28.6.13

Storie sulla diversità: Nelson Mandela morto, il discorso

Storie e Notizie N. 958

Nelsol Mandela (18 luglio 1918-5 dicembre 2014).
Il seguente video è di Mercoledì 3 Luglio 2013...

Il video:



Mandela sta morendo.
Oramai i giornali fungono da bollettino medico delle sue forse ultime ore, collegato ad un respiratore artificiale.
Il tutto va in scena prima della notizia finale, della quale tutti i media avranno già pronto il testo, il cosiddetto coccodrillo, con il quale celebreranno in coro l’ormai inevitabile lutto.
Quando si diffonderà il triste necrologio non scriverò alcunché.
Vorrei dire qualcosa adesso, quando Madiba è ancora in vita.
Perché, a mio modesto parere, quando un uomo come lui sta morendo è la vita e non la morte a dover essere al centro di tutto.
Non solo la sua.

Quando muore un leader.
Quando muore un leader è sempre un giorno triste.
Per i suoi cari, è ovvio.
Familiari sinceri e veri amici, il cui dolore è e dovrebbe essere in cima al mondo.
Ma non solo.

Perché quando muore un leader, in quello stesso mondo un vuoto viene alla luce.
Un buco nero, una voragine, ampia quanto era la luce dell’uomo che egli fu.
Nel cuore e negli occhi di coloro che come tale lo seguivano.
Il leader.
Sempre se di vero leader si tratti, e non imbroglione da discesa in campo ad orologeria.
La morte di quest’ultimo lascia invece un vuoto benedetto nella vergogna di tutti.
Seguaci o meno.

Quando muore un leader e anche Nobel per la pace le parole scorrono a fiumi.
Le immagini, i filmati, l’ultima intervista.
L’ultima apparizione.
L’ultimo respiro.
Sbrigati, facciamo uscire l’articolo, il libro, il film.
Cosa? L’hanno già fatto? Rimandalo in onda, rimettilo in prima serata.
Non perdiamo tempo.
Già il tempo.

Perché quando muore un leader e anche Nobel per la pace vuol dire che il suo tempo è terminato.
Un tempo fatto di minuti che sfilano uno dopo l’altro, come in un corteo funebre.
O in una manifestazione in piazza, che pulsa di vitale energia.
Di sacra protesta contro gli abusi peggiori, quelli legalizzati.
Prendete ora un minuto a caso.
Questo minuto e immaginate che quel leader e Nobel per la pace sia ancora vivo.

Figuratevi adesso un giovane di ventidue anni, che decide di mettere a rischio la cosa più preziosa che ha per le sue idee.
La propria stessa vita.
E mettiamo che ripeta tale scelta un’infinità di volte, affrontando con immutato coraggio il rischio peggiore, facendola diventare stile di vita.
Lottare per i propri diritti a costo di quest’ultima.
E se vi dicessi che questo giovane non è il leader e anche Nobel per la pace?
Se vi dicessi che quest’ultimo quel giovane lo è stato e lo sarà sino alla morte, ma che in questo preciso attimo ne esistano altri come lui?
Soli, emarginati, discriminati, eppur indomiti?

Scrivete pure inni e omaggi all’uomo che se ne va.
Ma se vi resta un briciolo di tempo, sfruttatelo per dare una mano a quel ragazzo.
Vive e lotta più vicino di quanto possiate credere.

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27.6.13

Vaticano e matrimoni gay: se la chiesa avesse ragione

Storie e Notizie N. 957

Come molti sapranno, negli USA la Corte Suprema ha emesso sentenza favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Decisione epocale, è indubbio, e la reazione dei vertici della chiesa cattolica statunitense non si è fatta attendere.
Giorno tragico per la Nazione…” ha commentato la Conferenza episcopale americana.
E se i vescovi avessero ragione?
E se Dio, in questo caso quello cattolico, fosse veramente contrario a questo tipo di unioni?
Come l’ha presa? Dico sul serio, senza scherzi.
Se uno crede in Dio ed è contrario ai matrimoni omosessuali, deve pensare che anche lui, anzi, Lui non ne sia rimasto contento.
Mettiamo che una di queste coppie, al termine del proprio comune viaggio terreno, defunga e si ritrovi davanti al creatore…

Dio è Dio, si sa, è perfetto.
Indi per cui non ha bisogno di lavorare.
Né di mangiare, bere e postare scemenze su Facebook.
Quindi sta lì, immobile, seduto, con la barba bianca curata allo stremo.
Bussano alla porta del suo ufficio, una sala semplice, scrivania e poltrona dirigenziale.
Nessuna foto del presidente alle spalle, altrimenti dovrebbe mettere la propria e sarebbe vanità.
Non c’è neppure il crocifisso, se è per questo, poiché sarebbe sadismo.
Non c’è il calendario, perché sarebbe… sprechismo, visto che per Dio il tempo è un concetto relativo, anzi, assoluto.
Lo sprechismo è un peccato inaccettabile, per Dio, soprattutto in questi tempi di crisi.
Le nuvole costano un occhio e la disoccupazione tra gli angeli è una vera piaga.
Tutta colpa di quei diavoli di immigrati che gli rubano il lavoro.
Il paradiso agli angeli, all’inferno i diavoli, è lo slogan più ricorrente, tutt’altro che originale, tra l’altro.
Quelli della Lega celestiale fanno le ronde, ma se ne tornano sempre a casa con un forcone nel sedere.
Ciò nonostante insistono. Sempre meglio che lavorare, ammettono con sincerità alcuni.
“Avanti”, dice Dio. Anzi, non lo dice, lo pensa.
Capirai, se il capo degli X Men parla con la mente, vuoi che non ci riesca Dio?
“Signore”, fa San Pietro entrando, “ci sono due vecchietti che vogliono parlare con lei.”
“Con chi?!”
“Con Lei, chiedo scusa.”
“Falli entrare e poi vammi a fare un caffè.”
“Oh… come lo pubblicità?”
“No, come Cristo comanda, perché l’ultimo era una ciofeca.”
San Pietro fa entrare gli anziani.
I due uomini avanzano mano nella mano, un po’ emozionati, ma senza timore.
“Cosa desiderate, figli miei?” chiede Dio.
“Siamo omosessuali”, risponde uno dei due.
“Capisco”, fa Dio. “E allora?”
“Nella nostra vita ci siamo amati immensamente e ci siamo presi cura l’uno dell’altro.”
“Ho capito, e quindi?”
“Per questo ci siamo sposati.”
“In Italia?!”
“No, negli Stati Uniti.”
Dio fa un sospiro di sollievo.
“Eh, mi sembrava. Ma non ho ancora capito cosa volete da me…”
“Vogliamo sapere una cosa”, fa l’altro vecchietto, che sino a quel momento era rimasto in silenzio.
“Parla”, lo esorta Dio, “che tra poco inizia Don Matteo.”
“Se la nostra vita ha dimostrato la sincerità e la profondità dei nostri sentimenti, visto che ci siamo amati e presi cura l’uno dell’altro fino alla morte, cosa abbiamo fatto di male sposandoci?”
Ecco, a questo punto io non so come concludere la storia.
Mi dispiace, ma non ho la più pallida idea di cosa possa rispondere Dio.
Di sensato, naturalmente.

 



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26.6.13

Storie sull'ambiente: Quando gli orsi discutono

Storie e Notizie N. 956

Circa venti turisti provenienti da varie zone del mondo sono rimasti intrappolati sopra un lastrone di ghiaccio che si è staccato per andare alla deriva nel Mar Artico, al largo del Canada.
Nonostante la lastra si stia lentamente sciogliendo, aumentando l’angoscia dei malcapitati, pare che i soccorsi li stiano man mano portando in salvo.
Ci vorrà un po’ di tempo, vista la perigliosità del sito, ma la fine dell’incubo è prevista in serata.
Buone notizie, quindi.
Buone…
Dipende, è ovvio, dai punti di vista.
Difatti, sembra che una coppia di orsi polari stia assistendo all’insolita scena discutendo animosamente.
Ecco una traduzione più o meno fedele:

“Vogliamo andare?” fa Teresa. “Non facciamo come quelli che accostano sull’autostrada per guardare
Teresa e Saverio
gli incidentati, sadici necrofili che sono.”
“Ma di cosa parli?” ribatte Saverio. “Qui c’è carne fresca. Aspetta che finisce il ghiaccio, dico io.”
“Carne fresca? Ma se sono quattro carampane e tre matusalemme più di qua che di là. E poi, piantala con questo dico io, che non dici nulla.”
“Ho fame.”
“Ho capito, andiamo a casa che mangiamo.”
“See… ancora con lo stufato di ieri? Ho la nausea, neanche lo mosche lo vogliono più, dico io.”
“Come ti permetti? Ah, ma non parlavi così quando ci siamo conosciuti. La regina dell’igloo, mi chiamavi…”
“Ma quale igloo? Quelli sono gli eschimesi, dico io.”
“Guarda, se sento un altro dico io ti pianto qua e me ne vado.”
“Shh, si è staccato un altro pezzo, dai che si mangia…”
“Te la mangi da solo quella roba, io ci tengo alla mia salute.”
“Sì, con lo stufato di ieri…”
“Meglio lo stufato di ieri che gli umani. Ma lo sai con cosa si nutrono quelli là? Lo sai in quali ambienti malsani vivono? Lo sai cosa respi…”
“Oh, e quante cosa devo sapere? Non sono mica un professore, dico io.”
“Questo s’era capito dall’inizio.”
“In che senso?”
“Beh, io avevo inteso subito che non fossi una cima.”
“Spiegati meglio.”
“Ma scusa, caro, uno che al primo appuntamento si presenta con un fiore di ghiaccio non è certo mister genialità.”
“Bella storia, adesso scopriamo tutti gli altarini, eh? Non sai quanto ci ho messo per fare quel fiore, dico io…”
“Su, non fare l’offeso. L’ho apprezzato, altrimenti non sarei qui con te, ma il problema non era il fiore, bensì il ghiaccio.”
“E che cos’ha che non va il ghiaccio? Ne siamo circondati, dico io.”
“Appunto, dico pure io. Non ne hai abbastanza?”
“Zitta, un altro pezzo di lastra è andato via, forza che cade in acqua quello grasso…”
“Bella scelta. Più è grasso e maggiore è la probabilità che abbia schifezze in corpo.”
“Anche noi siamo grassi, dico io.”
“Parla per te, io sono robusta, che è diverso.”
“E sei bella.”
“Cos’hai detto?”
“Ho detto che sei bella, dico io.”
“E io ti amo, dico io.”
Alla fine gli umani si sono salvati e i due hanno continuato a battibeccare anche dopo.
Tuttavia, Saverio ha deciso di fare come dice Teresa e accontentarsi dello stufato.
Per la fortuna dei turisti.
E forse anche della coppia di orsi.
Dico io.

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25.6.13

Caccia F35 Italia costi acquisto: bel regalo, ma

Storie e Notizie N. 955

Mentre il ministro della difesa Mario Mauro e quello per gli affari regionali e le autonomie Graziano Delrio discutono sull’opportunità che il governo Letta compri dei caccia bombardieri in questo momento di crisi, alla modica cifra che qui viene fissata a 15 miliardi di euro, c’è qualcuno che apprezza e ringrazia, ma ha anche qualche obiezione.
Si chiama Paolo e ha nove anni.

Che dire, grazie.
Sono contento. L’aereo ce l’avevo già, ma è uno di quelli di linea.
Bello, eh? Fatto bene, preciso, con i piloti, le hostess, i passeggeri e pure il carrello. Peccato che non ho la pista, ma l’ho sempre fatto decollare e atterrare in corridoio. Non sarà Fiumicino o Malpensa ma è pur sempre un bel vedere, quando sono a casa a giocare, dopo la scuola.
Anche se è sempre tutto un bel vedere, quando sono a casa.
Dopo la scuola.
A giocare.

L’aereo da guerra, il caccia, mi mancava.
E’ che mio padre ha sempre preferito non comprarmi giocattoli che abbiano a che fare con la guerra e in generale con la violenza.
Per questa ragione a casa mia non troverete pistole e pugnali, spade e fucili.
Un po’ mi sono mancati, quando sono andato a casa di qualche mio compagno e l’ho visto sparare con la rivoltella.
Finta, è ovvio, ma in quel momento ho desiderato sparare anch’io, come lui.
Poi mi sono ricordato che anch’io ho giocattoli che lui non ha.
Ognuno ha giocattoli che gli altri non hanno.
Sono quelli i tuoi veri giocattoli.
Quelli che ricorderai per sempre.
E allora mi sono detto che è bello sapere che per me non sarà una pistola.
O un fucile.

Il giocattolo che ho e che i miei compagni non hanno non è un vero giocattolo.
In realtà l’ho inventato io.
Ma non vi dirò cos’è, altrimenti mi copiate.
E allora non sarebbe più solo mio.
Tornando al caccia, l’F35, vi ringrazio lo stesso.
Anche se non so se mio padre me lo farà tenere.
Come vi ho spiegato, per lui la guerra è una cosa sbagliata.
Anche per gioco.
Soprattutto per gioco.

Tuttavia, io vi dico grazie lo stesso, perché un regalo è un regalo.
E’ solo che… io di giocattoli ne ho, non tantissimi, ma qualcuno sì,
oltre a quello che ho inventato io e che non vi svelerò, ma se proprio avete
soldi per un regalo, e a mio padre che dovreste farlo.
E più che mai a mia madre.
Io sono un bambino, ma anche un bambino come me ha capito che hanno entrambi problemi con il lavoro.
Che i soldi sono pochi e che ogni giorno lo iniziano con la speranza che domani sarà migliore.
Speranza che ogni giorno diventa più piccola, come mia nonna, che sembra restringersi con l’età.
Me ne sono accorto perché io al mattino sorrido sempre, almeno una volta, ma loro no.

Non si potrebbe fare un cambio?
Non potreste riprendervi l’aereo da guerra e con i soldi fare un regalo ai miei?
Qualsiasi altra cosa, davvero, fate voi.
Qualsiasi cosa.
Non so voi, ma io farei qualsiasi cosa per vederli sorridere ogni giorno.
E rinuncerei senza fiatare a tutti gli F35 del mondo, per questo.
Non è tempo di giocare a fare la guerra.
Ma in fondo, quando lo è?

Il video:


 



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24.6.13

Statua egizia si muove da sola mistero svelato

Storie e Notizie N. 954

Manchester, il video della statua di Neb-Senu che ruota su se stessa sta facendo il giro della rete. Pare che gli esperti sostengano che non ci sia nulla di trascendentale e che il movimento sia causato dalle vibrazioni provocate dal passaggio dei visitatori del museo.
Tuttavia, come capita sovente ai misteri estivi, il giallo ha vita breve, poiché è lo stesso uomo raffigurato dalla statuina di 25 centimetri e risalente al 1800 a.C. a fare luce sul tutto.

Il mio nome è Senu, Neb Senu.
Neb Senu
Sì, lo dico come Bond, James Bond.
Ma non sono un agente segreto.
Non è lo spionaggio, il mio campo.
Quello è il vostro.

Statue, quadri e tracce della storia che fu.
Eccovi lì, a farvi i fatti suoi, ad osservarla e ad analizzarla, quando è lecito anche a fotografarla, testimone silente di se stessa.
La storia che fu.
Niente da eccepire, ma, dico io, con così tanti misteri senza risposta intorno a voi, perdete il vostro tempo con una statuina che non fa neanche un giro completo?
E se avesse fatto anche un salto e due capriole, cosa avreste fatto?
Avreste schierato l’esercito e invaso il museo per esportarci la democrazia?
Quali meraviglie?
Sapete già tutto? E’ tutto spiegato su Wikipedia?
Balle e ve lo dimostro.

Misteri, sono misteri, almeno per me.
Come fate a sacrificarvi tutto l’anno, per poi sognare di spendere e spandere per andare in ferie fuori città, tra mari, laghi e montagne, e poi essere i primi ad inquinarli e distruggerli?
Come fanno le fidanzate, le mogli e tutte le donne di questo paese ad amarvi, nonostante ancora oggi le trattiate come esseri di serie B?
Come potete provare paura e angoscia nel cuore immaginando dei bambini diventare italiani senza esserci nati?
E come fate a non provare speranza e nulla di meno laddove li abbiate davanti agli occhi?
Misteri, sono misteri, almeno per me.
Potrei andare avanti.

E non ditemi che sono un illuso ingenuo con la testa tra le nuvole, perché ho quasi quattromila anni.
Cosa? Parlo così perché vengo da un altro mondo, perché sono un egiziano e quindi un extracomunitario?
Cari, ai miei tempi, l’era dei faraoni, l’Egitto era il mondo, altro che occidente dei miei stivali.
La ruota gira, esattamente come la mia statuina e voglio vedere cosa diranno di voi tra altrettanto tempo.
Per cambiare le cose, radicalmente, quest’ultimo ci mette un secondo o trecento anni.
Non gli importa.
Al tempo, ai minuti come ai mesi, interessa solo darci il ritmo.
Sta a noi seguirlo o girare a vuoto.

Ma non vi ho detto perché la statua si muove da sola.
Si muove perché è inquieta, perché vorrebbe essere me.
E’ stanca di vivere come l’ombra di qualcuno.
Altro che mezzo giro, la mia statuina vorrebbe correre, ballare, tuffarsi nel mare centinaia di volte.
Spesso mi ha confidato che non capisce come facciate a restare per ore fermi al sole a friggere invece di gettarvi di continuo tre la braccia di quella straordinaria madre che è il mare.
Altro mistero, gli ho detto io.
Forse sono statuine anche loro, mi ha risposto. Che invidia che provo, però, ha aggiunto. Possono smettere di esserlo in qualsiasi attimo.
Correre, ballare.
E addirittura tuffarsi nel mare.
Statuine fortunate, gli umani.
 



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21.6.13

Muro del pianto guardia uccide ebreo: se Dio non esistesse

Storie e Notizie N. 953

A Gerusalemme, presso il Muro del pianto, un agente di sicurezza ha sparato a un israeliano e lo ha ucciso, dopo averlo probabilmente scambiato per un possibile attentatore palestinese.
La causa dell’errore? La vittima, prima di essere colpito a morte, aveva gridato Allah akbar, ovvero Dio è il più grande.

Se Dio non esistesse.
Se Dio non esistesse, ora non ci sarebbe un cadavere reo di aver gridato le parole sbagliate nel luogo giusto.
Sì, giusto, infinitamente giusto, perché se non puoi gridare Dio è il più grande dove da tempo immemore la gente arriva da ogni parte del mondo per pregare, ditemi voi in quale altro luogo è più adatto.
Giusto.

D’altra parte, se Dio non esistesse non ci sarebbe alcun luogo in cui pregare.
Di certo non per pregare Dio.
Ma allora a chi invieremmo le nostre suppliche?
Quale entità superiore invocheremmo nei momenti difficili?
E contro chi imprecheremmo nei medesimi attimi bui?
Probabilmente potremo affidarci solo a noi stessi.
E al resto dei nostri simili.

Perché se Dio non esistesse non avremmo molto che oggi ci divide.
Non ci sarebbero religioni diverse.
Dogmi differenti.
Riti sacri da rispettare.
Tabù da profanare.
Altari da onorare e profeti da ascoltare, simboli da difendere e comandamenti a cui sottostare.

Di conseguenza, se non esistesse Dio, non ci sarebbe bisogno di laicità dello stato.
L’ateismo sarebbe il contrario di qualcosa che non c’è.
La sessualità avrebbe un gigantesco nemico in meno.
E non sto parlando di Dio, è ovvio.
I politici di buona volontà e l’intero popolo dell’amore avrebbero un gigantesco amico in meno.
E, soprattutto ora, non sto parlando di Dio.
Tutte le coppie sarebbero di fatto, ma non tutte si ameranno davvero.
Ma questo è vero anche oggi, no?

Ora, prendete il mondo se Dio non esistesse.
E metteteci pure il Dio che volete, del colore che preferite, alto, basso, con la barba bianca o con il pizzetto, biondo con i capelli lunghi o del tutto calvo.
Sistematelo in cielo, tra di noi, dentro di noi, ovunque.
Immaginiamo che esista davvero o createlo voi stessi, se non c’è.

Se quel Dio esistesse il mondo sarebbe identico.
Dico sul serio, credetemi sulla parola.
Alberi da frutta, sole al mattino, pioggia battente, tramonti da favola o anche banali conclusioni di giornate semplici, ma sempre ognuna diversa da quella precedente.
Tutto ciò non muterebbe affatto.
Siamo noi, i cosiddetti umani, che se Dio esistesse, ci arrogheremmo il diritto di uccidere e morire, giudicare e condannare, ma anche salvare e proteggere.
Vivere e celebrare, lodare e inneggiare.

Tuttavia, qualunque sia il Dio in cui avete scelto di credere, vi prego con tutto il cuore.
Non rovinate il resto del mondo che sarebbe meraviglioso anche senza.
Per quanto indifferente ai misteri dell’universo.
E soprattutto, non date la colpa a lui se avete scelto di coltivare la morte al posto della vita.
Per voi e per il vostro prossimo.
Altrimenti, vorrei proprio sapere il vostro Dio cosa ne pensa, a riguardo.
Ma lo vorrei sapere da lui, non da voi.
Ovviamente, non ho fretta.
 



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20.6.13

Storie sull'ambiente: Considero fortuna

Storie e Notizie N. 952

Leggo su Wikipedia che il fenomeno della Superluna consiste nella coincidenza di una luna piena o nuova luna con la minima distanza di quest’ultima dalla terra, detto perigeo, che avrà luogo tra sabato 22 e domenica 23 giugno.
Quale conseguenza, si avrà la massima larghezza del disco lunare visibile dal nostro pianeta.
Inoltre, si parla anche di una luna straordinariamente luminosa e soprattutto rosa, ovvero rossastra, laddove il nostro satellite naturale si abbassi rispetto all’orizzonte.
In generale, quindi, ciò che più attira la curiosità dei molti sono le insolite misure della luna e la sua tonalità.
Punti di vista, come al solito, perché per l’interessata le cose sono molto differenti…

Considero fortuna guardarvi.
Sì, sono io.
Quella lì, avete presente? La più grande tra le stelle, malgrado stella non sono.
Benedetta sia la prospettiva.
Superluna? Io? Ma volete scherzare?
Non prendetemi in giro, perché sono fragile.
Ma non per questo mi nasconderò.

Perché considero fortuna esserci.
La notte tra il 22 e il 23 giugno prossimi, ma anche il giorno prima e quello seguente.
Pure adesso.
Che sono solo la luna, altro che super.
Niente di più e tutto di meno.
Dai tre quarti sino a scomparire, passando per una magica metà.
Ma pur sempre l’altra luce del cielo, anche se di riflesso.
Che gioia, comunque.

Poiché considero fortuna illuminarvi.
Dicono che dietro un grande sole c’è sempre una grande luna.
Per fortuna che ci sono le eclissi a provare che è lui quello che sta dietro.
Sono io quella che vi è sempre stata accanto.
Dal primo giorno all’ultimo.
Dall’alba al tramonto.
E anche laddove insistiate nel trasferirvi sul lato nascosto della terra, io vi aspetterò alla fine del giro sulla ruota, sperando che vi siate divertiti.

Perché considero fortuna, la vita.
Anche se non sono proprio viva.
Pure se non ho la più pallida idea di cosa significhi la vostra esistenza.
Un abbraccio inaspettato, un bacio silenzioso, un’emozione sopravvissuta, per me sono solo caratteri sconosciuti sulla pagina di una storia scritta in una lingua che non parlerò mai.
Ma questo non vuol dire che non desideri sapere come andrà a finire.

Non so voi, ma io considero fortuna essere i protagonisti di una storia.
Qualunque storia.
Perché le storie possono essere scritte e narrate.
Lette e ascoltate.
Ovunque, da chiunque e in ogni tempo.
Se fossi in voi, ne sarei orgogliosa.
Non sprecherei alcun istante nel disquisire delle grandezze e dei colori delle cose.
E delle persone.
Perché, anche se non li vedete, in ciascun attimo ci sono occhi che vi guardano e vi ammirano.
Vi pensano e vi sognano.
Spettatori che pendono dalle vostre labbra, curiosi di sapere quale sarà la vostra prossima mossa.
Perché da essa dipendono.

Io sono tra questi.
Considero fortuna, la vostra.

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19.6.13

Giornata mondiale del rifugiato 20 giugno 2014: ogni 4,1 secondi

Storie e Notizie N. 951

Secondo i recenti dati relativi al 2012, diffusi dall’Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati (UNHCR), ben 7,6 milioni di esseri umani per sopravvivere sono stati obbligati a fuggire dai rispettivi paesi. Di questi, circa un milione sono emigrati all’estero alla disperata ricerca di un rifugio, mentre i restanti 6,5 milioni sono rimasti nella terra natia, vivendo nella difficile condizione di sfollati. Inoltre, i funzionari delle Nazioni Unite sono arrivati alla seguente amara considerazione: ogni 4,1 secondi una persona diventa un rifugiato o uno sfollato.

Ogni quattro virgola uno secondi

Ogni quattro virgola uno secondi diventiamo tutti qualcos’altro.
Che lo si desideri o meno.
Sia coloro che se lo aspettano e altrettanto quelli che vengono presi alla sprovvista.
Perché avevano deciso di pensare ad altro.
O perché ci avevano pure pensato ma avevano capito quanto fosse inutile.

Ogni quattro virgola uno secondi diventiamo più vecchi.
Sì, lo so, questa è banale.
Guardate, vi stupisco, allora.
Nel medesimo tempo diventiamo più ricchi.
Tutti.
Perché? Perché ogni quattro virgola uno secondi abbiamo meno tempo davanti.
Quindi diveniamo meno bisognosi di denaro.
E più di tempo.

Ogni quattro virgola uno secondi assomigliamo di più ai nostri genitori.
Quando avevano la nostra età.
Facile anche questa?
Or dunque, state a vedere.
Nello stesso tempo diventiamo più vicini.
Sì, voi ed io, e se non il sottoscritto, voi e le parole che state leggendo.
Conoscete forse una via più efficace di una storia per capire cosa c’è dietro?

Ogni quattro virgola uno secondi uno di noi diventa un rifugiato o uno sfollato.
Sì, lo so, questa è quella più telefonata.
E’ nella premessa, è vero.
Ma il vero problema da affrontare, la notizia da pubblicare, il fatto su cui riflettere, non è cosa succede ogni quattro virgola uno secondi.
E’ quel che accade dopo che vale veramente il prezzo del biglietto.
Sto parlando dei quattro virgola uno secondi seguenti.
I successivi.
E quelli dopo ancora.

Perché ogni quattro virgola uno secondi ciascuno di noi può diventare qualcosa.
Di nuovo e di diverso.
Ad esempio, all’inizio del 2006, in quattro virgola uno secondi mio padre è morto.
Nello stesso tempo il sottoscritto ha perso un papà.
Poi, dopo una lunghissima serie di quattro virgola uno secondi, è nato mio figlio.
E sempre in quattro virgola uno secondi sono diventato padre per la seconda volta.

I quattro virgola uno secondi che ci restano, tutti, nessuno escluso, hanno un valore straordinario, non credete?
Perché in qualsiasi quattro virgola uno secondi che verrà chi tra noi è diventato rifugiato o sfollato, ma anche licenziato, disoccupato, abusato, può diventare qualcos’altro.
Come accolto, rifocillato, salvato.
Ma anche isolato, discriminato, respinto.

Ogni quattro virgola uno secondi che grande occasione abbiamo.
Quella di rendere il mondo migliore o meno.
Anche solo per quattro virgola uno secondi.
Non ne vale comunque la pena?

 



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18.6.13

Trapianto di testa: rivoluzione per un giorno

Storie e Notizie N. 950

Leggo che secondo Sergio Canavero, neurochirurgo di Torino, tra due anni saremo capaci di effettuare il trapianto della testa.
Ci pensate? Ci pensate se potessimo anche solo per un giorno cambiare la testa degli ultimi di questo mondo con quella degli ignari primi?

E il giorno della rivoluzione arrivò.
Dal mattino alla sera, state tranquilli.
Una danza reversibile, non vi angosciate.
Tutto tornerà come prima, non vi nascondete.
E’ solo a fin di bene.
Il bene di tutti.

Cercate di capirci, non avremmo potuto farci scappare un’occasione del genere.
Un giorno di illuminazione ed evoluzione per voi.
Per noi poche ore di vacanza dal mondo.
Il nostro.
Trapianto della testa globale e il sud diventa il nord.
La periferia il centro.
E i pantaloni strappati rimangono gli stessi.
L’unica differenza che noterete è che i nostri lo sono sul serio.
Strappati.

L’alba in questo paradiso di ventiquattr’ore per voi sarà uno shock, ce ne rendiamo conto.
Figuratevi che anche noi non ci siamo ancora abituati.
Perché non ci si affeziona mai all’inferno.
Ma tanto voi saprete che apparirà la scritta fine alla mezzanotte e tornerete a casa.
Tenetevi stretta questa consapevolezza e ce la farete.
A noi basterebbe eccome, pure senza il trapianto di testa, pensate un po’.
To be continued, ovvero da domani si ricomincia e sarà anche peggio.
Vuoi mettere con The End?

E allora, trapianto di testa globale e il ricco guarderà con gli occhi del derubato.
Dai, che lo sapete che povero non regge.
Diciamo le cose come stanno, almeno in questo giorno.
Il difensore della patria, il cittadino doc, il purosangue ius suo, saprà finalmente cosa voglia dire sentirsi chiamare solo meticcio, straniero, clandestino, extracomunitario, immigrato, di colore, nero e altri innumerevoli epiteti che evitiamo per educazione, tranne l’unica parola che spiegherebbe la sua presenza, qui e ovunque.
Umano.

E così via, il politico che parla dei disoccupati proverebbe la fame nera, vedrebbe il proprio conto in rosso e immaginerebbe un futuro grigio.
Il soldato che porta la pace con le missioni di guerra, o forse è il contrario, capirebbe quali emozioni si accendono nei cuori di qualcuno che nella sua casa si vede sparare da un soldato mentre gli racconta una strana storia.
Quella di un soldato che porta la pace con le missioni di guerra.
Il banchiere proverebbe a chiedere un mutuo in banca, semplicemente.
Nella sua banca, che non gli darà mai un centesimo in quanto non si fida di lui.
Prima, figuriamoci adesso, dopo il trapianto di testa.
Almeno quello di prima era povero, ma onesto.

Al tramonto che gioia, eh?
E’ finita, griderete a squarciagola, l’incubo è terminato.
Ma la sapete una cosa? Anche noi esulteremo, con il cuore gonfio di speranza.
Ora sanno, con questo promettente pensiero andremo a dormire.
Adesso non possono più dire di non sapere.
Perché il giorno della rivoluzione è arrivato.
Dal mattino alla sera, per vostra fortuna.
Una danza reversibile e tutto è tornato come prima.
E’ stato a fin di bene.
Il bene di tutti.





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17.6.13

Turchia fotografo Italiano arrestato: foto libere

Storie e Notizie N. 949

Ho letto dell’arresto del fotografo Daniele Stefanini a Istanbul durante gli scontri tra polizia e
manifestanti e osservandone l’immagine, che in queste ore si sta diffondendo in tutto il mondo, ho intravisto qualcosa di rassicurante…

Potete arrestare i fotografi.
Ma non potrete arrestare le fotografie.
Perché nessun può incatenare un’immagine.
Soprattutto laddove ciò che ritrae è vivo.
Allora e adesso.

Potete rendere schiavi i bambini.
Ma non potrete imprigionarne la fantasia.
Quella di chi li ha messi al mondo.
E di chi di loro si sente comunque madre.
O padre.
Perché quando fai scoppiare un palloncino è quasi sempre un fatto triste.
In effetti, la plastica muore e la magia pare finire.
Ma, che tu te ne renda conto o meno, l’aria è finalmente libera.

Potrete rinchiudere i sognatori di questo mondo, tutti, nessuno escluso in un’enorme cella senza finestre persa ai confini della vostra solitudine.
Potrete altresì spogliarli di ogni avere, ma non troverete traccia alcuna dei loro sogni.
Perché i sogni dei sognatori sono di tutti.
Anzi, appartengono al resto dell’umanità molto di più che a loro stessi.
E basta che solo uno tra noi se ne accorga che lo spettacolo ricomincia.
Più bello di prima, guarda un po’.

Potrete trucidare i leader degni di questo nome, ovvero coloro che per il bene della cittadinanza a cui appartengono non hanno alcun bisogno di scendere in campo.
Perché in quel campo ci sono nati e da quell’istante non l’hanno mai abbandonato.
Nemmeno quando vennero accusati di qualcosa che non ritenessero giusto.
Ci sono rimasti più che mai in quel momento.
Tuttavia, nonostante quel che raccontano alcuni libri di Storia, quella con la esse maiuscola, non potrete mai ucciderne le idee.
E quando le avrete date ormai per spacciate ecco che accanto a voi, o agli antipodi da dove vi siete costruiti la vostra bella roccaforte per difendervi da esse, una pianta germoglierà tra le sue mura.
E vi sorriderà.
Di nuovo.

Potrete violentare, seppellire e al fine sperare di cancellare dalla vostra memoria il ricordo di ogni creatura che avete trasformato in nemico per legalizzare rancori e paure.
Ma non avrete fatto altro che seminare vita nella vita.
E quando nutri la vita con la vita, l’anima con l’anima e un’irrefrenabile voglia di entrambe con la medesima il risultato siamo noi.
Sappi che saremo ovunque.
Anche per colpa tua.
O merito, a te la scelta di quale ruolo interpretare in questa storia.

Perché potete arrestare i fotografi, i sognatori e tutte le creature che avete trasformato in nemici.
Ma non potrete arrestare un’immagine.
Soprattutto laddove ciò che ritrae è vivo.
Allora e adesso.
Negli occhi di chi la guarda.
 



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14.6.13

Dolores Valandro Facebook Cecile Kyenge: il paese che vorrei

Storie e Notizie N. 948

Un esponente della Lega Nord si distingue per l’ennesima volta con un’uscita infelice, per usare un compassionevole eufemismo, e il giusto sdegno si diffonde. Non quanto si auspicherebbe, ma di sicuro in maniera significativa.
Di tutta risposta alla discutibile domanda della leghista, il ministro dell’integrazione ha dichiarato che tutti dovrebbero sentirsi offesi.
Concordo, ha pienamente ragione.
Il fatto è che ho i capelli grigi e sono stanco di sentirmi offeso.
Ogni tanto vorrei provare emozioni radicalmente opposte.
Per fortuna che esistono le storie…

Che giornata, ragazzi.
Io c’ero.
Per mia fortuna, posso dire che io c’ero.
Sono momenti questi che rimangono dentro, senza scherzi.
Come dei focolai della memoria che riscaldano il cuore negli istanti di sconforto.
Ovvero, come foto ben riuscite di occasioni indimenticabili in una faticosa esistenza.
Il fatto sorprese in molti, questo è indubbio, ma da qualcosa bisogna pur iniziare per mostrare che siamo cambiati.
Che il nostro paese è finalmente diverso da se stesso.
Che siamo migliori dello schifo a cui doniamo quotidianamente dignità a tal punto che molte persone finiscono addirittura per considerarlo un vanto.
D’altra parte, le premesse per scatenare reazioni tra le più inaspettate ce n’erano in quantità industriali.
L’Italia ha eletto il primo ministro nero di colore marrone scuro di origini africane, così ce l’ho messe tutte.
Ed è pure donna.
Guarda un po’ che ti arrivo a dire.
Ovviamente, siamo nel 2013, mica nel 3415, quando da noi il colore della pelle non sarà più degno di nota, soprattutto giornalistica.
Indi per cui, reazioni di una certa criticità erano da aspettarsi, secondo copione.
Un copione razzista, d’accordo, ma pur sempre prevedibile.
Tuttavia, quello che sulla Kyenge scrisse su Facebook la consigliera di quartiere lasciò tutti di sasso.
Cito testualmente: “Ma mai nessuno che l’abbracci, così tanto per capire cosa possa provare la vittima di una vita di discriminazioni?”
Pochi attimi dopo aver pubblicato il post sulla propria bacheca, la latrice del messaggio si ritrovò il proprio nome sulla bocca di tutti, sul web e fuori da esso, così come le sue parole.
Soprattutto le sue potenti parole.
Perché questo sono più di ogni altra cosa, queste ultime.
Incredibilmente potenti.
Soprattutto quelle scritte, destinate al presente come al futuro, a seconda del coraggio infuso in esse.
All’intelligenza.
E più che mai all’empatia.
Perché coraggio, intelligenza ed empatia sono l’inchiostro con cui sono state scritte le meraviglie della natura che talvolta ignoriamo e spesso violentiamo.
Anzi, stupriamo.
In breve, solo su Facebook vennero aperte centinaia, ma che dico, migliaia di pagine tutte con lo stesso significato, io abbraccio Cecile Kyenge, il giorno dopo venne organizzato un enorme flash mob di abbracci metaforici a quest’ultima e un’inaspettata quantità di persone, vip o meno, si esposero pubblicamente dichiarando di rispondere con gioia all’invito della consigliera.
Tra tutte, riporto qui le parole, altrettanto potenti, di una giovane studentessa intervistata in piazza il cui video in questo momento sta avendo una diffusione a dir poco virale: “Io abbraccio Cecile Kyenge perché sono una donna Italiana e so perfettamente cosa voglia dire essere discriminata dallo stesso paese in cui vivo, amo e che desidero rendere migliore.”
Che giornata, ragazzi.
Io c’ero.
Per mia fortuna, posso dire che io c’ero.
E potremmo esserci tutti, se solo lo volessimo.

 



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13.6.13

Storie di donne: se l'uomo più vecchio del mondo è una donna

Storie e Notizie N. 947

Il giapponese Jiroemon Kimura è morto a 116 anni.
L’uomo più vecchio del mondo.
Ora, il primato dell’anzianità spetta a una donna, che vive sempre in Giappone.
Misao Okawa ha 115 anni.
Passandole il testimone, immagino parole che il nonno della terra le possa aver consegnato prima di congedarsi.

Cara Misao,
addio.
Da domani tocca a te.
La più vecchia. Ti chiameranno la più vecchia.
La meno giovane, protesterai tu.
Ma che vuoi farci, chi ci conosce per quel che ai loro occhi rappresentiamo, i loro incubi evochiamo e le loro fantasie accendiamo, avrà sempre difficoltà ad identificarci per quello che in realtà siamo.
Tu capisci cosa intendo, vero?
Ero il più vecchio del mondo, ma sapevo bene che questo era solo il titolo per un premio ai Guinness.
Ci ho pensato molto, in questi giorni, soprattutto di notte, prima di addormentarmi, presagendo la fine del mio viaggio.
Chiudevo gli occhi e lo vedevo.
Hai capito, giusto?
Il bambino più piccolo.
La nuova nata in questo preciso istante.
La creatura che inizia a camminare esattamente dal punto opposto della retta alla cui fine ora io giungo.
Prendi quella retta, dal più giovane degli umani sino a te ed io, e chiamala umanità, se vuoi.
Li vedi? Circa sette miliardi di abitanti, ognuno con la sua età, ciascuno che vive e prova emozioni, grida e ride, piange e sussurra, combatte e muore su quella linea al cui estremo c’ero io.
E ora tu.
Tienila in mano, con me, adesso, quella meravigliosa riga.
Chiamala umanità, se preferisci.
E prova a dire che ti piace il mondo che abbiamo costruito.
Cerca di confessarmi che, dopo tutto, sei contenta di essere la cima di questa montagna.
Fatta di dolori che adombrano timide gioie.
Di violenze che offuscano adorabili gesti.
E di semplici perfezioni prevaricate da casuali ottusità.
No, non parlare.
Non voglio sapere se ami o meno, questo spettacolo che noi altri, tutti, nessuno si senta spettatore, abbiamo messo su.
Tu ed io sappiamo benissimo che non è questo ciò che conta.
Tu ed io abbiamo imparato che non è poi tutta questa tragedia se questa linea si interromperà con la nostra morte.
Perché tale destino si ripeterà ancora quando non il più vecchio, bensì il più piccolo tra gli infanti che oggi emettono il loro primo vagito arriverà tra cento anni alla nostra età.
E morirà.
Con lui o lei se ne andrà un’altra retta, quella che sarà stata scritta nell’altro verso, tracciata dopo di lui, come quella di cui eravamo noi stessi il punto di partenza e che con noi scompare.
L’altra umanità, la nostra, quella in cui al nostro arrivo c’era qualcun altro ad essere il più vecchio.
O la più vecchia.
Ed ecco il nostro segreto.
Posso odiare o adorare il mondo, oggi, ma sapendo quel che ti ho appena scritto sono felice.
Sorrido con le lacrime agli occhi e sono felice.
Perché so che i nostri numerosi figli e nipoti potranno incidere un’altra retta, sulla terra di questo pianeta, infinitamente diversa dalla nostra, un’altra umanità.
Perché magari sarà migliore di oggi.
E perché potrò finalmente vantarmi di esserne stato il nonno.
E tu la nonna.

  



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12.6.13

Afghanistan ritiro truppe Italiane 2013: eroi e vittime

Storie e Notizie N. 946

In pochi giorni, siamo passati dalla notizia di un possibile ritiro del nostro esercito dalla guerra in Afghanistan a quella della conferma ufficiale dell’impegno bellico nostrano nel discorso del Ministro della Difesa Mario Mauro alla Camera: “L’intendimento del Governo è di proseguire la partecipazione alla missione Isaf in Afghanistan, concludendola secondo i tempi stabiliti nel 2014”.
Sarò di parte, ma ho l’impressione che il problema sia sempre nelle parole. Ministro della Difesa, è questo che non va, è la parola difesa che condiziona, limita, chiude ogni possibilità ad un’alternativa, una reale alternativa.
Perché l’azione di chi difende è, o almeno dovrebbe essere, sempre una risposta al suo oppositore naturale, colui che offende.
Costui, poi, si ribella perché afferma di non aver iniziato per primo a colpire.
Sono io che mi difendo da voi, sostiene il più delle volte e in alcuni casi perfino con argomenti più che validi.
E intanto la guerra va avanti e non finisce, come quella in Afghanistan, che è cominciata nel 2001.
E intanto migliaia di vite innocenti, soprattutto quelle di donne e bambini, vengono trucidate.
Alla Camera ci vorrebbe l’intervento del Ministro della Pace.
Quello sì sarebbe un discorso che ascolterei e applaudirei…

Gentili deputate,
amici onorevoli,
vi ho qui riuniti per darvi una notizia storica, che cambierà l’immagine del nostro paese nel mondo.
Vi annuncio che da domani i nostri soldati abbandoneranno l’Afghanistan e torneranno a casa, dai loro cari.
Questa missione è terminata.
E’ questa la notizia storica?
No, è già successo, non è nulla di straordinario.
Da che mondo è mondo, i governi iniziano le guerre, gli eserciti le combattono e la povera gente ne paga il prezzo con la propria vita.
E da che mondo è mondo, i governi dichiarano terminate le guerre, gli eserciti smettono di sparare, ma la povera gente continuerà a pagarne il prezzo con la propria vita per ancora molto tempo.
Ecco, è questo che da oggi in poi premerà maggiormente al nostro paese.
La povera gente, ovvero le vittime.
Sì, le vittime.
Le vere vittime delle guerre.
Coloro che dovremmo difendere da chi li offende.
E forse anche da noi stessi.
Da domani, è per le vittime che stanzieremo denari, è con le vittime che saremo solidali, e alle vittime che penseremo laddove decideremo da che parte stare nelle cose del mondo.
Perciò, non crediate che il nostro sarà un chiamarsi fuori dalle ingiustizie, dagli abusi.
Dalla guerra.
Eroi? E' questa la gente che volete celebrare sulla pubblica piazza? Sono queste le persone a cui volete appuntare la medaglia sul petto e leggerne i nomi sui cartelli delle vie che contano?
Oh, ma ne avrete quanti desiderate.
Soprattutto coloro che se ne riempiono la bocca, il più delle volte nelle occasioni funebri, avranno la chance di scendere essi stessi in campo.
In prima persona.
Ecco la notizia storica.
Perché da domani gli eroi saremo tutti noi.
Perché domani inizieremo davvero una missione di pace, altro che chiacchiere.
Perché domani il nostro ministero ritirerà le proprie truppe e al loro posto invierà per primi noi, i politici.
E poi i medici e gli insegnanti, gli ingegneri e gli architetti, i giornalisti e i vigili urbani, gli educatori e i clown, gli imbianchini e gli idraulici, gli spazzini e gli scrittori, gli attori e i macellai, i tronisti e i cubisti, i presentatori e i cantautori, e così via.
Tra loro, tutti quelli che hanno veramente a cuore le vittime di questo mondo e che sono disposti ad impegnarsi per loro.
E vedrete che con così tanti eroi non ci saranno più altre vittime.

Il Ministro della Pace





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11.6.13

Storie sullo sfruttamento minorile: il resto di noi

Storie e Notizie N. 945

Il 12 giugno viene celebrato il World Day Against Child Labour. Secondo le ultime notizie, si contano nel mondo oggi 150 milioni di bambini vittime di diversi tipi di sfruttamento, 260 mila solo in Italia…

Alcuni di noi giocano.
E sognano, con gli occhi chiusi o meno.
Sono coloro che nascono nella terra della normalità, che rimane tale solo per chi ci vive, purché non naufraghi nell’oceano chiamato realtà.
Il resto di noi immagina le fortunate esistenze che esistono rigorosamente al di là della parete, nella casa della finestra di fronte, in quella lontana città di cui parla la tv, su, in cima, all’ultimo piano del grattacielo nel mezzo dell’isola che c’è.
C’è, ma non per tutti.
Solo per chi ci nasce, e neanche tutti tra loro, poiché s’inventano perfino leggi per rendere il futuro ancora più a rischio di quello che è già.
Cosa normale, per il resto di noi.
Noi che facciamo tutto tranne quello che ci spetta.
Siamo il bambino che cuce.
Il ragazzino che lava e stira.
Il bimbo piegato in terra che raccoglie.
Quello che mette in ordine.
E quello che viene punito, se non fa le cose come si deve.
Magari fossero lezioni per crescere ed evolversi.
Per migliorare.
Il resto di noi impara una sola cosa, il primo giorno che entra in questa sorta di incubo ed è orribile solo a pensarla.
Il credere che la vita sia tutta qui e che il resto sia solo un miraggio.
Quello che vivono alcuni di noi.
Se veramente esistono anche loro.
Nello stesso tempo, in questo paradossale imbroglio detto società moderna, ci sono i grandi.
I cosiddetti adulti.
Alcuni di loro lavorano.
Sognano anche loro, di notte e di giorno.
Sono coloro che fanno del proprio meglio ovunque, nella terra della normalità e soprattutto nel mondo esiliato da quest’ultima.
Perché hanno la convinzione o la follia, dipende dai punti di vista, che quel miraggio, ovvero la felicità all’orizzonte, dovrebbe essere raggiungibile per tutti.
Senza distinzioni alcune.
Il resto di loro, dei grandi cosiddetti adulti, non lavorano.
Sostengono di farlo.
In realtà giocano.
Sì, giocano a fare i politici, gli scienziati, gli ingegneri, gli avvocati, i soldati.
Ma quelli più assurdi sono quelli che chiamano lavoro quello che è davvero un gioco, vedi i calciatori.
Prendetevi un attimo, ora, fate una pausa.
Dal lavoro o gioco che sia, o comunque voi lo chiamate.
E figuratevi di rimettere per un istante tutte le caselle al loro posto.
Immaginate un mondo dove tutti noi, alcuni e tutto il resto, vivessimo per giocare, giocare finché il tempo lo richieda.
Una società, non più imbroglio, dove i grandi, non più cosiddetti adulti, vivessero il proprio lavoro anche giocando, ma senza dimenticare che gioco non è.
Pensate a quanto sarebbe meraviglioso, alla fine della giornata, raccontarci cosa abbiamo entrambi imparato.
E in quel momento si potrebbe pure giocare assieme…

  



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10.6.13

Genocidio significato parola: storia un milione di ossa

Storie e Notizie N. 944

Dal sito ufficiale del progetto: Un milione di ossa è un’iniziativa a larga scala di arti sociali, che unisce istruzione, attività manuali e installazioni pubbliche per aumentare la consapevolezza sui continui genocidi e sulle atrocità di massa che hanno luogo in posti come il Sudan, la zona meridionale di quest’ultimo, la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia e la Birmania. Negli ultimi tre anni abbiamo raccolto un milione di ossa fatte a mano per una mostra evento di tre giorni sul prato del National Mall a Washington, DC, dall’8 al 10 Giugno del 2013. L'installazione sarà presente come uno spazio di coscienza collettiva, allo scopo onorare le vittime e i sopravvissuti, e servirà anche come una petizione visiva contro i conflitti in corso.
Ed ecco la mia storia...

Siamo uguali, noi e voi.
Tutto ci accomuna e tutto ci differenzia.
Nel mezzo la storia.
Siamo lo scheletro del mondo che fu.
Non di tutto quel che è stato, solo una parte, ma che sarà sempre troppo vasta da accettare come normale.
Malgrado quel che dicono i giornali.
A prescindere da quel che leggano le vostre coscienze tra le righe di questi ultimi.
Oggi, adesso, ora e qualsiasi altro sinonimo che significhi urgenza, altri si apprestano a spogliarsi di pelle e sangue per unirsi a noi.
A gridare senza voce.
A rimpiangere con inutile fiato in gola.
Perché a cosa servono i romanzi, le canzoni e tutte le installazioni di questo mondo se non a scuotere dal sonno coloro che ancora oggi, adesso e ora possono scrivere la parola fine in calce a questa storia?
E allora, non una, né cento e neppure mille, bensì un milione di noi, ancora una volta siam qui, nude, a ricordarvi che…
Siamo diversi, voi e noi.
Tutto ci separa e tutto ci unisce.
Nel mezzo la storia.
Questa storia.
Senza ipocrisia, ogni corpo che di noi era il vestito, portava a spasso una vita che come la vostra probabilmente guardava l’intero mondo lontano, sfiorabile con le dita piuttosto che con la fantasia.
E’ altrettanto vero e triste che laddove la tragedia non ci tocchi personalmente, sono veramente pochi, quelli tra noi che decidono di farla comunque propria.
Ma esiste mai tragedia che riguardi un popolo intero che non sia affare comune?
E se ciò fosse vero anche per un solo, sconosciuto, essere agli antipodi da noi, quanto madornale sarebbe la vostra cecità innanzi al moltiplicarsi del suo dolore?
Quanto dovreste essere sordi per ignorare un milione di costoro?
Forse siete più forti di quel che crediate.
Poiché solo una creatura incommensurabilmente tenace potrebbe riuscire a continuare imperterrita il proprio cammino con una tale quantità di cadaveri ai lati della strada.
Dev’essere proprio prezioso il tesoro che vi aspetta alla fine dell’arcobaleno.
Tuttavia, se dovessero prendere in considerazione l’ipotesi che per quanto ambito appaia nei vostri sogni, esso non valga la pena di cotanta disumanità, lor signori potrebbero valutare un’alternativa.
Che il premio non sia mai stato all’orizzonte, che quest’ultimo sia solo un miraggio, anzi, una distrazione dall’unica meraviglia possibile, malgrado sia molto meno luccicante.
Ci riferiamo a quell’infaticabile e struggente luce nello sguardo del bambino, della donna e dell’uomo che cadono sotto i colpi ottusi della propria specie.
La stessa luce che illumina noi, ora.
E voi un giorno.
Perché noi e voi siamo uguali e diversi.
Tutto ci avvicina e tutto ci allontana.
Nel mezzo la storia.
Scritta nelle ossa.


 



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7.6.13

Clement Meric morto: solo il corpo

Storie e Notizie N. 943

Clement Meric è morto.
Un giovane militante antifascista è stato ucciso.
E la vita di un ragazzo di diciotto anni è stata strappata ai suoi cari.
Ma questo è tutto quello che il suo assassino avrà.
Quando odi qualcuno perché ti offendono, inquietano o spaventano le sue idee, sappi che quelle medesime idee non possono morire, essere uccise e strappate a chi siano care, nemmeno se essi stessi lo desiderassero.
Non otterrai in cambio una vittoria sul tuo avversario.
Non ci sono medaglie per questo tipo di imprese, perché imprese non sono.
Non ci saranno premiazioni sul campo, foto ricordo e targhe da sfoggiare sul comodino che conta.
Non avrai altresì ulteriori ragioni per credere che la tua versione delle cose del mondo sia migliore di quella della tua vittima.
Perché il suo sangue non travaserà nelle tue vene, bensì in quelle della terra sulla quale hai lasciato il suo corpo sconfitto.
Intendi bene, solo il corpo.
Magari ti hanno raccontato che rubare la vita al tuo nemico vuol dire vincere la guerra e di sicuro in tanti hanno scritto storie e costruito intere nazioni con queste ultime come fondamenta.
Tuttavia, laddove alla fine del giorno spegnerai la luce artificiale che illumina la tua coscienza e le permetterai di parlare senza censura saprai meglio di ogni altro che la realtà è una sola.
Un assassino e un cadavere.
Ecco cosa resta al mondo.
Il tuo.
Il resto sono chiacchiere e bugie.
Chiacchiere e bugie che puoi sentir gridare e inneggiare, ma tali sono e altrettanto resteranno nei secoli a venire.
Clement se n’è andato.
Un giovane antifascista è stato ammazzato.
E la vita di un diciottenne è stata portata via a chi lo amava.
Ma questo è tutto quello che il suo omicida avrà.
Uno di meno sul campo avverso è solo una questione di cifre.
Le cifre non avranno mai a che fare con sogni e speranze.
Per i sogni e le speranze la gente vive.
E muore.
Per tua mano o per quella del fato non fa molta differenza.
Perché per quella stessa gente, che vive e muore, i sogni e le speranze sono eterni.
E nonostante il dolore, oggi lo sono anche di più.
 



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6.6.13

Storie d'amore: Il pirata innamorato

Storie e Notizie N. 942

Chi era lo sconosciuto che è stato trovato morto assiderato nel carrello dell’aereo che dall’Italia è giunto a Mosca? Un uomo dalla pelle scura? Un uomo di colore? Un migrante?
Tutte e tre le cose?
Come per Massimo Troisi, che in Ricomincio da tre protestava con chi insistesse nel ritenerlo un emigrante per il solo fatto di essere un napoletano a nord della propria città, è tutta una questione di quantità di immaginazione.
E visto che del nostro, almeno per ora, non si conosce la reale identità ecco la mia ipotesi.
O storia…

In fede mia, Ismail non può dire che non l’avessi avvertito.
Ora ne piango la sorte, ma al contempo sono qui a difenderne il ricordo.
Sì, avete ragione, allorché vi basiate unicamente su quel che l’occhio vi suggerisce.
Uomo dalla pelle scura, già.
E’ ragionevole, laddove la si accosti alla bianchitudine della vostra pallida cute.
Uomo di colore, indubbio anche questo.
Sfido chiunque a trovare un uomo di colore alcuno, se perfino i fantasmi ne hanno uno.
A proposito, se voi siete bianchi, come chiamate gli spettri, visto che della stessa tonalità è il loro lenzuolo?
Okay, non divaghiamo, torniamo a Ismail, uomo dalla pelle scura e di colore, ma più che mai tale, nel senso più virile del termine e le fanciulle che lo hanno amato possono or ora confermare, in tempi quanto mai non sospetti.
Nondimeno, nessuna tra loro possiede ragioni in grado di reggere il confronto con quelle dell’unica donna al mondo per la quale Ismail avrebbe dato la sua stessa vita, ovvero l’affascinante Katiuscia, violinista russa dai capelli di fuoco.
Vita la cui fine ne è insindacabile prova.
E fine che ho fatto di tutto per evitare.
Gliel’avevo ripetuto una miriade di volte, aspetta di avere il permesso di soggiorno e fai il biglietto come tutti, cos’è questa fissazione del carrello?
Sono un pirata, mi ha risposto, e i pirati non possono fare il biglietto, men che mai viaggiare in classe economica con un’umiliante cintura di sicurezza.
Eppure ero consapevole di quel che i giornali avrebbero scritto di lui, se avesse fallito nella sua impresa.
Guarda che se morirai, gli dissi proprio la sera prima della sua partenza, ti liquideranno come un migrante dalla pelle scura, morto come tanti, troppi, lungo la strada.
Con tutto quello che la povertà di fantasia evocherà nelle menti dei lettori più o meno distratti.
Un disperato, un extracomunitario, un clandestino, ad esser gentili.
Un usurpatore del lavoro altrui, uno spacciatore, uno stupratore, ad essere bruti.
Ad ogni modo, incapaci di contemplare la possibilità di una folle missione come la sua.
Missione per conto dell’amore e forse incosciente anche per questo.
Ma cos’altro è se non una pazzia quella di convincersi di possedere il cuore di qualcun altro quando non siamo capaci di avere alcun controllo sul nostro?
Lo ammetto, al pensiero che la fanciulla per la quale Ismail ha rischiato e perso la vita abbia il volto di Katiuscia, riesco anche a capirlo.
Capirlo, ma non giustificarlo.
Spero che mi perdoni, ma da amico non posso assecondarlo, poiché nell’attimo in cui leggo della sua prematura fine l’unica cosa che riesco a vedere è il vuoto che lascia.
Ecco, alla fine di tutto, è così per ognuno di noi.
Quando muore qualcuno, chiunque sia stato in vita, qualunque sia la relazione che ha avuto con noi e con i nostri cari, libera sulla terra uno spazio.
Una casella, anzi, una scatola vuota.
Per dare un senso alla dipartita di quell’uomo, sconosciuto o meno, possiamo riempire quest’ultima con tutte le parole che vogliamo, sta a noi la scelta, checché ne dicano i professionisti dell’informazione nostrana.
Una cosa è certa.
Quello che mettiamo in quella scatola ci contraddistingue.
Perché la vita del prossimo, vicino o lontano che sia, definisce la nostra.
E così vale per la morte.
Per voi è deceduto un migrante di colore dalla pelle scura.
Per me si tratta di Ismail, un folle pirata innamorato della sua adorata Katiuscia.

  



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5.6.13

Cina minigonne no rischio molestie: scopritevi e fatevi ammirare

Storie e Notizie N. 941

In Cina, il dipartimento traffico dell'ufficio di pubblica sicurezza di Pechino, con l’intento di evitare quanto mai indesiderate molestie, con l’arrivo dei primi caldi sconsiglia vivamente le donne l’utilizzo di minigonne, pantaloncini e in generale abiti succinti a bordo di autobus e metropolitane. Nel caso, si suggerisce di coprirsi con fogli di giornale e buste, e di utilizzare i sedili situati nei piani più bassi, onde evitare foto inaspettate.
Magari qualcuno da noi si straccerà le vesti, metafora quanto mai calzante, dimenticando che tali fobie sono più familiari di quanto si pensi al nostro paese.
E se invece di una ottusa paura, regnasse un illuminato coraggio nei maschi di questo pianeta?

Coraggio per paura.
Questo è lo scambio, il copia incolla irreversibile, il baratto che alla fine rende la mia categoria degna contraltare del cosiddetto sesso debole.
E che lo spettacolo abbia inizio.

Se tutti noi, barbuti e presunti virili ominidi di questo mondo, avessimo nel cuore al posto di un’ottusa paura un illuminato coraggio, i consigli che daremmo alle gentil signore sarebbero ben altri.
D’altra parte, non sarebbero consigli, bensì preghiere.

Vi preghiamo, indossate gonne di qualsiasi misura, quando e dove preferite e il rischio che potreste temere sarebbe quello di venire ignorate.
Rischio pari allo zero, in ultima analisi.
Poiché noi altri non avremmo alcun desiderio di muovere il nostro sguardo lontano da quel che la natura ha donato ai nostri occhi come ai nostri sogni con la stessa identica generosità.

Se fosse il coraggio a tenere le redini della nostra cervice e non la paura, vi imploreremmo una ad una di prendere bus e metro quanto di più frequente vi convenga, indossando solo quel che consideriate indispensabile.
Il vero rischio sarebbe solo il nostro, ovvero quello di rimanere a bordo soli esattamente come ci siamo arrivati, non potendo più fingere di digitare sui cellulari o leggere i giornali sbirciando quel che al contrario merita essere guardato con occhi liberi.
D’altra parte, solo uno sguardo redento è capace di comprendere appieno la bellezza che gli passa davanti.
E laddove ci privassimo della bellezza, che senso avrebbe questo viaggio sui bus, sui metrò e su qualunque altro mezzo?

Se la paura che opprime tanti di noi fuggisse via con le classiche gambe levate all’arrivo di un coraggio nobile quanto il proprio destriero, vi scongiureremmo di sedervi ovunque, altro che posti nei piani bassi, ma perfino volteggianti sopra di noi.
Perché se esistesse la magia, quale altro uso ne faremmo, secondo voi, se non donarvi anche la leggerezza del volo?

Amiche mie, se leggessimo sempre le lettere che compongono la parola coraggio laddove la paura si affacciasse alla soglia delle nostre emozioni, l’unico rischio che correreste sarebbe quello di venire sommerse da preghiere intessute da un solo desiderio.
Scopritevi e fatevi ammirare.
 



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4.6.13

Nato senza gambe e un braccio: ma che braccio

Storie e Notizie N. 940

E’ nato all’ospedale San Donato, ad Arezzo, ed è stato abbandonato dai genitori due mesi fa.
Non ha le gambe e ha un solo braccio.

Aggiornamento: questo racconto è contenuto nel libro Roba da bambini, (Tempesta Editore - 2014)

Mi chiamo Francesco e sono nato senza genitori.
Ovvero, questi ultimi sono privi di me.
Diciamo le cose come stanno, serve sempre, credo.
Per me loro sarebbero andati bene, mi sarei fidato sulla carta.
D’altra parte, cos’altro possiamo fare, noi che siamo all’inizio del viaggio?
Ci prendiamo quello che troviamo.
Mamma e papà, nazionalità e lingua, religione e soprattutto il corpo.
Ecco, il corpo.
Già quando dico corpo, sapete dove voglio andare a parare.
Basta guardarmi.
Anzi, che dico, ammirarmi.
Sì, lo so, non è merito mio, è la natura che decide, il caso o le divinità che preferite.
Quel che conta è che ciò che ho mi sia stato donato ad occhi chiusi e sta a me fare di tutto per renderlo straordinario.
O condannarlo alla banalità più assoluta.
Senza di vie di mezzo.
Perché, credetemi sulla parola, checché ne dicano i mediatori di questo mondo, la vita è un bivio senza alternative.
O si vive davvero, oppure ci si condanna ad una lenta e prematura morte.
Il resto è solo confusione, fumo nella mente, nebbia nei sogni.
Guardate gli animali, baciati dalla sorte nella loro semplicità.
Avete mai osservato una formica sprecare un solo secondo della sua esistenza?
Avete mai guardato un gabbiano volare senza un valido motivo?
Avete mai incontrato un cane che non fosse felice di liberarsi del guinzaglio?
Io non sono un animale, sono uno di voi e sono deciso a rendere quel che ho unico.
Cosa?
Sono un ingenuo?
Sono troppo piccolo per capire?
Come dite? Tutte e due le gambe e un braccio mancanti?
Mah, eppure avevo premesso che avrei cercato di dire le cose come stanno.
Amci miei, l’aggettivo mancanti si riferisce a quello che esiste e un attimo dopo non c’è più.
Senza gambe e un braccio io ci sono nato, come senza genitori.
Ragion per cui la mia forza, le mie emozioni, i miei desideri nuotano nel mare che ho a disposizione.
Ho un solo braccio, ma che braccio.
Non sapete quante meraviglie si possano fare con un braccio.
Posso scrivere storie, più lentamente, forse, ma non per questo meno degne di esser lette.
Con un braccio posso accarezzarvi quando siete tristi e attraverso quel contatto contagiarvi con la mia gioia di vivere.
Con un braccio posso abbracciarvi solo da una parte, è vero, ma per me vale doppio.
Per salutarvi basta solo una mano di quel medesimo braccio e altrettanto per spedirvi un bacio.
Ma posso stringervi la vostra, di mano, se ho osato troppo.
Con un braccio posso dipingere, scolpire e ballare.
Certo, ballare.
L’ha detto l’infermiera che ho le dita da ballerino.
Sarò il primo danzatore sui polpastrelli.
E se tutto non ciò non bastasse, be’, me ne farò una ragione.
Perché mi chiamo Francesco e sono nato senza gambe e con un solo braccio.
Ma che braccio...

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