30.1.15

Discorso del nuovo presidente della repubblica in una parola

Storie e Notizie N. 1185 

Avrei potuto giocare.
Ad esempio con il generatore automatico di discorsi di insediamento presidenziali.
Un gioco da ragazzi.
Roba da bambini, se mi lasciate passare la banale nota auto referenziale.
Già, auto referenziale.
Aggettivo quanto mai idoneo, trattandosi di nostrana gestione della cosa pubblica.
Sarò il presidente di tutti, avrebbe potuto essere la più gettonata delle frasi eruttate dal suddetto generatore.
Con profonda e sincera emozione, eccetera, l’incipit.
C’è bisogno di fiducia e speranza nel paese, il prevedibile auspicio.
Non c’è più spazio per le divisioni e le polemiche, l’inevitabile ammonimento.
La nostra è una grande nazione, ricca di storia e cultura, l’ennesimo ritornello.
Le sfide che ci attendono sono difficili, la scontata previsione.
Il lavoro per i giovani e la cura degli anziani, i soliti richiami.
E così via.
Senza sorpresa.
E’ sufficiente leggere il libro all’inverso e ricordare.
Un potere che non creda che i futuri che gli scorrono accanto possano davvero condurre al mare, difficilmente troverà voce.
Per narrare storie.
Che devono essere ancora vissute.
Nondimeno, a coloro che si struggono tra le pieghe di una terra quotidianamente maltrattata dall’abitudine al peggio, non servirebbe tutta questa musica.
Con cui riempire le orecchie.
Il minimo sarebbe tutto.
Senza pretendere nulla, il minimo saprebbe di miracolo.
Un presidente, anzi, meglio una presidente che si mostrasse al popolo con una sola parola in mente.
Silenzio.
Scusateci di tutto è la didascalia, ma quella non conta.
Silenzio.
Ricominciamo da qui, dal silenzio.
Perché solo sulla pagina vuota.
Puoi scrivere.
Qualcosa di nuovo.

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29.1.15

Bambino di 8 anni apologia di terrorismo: io sto con i mostri

Storie e Notizie N. 1184 

Ne capitano, quante ne capitano di questi tempi.
Oltralpe.
Leggo che a Nizza un bambino figlio di genitori musulmani è stato denunciato e interrogato dalla polizia per il reato di apologia di terrorismo.
Pare che si sia rifiutato di pronunciare in coro con i compagni l’ormai arcinota frase Je suis Charlie, per poi dichiarare in classe di ‘stare dalla parte dei terroristi’.
Nonostante il rammarico dei genitori, la scuola lo ha querelato.
Violando un sacrosanto diritto dei bambini…

Otto anni.
A otto anni io posso.
A otto anni io posso non essere Spiderman.
Perché non mi piacciono i ragni e le ragnatele.
O anche solo perché mi ci sono svegliato, così.

A otto anni posso accusare i Fantastici Quattro di essere dei vili.
Perché è facile fare gli sbruffoni.
In Quattro.
Vale lo stesso per gli Avengers, i vendicatori.
Che poi, vendicatori di cosa?
Bisognerebbe prima capire bene chi ha cominciato.
La guerra.

A otto anni posso sentirmi inadatto per una scuola di magia dove abbiano già deciso tutto. Poi arriva un cappello e un attimo dopo sei Grifondoro, Serpeverde, o peggio, perché gli altri contano sempre di meno.
E se io volessi una sala comune che non c’è?
E se perso nei corridoi m’imbattessi nell’innominabile Voldemort?
Sai?
Ci sono in molti, tra noi, rimasti fuori dalla classe perché non esiste un banco abbastanza in fondo, che sono venuti al mondo sapendo che tu sai chi era l’unica cosa che avrebbero avuto dalla vita.
Soprattutto perché tra i nomi impronunciabili ci sono anche i nostri.
Letteralmente.

Ad otto anni non vorresti fare paura.
Quando hai otto anni, tutto vorresti, tranne che far paura.
Se avessi otto anni, solo l’occhio che guarda potrebbe disegnarmela indosso.
La paura.
E allora passano i giorni, i mesi e gli anni e inizi ad affezionarti.
Il confine si fa labile.
I contorni rarefatti.
E dentro lo specchio delle vostre brame scopri il vero volto della regina cattiva.
Biancaneve.
E Grimilde.
Finiscono per essere la stessa persona per chi le favole le ha solo lette.
Mai vissute.

Otto anni.
Ad otto anni, io posso.
Se avessi ancora otto anni, io potrei stare quanto voglio dalla parte dei mostri.
Soprattutto se il più delle volte è lì che mi hai immaginato.
Sei tu che mi guardi dall’alto che non puoi.
Sei tu, lassù, che devi impegnarti e molto per capire chi sono i mostri.
Quanti sono.
E dove sono…

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28.1.15

Storie di donne segregate: immagina che…

Storie e Notizie N. 1183

La donna di 55 anni trovata in casa imprigionata e denutrita sino a pesare poco sopra i venti chili è morta oggi all’ospedale di Pavia.
Il compagno, accusato di sequestro e abbandono di incapace, è stato arrestato.
La notizia si dissolverà in fretta, vedrete.
Soprattutto perché – causa trend del momento – non c’è traccia di religioni cattive e origini esotiche nei protagonisti.
Tuttavia, le storie, più che mai quelle piccole, non capiscono la parola discriminazione.
Raccontano quel che trovano…

Immagina.
Immagina che.
Immagina che quella donna sia qualcos’altro.
Che i resti di lei, proprio a causa di un quanto mai evitabile sacrificio, siano metafora di qualcos’altro.
Incapace di dare un senso all’ignobile narrazione.
Ma che lasci comunque qualcosa.
Per gli occhi che volessero davvero guardare.
E per le orecchie che trovassero sul serio il tempo per ascoltare.

Immagina.
Immagina che.
Immagina che tutti i chili strappati, le cellule divorate, i brandelli di bramosie e aspirazioni deluse non siano andati troppo lontano.
Guarda con me, ora.
E ascolta, adesso.
Osserva il corpo esanime sul materasso e senti il respiro impercettibile, vedi il trionfo dell’incuria e odi l’eco di un oblio inciso nel ricordo.
Ecco ciò che giace sul letto.
Solo un ricordo.
Nondimeno, attingiamo insieme al rispetto dovuto per tutta la storia, poiché è un errore imperdonabile giudicare un racconto da poche righe.
Figuriamoci una vita intera.
Leva lo sguardo, allora.
E presta maggiore orecchio.
Concentra i sensi oltre i confini dell’immagine amara.
Li vedi?
Sono ancora tutti lì, i resti trafugati.
L’esistenza sottratta per odio o semplice indifferenza, il che è anche peggio, è ancora qua, nella stanza.
Perché possiamo prendere in ostaggio quanta vita vogliamo e dannarci allo stremo, tutti insieme, nel seppellirla nel punto più profondo della terra.
Qualcosa sembra scomparire, in effetti, ma è solo un’illusione.
Ci convince di aver vinto, di avercela fatta ad andare avanti nonostante tutto.
Nondimeno, i chili depredati, le carni annientate e i pensieri scolpiti su fragili orizzonti che mai giungeranno sono ancora qui.
Dentro di noi.
In realtà, essi siamo noi.

Immagina.
Immagina che.
Immagina, ora, che quella donna sia metafora di qualcos’altro.
Scegli tu cosa.
Basta che le ridiamo quel che le abbiamo tolto.

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23.1.15

Storie sull'ambiente: La fine del mondo Apocalisse tra 3 minuti video

Storie e Notizie N. 1182 

Pare che gli ultimi rilevamenti, soprattutto a causa dei cambiamenti climatici e il pericolo dovuto alle armi nucleari, abbiano spostato in avanti di due minuti le lancette del doomsday clock (orologio dell’apocalisse).
Secondo gli scienziati siamo a tre minuti dalla mezzanotte…

Tre minuti.
Tre minuti alla fine.
No, dico, tre minuti…
Che perdo tempo qui, a scrivere?
Via, di corsa, forse siamo ancora in… tempo.
Forse sono ancora in tempo.
Inquiniamo troppo e non ce ne frega niente, questo è il problema.
Spengo tutto, il pc, stacco il frigo, sì, che mi importa dei surgelati?
Ci si pensa dopo, ci si pensa.
Dopo…
Quale dopo?!
Ora, devo fare qualcosa ora, subito.
Spengo il condizionatore, ecco.
Non ce l’ho, che tonto…
Ad ogni modo, stacco tutta la roba elettrica, così mi pare c’era scritto in quell’opuscolo che mi ha dato la mia amica.
Due minuti.
Cosa? E’ già passato un minuto?
Cavolo, che altro posso fare… ma sì, la differenziata!
Dove cappero stanno quei sacchetti con i cestini relativi… li avevo messi da parte, avevo detto che prima o poi avrei iniziato.
D’altra parte, cominciare a fare la differenziata a due minuti dall’apocalisse che vuoi che differenza faccia?
Che differenza faccia la differenziata!
Buona questa.
Che coglione, rido delle mie battute e i secondi se ne vanno.
Un minuto.
Un minuto, manca un minuto, non devo perdere più tempo.
Che altro posso fare?
Ops, mi scappa… ma proprio adesso?
Dannata vescica fragile!
Ecco… fatto, per fortuna.
Mi lavo le mani e… il sapone!
Guardo gli altri prodotti e mi accorgo che è tutta roba che inquina, caspita.
Lo sapevo, me l’aveva detto quell’amica.
Hai presente? Dai, quelle tipe fissate con l’ecologico.
Trenta secondi.
Scusate, ma questi genialoni non potevano dircelo prima che mancasse così poco?
Ah… ce l’avevano detto?
Dieci secondi.
Cosa posso fare per dare un ultimo senso alla mia vita in dieci secondi?
Nove.
Non può finire così, mentre mi struggo per quello che non ho fatto.
Otto.
Che poi, mica è solo colpa mia, no?
Sette.
Avrei potuto darmi da fare, come quell’amica, e saremmo comunque arrivati a questo.
Sei.
Anzi, potrei essere io stesso quell’amica e non aver ottenuto nulla.
Cinque.
Forse avrei la coscienza apposto, ecco.
Quattro.
Tanto muori lo stesso, bella, che ci fai?
Tre.
Almeno io ho vissuto più rilassato.
Due.
Meno pensieri, più tempo per me.
Uno.
Tempo per me… quale tempo?
BUM.
Fine.



Vieni domani ad ascoltarmi dal vivo allo spettacolo che accompagna il mio ultimo libro, Roba da bambini, Tempesta Editore: Sabato 24 gennaio ore 17, Libreria Koob, Roma.

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22.1.15

Bambino prematuro lasciato morire nel regno dei prima

Storie e Notizie N. 1181 

Leggo che a Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza, una donna incinta e un medico hanno simulato un incidente stradale. Una volta al pronto soccorso, la signora ha sostenuto di essere ferita, causando la morte del bimbo nato prematuro.
Il tutto per riscuotere l’assicurazione e dividere a metà col dottore.
Un’altra vita si unisce al regno dei prima.
E un’altra storia…

Prematuro.
Chiamatemi così, da oggi.
Prematuro in eterno.
Ovvero, giovane per sempre.
Meglio, no?
Gli ovvero sono i migliori, lo dico da tempo.
Ovvero, lo sognavo, perché dalle nostre parti le cose non si dicono.
Non c’è bisogno.
Ovvero, non ce n’è il tempo.
Perché noi altri si vive lì, là dietro, nel regno dei prima.
Dove tutto accade troppo presto.
Sì, diamo la colpa alla fretta.
Si dice sia cattiva consigliera, costei.
Ad esempio, ci porta a stracciarci le vesti con sentito sdegno innanzi alle barbarie dei popoli cosiddetti incivili, per poi associarle ai nostri esotici concittadini.
Poco dopo aver dimenticato le storie come la mia, che ci accadono accanto, magari nell’appartamento del vicino.
Con le quali non puoi farti leone per ruggire contro la disumanità dello zingaro di turno, perché quest'ultimo ci rimanderebbe lo sguardo con perplessità.
Riflesso nello specchio.
Poco dopo.
Già, nel regno del dopo si può tutto.
Tutto è lecito.
Tutto è possibile.
Ecco perché noi si prova invidia.
Per tutto.
Nel regno del prima ci sono i romanzi non ancora terminati, dove c’è ancora spazio per la vittoria.
E ci sono tutti i secondi, nessuno escluso, che condurranno allo spettacolo all’orizzonte.
Il primo bacio e il primo vero abbraccio.
Il primo pianto sincero, senza vergogna.
La prima risata, senza timore che suoni sgraziata.
Perché ridono tutti quelli presenti.
Perfino colui del quale si rida.
Noi del prima avremmo potuto distruggere il mondo o salvarlo.
Noi del prima avremmo potuto anche solo guardarvi.
Un istante banale, di un giorno altrettanto insignificante.
Alla fermata del metrò, sulla banchina opposta.
Magari avreste rimandato lo sguardo, per poi dimenticarci.
Eppure, saremmo stati lì.
In quell’istante, di quel giorno, con voi.
Tuttavia, pensate se per pura casualità, anche solo per errore, non dico per magia, vi avessimo sorriso.
Prima dell’arrivo del treno.
Quel prima sarebbe diventato un dopo.
Che avrebbe cambiato la nostra vita.
E la vostra.

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21.1.15

Papa Francesco e la risposta del coniglio

Storie e Notizie N. 1180 

Sì, ho letto la notizia su di noi.
D’accordo, non so leggere, visto che io sono un coniglio.
Je suis conij, o come si dica in francese.
L’ho saputo, me l’hanno detto, ecco.
E’ stato il mandrillo.
Sempre lì con la testa, quello…
Lui, eh?
Ad ogni modo, non voglio assolutamente mancare di rispetto a nessuno.
Tuttavia, da quando è uscita fuori questa cosa di non fare figli come noi ci stanno tutti con gli occhi addosso.
Mica solo voi, sapete?
L’altra notte, con mia moglie, abbiamo beccato fuori della tana una talpa cieca che vendeva copie pirata di un nostro amplesso.
No, dico, pirata?
Perché, c’è pure l’originale?!
Che poi, tu talpa, gli ho detto, sei pure cieca, neanche lo vedi il filmino!
Certo che sono cieca, mi ha risposto, perché a forza di vederlo e di toccarmi…
Ma che dici? Sei nata così!
Parole al vento ed è questo il problema.
Parole che porta il vento e si diffondono ovunque, ti entrano dentro, ti invadono e alla fine ci vanno di mezzo anche quelli che neanche sapevano che si stesse parlando di loro.
Come noi.
I conigli.
E allora, sapete che c’è?
Per mettere fine a questa ossessione ormai dilagante su come facciamo i figli noi altri, ve lo diciamo noi stessi.
Ebbene sì.
Anche noi si fa all’amore.
In questo, non siamo diversi da voi.
Ovvero, come lo faccio io e, soprattutto, come lo fa la mia coniglietta è roba unica.
Ma sono sicuro che questo lo pensino in tanti.
Perfino la talpa cieca.
Certo, non posso entrare nei dettagli, capirete.
Ma quando la luce se ne va e nella nostra tana inizia a far caldo, il cuore comincia a correre e la fantasia galoppa, oh, fuochi d’artificio in casa, senza scherzi.
Poi, voi saprete come, voi siete quelli che studiano le cose mentre noi ci limitiamo a viverle, talvolta la natura ci da un premio.
Un figlio.
Una figlia.
O più.
Bello, eh?
Ecco perché, quando ho saputo della cosa di cui sopra, mi sono venuti due dubbi.
Primo, perché qualunque creatura della terra, in qualsiasi ora del giorno e della notte, non vorrebbe fare figli come noi?
E, secondo, se l’avete provato almeno una volta nella vita, che vi importa come lo facciamo noi?
Altrimenti, capisco.
Capisco l’insaziabile curiosità...

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16.1.15

Storie di razzismo: voleva accarezzare il cane

Storie e Notizie N. 1179 

Leggo che Ioan Popa, 52 anni, è stato ammazzato di botte da un giovane di 22, milanese. Secondi i carabinieri, nella notte dello scorso 14 ottobre, davanti ad un pub di Cusano Milanino, l’uomo è stato massacrato perché voleva accarezzare il cane del ragazzo, poi coperto dagli amici per nascondere l’omicidio.
Tutto questo e molto altro, malgrado l’enorme mantello di notizie sulla tragedia di Parigi, accade e continua ad accadere nel silenzio generale.
Nel silenzio.
Di chi osserva, ma, malauguratamente per gli ultimi di questo mondo, non ha voce.
Lassù, in alto.
Per irradiare l’etere di contagiosi je suis…

Come il cane.
Io sono il cane, già.
Il cane della carezza mancata.
Quello che ha visto tutto e, a differenza di te, che ti liberi di ogni goccia di sangue rubato con estrema facilità, sento il peso di tutto sulla schiena.
E’ colpa mia.
La faccio mia.
In effetti è così, se non fossi stato lì, l’altro non avrebbe violato il confine.
Per una carezza.
E se c’è gente che muore per tale effimero contatto con altrettanto trascurabile creatura, capisci quanto sia vana l’ossessione per le distanze?
Tra noi?
Sì, sono il cane.
E mi prendo la colpa.
Solo perché ero lì.
E non ho fatto nulla per fermare la morte.
Sono parte di essa, come il frammento di un puzzle.
E’ così, credimi, non ci sono particolari fuori campo e personaggi di contorno, orpelli scenografici trascurabili e dimenticabili colori sullo sfondo.
E’ un assassinio, il quadro.
E laddove il viaggio verso la fine di una vita acceleri all’istante in un vortice di ottusa collera, è come ritrovarsi vittima del risucchio di un putrido pozzo.
Ci trascina tutti con sé.
E allora io sono colpevole.
Io, il cane.
Ma anche te e l’altro.
Quello che guarda, o si limita ad ascoltare.
Quello che non trova il coraggio.
E quello che non sa proprio dove cercarlo.
Quello che colpisce per primo.
E quello che sapeva, oh se sapeva, che prima o poi sarebbe accaduto.
Confessione silente, questa, lo so bene.
I cani vedono, ma non parlano.
Come i muri e le finestre, le nuvole e le foglie, le strade e la pioggia.
Come tutto il mondo mero spettatore.
Ma questo non vuol dire che non sappiamo scrivere.
E’ solo che le nostre parole vanno cercate in basso.
Cadono, perché troppo pesanti.
Eccole, sono ancora tutte lì.
Sulla terra.


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14.1.15

Il terrorismo spiegato ai ragazzi

Storie e Notizie N. 1177 

Spiegato col dizionario Garzanti: metodo di lotta di gruppi e movimenti politici che, negando o
vedendosi negata la possibilità di conseguire i loro fini con mezzi legali, cercano di rovesciare l’assetto politico-sociale esistente con atti di violenza organizzata (attentati, omicidi, sabotaggi ecc.).
Oppure, narrato con una storia…

C’era una volta un pianeta.
Un pianeta piccolo, niente di eccezionale.
Ma c’era tutto.
Acqua, cibo, animali, natura, insomma.
Ahi lui, intendo il pianeta, era abitato anche da quattro esseri umani.
Senza specificare tra uomo o donna, grande o piccolo, bianco, nero, giallo o rosso.
Così nessuno si sente escluso.
E, soprattutto, accusato.
Non vi dirò neppure il nome, per lo stesso motivo.
Per distinguerli, li chiamerò Uno, Due, Tre e Quattro.
Per tacito accordo, questi ultimi si erano suddivisi il pianeta in parti uguali.
Su ogni lato c’era tutto del tutto di cui sopra e ciascuno dei nostri viveva in pace e letizia.
Ecco, guardateli ora, in questo preciso momento, vorrei che ve li ricordiate così, perché su questo pianeta si faceva presto a dimenticare.
Come la RAM, memoria volatile del computer, che ogni volta che spegni, tutto ricomincia da zero.
Solo che la memoria umana non è come quella del pc, non puoi spegnerla.
Questo puoi farlo solo con il cervello.
Tornando ai nostri, la pacchia durò poco, perché un bel giorno – si fa per dire – Uno si svegliò al mattino con dubbi che cambiarono per sempre la storia.
“Perché dovrei accontentarmi solo di un quarto del pianeta? Sono il più intelligente, sarebbe giusto che io avessi almeno la metà.”

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Nello stesso tempo, anche Due aprì gli occhi con la medesima impellente domanda: “Perché ho solo un quarto del pianeta? Sono il più forte, sarebbe giusto che io avessi come minimo due volte tanto.”
Contemporaneamente, mentre faceva colazione, Tre esclamò a voce alta: “Perché mi ritrovo solo un quarto del pianeta? Sono il più bello, sarebbe giusto che mi dessero il doppio.”
Sarebbe giusto.
Che volete farci, la giustizia è come una torta: ognuno se ne prende una fetta, finché non ce n’è più per gli altri.
In poco tempo, i tre iniziarono a discutere, prima con pacatezza e poi con veemenza, arrivando a litigi furiosi.
Così, giunsero le prime minacce.
“Io sono il più intelligente”, strillò Uno, “e se non mi date quel che mi spetta userò la mia arguzia per ottenere il giusto.”
“Io sono il più forte”, replicò Due, “e se non mi date quel che mi spetta userò i miei muscoli per ottenere il giusto.”
“Io sono il più bello”, ribatté Tre ad entrambi, “e se non mi date quel che mi spetta userò il mio fascino per convincere qualcuno a darmi la sua parte.”
“Qualcuno chi?” osservò Uno con tono divertito. “Ormai ce l’hai detto e staremo in guardia.”
“Ben detto”, rimarcò Due.
Qualcuno chi?
In quel preciso istante i contendenti furono attraversati dallo stesso pensiero, che li portò a spostare lo sguardo su Quattro.
Costui si sentì osservato e guardandoli salutò bonariamente.
Lo stesso fecero i tre e ognuno tornò nella propria casa.
Il giorno seguente, Uno si recò da Quattro: “Caro, sono qui per difenderti da Due e Tre.”
“Perché?”
“Perché vogliono derubarti, ma non preoccuparti: userò la mia intelligenza per proteggerti. In cambio, mi darai metà della tua terra. Ti conviene, credo. Meglio metà che niente. Fidati di me, è la cosa più giusta.”
Quattro si fidò subito, senza discutere.
Il giorno seguente, fu Due a presentarsi da Quattro.
“Amico, sono qui per difenderti da Uno e Tre.”
“Da Tre, lo capisco, ma anche da Uno? Proprio ieri si è offerto di difendermi da te e l’altro…”
“E’ il più intelligente, ti ha raggirato. Comunque, non devi preoccuparti, ci sono io, che sono il più forte. Ti proteggerò. In cambio, voglio metà della tua terra, è la cosa più giusta.”
“Capisco, ma io ho già dato una metà a Uno e ora vivo nell’altra…”
“Non c’è problema: puoi restarci, basta che mi paghi l’affitto e siamo d’accordo. Ti conviene, meglio questo che niente, fidati.”
E Quattro si fidò, poco uso a dubitare delle cose.
Il terzo giorno, anche Tre si presentò.
“Caro, sono qui per difenderti da Uno e Due.”
“Sei sicuro? Perché entrambi mi stanno proteggendo da te…”
“Ma che scemenza? Ti stanno ingannando, probabilmente in questo momento stanno ridendo di te. Ad ogni modo, non preoccuparti, ci penso io. Sono il più bello e con il mio fascino li ammalierò, tenendoli a bada. In cambio, è sufficiente che tu mi dia metà della tua terra.”
“Ad avercela…”
“In che senso?”
“Vedi, metà della terra che avevo l’ho data a Uno mentre l’altra ora è di Due, io sono solo in affitto su quest’ultima.”
“Non c’è problema”, fece Tre, “tutto risolto. Tu mi dai quest’ultima parte, che poi con l’affitto di Due me la sbrigo io.”
“E io dove vado a vivere?”
“Semplice: puoi emigrare da me.”
“Emigrare?”
“Certo, vieni da me, c’è lavoro e prospettive per il futuro. Ti conviene, meglio immigrato che niente, fidati.”
Quattro si fidò.
Tuttavia, da quel giorno cominciò ad essere sempre più confuso.
Quindi nervoso.
Depresso, ma anche lunatico.
Passarono i mesi, gli anni, e Quattro divenne ancora più instabile.
Anche perché le cose peggiorarono addirittura.
Come se la storia passata fosse stata cancellata del tutto, l’atteggiamento degli altri divenne paradossale.
Uno esclamò di non gradire che Quattro entrasse nella sua terra, che quelli come lui non erano ben accetti perché non erano persone civili.
Due ripeté lo stesso concetto, aggiungendo che Quattro era troppo diverso da lui e che ognuno avrebbe dovuto restare a casa propria.
E Tre? Costui dichiarò che Quattro era nella sua terra solo per portare violenza e criminalità.
Quindi lo espulse.
Ma dove, visto che anche gli altri gli avevano proibito l’ingresso?
Così, ritrovatosi all’addiaccio, Quattro iniziò a scavare, in cerca di un posto dove stare.
E di calore.
Scavò.
Scavò.
E scavò.
Finché non raggiunse il cuore del pianeta.
Un cuore enorme e pulsante, composto interamente da fuoco vivo.
Quattro guardò le fiamme e sentì nella pancia ribollire una miscela cresciuta nel tempo, alimentata da una intera esistenza.
Rabbia e dolore, occhi intrisi di collera e lacrime, pugni serrati e unghie conficcate nei palmi delle mani.
Senza farsi più alcuna domanda si gettò nel cuore.
Di fuoco.
L’esplosione che seguì fu tremenda.
Facendo tremare il piccolo pianeta.
E per la prima volta il terrore invase la vita degli abitanti del mondo.
Di sopra.

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9.1.15

Tra Je suis Charlie e il silenzio

Storie e Notizie N. 1176 

Giorni faticosi, per scrivere, questi.
Nessuna lamentela, sia ben chiaro, perché i veri drammi sono altri.
C’è gente che soffre, là fuori.
C’è gente che muore, là fuori, prima della Tragedia con la t maiuscola su tutti gli schermi e, ahi loro, anche l’indomani.
Il giorno seguente e quello successivo.
Va così, non mi ripeterò per l’ennesima volta a riscriverlo.
Il silenzio, avevo scelto il silenzio e una parte di me ancora lo ritiene il lato migliore da dove guardare le cose.
Per sentire e capire.
Nondimeno, osservando il disegno che man mano si compone intorno ai fatti, o meglio, alla loro rappresentazione, è cresciuto in questi giorni qualcos’altro.
Il dovere di dire la mia, al di là dei meri bisogni.
Ma, perdonatemi, quello che narrerò è piuttosto un non dire la mia.
Bensì, raccontare la vostra, che come il sottoscritto siete seduti in platea ad assistere al terribile spettacolo.
Ecco, immaginiamoci così, tutti seduti su delle più o meno comode poltrone in un immenso cinema con un colossale schermo che brilla di vita, di morte, e più che mai di parole e immagini.
Noi non siamo lì dentro.
Noi siamo quelli che guardano.
Il rumore si fa forte, il volume è alle stelle e fin dall’inizio in molti non possono fare a meno di unire al frastuono la propria voce.
Ecco, ci provo a capire meglio.
Je suis te, adesso, che scrivi Je suis Charlie.
Io sono Charlie, ci provo, davvero.
Con la matita spezzata o ricomposta, come preferisci.
Vorrei essere te, mi sembri quello dalla parte del giusto.
Io, in quanto te, sono quindi per la libertà di espressione oltre ogni limite.
Un esempio perfetto? Se in questo preciso momento qualcuno si sognasse di fare una vignetta che irridesse i disegnatori morti, non avrei nulla da dire.
Sarebbe un sacrosanto diritto.
E se qualcuno provasse in qualsiasi modo ad aggredire il satiro estremo, mi schiererei con lui.
A fargli da scudo.
Perché io sarei Charlie tutti i giorni, non solo quando lo sono tutti quelli che contano.
Io sarei stato Charlie anche e, soprattutto, quando Charlie era vivo.
Tuttavia, oggi non sono tutti Charlie allo stesso modo.
Più sono grandi le bandiere e più sono coloro che si nascondono dietro di esse.
Ci sono quelli che gridano di esserlo per dire basta al terrorismo islamico.
Che ci ricordano che stiamo vivendo uno scontro di civiltà.
Tra fedi.
Cristiani ed Ebrei da una parte e Musulmani dall’altra.
Inutile ricordare a costoro che un miliardo e mezzo di persone che al mondo pregano Allah è seduto in queste ore accanto a noi, tra le poltrone di cui sopra.
Sono come noi, pubblico testimone di fronte all’inferno che va in scena.
E oggi, come farseli mancare, sono Charlie anche quelli che non perdono l’occasione per trovare appiglio per la loro missione a difesa del suolo nazionale dal migrante invasore.
Colpevole, se non altro, di essere diverso dall’uguale.
Inutile ricordare a costoro che la maggior parte, ma che dico, tutte le persone che in qualche modo sono additabili come estranee sono in queste ore sedute accanto a noi, tra le poltrone di cui sopra.
Sono quasi come noi, pubblico testimone di fronte all’inferno.
Solo molto più a rischio di discriminazione, da oggi.
E io?
Io non so se sia Charlie o meno.
Non ho idea se lo fossi ieri e se lo sarò domani.
Di sicuro, mi dispiace, non sono te, caro je suis Charlie.
Che è qualcosa di differente, spero si capisca.
Chi sono io innanzi alle terribili tragedie del mondo che, sottolineo, accadono ogni secondo della nostra vita, è una domanda che mi pongo da tempo.
Vorrei avere la tua sicurezza nel rispondere, ma non ce l’ho, scusami.
Nel frattempo studio, osservo, leggo e guardo.
E provo a scrivere.

Vieni ad ascoltarmi dal vivo allo spettacolo che accompagna il mio ultimo libro, Roba da bambini, Tempesta Editore: Sabato 24 gennaio ore 17, Libreria Koob, Roma.
 


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