30.11.16

Storie di guerra: La storia vista dall'alto

Storie e Notizie N. 1414

Mentre le forze fedeli al regime di Assad hanno lanciato il decisivo assalto di terra ai ribelli, l’evoluzione del territorio dove questi ultimi resistono nella parte orientale di Aleppo ci mostra come si sta restringendo…

Si sta restringendo, sì.

Si restringe anche ora, fermandoci qui, al mero racconto delle cose, immobili innanzi alle sentenze che dall’alto ci schiacciano come formiche prive di valore.
O, almeno, questo dice la storia.
Vista dall’alto.

Eppure, come i viaggi che ci rimangono impressi di più, quelli dove tutto va storto tranne le persone che incontriamo, è sufficiente invertire i poli del cuore per salvare qualcosa. Non tutto, perché alla fine della fiera non è affatto vero che sia tutto, quel che ci occorre.
Eppure si sta restringendo.
Lo so.
Vince Trump e cosa fanno le speranze di pace e, soprattutto l’auspicio di una benedetta tregua mondiale, che non sono la stessa cosa?
Seguono la regola.

Si restringono, è normale.
Apriamo i giornali, leggiamo le notizie in cima, pure quelle di lato e di sotto.
E la fiducia nel domani non può fare a meno.
Di restringersi.

Nondimeno, assecondiamo il passo imprevisto e fidiamoci per una volta di lui. E come quando nel mezzo del concerto rubato all’interrogazione a scuola riuscivamo a pensare solo alla musica e alle urla dei compagni di bigiata, proviamo a precipitare sul domani invece di fuggire come sempre dal presente.
Nel frattempo arrivano altre tragiche sentenze dall’artico morente.
Dal sole e la luna che ci guardano increduli.
Dall’aria soffocata da se stessa.
E sono i nostri stessi occhi a restringersi.

Per ricordare di meno.
Per sentire e capire qualcos’altro.
Per dormire, solo quello.
Quindi guardiamo il calendario e ogni giorno che passa osserviamo restringersi non il tempo che ci resta.
Non quello che potremo trascorrere con i cari.
E neppure quello che loro stessi hanno per stare con noi.
Sono i giorni, le ore e i minuti che forse potrebbero cambiare le cose, a restringersi.
Perché l’orizzonte è diventato come quegli indizi da scovare nei giochi di enigmistica.
E laddove riuscissimo a trovarlo, non abbiamo più le forze per riempirlo di alcunché.
Ciò nonostante, pazientiamo e proviamo a respirare al contrario.
Rivoltiamo le carte e scopriamo infine il trucco.
Perché il giorno in cui smetteremo di leggere la vita solo dall’alto.
Vedremo qualcuno che, malgrado quel che
raccontano sull’olimpo della parola, non ha intenzione di rimanere piccolo.
Vedremo.
Invece di rimaner fermi, avvicinando sguardo e passione alle cose.
Vedremo...
Le bugie restringersi al contrario di noi.
Vedremo...
L’anima che resiste.
Vedremo.
Le vere dimensioni della storia…


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25.11.16

Violenza sulle donne nelle favole

Storie e Notizie N. 1413

La Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne è un anniversario creato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, attraverso la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999.
L'Assemblea ha scelto il 25 novembre come giorno della celebrazione e ha esortato le organizzazioni internazionali e i governi a promuovere in quella data eventi e attività rivolte a coinvolgere l'opinione pubblica.
La Giornata per l’eliminazione, già.
Di qualcosa che anche ora.
E’ qui tra noi…

L’ha detto la prof di letteratura.
Mica una qualunque, sai?
Ha detto che la violenza sulle donne comincia da piccoli.
Si insegna da piccoli.
Ha detto anche, solo il giorno prima, che si impara più da una semplice favola che una dotta lezione del maestro più colto della terra.


Io dalle favole ho imparato assai, dev’essere così.
Perché ne ho lette un po’ e lo amate tutte.
Ma lo sapete che c’è?
Avrei voluto da morire fare qualcosa, essere della partita, insomma.
Perché se c’è una cosa che non mi è mai andata giù.
E’ quel che le storie raccontano di noi altre.
Prendi Cappuccetto Rosso.
No, dico, ma quale madre sana di mente decide di mandare una bimba da sola nel bosco, per attraversarlo tutto, sentiero o meno, sapendo che c’è in giro un lupo figlio di buona lupa?
Dice, è per la nonna malata, ha bisogno di medicine e biscotti.
Sulla vecchina poi ci torno, ma perché non ci vai tu, mammina?
O perché non papino, già che ci siamo?
A proposito: dove caspita sta?
Se la nonna non è sua madre, bensì la suocera, si potrebbe capire la riluttanza a prendere il cestino e alzare il lato B, ma mettere a rischio la vita della figlia per un cattivo rapporto con i parenti acquisiti mi sembra troppo, ecco.
Vorrei esserci stata anch’io, insomma, che so, nel ruolo di una cugina, una zia, o anche solo una vicina di casa. Hai da vedere che tirata d’orecchi a entrambi i genitori.
A ogni modo, passiamo alla nonnetta.
Va bene che il tempo passa e la testa non ci sta più come una volta, ma lo sanno anche i cervi ciechi con gli zoccoli a rotelle che al giorno d’oggi non bisogna aprire la porta senza prima aver guardato dallo spioncino.
Tra castori di Geova e Grizzly affamati travestiti da innocui Winnie the Pooh con tanto di vasetto di miele, l’infido Ezechiele sarebbe solo uno dei possibili pericoli in agguato.
Organizzerei subito un corso di aggiornamento per le vecchiette imboscate dal titolo: “Le insidie della foresta: ma quali immigrati? Stai attenta agli scoiattoli cleptomani, piuttosto.”
Vogliamo parlare di Biancaneve?
E parliamone.
Cioè, parlo con te, Grimilde: la vogliamo smettere di farci del male tra di noi?
Non sei la più bella del reame? E chi te l’ha detto? Lo specchio.
Specchio, hai capito? Basta leggere sul dizionario, amica mia. Trattasi di sostantivo maschile… e ho detto tutto. Quelli non fanno altro che metterci l’una contro l’altra.
Ma pure se fosse. Biancaneve è più bella di te? E va bene, è giovane, ma cosa credi, che sarà così per sempre? Il giorno in cui la chiameranno Pallidaneve o Biancaruga arriverà, senti a me.
Che poi, se restiamo in disparte, succede che il merito di tutto se lo prendono sempre loro e neanche con un minimo di equità, visto che il vero mazzo se lo son fatti i nani e poi arriva il bellimbusto con la tutina azzurra e se la cava con un bacetto.
Non c’è giustizia se aspetti che te la regalino, sorella.
Concludo, infatti, con Cenerentola, quella che mi ha sempre mandato di più in bestia.
Una casa, un’intera casa abitata da noi altre.
E che fanno queste?
Tre di loro si mettono a torturare la quarta.
Ma che avete nel cervello?
Prima che la situazione degeneri, già mi vedo piombare da loro in veste di consulente familiare, assistente sociale e manager, tutti in una, rivolgendomi alle tre illuse: “Ragazze?” Esclamerei bussando sul capo della matrigna, facendo lo stesso con le sorellastre. “Avete capito come si chiama la favola? C-E-N-E-R-E-N-T-O-L-A! Mica Genoveffa e Anastasia. A chi credete che verrà a dare una mano la fata?”
Che poi, stiamo parlando di un’altra donna, inutile dirlo.
Vi siete viste allo specchio? Direi loro.
Potete usare anche quello di Biancaneve, dato che ho convinto la regina a disfarsene.
Piedino o meno, è già scritto che il principe preferirà Cenerentola a voi altre, perfino vestita di stracci.
Perché non fare corpo comune?
Perché non la smettiamo di farci la guerra?
Perché la violenza nella vita, come nelle storie, è lì, ovunque.
E’ scritta, raccontata e diffusa ogni giorno.
Anche ora, in questo preciso momento.
Siamo vicine l’una con l’altra e scriviamo insieme al vero lato debole della luna.
Una favola diversa…


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24.11.16

Storie di bambini: la scoperta di Haruki

Storie e Notizie N. 1412

I cittadini di Tokyo si sono svegliati con la prima nevicata a Novembre dopo più di 50 anni. Tuttavia, come spesso accade, ciò che è una ricorrenza per alcuni per altri è davvero uno straordinario accadimento.
Con tutto quel che di altrettanto eccezionale ne consegue…


"Nevica", dice il bambino.
Che potremmo chiamare Haruki.
Perché ha un bel suono.

O, magari, perché talvolta capita che la fantasia osi così tanto da sfiorare il vero.
In altre parole, che il nostro si chiami davvero così.
Allora, Haruki guarda oltre il vetro e pensa: "Questa è la neve, quindi."
La neve di cui parlano le favole e le foto, i film e la gente che desidera ascolto.
La neve di Novembre, già.
Come se il miracolo fosse nel mese, piuttosto che nella meraviglia in sé.
Come se il tempo contasse più di noi.
E come se il peso di questo preciso istante godesse di un valore maggiore di un breve incontro.
Tra te e me.
Tuttavia, non si perde tra siffatti grovigli semantici, il piccolo Haruki.
Benedetto stupore.
Che il cielo o chi per lui lo protegga e faccia lo stesso con gli spettacoli gratuiti e aperti a tutti.
Leggi pure come la neve a Novembre dopo cinquanta anni.
A dimostrare che tutto può ancora tornare.
Tutto può ancora cambiare il disegno al di fuori del finestrino.
E che all’improvviso tutto si congela e si veste di bianco.
Laddove l’assenza di colori, ovvero la presenza di tutti, è fredda e uguale.
Per tutti.
Haruki non si ferma al minimo e come ogni protagonista di un prodigio, per quanto trascurato dai più, egli vuole di più.
Vuole sapere da dove arriva, la magia.
Dove va a finire, quando tocca terra.
E soprattutto vuole toccarla con la mano e serrare il sogno fattosi carne tra le proprie dita.
Per ricordare, giammai dimenticare, per sempre.
Che alla fine vinceranno gli altri.
Che ti diranno di mollare le facili illusioni e le storie emozionanti.
Perché, ti spiegheranno, sono la stessa cosa.
Ma se hai occhi aperti e pazienza in quantità.
Puoi avere la fortuna di trovarti lì, un giorno.
Nella galassia chiamata Novembre, sul pianeta Tokyo a cavallo di un drago a forma di treno ad ammirare l’ennesima pernacchia ai venditori di concretezza.
"Evviva", pensa Haruki, "la neve esiste."
E ora so che, prima o poi, tornerà…


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23.11.16

Storie sull'ambiente: identikit assassino

Storie e Notizie N. 1411

Il nostro paese ha il più alto numero di decessi per inquinamento da biossido di azoto, NO2, in Europa.
Lo ha stabilito un recente rapporto dell'Agenzia europea per l'ambiente.
Ma chi uccide chi?


La sala per gli interrogatori è un classico.
D’altra parte, anche le visioni più astruse devono approfittare di punti fermi, altrimenti, leggere come sono, ci scappano via come palloncini slegati.
Pareti bianche e spoglie, tavolo grigio metallico, sedie altrettanto fredde e l’immancabile specchio bidirezionale, malgrado sia difficile incontrare al giorno d’oggi delinquenti che non sappiano che oltre l’immagine riflessa qualcuno li osserva. Qualcuno legge tra le righe. Qualcuno c’è, che non sarà l’altissimo, ma per molti può far davvero la differenza.
D’altra parte, stavolta l’inquisito non è un sospettato, bensì un testimone.
Oculare all’ennesima potenza.

“Prego, si accomodi, miss Nature”, fa il detective a capo del caso, l’ispettrice Earth, coadiuvata da Air, inseparabile vice.
“Ci descriva l’assassino”, aggiunge sedendosi con il collega all’altro capo del tavolo.
“A che scopo?”
“Lei faccia come le chiedo. A ricostruire l’identikit del criminale ci penserà il disegnatore al di là dello specchio.”
“No”, ribatte Nature. “Lei non ha capito: a che scopo? A cosa serve tutta questa messa in scena?”
“E’ quello che dico anch’io”, borbotta Air.
“Non faccia commenti inopportuni”, lo redarguisce Earth, “o la mando a schedare pantegane in divieto di sosta.”
L’altro abbassa il capo mortificato.
“Per quanto riguarda lei, miss Nature, mi meraviglio davvero. Lei dovrebbe essere il massimo della collaborazione, l’armonia assoluta con tutto e tutti, la regina degli incastri perfetti, la madre del vivo quanto dell’inanimato, la dea…”
“Va bene, d’accordo, non serve che mi faccia il decalogo delle banalità sul mio conto…”
“Fa sempre così”, sottolinea il vice ispettore. “L’altro giorno parlava di mister Sky e ha cominciato con la volta che tutti sovrasta, passando al mantello di luce e ombre, finendo con la coperta intessuta di orizzonti…”
Air”, salta su Earth. “Alla prossima la spedisco a dirigere il traffico di zanzare in Malesia. Di nuovo…”
“Scusi”, fa subito spaventato l’altro, memore della brutta esperienza.
“Miss Nature?”
“Detective, vuole davvero fare questo giochino?”
“Mi assecondi.”
“E va bene, come desidera. L’assassino è il più presuntuoso bipede dell'universo, creatura affetta da una fenomenale vocazione distruttiva, distintosi nei secoli per una fortuna che oserei definire straordinaria, visto che contro ogni aspettativa e logica è ancora qui a far danni…”
“Me lo descriva, Nature, non si perda in inutili metafore e semplicistiche similitudini…”
“Parla lei…”
Earth si limita a fissare Air con i classici pugnali saettanti direttamente dalle pupille.
“Ho capito, devo stare zitto, altrimenti mi manda a fare il censimento delle mosche in una latrina elefantesca.”
“Prosegua, Nature, e si concentri sul volto del ricercato.”
“Il volto? Vuole scherzare? Già dicendo volto e non muso, hanno capito anche i sassi di chi stiamo parlando…”
“Le ho già detto di assecondarmi.”
Così, malgrado lo scetticismo, peraltro condiviso da Air, Nature delinea senza sorpresa un viso indubbiamente umano.
“Ecco fatto”, dice al termine della rappresentazione. “Come vede, se proprio vogliamo esser precisi, trattasi di suicidio, quello in oggetto. E’ tutto un gigantesco suicidio, quello che l’umanità sta compiendo con se stessa.”
“E noi non possiamo farci nulla”, si lascia scappare Air.
“E’ qui che vi sbagliate e ve lo dimostro”, replica Earth. “Seguitemi.”
La detective precede gli altri due all’ingresso della stanza oltre lo specchio.
“Mi raccomando, non disturbatelo.”
Quindi Earth apre con discrezione la porta, mostrando ad Air e Nature un bambino che disegna assorto.
Tutti e tre sono attraversati da un flebile, certo, forse trascurabile, sicuro, ma non ignorabile soffio di speranza.
Che da qualche parte, magari lì in basso, dove nessuno si aspetta, qualcuno davvero ci sia.
Ad ascoltare e prender nota di tutto.
Facendo germogliare un’insolita e ostinata affezione per i tre sulla soglia.
Travestita da innocuo disegnino.
Con cui salvarci da noi stessi…


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18.11.16

Storie di donne ibernate: la lettera

Storie e Notizie N. 1410

Nel Regno Unito, una quattordicenne deceduta a causa del cancro ha ottenuto il diritto di essere congelata criogenicamente. Il giudice ha deciso di dar ragione alla madre di farla ibernare negli Stati Uniti. Nota solo come JS, la giovane aveva scritto alla corte: "Mi è stato chiesto di spiegare perché voglio che sia fatta questa insolita cosa. Ho solo 14 anni e non voglio morire, ma so che sta per accadere. Penso che essere ibernata mi darà la possibilità di essere curata e risvegliata, anche tra centinaia d'anni. Non voglio essere sepolta sotto terra. Voglio vivere e vivere più a lungo, penso che in futuro si potrà trovare una cura per il mio cancro e mi riporteranno in vita. Voglio avere questa opportunità. Questo è il mio desiderio."

Cara JS,
svegliati, fallo ora, ti prego.
Svegliati e sveglia anche me.
Ce l’abbiamo fatta, dimmi che è così.
Dimmi che il cancro è stato sconfitto.
E che tutti i tumori che divorano carne e respiro, lì

dentro, là nascosti, sono stati finalmente scoperti, portati alla luce nel loro immane e congenito orrore.
Ammassi di cellule defunte, certo, ma anche di semplice solitudine travestita da presunte difficoltà con gli estranei e puro odio camuffato a difesa dei propri, ignorati diritti, visioni svuotate di senno e deliri sconclusionati confusi per discorsi accorati, gesti volgari sotto forma di veniali sviste e, soprattutto, imperdonabile indifferenza truccata da senso pratico.
Mia dolce JS, svegliati, coraggio.
Svegliati e svegliaci tutti, perché il futuro che hai sempre sognato è ora.
Esultiamo insieme.
Sicché tutto quel che di fragile e umano che con il tuo tenero corpo hai congelato è sopravvissuto.
Con loro la speranza di vivere sereni, prima che a lungo.
Il desiderio di non soffrire invano, prima dell’assoluta assenza di dolore.
Il diritto di conservare intatta la propria dignità, ancor prima che la stessa vita.
Mostriamo quindi il prezioso bagaglio ai poveri di immaginazione e scarsi di perseveranza.
Vedete che avevamo ragione?
Vedete, adesso, per cosa abbiamo lottato e il più delle volte perso?
JS, amica del presente e di ieri, sorridi.
Perché il domani è oggi.
Ma a dispetto di quel che scrivono i poeti e gli illusi come me, non svegliarti più.
Continua a rimanere così, al riparo del morso della Storia.
Prolunga all’infinito il desiderio di un mondo guidato da capitani saggi verso orizzonti virtuosi.
Dove curare, curare ogni male è il camminare comune.
Dove il tuo risveglio è solo uno dei tanti segreti da proteggere.
Coraggiosa JS, ti prego.
Sorprendimi, fallo adesso, non il dì che verrà.
Dimostraci, come hai fatto prima di salutarci, che tu avevi ragione e noi avevamo torto.
Che siamo destinati.
A preservar vita.
E speranze.


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17.11.16

Storie di immigrati: quando la barca si capovolge

Storie e Notizie N. 1409

Cento persone sono probabilmente annegate in seguito al naufragio di una nave al largo della Libia, portando a trecentoquaranta il bilancio delle vittime nel Mediterraneo di questa settimana.
Medici Senza Frontiere afferma che solo in ventisette sono sopravvissuti.
Ventisette storie, ventisette vite. Come una barca che si capovolge per ventisette volte, ma il viaggio continua…

Uno, la barca si capovolge e tutti ancora a bordo,

perché la colla magica di mia moglie ha funzionato.
Due, la barca si capovolge, ma anche il mondo ha fatto lo stesso, e allora siamo tutti salvi, nessuno escluso.
Tre, la barca si capovolge e mi sveglio, non siamo partiti, perché non abbiamo mai avuto bisogno di farlo.
Quattro, la barca si capovolge e le reti sono piene. Stavamo solo provando un nuovo tipo di pesca, cosa credete?
Cinque, la barca si capovolge, quindi mi nascondo e voi contate fino a dieci, diciamo venti, anzi, ventisette, ma poi non trovatemi, vi prego, perché

vuol dire che stavolta ho vinto io.
Sei, la barca si capovolge e io non ci sono, perché sono uno di voi, uno di quelli che ce l’ha fatta.
Sette, la barca si capovolge e respiriamo comunque, senza branchie, senza ossigeno e senza logica, perché siamo solo personaggi in una foto di giornale, perché non approfittarne?
Otto, la barca si capovolge e sono solo un po’ bagnato, perché il mare non dovrebbe far male come la gente, dicono.
Nove, la barca si capovolge, ancora, e ancora, non si ferma mai, perché è una giostra generosa, come il futuro che non ho mai avuto.
Dieci, la barca si capovolge e siamo arrivati, perché questa nave non naviga, si limita a scivolare su un tappeto di insopprimibili speranze.
Undici, la barca si capovolge e diventa un paese…
Poi, dodici, la barca si capovolge e diviene una città…
Quindi, tredici, la barca si capovolge e si trasforma in un villaggio di case, ma senza bisogno di strade, di strade ma prive di marciapiedi, di popoli che viaggiano solo a piedi, che non hanno un nome e una bandiera da proteggere, solo qualcosa per cui vale la pena vivere.
Insieme.
Quattordici, la barca si capovolge e vola, perché se la morte è solo l’inizio, figuriamoci un tuffo.
Quindici, la barca si capovolge e ride, perché è il rumore che fa il legno quando sopravvive alla tempesta.
Sedici, la barca si capovolge e grida di rabbia, perché è il canto che si libra dal mare quando è la tempesta ad avere la meglio.
Diciassette, la barca si capovolge e si chiude su di noi come una gigantesca, saggia ostrica, perché siamo perle, lo siamo tutti, ma non tutti hanno gli occhi abbastanza grandi per accoglierne la luce.
Diciotto, la barca si capovolge e mi sveglio, sebbene non sia stato un incubo e neppure un sogno, perché ho smesso finalmente di restare al buio.
Diciannove, la barca si capovolge e si schiarisce la voce, quindi inizia a raccontare e siamo tutti più tranquilli, perché è solo una storia, questa.
Venti, la barca si capovolge e adesso inizia davvero il terribile gioco: chi si è nascosto, per sempre?
Ventuno, la barca si capovolge e nessuno dei vincitori esulta, laddove la sconfitta degli altri sia sempre, ripeto, sempre anche tua.
Ventidue, la barca si capovolge e non credere che basti, perché ci riproveremo, soprattutto per chi domani non potrà esserci.
Ventitré, la barca si capovolge e urlo, cerco i tuoi occhi e protendo le mie mani su di te, chiunque tu sia, in superficie.
Ventiquattro, la barca si capovolge e non so più dove mi trovo, se sono ancora qui, sulla via che con le nostre stesse anime scriviamo tra le volubili onde, affinché la prossima volta la cattiva sorte non potrà trovarci di nuovo.
Venticinque, la barca si capovolge e so perfettamente dove mi trovo, perché sono ancora qui, nei frammenti dei miei ultimi istanti, impressi nello sguardo sgomento di chi vorrà rammentarmi.
Ventisei, la barca si capovolge e al colmo della gioia stringo a me la prima vita a portata di abbraccio. Perché non riesci a far lo stesso? Perché dobbiamo vedere il mondo sotto sopra per sentirci solo umani?
Ventisette, la barca si capovolge e tutto si ferma tranne il mare, tranne noi.
Fino alla riva promessa.


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16.11.16

Storie di guerra in Siria: prima che la storia finisca

Storie e Notizie N. 1408

Un ospedale pediatrico ad Aleppo, in Siria, è stato colpito durante gli ultimi attacchi aerei.
Tra gli altri, un’autista di ambulanze e almeno due bambini sono deceduti dopo una notte di bombardamenti.
Subito prima che la storia diventi reale…


"Andiamo ragazzi", fa l’uomo dal camice stranamente ancora bianco. "Si va."
"Dove?" Chiede uno dei piccoli, quello meno diffidente.
"Scusatemi.
"Volevo dire, si torna."
"Dove?" Ripete l’altro, quello più riflessivo.
"Nell’unico luogo rimasto."
"Quale?" Fa il primo, quello più ciarliero.
"Perdonatemi.
"Intendevo quello che avrebbe potuto essere."

"Quale?" Chiede anche l’altro, quello solo in apparenza privo di originalità.
"Il regno dei condizionali sgrammaticati, nella terra di lato al possibile, oltre i confini delle illusioni disilluse, al di là del mare dipinto sul quadro privo di tela."
"Adesso?" Domanda il solito, quello più speranzoso.
"Ops, che sbadato… non ho detto quando? Ora e in tutti i prima dimenticati, in ogni istante, breve o nei giorni prolungato, più che mai in ciascuna parentesi ancora fondamentale che preceda l’ottuso finale."
"Adesso?" Fa eco immancabile l’altro, più lento di immaginazione, ma non meno desideroso di credere.
"Perché altrimenti avrei preparato il vascello, mio piccolo amico?
"Perché le vele sarebbero pronte a spiegarsi?
"Perché? Abbiamo forse qualche alternativa a un presente già cancellato, ancor prima di essere scritto?"
"Eccomi", fa il primo seguendo l’improbabile capitano.
"Hai detto capitano? Ebbene qui lo siamo tutti, perché la fantasia retroattiva non ha padroni.
"Il gioco non ha vincitori.
"E l’importante non è partecipare, bensì sopravvivere."
"Eccomi", si aggiunge l’altro alla ciurma.
Fragile come l’illusione che i racconti più crudeli si possano davvero cambiare semplicemente riscrivendoli.
"Ma è solo l’ambulanza", fa il primo scorgendo quest’ultima, oltre le macerie che pian piano tentano con arroganza di riportare il tutto alla feroce normalità.
"Ma è solo l’ambulanza", non può che osservare ugualmente l’altro, proprio ora che si era convinto di esser sveglio.
"Vi chiedo umilmente scusa", mormora l’evanescente riverbero del martire maltrattato anche da morto.
"Salite comunque a bordo della pagina ingenua.
E stretti insieme fuggiamo via dal grande fuoco che brucia solo i piccoli.
Se non reale, prima che questa storia sia finita..."



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11.11.16

Storie di animali: i pinguini della Nuova Zelanda

Storie e Notizie N. 1407

Leggo che una città della Nuova Zelanda ha deciso di costruire un sottopassaggio per agevolare la marcia dei pinguini.
La galleria privata è stata ideata per aiutare le suddette creature migranti, permettendo loro di transitare indisturbate.

Accipicchia.

Doppio accipicchia.
Anzi, solo mezzo, e neanche così eccezionale.
Che non si dica che esagero.
Il sottoscritto, Mahuta Atairangikaahu, e tutta la sua famiglia sono noti per il pervicace contenimento delle misure.
Solo per la cronaca, vi basti sapere che il giorno che la mia sadica e autoritaria nonna fu colta dall’infarto che la vinse, subito prima dichiarò che era solo un fremito dovuto al tempo che cambia. Allo stesso tempo, ovvero subito dopo, molto simili furono le parole di mio cognato, nonché genero della sgradevole e severa vegliarda, per spiegare l’improvviso attacco di convulse risa: scusatemi, solo un fremito, dovuto al tempo che cambia. E giù altri sghignazzi.
Accipicchia, è che noi Atairangikaahu, anche quelli acquisiti, siamo fatti così, minimizziamo per vocazione, tutto un non è nulla, ma che sarà mai, figurati e via a limitare la questione a poca roba, di esigua importanza.
Da cui è facile intuire il tenore dello scambio che ebbi con mia moglie, ma che dico, solo la donna con cui vivo, niente di che.
“Cara, ho trovato finalmente lavoro.”
“Bravo!”
“Ho detto lavoro?"

Sì, in effetti...
“Accipicchia, ti chiedo scusa, è solo un impiego, una cosa da fare di giorno per mettere da mangiare nel piatto.”
“Già, hai ragione, che sarà mai.”
“A cosa ti riferisci, scusa?”
“Al lavoro, mica al piatto.”
“Ah, ecco.”
No, perché gli Atairangikaahu minimizzano su tutto, tranne che il mangime, sia chiaro.
D’altra parte basta guardare quella povera bilancia.
Ho detto bilancia? No, niente di straordinario, qualcosa per calcolare il peso, che andate a pensare.
Così, il mattino seguente, ma che dico seguente, solo il giorno dopo ieri, sono andato al mio nuovo ufficio.
Ho detto ufficio?
Accipicchia, stavolta ho sbagliato davvero.
Sì, perché il luogo dove avrei svolto le mie mansioni era all’aperto, all’ingresso di una specie di tunnel, chiamato in vari modi dagli utilizzatori.
Il corridoio della speranza e l’autostrada per il futuro sono quelli che mi piacciono di più.
Il mio principale, ma che dico, il tizio che mi firmava la busta paga, mi spiegò che il mio compito consisteva nel salvaguardare la marcia dei pinguini attraverso la suddetta via preferenziale.
Ora, l’ho detto e lo ripeto.
Gli Atairangikaahu sono famosi per una spiccata inclinazione a ridurre tutto ai minimi termini.
Ma, accipicchia, non sapevo che in Nuova Zelanda ci fossero così tanti pinguini.
Soprattutto parlanti, con valige di cartone e vestite di stracci.
Ho detto tanti? E ho sbagliato ancora una volta.
Perché non appena si era sparsa la voce che finalmente al mondo c’era una città dove, invece di respingere e maltrattare le esistenze in viaggio, ci si preoccupava al contrario di costruire una strada solo per loro, si era formata all’ingresso di quest’ultima una fila così lunga e così fitta di vite speranzose che ne vedevi la fine ma non l’inizio.
Ho detto fine?
Accipicchia, sì, stavolta è esatto alla lettera.
Fine.


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10.11.16

Trump non è il mio presidente e altre grida

Storie e Notizie N. 1406

A migliaia hanno manifestato negli Stati Uniti contro l'elezione del repubblicano Donald Trump in almeno 18 città nella notte di Mercoledì.
Le proteste più numerose hanno avuto luogo a New York e Los Angeles, al grido di Trump non è il mio Presidente

Trump non è il nostro Presidente.

E fin qui dovrebbe essere scontato, visto che non siamo americani, ma non è così semplice, in realtà.
Perché è difficile che lo siano stati quelli di diritto, ovvero autoctoni, ecco.
E se non riusciamo a dirlo dei nostri, figuriamoci di quelli degli altri.
Soprattutto di questo, degli altri.
Tuttavia, se ci fermassimo qui, se tutto si riducesse al semplice grido, sarebbe importante, sarebbe l’inizio, sarebbe qualcosa di fondamentale, ma non tutto.
Probabilmente non tanto.
Di sicuro non quanto basterebbe ad esclamare l’opposto messaggio.
Nel frattempo, gridiamo.
Gridiamo e recitiamo a voce alta urgenze del cuore e dell’anima solo in apparenza diverse.
Come il maschile non è il nostro genere, laddove sia rappresentato proprio da individui come Trump, che sono molto più vicini di quanto pensiamo.
Che sono molti di più, di quel che speriamo.
Che sono, cioè esistono, e già questo dovrebbe indurci a dissociarci al più presto.
Allora, già che ci siamo, diciamo pure che l’Europa non è il nostro continente per tutte le insane crudeltà con cui insiste nel trattare i migranti quando giungono qui, dopo tutte le insane crudeltà che gli riserva e gli ha riservato nel passato quando siamo noi ad andare lì.
Quindi, visto che c’è ancora spazio nella pagina, aggiungiamo pure che questo tempo non è il nostro, dato che non facciamo altro che spedire avanti nel futuro parti dopo parti di noi stessi, ogni volta che ci struggiamo innanzi a ottusità degne dell’età della pietra.
Ovviamente, come non farsi mancare questa generazione non è la nostra, contando sulle dita le ormai irreversibili sentenze sul pianeta che ci ospita, come quanti anni di acqua ci restano e quanti di ossigeno abbiamo sprecato, quanti animali ancora ci sopportano e quante piante ci odiano con ogni goccia di clorofilla dal paradiso vegetale.
Fino a sintetizzare il variopinto coro di strilli in un solo, sofferto grido questa specie, umana solo di nome, non è la nostra, se solo ci soffermiamo sulle atrocità con le quali condanniamo a, fortunatamente brevi, parentesi di inferno in terra molte tra le più innocenti creature che mettiamo al mondo.
Certo, sarebbe bello.
Sarebbe bello risolvere tutto così, con un poderoso sfogo di voce e indignazione, e poi tornare a casa, vittoriosi sul cattivo di turno, cancellato dalla storia dal nostro canto di protesta.
Tuttavia, come è stato e sempre sarà, la realtà è il più delle volte disegnata con mano mancina rispetto ai nostri sogni.
Allora sappiate che Trump, o chi per lui, a seconda di dove viviate, è il nostro presidente e, probabilmente lo sarà a lungo. Che ci piaccia o meno, il maschile è il nostro genere, con tutte le aberrazioni con le quali viene vissuto intorno a noi. L’Europa è il nostro continente, il problema è che, forse, non lo è abbastanza. Questo tempo è più che mai il nostro, se non altro, perché altro non ne avremo. Questa generazione è la nostra, poiché per quanto ce ne vergogniamo, qualunque infamia abbia compiuto, ciò è accaduto esattamente innanzi ai nostri occhi. E per quanto riguarda la specie umana, essa è nostra proprio perché, a differenza di ogni altra sulla terra, quando le cose del mondo ci sembrano orrende noi possiamo scendere in piazza, gridare e, soprattutto, non fermarci a questo…


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9.11.16

Film di paura di Sunny Pawar

Storie e Notizie N. 1405

Leggo che a Sunny Pawar, giovanissimo attore indiano di un film di prossima uscita dal titolo Lion, con Dev Patel, Nicole Kidman e Rooney Mara, è stato negato il visto dagli Stati Uniti per partecipare alla premiere della pellicola a New York.
Crediamo sia l’effetto della paranoia sull’immigrazione, hanno dichiarato i dirigenti della casa di produzione
.

Ecco, sediamoci, presto.

Sì, lì va bene, sbrigati, che sta iniziando.
Niente pubblicità, stavolta.
Perché il prodotto è stato già comprato.
Trama semplice.
Banale, oserei dire, ma efficace proprio per questo, minimizzante all’occorrenza e superficiale al punto giusto.
In modo che tutti ci vedano tutto quel poco che basta a convincersi che sia tutto.
La storia in breve.
Essi avevano paura, l’incipit. Ovvero, essi avevano paura di quel che non capivano, per esteso.
Fine?
Molto tempo fa sì, avrebbe funzionato, ma ogni epoca ha bisogno di trucchi ad hoc ed effetti speciali capaci sul serio di impressionare l’occhio.
Allora, aggiungi: Essi avevano paura di quel che non si spiegavano. Poi arrivarono i vecchi saggi che parlavano con il sole e le stelle e loro impararono ad averne anche di più.
The end? Una volta, certo, ma non puoi pretendere di raccontare le cose sempre allo stesso modo.
Quindi, ancora: Essi avevano paura di ciò che non conoscevano. Poi apparvero gli anziani sciamani con le risposte degli astri. Loro si ritrovarono ad averne pure di più, ma mai quando scoprirono che gli sciamani erano mortali, esattamente come loro.
Sigla finale?
In passato, magari sì, ma il pubblico cambia e così fanno le parole magiche.
Perciò, ecco: Essi provavano paura innanzi all’ignoto. Quindi si fecero vivi i vegliardi portavoce della luce assoluta e loro si accorsero di sentirne addirittura di più. Ma mai quanto l’istante in cui i vegliardi furono messi a nudo. Proprio come loro, oramai in preda alla paura, con un disperato bisogno che non fosse affatto della natura originale. Ignota, in una sola parola.
Dissolvenza e titoli di coda?
Nel secolo scorso, può essere, ma poi è arrivata la tv, quindi il pc, internet e di parole magiche ne sono apparse a centinaia.
Eccoci, difatti: Essi tremavano di paura di fronte all’universo sconosciuto. Un giorno giunsero i canuti decifratori dell’orizzonte e la loro paura crebbe ulteriormente. Sebbene mai quanto il giorno in cui i presunti salvatori risultarono fallaci. Esattamente come tutti, prigionieri della paura e con l’estrema necessità che avesse forma tutt’altro che inafferrabile, per poterla respingere e maltrattare, discriminare e torturare, sacrificare e, al meglio, uccidere.
Finito?
Sì, tranne la paura...


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4.11.16

Storie di immigrati: Portiera del Gambia e della nazionale del mare

Storie e Notizie N. 1404

Fatim Jawara, la giovane “portiera” della squadra nazionale di calcio femminile del Gambia, che lo scorso 27 ottobre è annegata nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l'Italia, aveva confidato alla sua famiglia di voler “seguire il suo destino” e giocare per un grande club europeo "a qualunque costo".

Gli spalti sono pieni, stasera.
Lo sono sempre, innanzi alle partite che contano.
Ma oggi si tratta di una meravigliosa eccezione.

Perché solitamente ciascuno di noi conta meno del meno.
Ciò malgrado, siamo qui, in tanti.
Ora.
Perché gli spettatori son fatti della stessa volatile sostanza dei giocatori.
Trascurabili per i più.
E tutto quel che c’è, per chi non ha mai avuto altro.
Adesso, però, basta con le ole, ovvero, onde.
Che siano di carne viva, piuttosto che di insensibili oceani, che il tempo si fermi.
Ascoltate e ammirate, la formazione che scende in mare.
Con il numero uno, lei.
La portiera.
Fatim dalle mani ambiziose e al contempo generose.
A proteggere la sola porta che ci unisce.
Quella della casa rimasta indietro.
Giammai quella che non abbiamo mai trovato.
La ragazza dalla cieca determinazione e i fatali desideri.
Andate pure avanti, o amiche della difesa.
Scansatevi senza timore, signore del centrocampo.
E voi, prodi cercatrici di gol, rimanete pure fuori dal gioco.
Perché con lei ogni occasione verrà colta.
D'altra parte, la rete è grande ma le trame così strette che fai bene a rispettare l'avversario.
Sì, è vero.
L’indomabile atleta, con la sola sfortuna di aver sbagliato campo, non si lascerà sfuggire più alcunché.
Perché stasera Fatim para per noi, per noi tutti.
Nessuna vita oltrepasserà la linea invano.
Ogni speranza, financo di un solo giorno in più lontano da fiamme e miseria, verrà conservata.
Tutti i sogni mai sognati per colpa di quella maledetta falla nel cuore egoista del mondo, tutto, davvero tutto, verrà afferrato dalle mani di lei.
Fatim.
La portiera del mare.
Stasera si vince, lo sento.
Stasera, anche solo stasera.
Siamo più forti noi.





Vieni ad ascoltarmi a teatro, Elisa e il meraviglioso degli oggetti, domani alle 21 al Teatro Planet, Roma
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