28.6.18

La lingua fantastica

Storie e Notizie N. 1588

In un’epoca in cui la semantica popolare si nutre di paura e menzogne, c’è bisogno di un nuovo linguaggio, capace di alimentare speranze mai sopite del tutto.

“Elisa”, fece l’uomo scorgendo le sfumature tristi negli occhi della figlia. “Cos’hai?”
“Niente.”
“Bene, raccontami del nulla, allora.”
La giovane osservò il genitore matto che la vita le aveva donato, dalla testa squinternata, certo, ma presente. E qualora tale tutt’altro che scontata evenienza sia garantita, si può aver pazienza perfino di fronte a quotidiani discorsi privi di senso.
“Oggi ho fatto scena muta, al tema. Ho consegnato il foglio in bianco.”
“E come mai? Non hai fatto neppure un disegno?”
“Papà… ho sedici anni, sono alle superiori, non alle elementari.”
“Perché, solo alle elementari si possono fare i disegni?”
La ragazza sbuffò annoiata e agguantò meccanicamente il cellulare.

“Qual era la traccia?” insistette il padre, sedendosi sul bordo del letto dove la figlia era rannicchiata.
Tema”, citò testualmente lei, “elencate i principali problemi della società moderna e provate a suggerire delle soluzioni.”
“Caspita, roba facile.”
“Scherzi?”
“Sì. No. Tutte e due, forse.”
Elisa esplorò con la mano il comodino in cerca delle cuffie, ma il babbo non si arrese.
“Ti prego…” fece con voce rotta. “Non cancellarmi.”
“Papà, non ti sto cancellando, voglio solo sentire un po’ di musica…”
“E io vorrei sentire te.”
“Cosa vuoi sapere?”
“Perché hai lasciato il foglio in bianco.”
“Vuoi saperlo davvero?”
“Non hai idea quanto.”
“Okay, d’accordo”, rispose sottolineando la resa posando il telefono sul letto. “La verità è che sono stanca.”
“Di cosa? Di me?”
“No, papà, cosa vai a pensare? Sono stanca dei problemi del mondo, sono stanca delle cattive notizie, che sono le uniche notizie, sono stanca di sentir parlare di odio e cattiverie gratuite, di politici disumani e gente priva di empatia, sono stanca di parole brutte, perché non si legge e sente altro in giro.”
“Tranne che nelle canzoni.”
“Esatto, tranne che nelle canzoni.”
“E le storie.”
“Già, come dici tu, pure le storie.”
Una fondamentale pausa di silenzio occupò il tempo successivo, ma fu una parentesi breve, quanto basta per non far scemare il ritmo della narrazione.
“So come aiutarti”, dichiarò l’uomo con un’espressione agitata, ma nel senso buono del termine. “So come aiutarci.”
“Ci mangiamo del gelato?”
“No, quello dopo, come premio.”
“E cosa facciamo?”
“Inventiamo una lingua, una lingua fantastica.”
“Spiega”, fece Elisa, assecondando l’ennesimo delirio paterno.
“Sai perché le parole che si leggono e si sentono maggiormente in giro sono brutte?”
“Presumo che tu stia per dirmelo.”
“Esatto. Sono brutte perché non servono affatto a definire persone o cose, ma solo a insultarle, degradarle, umiliarle e più che mai isolarle. Dobbiamo trovare delle parole che chiamino persone o cose per ciò che sono davvero.”
“Per esempio?”
“Per esempio, parto dalla prima che mi viene in mente: migranti.”
“Cosa c’è che non va in migranti?”
“Ciò che non va è giustappunto il motivo per il quale viene usata questa parola. In questo modo, ancor prima che esseri umani, sono creature condannate a migrare, a essere sempre in movimento, a non appartenere mai ad alcun luogo, quello da cui provengono e soprattutto dove giungono, perfino dopo anni di permanenza. È solo un imbroglio per nascondere la loro reale natura.”
“E quale sarebbe?”
“Quella che spetta a qualunque viaggiatore. Un giorno partente, un altro arrivante.”
“Quindi, invece che migranti dovremmo chiamarli arrivanti?”
“Solo nell’istante dell’approdo, ma da quando hanno messo piede sulla terraferma non v’è altra definizione veritiera che arrivati. Nuovi arrivati, per la precisione.”
“E dopo?”
“Non più nuovi, perché valeva solo per il primo giorno.”
“E nelle successive settimane?”
Appena arrivati.”
“E dopo qualche mese?”
Da poco arrivati.”
“E dopo qualche anno?”
Arrivati da tempo.”
“E dopo ancora?”
Il padre sorrise, con quella sua bizzarra espressione tra l’allucinato e il soddisfatto.
“Dopo ti dovresti fare una domanda, che spiega la ragione per la quale siamo sommersi da parole brutte, che sono solo false, e del perché abbiamo un disperato bisogno di trovare una nuova, fantastica lingua per rendere merito alle persone e le cose del mondo.”
“Quale domanda?”
“Perché, dopo tutti questi anni, del nuovo arrivato non si conosce né il suo nome di battesimo, tantomeno la sua storia personale, da dove viene e soprattutto il motivo della sua partenza?”
“Perché questo non è importante?”
“Brava, proprio così, ma nella nostra lingua fantastica lo è eccome, anzi, è la sola cosa che conti. D’accordo?”
“D’accordo, papà.”
“Bene, e ora andiamo ad abbuffarci di gelato.”


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27.6.18

La favola di sinistra e destra

Storie e Notizie N. 1587

C’era una volta un paese in conflitto.
Nato da esso, cresciuto nel medesimo e talmente abituatosi allo stesso da ritenerlo soltanto una delle molteplici possibilità di un’armoniosa società.
Nel paese in conflitto vivevano e si contrapponevano, con più o meno consapevole coerenza, due differenti tipologie di creature.
Le persone inclini a utilizzare la mano sinistra come prioritaria soluzione.
E coloro che al contrario preferivano la destra.
Si potrebbe rendere tutto più facile, sintetizzandole in mancini e destrorsi.

Ma questa, malgrado quel che vi raccontino, non è affatto una storia semplice.
A riprova di ciò, all’inizio di quest’ultima era assai più immediato distinguere i due schieramenti.
Banalizzando, mano sinistra voleva dire prediligere la via pacifica alla risposta bellicosa, la soluzione diplomatica a quella armata, schierarsi senza indugio dalla parte dei più deboli, peraltro senza alcuna discriminazione tra essi, combattere le disuguaglianze sociali o meramente umane, mantenere un atteggiamento sempre aperto e flessibile innanzi ai cambiamenti e alle riforme del vivere che in qualche modo dimostrassero di essere coerenti con i reali bisogni, il tutto con il vincolante riferimento e condizione ineludibile nella forma dei membri più svantaggiati della comunità.
A fronte di ciò, la mano destra era riconoscibile per il suo imperativo legame con le tradizioni e le norme, a prescindere dalla loro quotidiana efficacia, con la scelta muscolare e virile rispetto a quella ritenuta troppo morbida e attendista, con le classi più opulente e il potere istituzionale e istituzionalizzato, con la versione morale ancor prima che vivente delle cose, con i tabù e i recinti a dispetto delle libertà e gli affrancamenti, il tutto con il vincolante riferimento e condizione ineludibile nella forma dei membri più individualisti della comunità.
Tuttavia, soprattutto a causa di un clamoroso trucco da volgare quanto astuto imbonitore, il paese in conflitto si ritrovò vittima di un sorprendente abbaglio.
Malgrado la mano mancina fosse stata protagonista indiscussa dell’indispensabile prologo alla nuova, comune narrazione, al netto di una destra parte recitante quale primo ostacolo al democratico vagito, le fondamentali premesse vennero confuse, rese illeggibili e vergognosamente depennate perfino dalle preziose note a margine.
Al punto da ritenere addirittura plausibile affermare di non trovar differenza tra le due quanto mai antitetiche mani.
Inutile dire quale tra esse poté approfittare maggiormente dell’inganno, e se mal comune val mezzo gaudio, colpevolezza condivisa si traduce spesso in assoluzione per tutti.
Ciò malgrado, quel che nel tempo significò per l’una rinnovata arroganza e rivalutazione di vergognosi errori, ancor prima che principi, per l’altra comportò insicurezza e confusione, sfiducia e perdita di autorevolezza.
Perché questo è sovente ciò che accade a chi lasci cancellare una verità irrinunciabile da un oblio programmato a tavolino.
Ovvero, quella di esser nati, allevati e assuefatti a un paese in conflitto.
Le conseguenze furono di natura grottesca.
Con il passare degli anni, le persone che preferivano la mano destra si dedicarono a dar sfoggio di quest’ultima con crescente sfrontatezza, palesando col tempo un’assenza di scrupoli totale, degna di colui che sa di poterla fare franca malgrado qualsiasi sentenza venga emessa dalla Storia pregressa.
Frattanto, lo smarrimento di coloro che erano usi a favorire la mano sinistra raggiunse livelli inaspettati e le file cominciarono a dividersi pericolosamente.
Ci fu chi prese a nascondere l’arto mancino perennemente in tasca e chi si esercitava a tenerlo dietro le spalle, come se non esistesse, come se fosse qualcosa di qui vergognarsi.
Ci furono anche coloro che arrivarono a tagliarlo di netto, rinunciando al più importante tra i gradi di libertà e movimento.
Quello del pensiero e della memoria dei propri valori.
Ci fu altresì chi, da un giorno all’altro, si alzò dal letto e come se fosse nato esattamente in quel momento, prese a prediligere la mano un tempo nemica.
Ma le scelte più paradossali furono quelle di chi continuò a ventilare la mano sinistra come la scelta prioritaria, ma nei fatti utilizzandola per ogni azione degna di quella avversa.
Fu il tallone d’Achille, ovvero la mano, più indifesa innanzi all’avanzare dei signori di quella destra.
Perché da che mondo è mondo, ciò che sa far meglio per natura qualcosa non potrà mai esser eguagliato da chi decida di apprenderlo da un istante all’altro.
C’era una volta, quindi, un paese in conflitto.
Costruito su uno scontro che non ha mai scritto la parola fine sullo schermo.
Dove chi aveva il ruolo meritevole ha perduto se stesso e chi quello infamante ne ha approfittato.
C’era una volta un paese diviso.
Tra persone che con la loro mano destra, proprio in questo preciso momento, stanno strangolando il presente e il futuro di tutti, e coloro che devono ricordare e capire che nonostante lo insegnassero perfino a scuola.
Scegliere la mano sinistra non è peccato, non si va all’inferno, proprio no.
E con essa, in alcune storie e taluni paesi, come è già accaduto in passato.
Si può salvare il mondo...


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22.6.18

Processo di Norimberga del terzo millennio

Storie e Notizie N. 1586

La storia si può ripetere, così come i suoi errori e le sue condanne. Il testo che segue è (assai poco) liberamente ispirato al discorso conclusivo del Processo di Norimberga, avvenuto dal 20 novembre 1945 al 1º ottobre 1946, da parte del procuratore Robert Jackson.
Perché gli immigrati sono ogni giorno di più gli Ebrei di oggi, e quando finalmente lo capiremo sarà forse troppo tardi…


È impossibile, in questa conclusione, fare di più che evidenziare quantità incancellabili di punti vitali del tetro e avvilente dato di questo processo.
Testimonianze di atrocità su vasta scala, di tale crudeltà e disumanità, storie di deportazioni di massa, di popoli ridotti in schiavitù e di annientamento delle minoranze.
Eventi che passeranno alla storia come il lato oscuro di questo ventunesimo secolo.

La vergogna, la depravazione, il terrore erano all'ordine del giorno.
Immigrati arrestati senza capi di accusa, imprigionati senza difensori, deportati senza processo.
Famiglie bloccate al confine, i cui componenti venivano rinchiusi in centri di detenzione e i loro figli sparsi ovunque.
I governi razzisti e populisti rimarranno nel libro nero della storia per la loro persecuzione contro gli stranieri.
La più capillare e terribile persecuzione di questo secolo.
Così accurata e priva di scrupoli nel programma che gli immigrati come esseri umani non esistono.
Le generazioni future ricorderanno questi anni. Se noi non possiamo eliminare le cause, o impedire che si ripetano questi barbari eventi, questo secolo però può riuscire ad aprire le porte – di nuovo - all'era della civiltà.
È giunto il momento di pronunciare il verdetto e se il nostro lavoro vi è sembrato duro e senza mezzi termini è perché l'evidenza dei fatti lo ha reso così.
Uno studio degli imputati rivela che a dispetto delle liti tra di loro, ognuno ha giocato un ruolo cha calzava perfettamente con quello dell'altro e tutti si sono dichiarati non colpevoli.
Sono stati questi uomini tra milioni di altri, questi uomini alla guida di milioni di altri a creare i vari Trump, Salvini e Orbán.
Essi intossicarono questi signori, individui particolarmente vulnerabili al potere e all'adulazione.
Alimentarono il loro odio, accrebbero le loro paure.
Gli misero in mano un'arma carica e lasciarono a loro il compito di premere il grilletto, e quando lo fecero tutti loro a quel punto applaudirono.
Le colpe di leader come Trump, Salvini e Orbán sono state ammesse da alcuni imputati con riluttanza, da altri con spirito di vendetta. Ma le colpe di costoro sono le colpe di tutti quelli che sono ora seduti al banco.
Chiedono al tribunale di dichiararli non colpevoli di aver pianificato, eseguito, cospirato e commesso quella lunghissima catena di orrori.
Se voi giudici dichiarerete questi uomini non colpevoli sarebbe come se aveste dichiarato che non c'è mai stato alcun crimine. Che nessun crimine è stato commesso...


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21.6.18

Il leader populista che state cercando

“Salve, si accomodi.”
“La ringrazio.”
“Che faccio con la porta? La chiudo?”
“No, tenga aperto, perlomeno passa un poco d’aria.”
“D’accordo.”
“Ottimo, lei è venuto per il ruolo di leader populista, giusto?”
“Certamente.”
“Fa caldo da morire… non pensa anche lei?”
“E’ l’estate che si avvicina.”
“Proprio così… prima che iniziamo, desidera forse qualcosa da bere?”
“Grazie mille, come se avessi accettato.”
“Mi sta dicendo che lei non ha sete? Non sa cosa darei per rinfrescarmi…”
“No, grazie, sto bene così.”
“Come vuole…”
“Quindi, lei ha intenzione di fare il leader populista, esatto?”
“Esatto.”
“Ahi…”
“Che ha?”
“Che ho? Dannate zanzare… quei farabutti non hanno ancora effettuato la disinfestazione. Naturalmente non possiamo mica chiudere le finestre, con quest’afa assurda.”
“Capisco.”
“E i condizionatori?”
“Prego?”
“Prego che?”
“E’ lei che ha detto: e i condizionatori?”
“E i condizionatori non funzionano, porca miseria, ecco cosa volevo dire.”
“Ne sono dispiaciuto.”
“Va bene… andiamo avanti. Mi conferma che lei è venuto da noi per il posto di leader populista?”

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20.6.18

Giornata mondiale del rifugiato 2018: Lettera da Roma a Birmingham, 1963

Storie e Notizie N. 1585

Caro Martin Luther King*,
da un trascurabile mittente a un esempio fattosi mito, da un tempo all’altro così apparentemente differenti, da una nazione all’altra così sorprendentemente simili, da una discriminazione all’altra così inconsapevolmente identiche, da una libertà, infine, quanto mai sottovalutata a una prigionia quanto mai ingiusta.
Cinquantacinque anni altresì ci dividono, ma ieri come oggi, ogni tipo di attività che miri concretamente a essere dalla parte non solo degli ultimi del mondo in cui si viva, ma anche coloro i quali non ti faranno guadagnare facilmente il plauso di amici e parenti e tantomeno punti percentuali nella tua carriera politica o di qualsivoglia campo, non è impresa facile.

Eppure, oggi, come ieri, regna l’ingiustizia.
E altrettanto oggi, come ieri, non si può rimanere oziosamente seduti e non essere preoccupati per ciò che accade nel proprio paese.
Avevi ragione allora, e l’hai ancora di più in questo difficile momento: ogni cosa che tocchi uno direttamente tocca tutti indirettamente.
Nondimeno, anche dalle nostre parti si levano puntuali le voci che al contrario mostrano inquietudine innanzi alle manifestazioni troppo coerenti e alle marce eccessivamente esuberanti, ma la tua replica di allora alla generale apatia diviene ulteriormente ragionevole decenni avanti.
Proponevi un’azione efficace, seppur non violenta, capace di causare tensione in una società fin troppo lontana dal confrontarsi con il problema.
Ebbene, se nonostante il sacrificio tuo e di molti altri come te, ancora adesso assistiamo al ritorno non solo di slogan, ma addirittura di governi fondati sul razzismo e l’intolleranza, vuol dire che dobbiamo fare infinitamente di più per drammatizzare l’iniqua realtà per troppi tra i nostri simili.
Dicesti di non aver paura della tensione del mondo, esortando i tuoi contemporanei a far lo stesso.
Ebbene, non hai idea di quanto coraggio si debba alimentare, nutrire e diffondere oggigiorno nella terra in cui vivo.
Oggi come allora, già, esatto.
Allora, come occorre oggi, ascoltavi e respingevi senza se e senza ma gli inevitabili inviti ad attendere le amministrative risposte, ossessivamente legate al momento del voto come unica soluzione ai mali di questo tempo.
La debolezza di tale assunto echeggia ancor più che dalle tue stesse parole, dal vissuto di ogni protagonista o semplice comparsa del movimento per i diritti civili.
In altre parole, un ineludibile principio connaturato alla nostra stessa specie, si legga pure come di rado i gruppi privilegiati rinunciano volontariamente ai loro privilegi. La libertà non è mai data volontariamente dall’oppressore, deve essere chiesta dall’oppresso.
Per anni i discriminati di allora, per anni quelli di oggi hanno udito la parola che si scrive aspetta, ma si legge mai, come giustizia ritardata, equivale a giustizia negata.
E se in questo passaggio, come sarà capitato a te, allora, qualcuno osasse tirare in ballo documenti e regolamenti, normative e carte bollate, in breve, i tanto manipolati diritti e doveri dei cittadini doc, chi ha ancora coscienza e onesta intellettuale pressoché integre non può evitare di riconoscere che esistano leggi giuste e ingiuste. E che la tua citazione di Tommaso D’Aquino è più che mai valida oggi: Ogni legge che innalzi la personalità umana è giusta. Ogni legge che degradi la personalità umana è ingiusta.
Come ricordasti, non dovremmo mai dimenticare che ogni disumana azione che Adolf Hitler fece in Germania fu legale.
E cosa c’è di più degradante e ingiusto del definire un essere umano un clandestino?
Se tutto ciò non bastasse, l’analisi che maggiormente condivido nella tua preziosa missiva riguarda i cosiddetti moderati.
Quanto è tristemente vero il tuo ragionamento, quanto lo è amaramente anche qui, adesso.
Come tu scrivesti riguardo al Ku Klux Klan, anche io sono persuaso che il maggior ostacolo per i rifugiati, i migranti in genere, o semplicemente umani, nel loro cammino verso una dignitosa libertà non siano i leghisti, i movimenti complici, o generalizzando i nuovi fascisti, ma i moderati, i quali si dimostrano più affezionati all’ordine che alla giustizia.
Quelli che definisti i difensori di una pace negativa, inguaribile assenza di tensione, invece che perseguitori di una pace positiva, con l’irrinunciabile presenza di una giustizia che valga per tutti.
Il più grande errore di costoro, come giustamente affermasti, è vivere con un concetto mitico del tempo, consigliando le creature sofferenti di aver pazienza, nell’attesa di un orizzonte migliore.
Il tempo per alzarsi dalla poltrona e scendere in piazza per restarci a oltranza era ieri.
Questo ci dovrebbe far capire una volta per tutte.
Quanto lo sia oggi.

*Martin Luther King scrisse la sua famosa lettera nel 1963, mentre si trovava rinchiuso in una cella di Birmingham, arrestato per aver partecipato a una manifestazione.


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15.6.18

Tutto per una birra

Storie e Notizie N. 1584

Peccato per quella ragazza, mi son detto rincasando.
Non era solo carina, ma aveva anche uno sguardo profondo.
E pure una bella voce, il che non è scontato.
Stavamo chiacchierando così bene, lì in piazza, con tutti gli ingredienti favorevoli.
Una bella giornata di sole non troppo calda che andava a concludersi serenamente, il lavoro alle spalle e tutto il tempo nelle mie mani.
Ma poi… poi lei tira fuori gli opuscoli e la magia finisce all’istante.
Non credo sia rimasta a parlarmi solo per quello, ma il gesto fredda inevitabilmente la spontaneità dell’attimo.
È importante, spiega, Amnesty International compie azioni che servono agli ultimi del mondo, i contributi della gente comune come te sono vitali, aggiunge.
Ripeto, se ci penso anche ora a mente fredda sono quasi certo che avremmo potuto comunque proseguire la reciproca conoscenza, ma quel subitaneo cambio di sceneggiatura, per quanto di nobili intenzioni, mi ha spinto a chiudere immediatamente il nostro, comune racconto.
Mi dispiace, le dico prima di voltarmi e andarmene, ma non mi fido di queste ong buoniste che si arricchiscono alle nostre spalle sfruttando i problemi dell’umanità.
Una volta a casa sono frustrato e disorientato.
Non ho alcun rimpianto per ciò che ho detto, sia ben chiaro, ma è stato davvero piacevole chiacchierare con quella ragazza e sento che ho comunque perso qualcosa.
In quell’istante mi vengono in mente le parole di mio fratello più piccolo, Stefano, che fa il medico in Africa con una di quelle associazioni finte umanitarie, come le chiamo io, il quale mi rimprovera spesso di rimanere troppo ancorato alle stesse abitudini: se non provi altre strade, con che diritto puoi parlare di dove conducano?
Il solito filosofo, il dottorino, ma mi manca.
Quante volte siamo andati al cinema assieme, un’infinità. Siamo diversi, immensamente diversi, ma la passione per la settima arte ci ha sempre accomunato e di molto.
Così mi viene voglia di vedere un bel film, il modo migliore per dimenticare la tipa.
Mi accingo a cercare qualcosa di interessante in streaming, quando avverto l’inevitabile languorino, vista l’ora.
Non mi va di cucinare e decido di accontentare il fratellino.
Okay, Ste, dico come se fosse ancora in casa con me, dove abbiamo convissuto per ben quattro anni prima della sua partenza.
Strade nuove, come suggerisci tu. Basta con la solita pizza. Che ne pensi di cibo giapponese? Chi tace acconsente, mi dico, conclusione scontata per chi abiti da solo.
Chiamo il primo ristorante take away che trovo e dopo aver ordinato un po’ a casaccio il tizio mi chiede cosa voglio da bere.
Non capisco nulla di ciò che dice e scelgo altrettanto a random.
Vada per la Birra Kirin!

Visto, fratellino, che non ho problemi a cambiare? Anche stavolta il silenzio è approvativo, e mentre cerco il film parte quella canzone, Walk On, degli U2.
È anche la suoneria del mio cellulare, se è per questo.
Rispondo, è mamma, mi rammenta che nel fine settimana è il compleanno di papà, le assicuro che non l’avevo di certo dimenticato, ma è una bugia.
Dico troppe bugie, a quella donna, lo so, ma è l’unico modo che ho trovato per sembrarle migliore di quel che sono. E mia madre deve vedermi migliore, soprattutto da quando sono andato a vivere da solo.
Riprendo a scandagliare l’elenco ed ecco che mi salta agli occhi The Lady, il film di Luc Besson dedicato ad Aung San Suu Kyi.
Che coincidenza, mi dico, anche la canzone della mia suoneria fu scritta per lei.
Così mi affido al destino e scelgo il film di Besson, anche perché mi sovviene un altro predicozzo di Stefano, il quale, accusandomi di avere la mania del controllo, mi ripeteva spesso: ogni tanto dovresti lasciare che la vita unisca i puntini per te.
Dopo pochi minuti dall’inizio della pellicola, ripensando ad Aung San Suu Kyi e tutto il sostegno ricevuto, mi soffermo su quanto sia contradittoria la sua storia, visti i crimini compiuti dal suo governo contro i rifugiati Rohingya.
Faccio bene a non fidarmi, allora, no? Ecco perché la cosa più giusta che si possa fare è fidarsi solo di se stessi.
In quell’istante, mi rendo conto che ho sete.
Cavolo, non vedo l’ora di assaggiare questa birra Kirin.
Riprendo a vedere il film, che non è male, un po’ lento, ma non è malaccio.
Suonano alla porta, finalmente si mangia.
Metto in pausa il film, prendo il cibo, pago il fattorino e torno in soggiorno.
Sistemo la cena sul tavolino, ma prima di tutto apro la mia bevanda.
Birra Kirin, spero proprio sia buona.
Sorseggio, riprendo il film, e sorseggio ancora.
Pure il Nobel le hanno dato, mi dico, ripensando ai rifugiati…
In fondo credo che sia uno dei marchi di fabbrica di quest’inizio secolo. Anche a causa della straordinaria iper connessione che ci lega tutti, si riesce molto più facilmente a conoscere meglio la vita del prossimo, pubblica e anche privata.
Prendi quell’attore, Kevin Spacey, star di fama mondiale, noto pure lui per il suo impegno umanitario, prima di finire in disgrazia.
I famosi insospettabili…
Aspetta, come si chiamava quel film dove ha anche preso l’oscar?
Stefano, tu questo lo sapresti dire subito, hai sempre avuto una memoria migliore con i titoli… ah, già, I soliti sospetti!
Nel frattempo sorseggio ancora la mia bevanda giapponese, prova indiscussa che non ho problemi con le novità.
Mi ricordo del finale di quel film con Spacey, dove si capisce tutto alla fine e si scopre che ciò quel che stava raccontando il suo personaggio era lì davanti ai nostri occhi.
Tutto è collegato, tutti siamo collegati, mi ritrovo a riflettere.
Come la morale di quell’altro bel film, Babel.
E in quel momento, in quel preciso momento, rischio quasi l’infarto e rovescio la bottiglia.
La birra Kirin…
Prodotta dall’azienda giapponese che in questi giorni si è scoperto finanziasse tramite una sua controllata birmana i militari responsabili delle violenze e gli abusi sui rifugiati.
Esattamente ciò di cui mi ha parlato l’ingenua ragazza di oggi…


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13.6.18

Dentro l’Aquarius dei migranti

Storie e Notizie N. 1583

C’era una volta un Acquario.
Considerato dai più come uno strano tipo di contenitore.
Di natura viaggiante, per dirne una.
Di un cammino possibilmente perenne, a dirla tutta.
A meno di non sparire all’orizzonte, o al meglio per molti, al di sotto di quest’ultimo.
Nel frattempo osserviamo, ci soffermiamo con lo sguardo o ci voltiamo immediatamente, perché il tempo è poco e l’empatia ancor meno.
Ciò malgrado, parliamo e scegliamo.
La rotta e il destino, la pagina seguente e addirittura la fine della storia.
È banale, la morale di quest’ultima, come spesso accade.
È scontato, il messaggio, assolutamente secondo copione.
Ed è incredibilmente retorica, la postfazione a quella che non è altro che l’esatta, amara fotografia della vita moderna.

Dove per tanti, indubbiamente troppi, esistere non è altro che assistere allo spettacolo delle disgrazie altrui, attribuendosi indebitamente il ruolo di registi e sceneggiatori senza essersi mai mossi dalla poltrona in platea.
Le creature intrappolate nella boccia prigione nuotano nel loro gramo destino, ma la pacchia è finita.
Esseri umani stremati dalla fame e la sete si fan forza l’un l’altro in questo infame incubo, ma alzare la voce paga.
Se non uomini, donne e bambini lottano per sopravvivere tra il caldo e le malattie, ma noi abbiamo il rosario in tasca, siamo coerenti con gli insegnamenti del Vangelo.
Niente di nuovo, il disegno.
Roba già vista, la scena.
Riprodotta ovunque, la grottesca metafora.
Nella forma di un gigantesco reality show, dove i riflettori che contano son puntati sui commentatori e gli ospiti vip, ancorché i concorrenti.
Trattasi di trasmissione di successo planetario, con tutti gli ingredienti del caso, ovvero l’attualità più popolare e altrettanto manipolabile, con la condizione che unisce il mondo: tutti possono dire la propria, tutti possono condividere, tutti devono farlo, ma, soprattutto, ciascuno degli invitati al circo mediatico potrà eliminare i protagonisti mal tollerati con un rapido, digitale pollice verso.
Viva l’Acquario migrante, perciò.
Che sia benedetto l’intrattenimento più in voga, oggi giorno.
Che lo siano altrettanto gli abitanti, giocattoli viventi nelle mani di un’umanità regredita alla fase più brutale della propria scellerata involuzione.
Nondimeno, me ne scuso, se il racconto sia del tutto ordinario.
Perdonate se l’essenza di quest’ultimo sia totalmente priva di originalità.
Mi dispiace, e non sapete quanto, se la conclusione si dimostrerà inguaribilmente consueta.

Ma è la vita che ci raccontiamo e che incessantemente condividiamo, a esserlo.
Di un ammasso di spettatori non paganti, ignoranti e deliranti innanzi a un Acquario frainteso, ottusamente frainteso.

Non una vasca di vetro con dei pesci, per quanto anch’essi vittime dell’idiozia umana.
Bensì una costellazione tra le più antiche, composta da miriadi di astri nati per illuminare cielo e terra come tutti noi, del resto.
Eppure, nulla di straordinario nel quadro, dicevo.
Di trame già note, l’intreccio.
Invano ripetuta in ogni epoca, la didascalia.
Ovvero, solo chi sa cosa voglia dire vivere nell’acquario dovrebbe aver diritto di parola…



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8.6.18

Cent’anni di speranze

Storie e Notizie N. 1582

Cari nonni,
queste parole sono per voi, che in due diversi continenti riposate, separati da un mare le cui acque diventano ogni giorno più torbide a causa della sfortuna delle anime affezionate alla vita e per colpa di quelle affezionate a se stesse, punto.
In vita non vi siete mai incontrati, e grazie al privilegio di una pagina e soprattutto il tempo per riempirla – dei quali dovremmo essere, sempre, tutti grati – vi immagino insieme, magari seduti in un comune soggiorno, riscaldato dall’emozione del momento e dalla quantità inesorabile di ricordi da scambiare.

Uno tra tutti, quel che è andato in scena esattamente nel luglio del 1914, per poi uscirne, per buona sorte di tutti i protagonisti, poco più di quattro anni più tardi.
Mi riferisco, ovviamente, al primo conflitto mondiale, la grande guerra, che nel prossimo novembre vedrà celebrarsi il suo centenario.
Vi guardo con attenzione, ora, che ho spiegato il pretesto di questo onirico incontro.
Nel dettaglio, le nonne son sedute sul divano, mentre i rispettivi mariti son ritti in piedi, e più o meno nello stesso tempo le vostre memorie testimoni fanno scorrere l’una dopo l’altra le istantanee più suggestive, i frammenti di parole e immagini, l’eco di paure e angosce, ma anche solidarietà e coraggio, umanità compressa e divisa allo stesso tempo.
Perdonate se mi sono permesso di riportarvi al più terribile passaggio del vostro personale racconto vivente, tuttavia l’occasione è quasi perfetta.
Si da il caso, difatti, che siano passati cento anni dalla fine di quel primo, mostruoso incubo collettivo della storia intera, e il quasi è dovuto al fatto che vi scrivo questa mia decisamente in anticipo, visto che a novembre mancano ancora cinque mesi.
La ragione è semplice.
Ho voluto approfittare dei classici tempi non sospetti, ovvero evitare di correre il rischio di sembrarvi retorico o, peggio, artificiale e poco spontaneo.
Vorrei essere onesto, con voi.
Vorrei esservi vicino e capirvi meglio, adesso.
Più di ogni altra cosa, innanzi a un’Europa che era pericolosamente divisa, composta da nazioni capaci solo di mostrarsi ostili l’una con l’altra e alleate qualora il nemico comune risultasse un vantaggio.
Di fronte a un’Africa fin troppo vulnerabile e martire per mano della prima, attraverso ciniche macchinazioni e indebite invasioni che venivano propinate sotto forma di normale politica estera.
Al cospetto di una società dove la discriminazione delle differenti culture e religioni fungeva da fulcro della campagna elettorale, prima, e da perno del programma governativo, dopo.
Davanti a una società civile che si sarebbe pentita troppo tardi delle proprie responsabilità nel computo finale delle vittime.
Ho un milione di domande, cari avi miei.
Cosa vi ha dato la forza per sopravvivere a tutto questo?
Quale azione vi è sembrata la più giusta e nobile, se letta a posteriori?
Ma, specialmente, cosa avreste potuto fare per impedire il peggio, osservando tutti insieme il tragico passato, ormai ineluttabile?
Sono qui, vi ascolto con tutto me stesso.
Perché le vostre risposte possono salvarci.
E perché le vostre, medesime speranze di cent’anni fa.
Sono ora le nostre...


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7.6.18

Oggi è una bella giornata

Oggi è una splendida giornata di inizio estate.
Fa caldo, ma non eccessivamente, la stagione entrante mantiene la promessa, così come ha fatto il meteo la sera precedente.
D’altro canto, come afferma sovente Giulia, possiamo consentire a una voce del telefonino, per quanto elenchi con assoluta dovizia di dettagli le informazioni climatiche, di scegliere al nostro posto cose fare l’indomani?
Con qualsiasi tempo, perciò, alle prime ore di quel sacro sabato avrebbe sistemato in auto l’ombrellone, la sdraio, gli immancabili secchiello e paletta, nonché prole al completo, per raggiungere il mare più vicino.
Nondimeno, al giorno d’oggi non sei più al sicuro da loro…

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6.6.18

Gli immigrati benvenuti

Storie e Notizie N. 1581

Benvenuti, immigrati.
Loro sì che lo sono.
Oh, se lo sono.
Nei luoghi dove meno te l’aspetti, laddove ti fermassi qui, a una manciata di parole dalla completezza e, soprattutto, fondatezza del pensiero.
Ma d’altronde, non è evitando siffatte seccature che oggigiorno il cittadino fieramente populista trae le sue indiscutibili conclusioni?
Non è con uguale approssimazione che giudica e quindi vota?

In breve, non è sufficiente fermarsi al titolo dell’articolo per delegare il destino di una o più generazioni?
Nondimeno, qualora trovassi il tempo e la curiosità di andare oltre, ti dico che in diecimila tra immigrati da ogni dove si sono trasferiti l’anno scorso in quel di Australia, paese record per la classifica in oggetto.
Nella totale assenza di proteste, sulla tradizionale quanto digitale pubblica piazza.
Con altrettanta non chalance, negli Stati Uniti ben novemila clandestini sono diventati magicamente cittadini con un subitaneo, insolito colpo di bacchetta, del tipo accecante e silenzioso ai più, che risplende e risuona soltanto in ambienti esclusivi, dove sperare in un futuro migliore costa così poco da divenire semplicemente volere.
Nel medesimo tempo, cinquemila stranieri privi di permesso di soggiorno sono diventati ufficialmente canadesi senza un grammo di fatica.
Nessun muro ne ha rallentato il cammino.
Nessuna voce si è levata intollerante e rabbiosa contro di loro.
Nessuno ha osato approfittarne tramite la solita, bieca manipolazione delle peggiori ignoranze, rese addirittura arroganti dall’odio più ingiustificabile.
Altrettanti viandanti sono stati accolti con tappeto rosso e strette di mano, pacche sulle spalle e addirittura abbracci negli Emirati Arabi.
Perché la narrazione che accompagna codesti viaggiatori afferma che non portano malattie e non ti rubano il lavoro, che non vogliono importi il loro credo e tantomeno la loro cultura d’origine.
Nel medesimo, scorso anno, con identica facilità di transito in tremila hanno ottenuto la cittadinanza dalle isole caraibiche e duemila da Israele, lo stesso numero dalla Svizzera, e mille da Nuova Zelanda e Singapore.
Ogni anno migliaia di estranei come questi ottengono ovunque desiderino, sul posto, in risposta alla semplice richiesta, documenti di identità e ogni tipo di foglio di via.
E nei giorni a seguire, è una strada rigorosamente in discesa ad attenderli.
Non conoscono razzismo e discriminazioni di sorta.
Non hanno che da scegliere in quale città stabilirsi.
In quale quartiere far crescere i propri figli.
Dove lavorare.
Dove, semplicemente, camminare tra la gente.
O anche solo rimaner fermi, a godere dell’umano diritto di sosta su un pianeta che indossa i confini geografici come una delle tante stramberie della specie più folle che ospita.
Che fungono da rovente filo spinato per alcuni e ben oliate porte girevoli per loro.
I migranti benvenuti.
Ovvero, con un milione di dollari in tasca




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1.6.18

Governo fascista: ecco chi l’ha eletto

Storie e Notizie N. 1580

Ecco, ce l’hai fatta.
Finalmente sei riuscito nel tuo scopo, più o meno consapevolmente.
Il governo dei populisti è al potere.

Ho detto populisti?
Oh, scusa, volevo dire… anzi, voglio dirti la verità, vorrei sempre, storia o notizia che sia.
Intendevo fascisti, già.
I fascisti sono tornati a comandare il nostro paese.
E per quanto tu possa adesso stracciarti le vesti e mostrarti indignato, sei proprio tu che l’hai aiutati.

Sei tu che li hai eletti, esatto, incrollabile sostenitore del meraviglioso mondo del cosiddetto centro sinistra, social democratico riformista, e altre fuorvianti definizioni.
Ovviamente, non è la sopravvalutata crocetta sul simbolo, a cui mi riferisco, ma tutte le innumerevoli occasioni nelle quali sei stato il mattone con cui lastricare la via per il timone della nostra povera nave agli intolleranti di professione.
Seduto al riparo di un termine che hai inesorabilmente svuotato di ogni senso.

Sinistra, proprio così, insieme alle imprescindibili realtà innanzi alle quali avresti dovuto prendere coerente posizione.
Come gli immigrati, cominciamo dal meno eludibile.
Hai votato i fascisti quando hai iniziato a convincerti che essere di sinistra volesse dire semplicemente tollerare gli stranieri, invece di essere colui che accoglie a braccia aperte il nuovo arrivato. E hai fatto lo stesso nell’istante in cui hai pensato che immigrazione significasse espulsioni e flussi, controlli in mare e braccialetti identificativi, cadendo nell’ignobile distinguo tra seconde generazioni e clandestini, tra rifugiato politico e migrante economico.
Quante parole ingannevoli hai lasciato entrare nel tuo vulnerabile vocabolario.
Ammainando il nobile mantello che ti avrebbe protetto da questa sì, orrenda invasione. Quello dove c’era e c’è ancora scritto che essere di sinistra comporta schierarsi sempre, senza se e senza ma, dalla parte degli ultimi.
Senza alcuna discriminazione, come si soleva e si dovrebbe ancora dire.
Hai regalato il tuo voto ai fascisti dall’attimo in cui hai creduto che per essere di sinistra bastasse essere con quelli di sinistra.
E allora era sufficiente distribuire i tuoi sentiti like alle pagine social dei personaggi dal ventilato buon cuore e dei giornali di ormai annacquata storica appartenenza, partecipare alle adunate di stampo formalmente progressista e rispondere agli appelli e le petizioni sensibili alle cause nobilitate unicamente dal proclama di turno.
Ti sentivi di sinistra perché andavi a vedere gli spettacoli di quelli di sinistra.
Ti dicevi di esser di sinistra perché compravi solo i libri di quelli di sinistra.
Eri persuaso di essere uno di sinistra perché non ti perdevi mai un’ospitata di quello davvero di sinistra, mica come gli altri. E poi di corsa a complimentarti e lodare il tuo eroe dalla parte mancina dello schermo.
Perché è ormai lampante, parafrasando il detto, eri sempre pronto a salire sul carro di quelli di sinistra, ma di successo.
Nel medesimo tempo, continuavi a ignorare il primo, sacrosanto principio, mentre i poveri del mondo, un solo, unico popolo che avresti dovuto vedere compatto nella tua preziosa visione, senza alcuna differenza, venivano messi l’uno contro l’altro.
Alla fine, perfino con il tuo avallo, ed è questa la cosa più inaccettabile.
Analogamente, hai votato i fascisti tradendo un altro, inviolabile assioma per la tua presunta categoria, quando hai ceduto alla folle e irresponsabile idea che possa aver fondamento civile, legale e morale una cosiddetta guerra giusta.
Ignorando colpevolmente il concetto insegnato più volte dalla Storia con la esse maiuscola che se non ci sei tu, tra il dialogo costruttivo e il campo di battaglia, gli stermini, i massacri e i genocidi, il sangue scorre e generazioni intere scompaiono.
Hai votato i fascisti illudendoti che proteggere il pianeta e aver cura dell’ambiente fosse prerogativa esclusivamente di quelli verdi, assolutamente da non confondersi con i rossi a cui ti vergognavi di appartenere ogni giorno di più.
E se tutto ciò non bastasse, hai votato i fascisti anche di fronte alle molteplici, e per questo sante vie attraverso le quali l’amore unisce due persone, quando avresti dovuto farti uno, imprescindibilmente uno con le creature discriminate per il colore del cuore.
Adesso, tutto è compiuto.
Come nel secolo scorso, la vera destra, che qualcuno erroneamente chiama estrema, ma è sempre stata solo destra, ha in mano i destini della nazione.
Spero, lo spero davvero che da questo momento in poi, per quanto difficile, nasca qualcosa di buono.
Ovvero, che tu, vedendo chi hai votato finora, capisca finalmente cosa voglia dire.
Essere di sinistra.


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