17.7.15

Storie e Notizie di illusioni e speranze

Storie e Notizie N. 1252

Sono un po’ un illuso, ma lo so.
Sono anche uno che spera, ma non pensare in grande.
Mi accontento di poco, davvero.
Prendi quella gente che sbraita e farnetica a Quinto di Treviso come a Casale San Nicola.
Sono creature infinitamente più illuse del sottoscritto e, probabilmente, di speranze non ne hanno più.
E se togli ogni aspettativa sul domani agli umani, riempiendone al contempo la testa di deliranti vaneggiamenti, è comprensibile che poi si convincano di poter arrestare un’onda anomala con un soffio.
Perché questo è il disegno delle loro tristi e folli azioni.
Non parlo del presente, i doni bruciati e l’amaro spettacolo di una disumana intolleranza che nella storia non fa che ripetersi.
Nel passato come nel futuro c’è la risposta: chi lotti per sopravvivere, davvero per sopravvivere, prima o poi avrà sempre la meglio sull’ottuso lungo la via.
Lo so bene, sono un po’ un illuso anch’io, talvolta persuaso che le parole possano in qualche modo cambiare le cose.
In realtà, è perché sono uno che spera, ma niente di eccezionale.
Mi accontento di una sciocchezza, sul serio.
Queste piccole storie gettate lì, tra un delirio e l’altro del mondo che urla.
Per rendere il quadro che vedo quotidianamente più accettabile ai miei affaticati occhi.
Sì, confesso, ho bisogno degli occhiali per leggere già da un po’.
Sono un tantino preoccupato, ora.
Adesso che sto per prendermi una pausa.
Mi accade sempre, tutte le volte.
Ho bisogno di scrivere, di assorbire vita e riempire fogli.
E’ come con le lenti di cui sopra.
Mi aiuta a capire, capirmi.
Vedere, vedermi.
E un attimo dopo avverto l’insopprimibile necessità di condividere.
Non la assecondo del tutto, come facevo da ragazzo, sia ben chiaro.
Mi auguro che nel tempo si sia consolidata l’abitudine di domandarmi se quel che getterò in mare valga il tempo degli altri.
Il tempo, ecco la vera ricchezza.
Alla fine di tutto provo solo compassione per chi si ritrovi anche solo poche ore tra le mani e le butti via.
Le bruci.
Come gli infelici di Quinto di Treviso e Casale San Nicola.
Sono un po’ un illuso, lo so perfettamente.
Ma sono pure uno che spera, ma non figurarti il paradiso.
Mi basta molto poco.
Vedere con i miei occhi anche solo un piccolo frammento dei cambiamenti che ho sempre sognato.
A presto.

Alessandro
 

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16.7.15

Storie di immigrati: perdonateci

Storie e Notizie N. 1251

“Lo capisco, sei estremamente simpatica, ma nei campi profughi palestinesi in Libano ci sono migliaia e migliaia di persone e non siamo in grado di far venire tutti.”
Parole e musica di Angela Merkel ad una ragazzina, rifugiata palestinese, che un attimo prima le confida di non sapere se potrà restare in Germania, insieme al proprio disagio nel vedere i suoi coetanei in grado di vivere la propria vita.
A differenza di lei.
Poi arrivano le lacrime e tutto si blocca…

Perdonateci.
Perdonateci tutti, voi che guardate da lontano.
O da vicino, anche se per noi non fa differenza.
Non è un fatto personale.
Se non riusciamo più a vedere.
Voi, noi, te, io.
Loro, tutte, tutti.
Eppure le parole abbondano ed evadono senza interruzione.
Come non siamo in grado di far venire tutti.
Aiutateli a casa loro.
Io non sono razzista ma.
Ognuno resti al paese suo.
L’Italia agli italiani, la Germania ai tedeschi e la Francia ai francesi.
L’Europa agli europei.
E l’Africa agli africani…
Be, questa magari la togliamo, altrimenti non avreste mai avuto alcun motivo per esistere nei nostri deliranti incubi ad occhi aperti.
Perdonateci, è che parliamo e scriviamo come pensiamo.
Con il cuore bendato e la pancia stritolata.
Da tempo immemore non siamo più abituati.
A noi, voi, io, te.
Essi, tutti, tutte.
E ogni possibile coniugazione dell’umano esistere.
E’ un inganno, è vero.
Volgari parole e miscugli di quest’ultime viaggiano copiosamente in maniera equanime, dalle autorevoli pagine e le prestigiose labbra al meno nobile vomitatore sulla via, ma prima o poi dovrete imparare che sono illusorie quanto inerti note.
Come la suoneria del cellulare e il cigolio della porta, lo sfrigolio della caffettiera sui fornelli e il calpestio di tacchi importanti, perfino il respiro affannato e il fragore di una risata.
Sembra roba umana, ma non è affatto detto che ce ne sia ancora, da qualche parte.
Di roba umana.
Ecco perché laddove ci troviamo innanzi ad un viso bagnato dal pianto, gli occhi umidi di vero dolore e la voce spezzata dalla medesima sofferenza, l’orrida ruota panoramica si arresta.
Vi chiediamo perdono.
Abbiamo sempre parlato tanto di voi.
Ma la realtà è che non abbiamo la più pallida idea di cosa voglia dire.
Essere voi...

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15.7.15

Uccidere gli orsi in Trentino: quando i troppi siamo noi

Storie e Notizie N. 1250

"Gli orsi sono troppi e vanno catturati o uccisi."
Questa è la soluzione del governo del Trentino per risolvere il problema.
Tutto secondo copione…

C’era una volta il troppo.
Il troppo stroppia, oppure, quando è troppo è troppo.
Dev’esserci scritto qualcosa del genere, nel manuale di istruzioni dell’umano moderno.
Quello che non c’è scritto, però, è cosa farne del troppo.
Nessuno pare abbia insegnato alla nostra generazione come affrontare il di più.
Se non altro, a quella ristretta cerchia che ha l’onore, il privilegio e la responsabilità, piuttosto che il vanto, la presunzione e la boria di decidere per i molti.
No, perché giusto per inciso, non andrebbe mai dimenticato che per la stragrande maggioranza del mondo il di più è qualcosa di irreale.
Una sorta di miraggio, da sognare nelle rare notti serene.
Per poi ritrovarlo tra i desideri dei più arditi, quelli con l’assurda pretesa di partire alla sua ricerca.
Il di più.
Noi altri, invece, abbiamo risposte semplici e stringate.
Sulle quali rischi solo insulti e isolamento, qualora ti azzardassi a metterle in discussione.
Dalle nostre parti il troppo va imprigionato e, al peggio, ucciso.
O al meglio, dipende sempre dai punti di vista.
Dalle nostre parti il di più va bruciato e sepolto sotto il tappeto.
Di terra o memoria, non fa differenza, basta che si renda invisibile all’occhio che corre.
Dalle nostre parti il troppo va respinto o al peggio perisce per solitudine.
O al meglio, dipende sempre da chi sia quello che muore.
Dalle nostre parti il troppo si lascia andare a male.
Poi la natura farà il suo corso.
Leggi pure come la diabolica capacità di trasformare il putrido in oro.
Abilità della quale siamo diventati esperti un po’ tutti.
Poi arriva qualcuno che in oro ha trasformato i propri sogni.
In oro…
Anche solo mirra, o incenso.
Va bene tutto, guarda.
Basta che non siano più solo sogni.
Dalle nostre parti questo è troppo.
Come un orso che non fa altro che cercare quello che manca alla maggior parte dell’umanità.
Cibo e acqua.
Vita, sopravvivenza.
Ecco perché quando sono troppi non sappiamo far altro che volerli morti.
Lo facciamo con i nostri simili.
Figuriamoci con gli orsi…

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10.7.15

Il bambino che studia alla luce del lampione: le tre regole del lieto fine

Storie e Notizie N. 1249

La foto scattata da uno studente di medicina, Joyce Torrefranca, raffigurante Daniel Cabrera, un bambino di 9 anni che nelle Filippine fa i compiti sotto un lampione, ha fatto il giro della rete e ora, grazie a donazioni arrivate da ogni parte del mondo, avrà studi garantiti, compresa una borsa di studio all’università.

Ce ne vogliono tre.
Tutte e tre devono esserci, altrimenti la magia non funziona.
E il miracolo rimane tale.
Come dire, ci vorrebbe un miracolo, quelle frasi che mormori più per rassegnazione che speranza.
Sono tutte fondamentali, a cominciare dalla prima.
Ci vuole qualcuno che porti la luce.
Anzi, anche solo una luce.
Pure piccola, non conta la grandezza.
Ci accontentiamo di quel che arrivi, dicono laggiù, che non è mai così lontano come sembri.
Come un lampione sulla via.
La seconda è altrettanto essenziale.
Ci vuole qualcuno che di quella luce ne approfitti.
Con coraggio e dedizione.
Sognando di riprodurre la luminosità dell’alba con un fiammifero.
E stare lì, resistere lì.
Finché non farà buio.
La terza, non me ne vogliano le prime due, è la più decisiva.
Ci vuole qualcuno che la storia la racconti.
Al maggior numero di persone possibile.
Perché da qualche parte c’è sempre colui che vedrà.
La bellezza che hai visto tu…

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9.7.15

Riscaldamento globale riassunto: erano così

Storie e Notizie N. 1248

E’ che siamo noi che siamo così.
Siamo quelli degli effetti, mai delle cause.
Siamo sul pezzo, senza mai chiederci non dico chi l’abbia scritto, ma almeno perché.
Fa caldo e diamo la colpa al caldo, per iniziare.
Così, per scaldarci, se mi lasciate passare il triviale gioco di parole.
Ma poi ci si guarda in giro e il primo capro espiatorio a portata di invettiva diviene il solo e unico responsabile.
Fa freddo e l’illusione di aver terminato il compito è servita a tavola allo stesso modo, seppur capovolta.
Siamo così, ammettiamolo.
Siamo quelli che si affannano a salire il prima possibile sul carro dell’urlatore.
Perché una volta era il vincitore, ora la vittoria è tutta nell’abbaglio di chi alzi di più la voce.
Allora c’è lo straniero, come fai a non vederlo?
No, mica accanto a te, quel che osservi ad occhio nudo è passato di moda.
Un tempo era vero ciò che veniva detto alla tv, preferibilmente dai mezzi busti nobili e dai salotti altrettanto eleganti delle reti nazionali.
Ora la patente di realtà la diamo ad una manciata di “mi piace” comprati nel web e altrettante visite fasulle.
E via a condividere la verità, finché non venga smentita.
Possibilmente da voce corroborata da non meno like e iscritti.
Ma perché ci sia lo straniero, non sia mai che attraversi la scrivania dell’ormai abbandonato ufficio della nostra indaffarata cervice.
Quello dove ci si dovrebbe fare delle domande.
E’ che siamo così, inutile negarlo.
Siamo quelli che non hanno tempo di approfondire alcunché.
Ma ne parliamo, sai?
Di frasi ad effetto e immagini ironiche ne scambiamo a iosa.
E se in tanti lo fanno, come possiamo rimanere fuori dalla festa?
Come quella dei profili arcobaleno.
Non sia mai che qualcuno pensi che noi si pensi.
Magari rischiando di chiederci cosa ci sia dietro cotanta diffusione di omogeneità.
Spinti da stantii motti del secolo che fu.
Come quello che sostiene che se tenti di cambiare il mondo il mondo si opporrà a te.
E nel caso non si stia opponendo affatto, tutt’altro, cos’è che davvero stai facendo per il mondo?
Noi siamo così, dai.
Siamo quelli che parlano di tutto.
Tutto quello che ci vomitano addosso quelli lassù.
Che mai parleranno di noi.
Ma non è un problema.
Perché ci va bene così.
Ci è andata bene finora.
E così andrà.
Finche qualcuno dirà.
Non siamo.
Erano così...

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8.7.15

Storie di immigrati: dove c’è luce

Storie e Notizie N. 1247

Un uomo è morto mentre viaggiava a bordo di una navetta merci nel tentativo di arrivare in Gran Bretagna attraverso il tunnel della Manica.

Molti tra noi non ci saranno.
Pochi tra noi l’hanno già letta.
E forse meno l’hanno raccontata.
La storia del migrante nel tunnel. 
Uno per tutti.
E tutti per noi.
Come i moschettieri della sopravvivenza, che con una spada di cartone per difendersi dal freddo e dall’indifferenza dei simili, si lanciano nel vuoto con indomabile coraggio per salvare la sola regina degna di questo nome e i suoi inestimabili gioielli.
Leggi pure come una compagna e un numero imprecisato di figli.
Rimasti indietro, da qualche parte.
Il buio è impenetrabile, per occhi avidi e speranze non meno assetate.
La stanchezza ha un peso indecifrabile.
E le possibilità di un esito favorevole sono illeggibili, per quanto scarse.
Ma non è forse questo l’eroe a cui spetti la migliore attenzione?
Non è forse per gente così che ci si dovrebbe alzare in piedi?
E non è questo il caso di sforzarsi di arrivare alla fine?
Della storia, già.
Perché questo racconto ha una fine e coincide con la morte.
Del tunnel.
Non del protagonista.
Altrimenti, perché dovresti aspettare il sequel?
Se poi tirano fuori un altro e lo piazzano sui manifesti non è la stessa cosa, dai.
Come raccontare di un disgraziato che muoia nascosto dentro un camion solo per raggiungere una terra che, molto probabilmente, si dimostrerà perfino più inospitale del camion stesso e pretendere di convincerci che sia un biondino con gli occhi azzurri, con le sopracciglia ad ali di gabbiano e una t-shirt all’ultima moda.
No, qui non si faranno errori così grossolani.
Stavolta staremo attenti.
Il migrante entra nel tunnel senza battere ciglio.
Gli basta pensare, anche solo per una frazione di secondo, per chi sta rischiando tutto.
Coloro che sono rimasti indietro, è vero.
Ma la loro serenità è scritta lì davanti, come un tatuaggio di nuvole indelebili su un cielo finalmente giusto.
Per tutti.
L’uomo attraversa il tunnel.
Sprezzante del periglio e sicuro della vittoria.
Così arriva alla fine.
In tanti tra noi non ci saranno.
Davvero pochi di noi l’hanno già visto.
E forse in molti meno l’hanno narrato.
Il giorno in cui il migrante uscirà dal buio.
E arriverà lì.
Dove c’è luce…

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4.7.15

Articolo su The National Storytelling Magazine

Chiedo scusa per la breve parentesi di autoreferenzialità, ma sono molto contento per la pubblicazione di un mio articolo su The National Storytelling Network's Magazine, The Writer and the Storyteller (Lo scrittore e il narratore), qui il testo (in Inglese):


Dedicato a Enrique Páez e Beatriz Montero.

 

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3.7.15

La bimba senza nome è morta: di misteri e dignità

Storie e Notizie N. 1246

E’ sulle prime pagine nazionali e non il mistero della bambina rinvenuta già deceduta negli Stati Uniti che non è stata ancora identificata.
E’ una bella bimba che merita dignità”, pare abbia dichiarato il procuratore della contea di Suffolk, Daniel Conley, diffondendo la foto della piccola trovata morta a quattro anni.
Perché senza nome…

C’erano una volta i senza nome.
Restringiamo, altrimenti non basterebbe un raccontino di una paginetta.
Limitiamoci ai bambini.
Che poi la cosa sarebbe altrettanto lunga.
Ma i protagonisti sono piccoli, ancora indenni alle vane complicanze umane e, magari, si accontenteranno di codesta stringata ma sentita ospitalità.
Sono tanti, basta alzare gli occhi.
Sulle foto strappa lacrime delle ONG in cerca di solidarietà.
E nei video impegnati delle star in vena di generosità.
Sono lì, davanti alle chiese e i negozi affollati, nel bel mezzo delle piazze che contano e lungo le passerelle tra un sedile e l’altro della vita metropolitana.
Molti sono dei ladri, borbottano taluni, di denaro e tenerezze fasulle.
Ma pur sempre anime vergini.
Ma pur sempre vittime.
Del mondo intero, aspetta a voltarti, nessuno si senta escluso.
I bambini senza nome.
Che magari ce l’avranno pure, ma chi può affermare di conoscerlo?
Sono ancora lì, dietro di noi, che siamo già sulla casella successiva del gran gioco.
Erano, quindi.
Erano i figli degli altri, rigorosamente tali.
Dei genitori che abbiamo ritenuto meno degni di rispetto e amore, sì, esageriamo.
Perché personaggi sbagliati nella storia errata e perché comprimari fastidiosi nella scena perfetta.
Dove tutto dev’esser chiaro.
Bianco e biondo.
Netto.
Vade retro frutto maledetto di padri e madri devianti dal racconto facile.
Ah, il racconto facile, quanto ci piace.
Le parole semplici, il bene da una parte e il male dall’altra.
E noi a guardare, sedati dall’illusione di esser solo spettatori.
Quindi salvi da ogni esito possibile.
Poi arriva qualcuno dal nulla e ci trascina dentro, anzi, non ha neppure bisogno di farlo.
Si limita a sussurrarci a pochi centimetri.
Io sono qui.
Accanto a te.
Quindi vuol dire che ci sei anche tu.
Qui.
I bambini senza nome.
Che non conoscono il nostro.
E non gli interessa.
Quando chiedono la nostra attenzione…

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2.7.15

Storie di guerra: Nicholas Winton cosa insegna oggi

Storie e Notizie N.1245

C’era una volta la storia di Nicholas Winton.
C’era una volta lo Schindler britannico.
E c’era una volta l’uomo che tra il 1938 e il 1939, nell’allora Cecoslovacchia, salvò 699 bambini ebrei dai campi di concentramento.
Come una sorta di meravigliose lettere intrise di futuro ebbe l’idea di spedirli via treno in Gran Bretagna presso famiglie da lui stesso individuate.
Nicholas è morto ieri, il primo di luglio, ma il suo straordinario gesto di eroismo fu scoperto solo nel 1988, allorché sua moglie Greta trovò le prove del medesimo in un vecchio album di foto.
E la morale della storia è…
Che i veri eroi non si vantano delle proprie imprese?
Forse, anzi, sì, è probabile.
Ma c’è anche altro, il racconto è ricco e complesso e il protagonista lo è altrettanto.
Che pure per questa ragione è importante lo studio della storia passata, poiché puoi sempre portare alla luce esempi lodevoli per umanità e spirito di fratellanza?
Sicuro, è indubbio, non sappiamo ancora tutto.
Tuttavia, sarebbe riduttivo fermarsi a ciò, la vicenda richiede ulteriore approfondimento.
Che perfino in una parentesi incredibilmente orribile della storia come la seconda guerra mondiale ci sono state pagine di vita vissuta che illuminano il cammino dell’uomo?
Sì, è proprio così, è sempre bene rammentarlo.
Nondimeno, se non insistessimo nell’individuare altre vie non renderemmo merito tanto all’eroismo quanto all’eroe.
Che ciascuno di noi può compiere atti eroici, visto che non sono indispensabili super poteri e neanche miliardi di euro in banca?
Eccome se sì, verissimo e condivisibile, soprattutto tra i giovani.
Malgrado ciò, potremmo trascurare qualcosa di prezioso se la chiudessimo qui.
Che nessuno può salvare il mondo da solo, visto che il nostro non avrebbe potuto riuscire nel suo nobile sforzo senza l’aiuto delle famiglie che in patria accolsero i bimbi?
Naturale, va detto, va proprio detto.
Ciò nonostante, saremmo frettolosi se a questo punto decidessimo di mettere la parola fine.
Magari, il problema è proprio dietro questo impellente bisogno che abbiamo di vederla impressa sullo schermo come sulla pagina, l’ultima.
La fine, the end.
Proviamo ad ignorarla e vediamo cosa accade.
C’era una volta Nicholas Winton.
C’era una volta lo Schindler britannico.
E c’era una volta colui che, senza mai vantarsene, tra il ‘38 e il ‘39 salvò quasi 700 bimbi ebrei dai lager nazisti.
Ma se la storia non è ancora finita…
Eccola l’altra fondamentale morale, quella mancante.
Che da qualche parte, là fuori, vi sono altri Schindler che nel silenzio del mondo salvano centinaia di vite, giovani o meno, da morte sicura.
Eroi di cui non sappiamo assolutamente nulla.
E chiunque tra noi potrebbe fare la differenza.
Oggi, ora.
Esattamente come le famiglie che adottarono i bambini di Nicholas…

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1.7.15

Stupro a Roma: se fossimo in un paese razzista

Storie e Notizie N. 1244

E' stato arrestato il presunto colpevole degli abusi sulla sedicenne di Roma.
Si tratta di un trentunenne della provincia di Cosenza, militare del ministero della Difesa, Arsenale della Marina.

Se fossimo in un paese razzista.

Se fossimo in un paese razzista, nella mente di molti dovrebbe risuonare l’equazione: i calabresi sono tutti stupratori.
Soprattutto quelli della provincia di Cosenza.
E automaticamente, nella stessa superficiale cervice, dovrebbe scattare l’identica associazione nel momento in cui un tizio a caso si presentasse affermando sulla pubblica piazza: mi chiamo Pasquale, un nome ipotetico, e sono calabrese.
Di dove? Chiederebbero i cittadini dal cranio molle.
Della provincia di Cosenza, potrebbe rispondere il malcapitato.
E via la suspense, gli sguardi diffidenti, le condanne sommarie e l’isolamento del potenziale bruto.
Con tutta la gratuita sofferenza per il nostro.

Se fossimo in un paese razzista, altrettanto potente dovrebbe echeggiare la seguente conclusione: i militari sono tutti dei violentatori.
Soprattutto quelli del ministero della difesa, Arsenale della marina.
E di conseguenza, nella medesima malleabile testa, dovrebbe palesarsi uguale considerazione, allorché una persona qualunque dichiarasse sotto gli occhi dei presenti: mi chiamo Francesco, un altro nome fittizio, e sono un militare.
Di quale arma? Domanderebbero gli umani dall’intelletto friabile.
Marina, potrebbe rispondere l'altro.
E via la tensione, i borbottii sospettosi, le accuse silenti e l’allontanamento del sicuro criminale.
Con tutto l’ingiusto patimento per l’innocente.

Se fossimo in un paese razzista, come una sorta di effetto inevitabile della suddetta causa dovrebbe diffondersi tale ragionamento: tutti coloro della medesima nazionalità o mestiere del presunto aggressore sono inclini ad abusare delle donne.
No, mi correggo.
Che sbadato.
Così sarebbe se fossimo in un paese coerente.
In un paese razzista ciò accade solo con determinate nazionalità.
Religioni.
E carnagioni

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Sullo stesso argomento: Titoli giornali razzisti 2015
 

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