19.7.17

Pausa estiva 2017

Storie e Notizie si prende una pausa.
Prima di congedarmi, lasciandovi con la classifica dei brani più letti da settembre dell'anno scorso a oggi, volevo condividere una speranza.
Mi auguro, al mio ritorno in sella, di riavere delle buone ragioni per esser qui, a scrivere e leggere.
Ritengo ancora, ogni giorno di più, che il tempo di ascoltare e raccontare storie, emozioni, pensieri, e quant'altro ci attraversi, un dono straordinario, assolutamente da non sprecare, del tutto non scontato.
Grazie della vostra attenzione.

Felice estate.

Ale

1. Paralimpiadi breve storia di silenziose vittorie parallele

2. Storie sui diritti umani: vittorie del futuro

3. Storie con morale: legittima difesa

4. Storie sullo sfruttamento minorile: le gambe del mostro

5. Storie di donne: l’ultima festa di Miriam


6. Storie sulla fame nel mondo: la favola nel frattempo

7. Storie di immigrati: di mondi e confini

8. Storie sull’ambiente: non vogliamo aver ragione

9. Violenza sulle donne nelle favole

10. Nicholas Green, la storia: quando il cuore muore due volte


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14.7.17

Storie sulla diversità della natura

Storie e Notizie N. 1494

Capita, sovente capita.
Capita che una foto diventi virale, ovvero, per esteso, guarda, guarda bene, condividi, piacizza, desktopizza e tagghizza.
Una leonessa che allatta un cucciolo di leopardo, recita la didascalia.

“Non capisco il clamore”, fa la madre al figlio inaspettato.
“Non capisco cosa dici”, osserva quest’ultimo interrompendo la saporita abbuffata solo per una frazione di secondo.
Perché questo e niente di più è il tempo che meritano le vane complicazioni.
Umane.
Nondimeno, al netto dell’eccezionale diffusione della suddetta istantanea, e di innumerevoli quanto vane guerre a suon di venefiche parole e sguardi ostili, gesti sgradevoli e bestiali assembramenti virtuali – prima ancora di divenir reali pugne – la danza della sottovalutata normalità va in scena quotidianamente, anche in questo preciso momento.
Ti basta chiudere gli occhi e disattivare il timorato antivita che il sistema inoperativo ti ha imposto di installare.
Vedi ciò che vedo io?
Malgrado le divisioni semantiche e le ossessioni cromatiche, le anime differenti si attraggono e si incontrano ovunque.
Spesso è tutto sangue e urla all'interno della finestra principale, arrogantemente aperta sul nostro orizzonte digitale, ma non è solo questo, il mondo.
In quest’ultimo, ora, proprio adesso, ci sono persone che si stringono la mano, malgrado quel che l’epidermide suggerisca.
Altre si stanno abbracciando, incredibilmente, sì, sebbene i rispettivi culti facciano fatica anche solo a guardarsi l’uno nel divino dell’altro.
Alcune si stanno perfino conoscendo, rinunciando a scattanti smart e mirabolanti app. Difatti, avvalendosi della vera magia del terzo millennio - portento vintage che non va mai di moda, per buona sorte – hanno avuto il coraggio di seguire la ricetta indicata dall’antiquato incantesimo: io parlo, tu ascolti, poi tu parli e io sono tutto orecchi, quindi daccapo, finché insieme saranno diventate inevitabilmente qualcosa di meglio.
Ci sono quelli che hanno scelto di leggere il più possibile per capire loro, ancora prima di incontrarli.
E ci sono quelli che stanno facendo l’identica cosa con se stessi, ancora prima di oltrepassare la soglia di casa.
Perché i confini, tutti i confini della terra, sono transitati sempre da una persona alla volta.
E in ciascuno di questi istanti è come se il mondo resettasse.
Perché questo siamo, miliardi di possibili inizi, giammai il contrario, per noi e addirittura per interi popoli che non riescono a entrare neppure in una frase ponderata per anni, figuriamoci in un gratuito commento da giornata storta.
Poi arriva la foto perfetta, in mezzo a un mare di strafalcioni viventi, e ci sentiamo improvvisamente bene.
“Non li capisco”, fa l’improvvisata mamma, alquanto basita.
“Non ti capisco”, ribatte di nuovo il piccolo.
Be', è comprensibile, vista l’età parla a mala pena il leopardese, figuriamoci il leonino.
Ma non è affatto un problema, questa è solo una delle miliardi di differenze.
Che li uniscono.
Perché, se osservi attentamente, ancora un attimo prima di riaprire gli occhi.
Vedrai che la diversità della natura non è affatto straordinaria.
E’ semplicemente naturale.


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13.7.17

Storie sulla fame nel mondo che il mondo ignora

Storie e Notizie N. 1493

Un recente sondaggio da parte dell’International Rescue Committee rivela che l’85% degli americani, ovvero gli abitanti del paese più ricco del mondo, ignorano che tra Africa e Medio Oriente ci siano milioni di persone che muoiono letteralmente di fame.

Siamo i cercatori del giorno felice.
Semplice, se vuoi.
Ci svegliamo al mattino con occhi semichiusi e con essi ci mescoliamo tra le ore che scorrono.
Perché, in fondo, non c’è molto da vedere, sai?
Piccolo è l’orizzonte, perché tale è lo schermo.
Troppo è di più, oltre il massimo dei pollici consentiti in una mano di misura media, capace di sollevare il mondo.
Leggero.
Dev’esser leggero come l’aria condizionata che rinfresca il viso e il cuore.
Leggero anch’esso.
Che non tradisca mai l’intelletto, non avvezzo alle complicazioni.
Leggero, pure lui.
Siamo gli adoratori della superficie delle cose.

Perché toccare vuol dire sfiorare e, guardare, al più presto dimenticare.
E’ così che il bimbo scheletrico in tv, è solo un bimbo.
Uno.
Uno al massimo.
Poverino, capisco.
Mi dispiace, poveretto.
Aiutatelo, voi laggiù.
Ma come pretendi che concepiamo il resto?
Con quale invadenza sostieni che non abbiamo la percezione del numero?
Ci parli forse di criterio di realtà?
E cosa c’è di vero oltre all’immagine che abbracciamo ogni giorno nello specchio?
Credevo l’avessi intuito, ormai.
Noi siamo gli allevatori della carne.
Della pelle liscia e profumata.
Del profilo glabro e tornito.
Della vita sottile quanto l’empatia rimasta.
Della massa informe e traboccante, il più delle volte, volendo essere onesti.
Ma il sogno rimane.
L’illusione di venire un giorno posseduti dal divino modello è tutto.
E’ padrone e schiavo allo stesso tempo di ogni scelta e destino.
Allora, compra, sbrigati, riempi il carrello di paure assassinate dai serial killer da mattatoio.
E’ così che migrante economico diviene l’ennesima espressione per marchiare il nemico.
E se la fame e la sete non esistono oltre i confini del proprio, satollo ventre.
Vuol dire che il nemico è tale.
Colpevole della sua magrezza.
Colpevole del volto irsuto e il capo scapigliato.
Colpevole di indumenti segnati dal cammino.
Colpevole, infine, di non viaggiare con una poltrona incollata al culo.
Perché è così che noi altri aspettiamo la morte.
Voltando le spalle alla vita.


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12.7.17

Storie sull’ambiente: il racconto del rospo dorato

Storie e Notizie N. 1492

C’era una volta la storia del rospo dorato.
Ovvero, la sua conclusione.
Più che mai attuale di questi accaldati tempi, dove un iceberg gigante, vasto due volte il Lussemburgo, si è di recente spezzato nella Penisola Antartica, innanzi ai salati conti, ormai inevitabili, del cambiamento climatico che dovremo pagare nei prossimi decenni, e la contestuale necessità di raccontare anche esempi positivi, al netto di un’apatica, generale arrendevolezza, ormai divenuta cronica.
Facciamo ora un balzo nel passato, scorrendo le pagine all’inverso e torniamo all’inizio del racconto.
Siamo nel 1967 e l’erpetologo Jay Mathers Savage, studioso e ricercatore di rettili e anfibi, si trova nella Costa Rica centrale, con precisione la cordillera di Tilarán, nel pieno della sua spedizione.
“La vedete anche voi, quella?” fa Savage, il cui nome vuol dire selvaggio, quindi tutt’altro che intimorito dalla brutalità della natura più incontaminata.
“Capo”, esclama un compagno , “una pepita! Abbiamo trovato l’oro, siamo ricchi, abbiamo trovato l’oro…”
“Ma si muove”, strilla un altro, “la pepita si muove!”
“E salta pure…” sottolinea il primo.
“Avete quasi ragione su tutto, amici”, osserva Jay avvicinandosi alla scintillante scoperta con sguardo altrettanto illuminato. “Abbiamo trovato davvero l’oro, e si muove sul serio. Salta e balla, corre e vibra di vita. E grazie al cielo, non diventeremo ricchi per questo…”
Fu questo il suo primo incontro con il meraviglioso rospo dorato.

Da questo punto in poi, la solita narrazione di stampo prettamente colonialista barra occidentale, con l’esploratore pallido quale interprete principale, si colora di sensata realtà e il protagonista del racconto diviene lei, la pepita vivente.
Com’era strano, ai suoi grandi occhi, l’umano col cappello e la macchina fotografica della fine degli anni sessanta.
Al meglio, curioso, al peggio, goffo e invadente.
Chi avrebbe potuto prevedere il resto?
Nessun animale, sapientemente fedele al sottovalutato istinto, avrebbe potuto immaginare quanto fosse letale il presuntuoso bipede in giacca e cravatta, colui che mai avrebbe messo piede da quelle parti, da cui la sua incalcolabile pericolosità.
Perché in questo confidava l’aureo amico.
“Una volta che mi vedranno”, pensava, “e mi osserveranno con la genuina sorpresa di quel primo, tutti gli umani saranno nostri amici.”
Col tempo, come era già accaduto a molti prima di lui, il rospo dorato comprese quale fosse il dono di morte che quest’ultimi stavano stoltamente incartando per tutti.
Così, con l’acqua che diventava ogni giorno più calda e le piogge sempre più rare, iniziò a provarle tutte.
Si iscrisse subito a ogni associazione ambientalista ed ecosostenibile.
“Da oggi siamo verdi”, esclamò tornato nella tana.
“Poveri noi, il babbo è diventato daltonico”, fu il commento della moglie.
“No, mamma”, dissentì il figlio maggiore, “si è finalmente convinto che il dorato non mimetizza affatto, bravo papà!”
“Ti sbagli”, intervenne la figlia mezzana, “mimetizzerà pure, ma non si abbina con gli occhi marroni…”
“Niente di tutto questo”, disse la sua il più piccolo, peraltro prendendoci, “ci ha appena informato che siamo diventati vegetariani…”
Negli anni i nostri abbandonarono ogni comportamento che in qualche modo fosse irrispettoso della natura, rinunciando alle vie più facili, e per questo superficiali e nocive, per tragitti virtuosi e attenti al benessere del pianeta.
Più e più volte il rospo dorato si trovò in contrasto con i suoi familiari.
“Tanto è inutile”, protestavano un po’ tutti. “A cosa serve se lo facciamo solo noi? Tanto gli altri rospi continuano a infischiarsene, negando addirittura che il clima stia rovinosamente mutando.”
“Se tutti ragionano così, le cose non cambieranno mai”, replicava lui. “Dobbiamo farlo prima di ogni cosa per noi stessi, e così dare l’esempio.”
La situazione peggiorò e la discussione si ripeteva puntualmente con siffatto tenore.
Peggiorò ancora, idem come sopra.
Alla fine, anche l’ex pepita con le zampe si arrese all’amara evidenza.
“Forse avete ragione voi”, ammise un giorno. “Siamo troppo piccoli per cambiare la storia.”
Questa storia.
Era il 2004, circa quarant’anni dopo la conoscenza dell’umano al peggio curioso.
L’anno in cui il rospo dorato si è estinto.
Sono passati tredici anni dall’ultimo avvistamento di un esemplare, eppure, sono ancora convinto che, malgrado tutto, noi altri possiamo e dobbiamo fare qualcosa di meglio delle nostre vittime.
Forse lo dobbiamo a noi e a loro.
Perché sarebbe davvero vergognoso comportarsi come se fossimo anche noi.
Degli incolpevoli, minuscoli.
Rospi dorati.


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7.7.17

Storie con morale: dei vari G e le proteste

Storie e Notizie N. 1491

C’era una volta il G20.
Ma anche i G8 e i G7, tutti i G possibili e organizzabili.
Financo il G1, che è poi la sintesi più credibile, ovvero un solo, compatto grumo di ottuso potere, incapace di guardare al di là dell’attuale responso della borsa.
E’ storia vecchia, no?

Eppure si ripete, già, ma non cambia, concordi?
Nella sostanza, intendo.
Copione e battute si ripetono, dai.
Puoi ingaggiare (eleggere) altri attori (leaders) ogni volta, ma lo spettacolo (meeting) dei personaggi (capi di stato) della privilegiata, colonialista, maggiormente inquinante, guerrafondaia e sfruttatrice minoranza del mondo (i paesi più industrializzati), è lo stesso.
Al netto di nuovi parrucchini e caricature più o meno eccentriche, la recensione del film è immutata.
Lui ha detto questo, lui ha risposto quest’altro, loro dissentono, lui ha offeso quell’altro, quest’ultimo ha replicato, tutti si sono scusati, perché sono stati fraintesi e il nulla di fatto su quel che preme di più alla maggioranza delle creature terrestri è presto servito sul piatto.
Perché ciò che invece, puntualmente, ne esce come risultato concreto a favore di pochi, credi forse che non sia stato già concordato prima?
Pensi davvero che siffatti artisti governativi (presidenti), perennemente consigliati – diciamo così – dalle rispettive agenzie di spettacolo (multinazionali interessate, banche e fondi di investimento) abbiano bisogno di salire sul palcoscenico per decidere le parti del vero show?
Perché è evidente che il racconto reale vada in scena a sipario chiuso, non è così?
Nondimeno, la farsa ha inizio e scorre imperterrita senza sorprese.
In breve, sull'irraggiungibile schermo i divi fingono il saggio conciliabolo mentre in platea i protestanti si azzuffano con le protuberanze armate dei primi.
E’ roba già vista, vero?
C’era una volta, allora, quello che manca.
Ciò che è indispensabile, l’unica via di salvezza, per la stragrande maggioranza del pianeta, rimasta fuori del teatro.
C’erano una volta, quindi, i g con la lettera minuscola.
I g di tutti gli altri, i g dei migranti e dei  disoccupati, i g dei diversi, delle donne e dei giovani, dei bambini e di ogni umano che abbia a cuore il destino della terra e dei suoi abitanti.
Le creature lungimiranti, coloro che hanno davvero compreso la sola via all'orizzonte.

Non abbiamo altra priorità, ora.
E' la prima cosa per cui lottare.
Vedrete, nel giorno del fatidico incontro globale, come scenderanno in piazza a protestare.
I G20


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6.7.17

Storie sulla pace: colpevoli del futuro

Storie e Notizie N. 1490

In questi giorni è stata ascoltata dall’Alto tribunale presieduto da Sir John Chilcot la conclusione dell’inchiesta sulla guerra in Iraq (2003-2011), la quale accusa l’allora primo ministro Tony Blair. In particolare, in una concomitante intervista, Chilcot ha affermato di ritenere che lo stesso Blair – proprio in quanto avvocato e abile nel convincere il prossimo – riguardo alla partecipazione del suo paese al conflitto non sia stato del tutto onesto.
Non sappiamo ancora come proseguirà l’indagine, quali saranno le conseguenze, tuttavia, ci sono già fondati elementi per giudicare come disastrosa quella missione, come del resto molte altre. Se sarà bollata anche come criminale, lo dirà il tempo.
Già, il tempo e il presunto, autorevole narratore di quest’ultimo nel pieno della diretta, che muta giudizi e aggettivi con la non chalance di un frettoloso, superficiale cronista.
Colpevole


C’era una volta l’innocente fino a prova contraria.
Ignaro dei fatti sino alla sgradita intercettazione.
E responsabile di essi, ma erano altri tempi, dai.
Non si può giudicare il passato, dicono alcuni, perché tanto non puoi cambiarlo.
Ma si può ascoltare.
Il fruscio delle pagine ingiallite che soffoca sotto il peso di un confuso presente, rumoreggia, di primo acchito.
Sembrano come astruse farneticazioni in una lingua morta, se rapportate al chiacchiericcio simultaneo con cui in pochi secondi sentenziamo e condanniamo nel giro di un clic il destino di interi popoli.
Tuttavia, se riesci a inclinare quanto basta la clessidra digitale, puoi seguire il dito che accusa l’ormai sbiadito assassino seriale di pacifiche convivenze.
La direzione dell’indice rivelatore non cambia,

facci caso, e individuarne l’attuale trasposizione sulla storia contemporanea non è così arduo.
Devi solo armarti di un po’ di geometria sociale, un accenno di aritmetica dei diritti civili e un pizzico di umana logica.
Allora, il giochino è facile, come la conseguente supplica che giro ai noi che sopravvivranno.
Beati i conoscitori di verità posticipate.
Perché sapranno i nomi di chi dovrà rispondere della sparizione tra le onde di generazioni intere.
Degli indifendibili imputati, certo, ma anche dei volgari complici di bassa lega, a ogni profondità del mare di strumentali menzogne in cui impunemente sguazzano.
Beati, perché saranno in grado di guardare in faccia i volti di coloro che hanno firmato in calce a ottusi quanto micidiali proponimenti.
E con loro, avranno facoltà di riconoscere anche a distanza i prodi sostenitori del cieco agire senza preoccuparsi del dopo.
Che siano beate le genti che leggeranno le confessioni del domani, le quali dimostreranno che forse l’oggi a qualche cosa è servito.
E che saranno da monito all’ulteriore futuro, o forse no, visto ciò che è successo prima, adesso, ieri, nel terzo millennio e in tutti i secoli trascorsi.
Per questa ragione, vi prego, umani all’orizzonte.
Se la fantascienza qualcosa avrà portato in dote, affinché possiamo guadagnar tempo e vite, voltatevi e urlateci i nomi.
Dei colpevoli del futuro.
E di oggi.


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5.7.17

Storie sulla vita: le invasioni legalizzate

Storie e Notizie N. 1489

Due ragazze afgane si sono viste rifiutare i permessi per l’ingresso negli Stati Uniti in occasione di un concorso relativo alla costruzione di robot. La vicenda è emersa in quanto legata alla discussa legittimità del bando deciso dall’attuale presidente americano di proibire temporaneamente gli arrivi da sei paesi a maggioranza musulmana, malgrado l’Afghanistan non sia tra essi.
Ciò nonostante, il robot di loro produzione è stato accolto, le giovani creatrici no.
Credo sia la sintesi della nostra sempre più paradossale società…


Siamo un popolo invadente.
Lo siamo di natura.
Lo siamo perché lo dice la Storia, laddove il corpo menta.
Nondimeno, siamo altresì una specie incredibilmente invadibile.

Malgrado le manipolazioni del racconto mediatico e subdolamente interessato, la dimostrazione è chiara, come una semplice favola, buona anche per gli infanti.
Ogni giorno, ora, anche in questo preciso istante, ci lasciamo impossessare da parole inutili, da espressioni sgrammaticate e fuorvianti.
Da bugie, ci facciamo fottere il cervello e il cuore, come se fossero la stessa cosa, da menzogne puerili e scardinabili al primo refolo di intelletto.
Ma ci piace così, perché così fan tutti, e allora?
Perché mettersi di traverso alla berciante coda sull’asfalto?
Non vogliamo rimaner soli, perché temiamo il silenzio quasi come noi stessi.
E allora ci lasciamo riempire le case e il tempo di macchine, punto.
Son tutte macchine, cappero, ma hai visto mai che bastan quelle?
E gli accessori? Te li vuoi perdere?
E gli accessori degli accessori?
Ma laddove poi se ne rompa anche solo uno, di questi ultimi, tanto vale ricomprare tutto, no?
E allora vai, porte aperte, frontiere inesistenti innanzi al futuro che colora di jingle e bottoncini colorati l’orizzonte chiamato schermo.
Tutto per gli occhi, signora mia.
Solo per i tuoi occhi, caro mio.
Perché è questo che facciamo.
Lasciamo che riempiano ogni angolo della nostra visuale, basta che sia virale, a condizione che non stoni con i contorni, a meno che non scendano le azioni e allora non preoccuparti, chiudi gli occhi e sogna.
L’unico, vero momento di libertà che hai non è tuo.
L’inconscio ne approfitterà e ci proverà di nuovo, ogni notte urla e si danna come un testardo attore, o un narratore ossessionato dalle disfide già perse, che non può fare a meno di mettere alla berlina l’assurdità del vivere civile.
Maledetta sveglia, sciagurata fretta, che il cielo bandisca il domani scontato.
Perché al dì seguente l’invasione proseguirà.
Il cedimento di un centimetro dopo l’altro innanzi all’orda invisibile di violazioni dei diritti umani e dell’ambiente.
Avanza in noi imperterrita, in ogni istante serriamo bocche e coscienze di fronte allo spietato agire.
Ci lasciamo penetrare dallo schifo che produciamo incessantemente, tra polmoni e stomaco, orecchie e ricordi, in una posticcia raccolta differenziata del marciume troppo piccolo per essere smaltito.
E’ la morte prematura di un mondo che abbiamo sognato, colei alla quale stiamo lasciando il passo.
Ma noi siamo furbi, perché noi veniamo prima di loro, gli altri umani.
E forse è giusto così.
Non possiamo farli entrare.
Perché dentro di noi, ormai.
Non c’è più posto.


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