siamo qui.
Anzi, eravamo qui.
Invisibili ai più, nell’essenza del vivere.
Del sentire spontaneo come del colore improvviso.
Ma questo non vuol dire che non esistiamo.
Che non possiamo soffrire.
Di corsa, solo correndo comprendi.
Vedi davvero.
Cosa vuol dire essere noi.
Noi, con le palpebre sempre dischiuse.
Con lo sguardo perennemente oltre quel che l’occhio mostra.
Incolpevole testimone della realtà mediocre.
Le gambe tese, i muscoli mai rilassati.
Le braccia a difesa di quel che resta.
Della pancia tremante di coraggio.
E del petto quale ultimo scudo in campo.
A proteggere il prezioso tesoro.
Il cuore?
No, non siamo in un romanzo d’appendice, qua.
Noi altri non ne siamo mai stati degni.
Ma il tesoro c’è, eccome se c’è.
Solo non potete aspettarvi che lo si possa descrivere con due righe, per quanto sincere.
Sì, è vero.
Siamo in fuga.
Sin dal nostro primo vagito, che tale non fu.
Il fiato in gola era già tanto dall’inizio.
Noi che corriamo.
Leggi come gli evasi dal mondo dei lenti.
O immobili.
Eccoci.
Siamo là.
Anzi, eravamo là.
Fragili ombre tra i miraggi dell’orizzonte.
Avanti, il più avanti possibile, fuggiamo.
Ma non è una scelta.
Non lo è mai stata.
Nascere e correre.
Solo vivere, lo è.
Proprio come il lasciar vivere.
Felicemente.
Gli altri…

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9.4.14

Pakistan foto gigante bambina contro i droni: lettera dal basso

Storie e Notizie N. 1099

La gigantografia di una bambina pakistana, ovvero quel che resta di una delle molte famiglie distrutte dai droni statunitensi. E’ il progetto Notabugsplat, un gruppo di artisti internazionali, per arrestare i messaggeri delle cosiddette bombe intelligenti.
Ma non solo…

Caro drone,
alt a te.
Stop, fermati.
Fermo dove sei.
Ma non tornare indietro.
Non ti sto cacciando, non potrei neanche se lo volessi.
Perché sono immensamente piccola.
Nonostante le apparenze.

Ti ho visto arrivare, ti ho sentito da lontano. Non credere che tu sia così invisibile.
L’ingenuità andava bene per il primo della fila.
Oramai, non v’è alcunché di nuovo.
In quell’odioso spostamento d’aria.
Quella terribile inaspettata ombra.
E quel sibilo, quel doloroso sibilo.
Perché è il fischio che fa male, non la bomba.
Il primo lo senti, la seconda spegne tutto in una frazione di secondo.
E’ l’attesa che uccide davvero, mentre il resto si limita a seppellire tutto.
Troppo.
Ma su quella stessa terra, ora ci sono io.
Sopra, non sotto.

Quindi, stop.
Alt.
Rimani dove sei.
Non andartene, però.
Perché adesso non voglio più che te ne vada.
Sarebbe una straordinaria occasione sprecata.
Perché ero incredibilmente minuscola.
Malgrado l’energia nell’urlo.
Come nella risata.
Sì, lo so bene.
E’ solo una finzione.
Un favola dipinta tra le foglie, a due misere dimensioni.
Altro che il 3D dei mega film da multi sala.
Ma tu sei intelligente, no?
Non sei come gli altri, giusto?
E allora non puoi evitare di vedere.
Di capire.
Che spesso, tra le righe dell’ingenuità, si nasconde.
La dimensione che manca, che sempre latita.
Leggi come la misura del vero.
Come un’orfana, improvvisamente tale.
Da un sibilo all’altro.
Musica che dovresti conoscere molto bene, amico mio.

Ti prego, stop.
Fermati.
Resta fermo, c’è tempo per tornare.
D’altra parte, non sono certo io quella che può scacciarti.
Perché sono ancora troppo giovane.
Nonostante la vita mi stia scivolando tra le mani a vista d’occhio.
E a proposito di sguardi, mi vedi ora come io vedo te?
Tu non sei invisibile, ora lo so.
Be’, neanche io.
Non più.

Vieni ad ascoltarmi dal vivo Venerdì 11 Aprile 2014, ore 21: Gli asini volano di nuovo, Teatro Planet, Via Crema 14 (Roma) - VIII Edizione Rassegna di teatro narrazione "La diversità delle favole"

 


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8.4.14

Incidenti sul lavoro 2014 di vittime e super eroi

Storie e Notizie N. 1098

A Molfetta, in provincia di Bari, capita che Nicola Rizzi si getti nel liquame di una cisterna per trarre in salvo suo figlio Alessio, svenuto per le esalazioni.
Soccorso il giovane, l’uomo perde i sensi a sua volta e l’altro figlio, Vincenzo, si tuffa per aiutare il padre, per poi morire con lui.
E’ una storia già vista, troppe volte.
Una piccola storia, in effetti.
Che si perderà tra le pagine rigorosamente rimaste indietro.
Sfogliate con ormai avvezza indifferenza.
Le luci che contano, gli incassi record al botteghino e i cartelloni onnipresenti dove l’occhio cade, anzi, deve per forza di cose finire, sono tutti per loro.
I super eroi a stelle e strisce, i prodi in calzamaglia che di ardite imprese vivono quotidianamente.
Niente da eccepire.
Quando uno è eroe è eroe.
E tale è il nostro quanto è temibile il nemico.
Per non parlare del numero dei salvati.
L’uomo d’acciaio che raggiunge un aereo gravido di vita che precipita verso una fine orribile e ne arresti la caduta, interrompendo l’incubo dei condannati a morte riportandoli a terra integri, merita lo schermo grande.
Sono effetti più che speciali e la risoluzione coerente è d'obbligo.
Ma, c’è un ma, signori miei.
Esiste da qualche parte, non ricordo bene dove, un manuale dei supereroi.
Deve esserci.
E se non c’è lo scrivo io.
Leggetelo e scoprirete che nell’introduzione viene ribadito un concetto semplice ma fondamentale.
Un super eroe è super perché tali sono i suoi poteri, superiori oltre misura, ma egli è eroe giammai per la grandezza di questi ultimi.
Tutto il contrario, in effetti.
Altrimenti, ad esempio, basterebbe essere ricco per definirsi generoso.
Malgrado ciò che dica il suddetto manuale, peraltro volume di nicchia e scarso di vendite, le folle accorrono ai piedi dei potenti ultra dotati.
Ammirano sognanti il balzo supersonico dell’uno e la forza mirabolante dell’altro.
Come se fossero degli dei.
Immortali.
D’altra parte gli dei non abitano il nostro mondo, gli volano accanto.
Sono altri, i super eroi che calpestano la terra.
Sono quelli che non sanno volare.
Che non guardano attraverso i muri.
E che al massimo sollevano altri super eroi.
Tutt’altro che dei.
Semplicemente mortali.
Come un padre che salva un figlio.
E un figlio che tenta di fare lo stesso con il papà.
I meravigliosi super eroi.
Per un giorno...

 


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7.4.14

Storie di bambini: accusato di omicidio è colpevole

Storie e Notizie N. 1097

Pakistan, 7 aprile 2014

Sì, signor giudice.
Muhammad Mosa Khan è colpevole.
Ha 9 mesi, ma questo non conta.
Lei ha ragione.
E’ colpevole.
Ha tirato i sassi.
Certo che lo ha fatto.
Ha preso le pietre e le ha lanciate vinto dalla collera.
Perché gli avevate tolto la corrente elettrica.
Via la luce, via molto, alla sua età.
La tv?
Ma che cosa dice, vostro onore.
La play?
Giudice, ma ha capito dove viviamo, qui?
Ha presente di cosa viviamo, noi altri?
La luce, quella buona, serve per vedere l’essenziale.
Il meglio, scriva, cancelliere, scriva.
Il meglio.
Il volto dei cari.
Le espressioni meno decifrabili ad un’occhiata fugace.
I segreti degli occhi, i peggiori da scovare.
Il meglio, l’ho detto.
Il viso di chi ti ama, in breve.
Leggi pure come il miglior libro di scuola che esista al mondo.
Nondimeno, questo non è tutto, signor giudice.
Siamo in tribunale, non è così?
E o non è il momento e il luogo dell’onestà, questo?
E allora confessiamo tutto, con coraggio.
Muhammad è colpevole di molto di più che un estemporaneo lancio di sassi.
E’ un anche un ladro, un inguaribile ladro.
Ruba tutto, ogni cosa transiti innanzi al suo sguardo, incontentabile senza alcuna giustificazione.
Perché è recidivo, sfrontatamente tale.
Sa che ieri ha rubato e continua il dì seguente.
E stato consapevole del proprio reato in ogni secondo della sua seppur breve permanenza su questo pianeta, e ciò nonostante non ha mai esitato.
Anzi, sottrae indisturbato ogni giorno di più.
La refurtiva?
No, signor giudice, lei non ha capito.
Ops, mi perdoni, non vorrei essere denunciato per offesa alla corte.
Sono io che non mi sono spiegato con sufficiente chiarezza.
Ma ho una giustificazione.
Il mio assistito è speciale.
Un particolare tipo di delinquente.
Il più giovane tiratore di pietre al mondo, ma non solo.
Egli è anche il più insaziabile ladro di futuri.
Tutti quelli che probabilmente mai avrà.
E sono tanti, mi creda.
Tuttavia, lei ha ragione, signor giudice.
Muhammad Mosa Khan è colpevole.
Ha 9 mesi, ma questo non importa.
E’ colpevole perché è un innocente.
Lei sa meglio di me che il più grande crimine, a questo mondo, è quello di rimanere tali in mezzo alle ingiustizie.
Perché ne basta anche solo uno che riesca a sopravvivere a tutto questo.
Ed è lì che diviene infinitamente arduo il suo lavoro, vostro onore.
Distinguere l’innocente.
Dal vero colpevole…

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4.4.14

Storie di donne uccise: Anja Niedringhaus e le foto mancanti

Storie e Notizie N. 1096


La giornalista tedesca dell’Associated Press, Anja Niedringhaus, premio Pulitzer 2005 nella speciale categoria Breaking News Photography, è rimasta uccisa durante un agguato in Afghanistan.
La donna ha portato in questi anni il suo obiettivo in molti luoghi dove la guerra e conflitti interni hanno lasciato alle spalle sofferenza e povertà.
Dallo stesso Afghanistan all’Iraq, dalla Striscia di Gaza ad Israele, dal Pakistan alla Turchia.
A lei le parole di oggi…

Sì, sono importanti.
Devono esser viste, con cura.
Prendendosi tutto il tempo.
Perché tra aggressori ed offesi c’è sempre spazio.
Sufficiente spazio per fare tanto.
Perfino metter fine all’inutile scempio.
Ma per arrivare a tanto occorre capire.
Occorre vedere.
E allora corri, Anja, corri e scatta.
Anzi, no.
Stai ferma dove sei, immobile.
Perché stavolta ci vuole mano ferma.
O forse perché capita che la vita che meriti attenzione è lei a venir da te.
Sembra facile, detto così, vero?
Non lo è.
Non è affatto facile farsi trovare in casa, laddove sia la verità a bussare alla porta della tua casa.
Perché ci vuole davvero coraggio per costruire quest’ultima dove abita la prima.
La tanto sottovalutata verità.
Delle immagini.
Già, proprio loro.
Nel mondo che di queste ultime ha reso la sua più micidiale arma di distrazione.
Di massa?
No, dell’individuo, del singolo individuo.
Distogliendolo dall’essenziale, ovvero il proprio simile e viceversa.
Ma quelle non sono immagini degne di questo nome e Anja l’ha sempre saputo.
Così come un amplesso rubato da un paparazzo complice, per dar lustro all’ennesima nullità travestita da celebrità, non reggerà mai il confronto con financo il più breve attimo di intimo incontro tra due corpi puramente disinteressati.
Leggi come fare all’amore davvero.
Ora l’album di storie catturate intriso è arrivato alla fine dei suoi giorni.
Una sola istantanea sembra ora capeggiare sulle altre.
La tua, Anja, possibilmente con la macchinetta fotografica in bella vista.
Nondimeno, se questo è il tempo del ricordo, allora rammentiamo quel che non abbiamo potuto vedere tramite i tuoi occhi.
Gli innumerevoli scampoli di esistenze in movimento che hanno comunque invaso la tua mente come il tuo cuore, sopravvivendo ai flash della stampa.
Ma non per questo meno vere.
Tutt’altro.
Addio a te, Anja.
E a tutte le preziose foto mancanti…

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3.4.14

Storie di bambini: il primo tuffo

Storie e Notizie N. 1095

Leggo che un bambino di due anni è caduto in una piscina, a Roma.
Ora è in coma.
A lui la storia di oggi.

E’ il primo tuffo.
E non sai mai cosa davvero voglia dire.
Il primo.
Perché in quel momento vorresti aver fatto di tutto.
Tranne che essere lì, sul bordo.
Troppo avanti per tornare indietro.
E altrettanto piccolo per non esser spaventato.
Incredibilmente spaventato.
Come solo chi si ritrovi lì, in punta di piedi, ginocchia tremanti e cuore a briglia a sciolta.
Per la prima volta.
E hai voglia a dire che non fa male, che dopo sarà tutto più facile, che addirittura riderai quando penserai a questo giorno.
Io neanche volevo farlo, questo è quel che pensi, vero?
E' in quell’istante che confessi a te stesso la scomoda verità.
Quel primo tuffo è in realtà tutto fuorché una libera scelta.
Ma credimi, la sostanza che conta non cambia.
Ciò detto finora vale l’istesso.
La prima caduta.
Il più delle volte non capisci cosa significhi neanche dopo.
La seconda, la terza, e ogni volta è come alla prima.
Perché in quell’istante vorresti essere ovunque.
Tranne che lì, in terra, riverso.
Troppo in basso per far finta di nulla.
E altrettanto piccolo per non esserne affranto.
Immensamente affranto.
Come solo chi finisca là, sul pavimento, schiena a terra, scomposto e con la testa che balla, ancora una volta a briglia sciolta.
Per la prima volta.
E hai voglia a spiegare che, sebbene faccia male, questo ti renderà più forte, e che addirittura sarai il primo a raccontare questo giorno con il sorriso sulle labbra.
Io ne avrei fatto volentieri a meno, questo è quel che ti dici, non è così?
E in quel momento scopri che sapere quale sia la verità non è poi così importante.
Quel che conta davvero, primo tuffo o prima caduta, è che la storia continui.
Ebbene, allora apri gli occhi, coraggio.
Svegliati.
Fallo ora.
E vedrai che ce ne saranno ancora tante.
Infinitamente tante.
Di mirabolanti cadute.
E straordinari tuffi.

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2.4.14

Storia sui diritti umani: storia dei trascurabili aneddoti

Storie e Notizie N. 1094

Il caso in prima pagina è in Australia.
Come si può leggere oggi in rete, N.M.W. ha chiesto e ottenuto dall’Alta corte ciò che l’anagrafe aveva negato.
Il diritto a non avere alcun riferimento al proprio genere sessuale sui documenti.
Il nostro era nato maschio, in seguito aveva subito un’operazione diventando di fatto femmina, sino a giungere alla recente conquista.
Neutro.
Da cui la storia dei trascurabili aneddoti.

C’era una volta un uomo.
Anzi, no.
Una donna.
O forse mi sbaglio?
Va be’, tanto non è fondamentale nel racconto.
Vado avanti, allora.
C’era una volta qualcuno.
C’era…
Se dico c’era, sebbene sia da manuale, potrebbe implicare che quel qualcuno ora non ci sia più.
E che ne so? Come faccio a dirlo? Non ho ancora idea di come vada a finire il tutto.
No, perché se lo sapessi, che gusto ci sarebbe a raccontare?
Quindi, da capo.
C’è una volta qualcuno.
Una volta?
Perché porsi limiti già nell’incipit?
Non è saggio, anzi, non è lungimirante.
Potrei precludermi la strada migliore, quella che guiderebbe la narrazione verso mete quanto mai ambite per chi brami di storieggiare con successo.
Leggi come le pagine che restano.
Okay, si riparte.
C’è qualcuno.
Qualcuno andava da qualche parte.
Che ho detto prima?
Niente limiti, soprattutto all’inizio.
C’è qualcuno che andava ovunque.
E tutto a un tratto incontrò lei
Ops, ci sono caduto di nuovo.
Che volete farci, per il sottoscritto è l’imbattermi in una lei che scuote il narrato.
Ma cosa conto io, qui?
Nulla, non è la mia storia, cappero.
Non devo compiere quest’errore, peggio, peccato.
Piuttosto diffuso, peraltro.
Quello di convincersi che tutto quel che accade faccia da contorno a noi altri.
Rimedio subito.
C’è qualcuno che andava ovunque.
E tutto a un tratto incontrò qualcuno.
Oh, adesso sì che funziona perfettamente.
Perché tutti possono essere protagonisti.
E perché nessuno dovrebbe essere escluso.
Dalla storia…

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1.4.14

La coppia più fortunata del mondo: storie a confronto

Storie e Notizie N. 1093

Dicono.
Così dicono.
La coppia più fortunata del mondo vive a Portsmouth, Virginia.
Pare che in pochi giorni, Calvin e Zatera Spencer abbiano vinto alla lotteria per ben tre volte, mettendo da parte circa due milioni di dollari.
Fortunati?
Molto, indubbiamente molto.
I più fortunati al mondo?
Probabile.
Dissentono però con vigore due coniugi indiani, i quali erano stati condannati a rimanere tali a vita.
Leggi come per sempre due.
Amore e sterilità, la coppia peggiore laddove il primo ambisca a tutt’altra compagna di viaggio.
Generosità, va’, la butto lì.
O anche abnegazione e pure fiducia.
Nel futuro, più che mai lì.
Perché per mettere al mondo vita, dato il suddetto mondo, occorrono quantità industriali di almeno tutte e tre.
Nondimeno, in barba al già detto e dimostrato, la pancia crebbe e spalancò il sipario al sogno impossibile.
Tre.
Nascere è già un miracolo, figuriamoci se tutto remi contro, dalla scienza dei numeri a quella delle speranze, che è tutto tranne misurabile.
I più fortunati?
Be’, a sentire due giovani ragazze inglesi non ci siamo proprio.
Chi?
Quelle due, dai, non le conoscete?
Avrete avvertito nell’aria qualcosa di diverso, in questi giorni.
Grida nel petto.
Sussulti in gola.
E una reazione a catena di emozioni estemporanee.
Ma tutto finalmente alla luce del sole.
Normale, capirete.
Non succede mica tutti i giorni che un paese della prima fascia per ricchezza compia il doveroso salto evolutivo di donare vera gioia alle tonalità dei sentimenti.
Ovvero libertà di colorarli a piacimento, purché all’interno dell’unica vera regola.
L’amore, ancora l’amore.
E’ successo nella terra del grande Bardo, un paio di giorni fa.
Siamo la coppia più fortunata del mondo, si son dette le due solo guardandosi, unendosi in matrimonio.
Per ciò che è normale oggi, qui, ora.
Che non lo era ieri.
E non lo è ancora in troppi mondi di questo variopinto universo intrappolato in un solo pianeta.
Potrei andare avanti, ma non farei altro che ripetermi.
Perché quando si parla di vera fortuna capita sovente di non riuscire a mettersi d’accordo in una sola pagina.
Per fortuna che non viviamo tutti nella medesima storia.
Ma per altrettanta buona sorte, tutte le storie possono esistere.
Nel medesimo racconto...
 


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