16.12.13

I più famosi del web Gesù: vorrei la mangiatoia

Storie e Notizie N. 1033

Ho saputo che Gesù è il più famoso del web.
Allora, capiamoci subito.
Non c’è alcuna vocazione blasfema, qui.
Il fatto è che, nelle mie condizioni, non ho il tempo di offendere il credo altrui.
La mia fede è talmente appesa a un filo che sono fin troppo occupato a cercare che non si dissolva del tutto per curarmi delle divinità del prossimo.
Ad ogni modo, a scanso di equivoci, vi dico subito che io non ho idea se il vostro Gesù sia esistito o meno.
Tuttavia, sul Salvatore vi do due notizie, una cattiva e una buona.
Buona per me, almeno.
La prima è che non siete voi.
La seconda è che potrei essere io.
Ripeto, non lo sono.
Ma vale il condizionale, da cui il resto della storia.
Ovvero, i fatti a mio sostegno.

Mi chiamo Babatunde, ma questa potrebbe essere anche una parola straniera che voi non conoscete.
Nel mio paese, magari, Gesù si dice Babatunde, tanto voi che ne sapete?

Ho cinque anni.
Anche qui, tutto potrebbe coincidere.
Oh, Gesù ce l'avrà avuti cinque anni, no?
Eh, fino a trentatré tutte le età sono valide.
Poi, Dio vede e provvede.
E questo vale alla lettera.

Sono figlio dello spirito, pure io.
Perché di spirito, con i pochi centimetri di orizzonte visibili, i miei ne hanno avuto un’infinità per decidere di mettermi al mondo.

Cammino sulle acque, come Lui.
No, perché la barca dove mi trovo ora è così lenta che va a passo d’uomo.
Indi per cui, al massimo cammina e il sottoscritto con essa.

Faccio pure io la moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Cavolo, con la fame che mi ritrovo, mi basta chiudere gli occhi e hai voglia a moltiplicare su quell’immaginaria tavola imbandita.

Ho anch’io i miei discepoli.
Be’, parola grossa, lo ammetto. Diciamo seguaci, va’.
Nel senso che mi vengono dietro ovunque vada.
Venivano, ad essere esatto.
Perché, per loro buona sorte, solo il maggiore era destinato a partire.
Fortunati fratellini.

Anch’io ho il mio traditore.
Perché ci avevo pure provato a nascondermi sotto il letto ma quel farabutto di Kaunadodo non ha perso tempo nell’informare papà del mio nascondiglio.
Ovviamente, Kaunadodo potrebbe essere Giuda nella mia lingua a voi ignota.

Come Gesù anche io sono stato indicato quale eletto a salpare per il paradiso e aprire la via.
Già, paradiso, perché se dove vivo è l’inferno fatevi voi i debiti conti.

Come Lui, anch’io sono nato destinato a sacrificarmi per il mio popolo.
Per il loro futuro.
Perché questo sono.
Domani, è il mio secondo nome.
Dopo Gesù.
Cioè, Babatunde.

Detto questo, dati i cotanti punti in comune con il Vostro, non vi chiedo tanto.
Non fino a crocifiggermi, ecco.
Ma al mio arrivo sulle vostre coste, visto il freddo pungente, non si potrebbe avere almeno la mangiatoia?
Già dal nome, la adoro…





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13.12.13

Storie sui diritti umani: Deportazione Armeni disumane

Storie e Notizie N. 1032

Capita che a 98 anni di distanza dal genocidio, di almeno due milioni di persone secondo gli armeni, ad opera dei turchi, il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu ammetta che la deportazione degli stessi sia stato un atto disumano.
Si sa, la Storia con la S maiuscola ha i suoi tempi, ecco.
Nondimeno, i piccoli racconti che sopravvivono in questo spazio hanno, come dire, natura prettamente anarchica e non seguono regola alcuna.
Prima tra tutte quella temporale…

Coraggio.
Afferriamo insieme i lembi di questa linea che ci scorre sotto i piedi, dall’incipit del nostro comune esordio sino alla fine di tutto.
Perché la fine arriva sempre, almeno questa è una certezza.
Prendiamo questa sorta di spago e annodiamolo nel più breve spazio possibile.
Un nodo dolce, eh?
Non siamo marinai, qui.
Casomai, ne narriamo le gesta.

Senza paura.
Teniamo stretto tra le mani quel prezioso groviglio.
Di straordinarie imprese e clamorosi abbagli.
Di banali atti.
E gesti unici che banali lo sono solo nel nome.
Osservate con me l’arte di un mondo collassata in un unico quadro.
Tutto è accaduto, su quella tela.
Quel che è stato e quel che sarà.
Che in questo immaginario istante semplicemente è.

Forza.
Cerchiamo tra il moltissimo e puntiamo l’attenzione sul molto.
Troppo.
Leggete pure legalizzate disumanità.
La prima è facile.
Le deportazioni armene furono disumane.
Nell’attimo esatto in cui avvennero.
Perché siamo ormai troppo avanti in questa minuscola storia per nasconderci dietro un calendario.

Senza indugio.
Scorriamo in coro altri abomini istituzionalizzati.
Negare ad un individuo i diritti, qualsiasi tra essi, a causa dei suoi sentimenti per qualcuno del suo medesimo genere.
Scusateci, riconoscono in coro i pentiti più o meno responsabili.
Era disumano.
Lo è.
Fare bersaglio i propri simili con indicibile disprezzo e quanto mai ingiustificato senso di superiorità per il solo fatto di apparire in qualche modo diversi.
Chiediamo perdono, recitano gli illuminati dell’ultim’ora.
E’ disumano.
E lo era.

Scaricare con puntualità a dir poco chirurgica ogni personale afflizione sulle spalle di creature più indifese usando come pretesto il loro differente stile di vita.
E’ ed era disumano.
Questo è quel vale qui, ora.
Ieri e domani.

Oggi.
Nella Storia con la S maiuscola, aspettiamo.
Aspetteremo.
Con fiducia.
Hai visto mai che ti sorprenda anticipando i tempi.
L’umano.

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12.12.13

Bambini invisibili Unicef storie di 230 milioni

Storie e Notizie N. 1031

Secondo l’Unicef al mondo ci sono almeno 230 milioni di bimbi di cui ignoriamo l’esistenza, in quanto non registrati all’anagrafe.
Come se non fossero mai nati.
Come se non esistessero…

Di bambini invisibili.
Di giornale in giornale, troverete notizie.
Almeno questo sì.
Ad esse aggiungo il privilegio di illuminare le storie che ne conseguono.
Se non altro, per mera logica.
O fantasia.
Invisibile e per questo un vero peccato.
A dispetto di quel che invece è quotidianamente sotto i nostri occhi.
Quale spreco, in fede mia.

Allora, se la piccola Jaineba è trasparente, così sarà altresì per la sua, di fantasia.
Con tutto quel che di nuovo e migliore potrebbe donare.
Al contrario dei cartelloni pubblicitari lungo le vie, impossibili da ignorare.

Di Hasani non sapremo mai se un giorno riuscirà finalmente a liberare la sua famiglia dalla crudele condanna del destino chiamata immigrazione.
Al contempo, di ammirare l’ennesimo (s)vestito di Lady Gaga non possiamo farne a meno.

Mandisa danzerà, con inammissibili traiettorie, disegnate nell’aria da una apparente miriade di braccia e gambe, per buona sorte affrancate dai prevedibili movimenti suggeriti dalla moda.
Viceversa, di fasulli volteggiamenti nel baraccone delle coreografie catodiche ne abbiamo pieni gli occhi.

Oluwa-Seyi, relegato all’esterno dei margini di quel monitor mai abbastanza ampio inchiodato al nostro orizzonte, porterà la letteratura, sì, proprio lei, in cima a vette impensabili.
Nel medesimo tempo, non siamo più capaci di renderci conto di stare leggendo sempre le stesse parole su quella roba in vetrina e sugli scaffali rigorosamente in bella vista.

Kamara è appena nata, ma tanto noi non lo sapremo, così come rimarrà a noi ignota la visione delle cose che a sua volta partorirà. Ovvero, un tale suggestivo affresco di democrazia reale da costringerci ad implorarla di emigrare qui da noi, se solo la conoscessimo.
A fronte di ciò, non manca giorno che la nostra mente venga cibata da cosa ha detto quello e cosa ha risposto quell’altro, cosa ha mangiato il suo cane e quanta ne ha di conseguenza prodotta a fine pasto.

Figuratevi con me quell’immensa stanza, colma di 230 milioni di storie senza fine.
Leggete pure il futuro che non avremo.
E, nel mentre, guardate ad occhi aperti quella discarica di immondizia che quotidianamente allarghiamo nella nostra testa.

Mi sbaglierò, ma ho la netta impressione che dovremmo rivedere le nostre priorità.

 



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11.12.13

Storie di donne: io sono innocente

Storie e Notizie N. 1030

Leggo che in India i giudici della Corte Suprema hanno dichiarato incostituzionale la sentenza che nel 2009 aveva deciso di depenalizzare i rapporti tra individui di pari genere.
Di fatto, riportando indietro il paese di ben 148 anni, l’omosessualità è nuovamente un reato, punibile con almeno 10 anni di carcere.
Ecco il piano di Malika per sopravvivere all’ennesimo tunnel di tenebre e ignoranza…

Sono innocente.
Sì, signor giudice.
Vi assicuro che sono innocente.
E avrò altrettanto rispetto per le vostre orecchie.
Perché non vi dirò che amo Ranya.
Che l’ho amata dal primo momento che l’ho vista.
Ovvero, da molto prima.
Fenomeno che capita a chi si fa di sogni.
E non ha alcuna intenzione di disintossicarsi.

Io sono innocente.
Lo sono, protettori delle leggi tutti.
Ve lo mostrerò senza vergogna alcuna.
Ai vostri occhi.
Perché non abbraccerò Ranya.
Per scandalizzarvi anche con il più rapido sfiorar di labbra.
Di sguardi.
E giammai licenziosi pensieri.
Figuriamoci tutto il resto.
L’indescrivibile resto.

Sono innocente.
E’ così, difensori delle tradizioni.
Lo avvertirete nell’aria.
E in ogni atomo che riuscirete a cogliere.
In fuga dalla mia vita.
Perché assenza sarà l’unico lemma ricostruibile.
Di sentimenti esagerati.
Inaccettabili pose.
Incomprensibili movimenti.
Di una come me.
E addirittura una come Ranya.

Ecco, l’ho detto.
Sono innocente.
Per la mia e la vostra salvezza, questo è quel che troverete.
Cercando nelle fessure tra i pezzi del puzzle che porto in giro.
Sulla mia pelle.
Ma se, ripeto, se dovesse capitarmi di incontrarla.
Ranya.
E magari percepire anche il seppur flebile moto verso ella.
In carne e sangue.
Non sia mai in spirito.
Terrò il tutto dentro.
Come un detenuto in cella.
Incatenato ad un organo difficile da violare.

Ma chi non teme il domani sa perfettamente di quale organo si tratti…

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10.12.13

Record di freddo nel mondo: guarda dietro di te

Storie e Notizie N. 1029

Il nostro pianeta ha raggiunto il nuovo record in tema di freddo.
La cima, o forse dovrei dire la profondità, or ora conquistata è di -93,2 gradi ed è stata registrata a 4.093 metri d’altezza nel Polo Sud, lungo la dorsale dell’altopiano chiamato Dome Argus (Dome A).
Tale notizia, miscelata a questi convulsi giorni di frustranti quanto legittimi blocchi stradali, veementi proteste e manifestazioni, conflitti sociali sulle piazze nostrane sia fisiche che virtuali, mi suggerisce il seguente racconto…

Mario e Laura discutono.
Be’, non è proprio esatto.
Mario discute.
Laura prende atto della cosa.
Ed è questo quel che accade sovente.
La sera.
Prima di crollare sul materasso e spegnere la luce.

“Guarda dietro di te…” sussurra sua moglie.
Vanamente, recita la didascalia.

Mario è arrabbiato e ce l’ha col mondo.
Be’, anche questo non è proprio vero.
Il nostro è incollerito con parte del sistema, non tutto l’ambaradan.
La Roma non si tocca.
La Juve, figuriamoci.
Napoli e Milan sono al di sopra.
L’Inter è addirittura diventata straniera, quindi non c’entra.

“Guarda dietro di te…” ripete la moglie.
Inascoltata, è il titolo del quadro.

Mario ce l’ha con quelli lì.
Con chi di dovere.
Con chi avrebbe dovuto e non.
Con chi avrebbe potuto e invece.
Con chi potrebbe ancora e col cavolo.
Ah, se ci fosse lui al loro posto.
Farebbe sicuramente qualcosa di diverso.
Un cittadino al potere.
Uno qualunque.

“Guarda dietro di te…” insiste sua moglie.
Invisibile, dice il retro della fotografia.

E’ un magna magna.
Sono tutti dei morti.
Vaffa… a casaccio, comunque colgo nel segno.
Guai a chi ci si mette di traverso.
Guai a te, nemico.
Tale se non sei uno di noi.
A noi estraneo.
A noi!
I cittadini.
Puri.

“Ti prego”, alza finalmente la voce Laura, “guarda per un attimo dietro di te…”
Mario, spiazzato, si decide a voltarsi e dopo qualche secondo riporta i propri occhi rabbiosi sulla moglie.
“Cos’è che dovrei guardare?” chiede stizzito.
In effetti, è difficile notarlo.
In casa c’è ben altro a rubare lo sguardo.
Il frigo, il divano, il letto, poltrone varie e più che mai lo specchio deformante chiamato tv.
Difficile notare e soprattutto apprezzare la presenza di quel che dai per scontato.

“Che meraviglia il termosifone…”
Sogna con mestizia chi avrebbe infinitamente più diritto all’ira dei Mario di questo mondo…

 



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9.12.13

Uomo più grasso vuole dimagrire storia vera morale

Storie e Notizie N. 1028

E’ proprio il caso di dirlo.
Il problema dei sogni non è laddove rimangano tali.
Sogni.
E’ allorché inizino a prender forma che ne scopri il peso.
E anche questo è esattamente il caso di dirlo.
Barry Austin nacque in Inghilterra nel 1968.
Un uomo comune, Barry.
Se non altro secondo lui.
E quando ti ritieni normale può esser dura, in effetti.
Certo, anormale non è proprio il massimo.
Neppure da deforme si festeggia tutti i giorni.
Financo come diverso si incontrano solo salite, lungo la strada.
Ma non diverso in quanto tale, eh?
Perché diversi lo siam tutti e non sarà di certo il sottoscritto a ripeterlo per l’ennesima volta.
Diciamo diversamente diverso, ecco.
Tuttavia, se però ti chiami Barry, nello specchio al mattino intravedi solo normalità e al contempo, ogni dì, ti auguri di trovarci applausi scroscianti e flash adoranti, be’ è comprensibile l’insoddisfazione.
Direi normale, ma sarebbe un’imperdonabile ridondanza.
E in questa storia il troppo è già nel tema, ad esser onesto.
Cosicché, il normale Barry chiuse gli occhi e immaginò una via di uscita dalla consuetudine.
Una sorta di scorciatoia per l’olimpo dei volti noti.
Proprio quella stradina nel bosco che consiglia il lupo a scapito del lungo ma sicuro sentiero sino alla casetta della nonna.
Barry voleva esser maledettamente famoso, sue esatte parole, ed era pronto a giocarsi il proprio unico jolly.
Il suo fu una trasformazione.
Tipo Hulk.
Ma una versione meno tonica, in ultima analisi.
E se la rabbia muta il dottor David Bruce Banner in un pericoloso gigante verde, la vanità ha reso il nostro l’uomo più grasso di Inghilterra.
Lavoro duro, sia ben chiaro.
Non si arriva a 320 Kg se non mangi almeno sei salsicce a colazione e 12 litri di coca cola al giorno.
Tutto procedeva alla grande.
Copertine sulle riviste più trendy, ospitate in serate mondane dove ci sono tutti quelli che meritano, interviste nei salotti catodici più esclusivi.
Finché il conto è arrivato.
Il conto arriva sempre e non è una frase fatta.
E’ morale scontata, questa.
A dir poco stantia.
Per dirla attingendo ad un vecchio motto Nepalese, il bello non è arrivare in cima all’Himalaya, bensì rimanerci abbastanza da apprezzarne il panorama.
Per il protagonista di questo racconto la vetta durò finché il dottore gli presentò il conto di cui sopra.
Leggi dieta dimagrante immediata.
O morte.
Dipende da cosa sia più importante.
Tra vita e successo.
Ora Barry è a stecchetto.
Ha fatto la sua scelta.
Eppure, la vera morale di questa storia è sottintesa a quella apparente.
La cito da tempo, io.
Che i Nepalesi sono il popolo più colpevolmente inascoltato di questa terra.
 



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6.12.13

Canada contro Russia Polo Nord è di zio Eustachio

Storie e Notizie N. 1027

La voce che il Canada stia per presentare le carte per dimostrare il possesso del Polo Nord, sfidando di fatto la Russia di Putin, arriva anche agli interessati.
I legittimi tali…

“Moglie… svegliati, moglie”, fa il tricheco agitato alla compagna.
Da destra, Duilio, Luana e Teresa
“Da mo’ che sono sveglia”, ribatte lei serafica. “Diglielo tu, Teresa.”
“E’ da mo’ che è sveglia”, conferma quest’ultima.
“Sei tu che ti sei alzato solo ora”, aggiunge la prima.
“Luana”, non è il momento di fare polemica, “la situazione è gravissima!”
“E che sarà mai, Duilio?” salta su la moglie. “Non mi dire che ti sei accorto che i ghiacciai si stanno sciogliendo. Fa sempre le scoperte dell’acqua calda, lui. Anzi, fredda. Non è vero, Teresa?”
“Fa sempre le scoperte dell’acqua calda, lui”, rimarca costei.
“Ma di quale acqua calda andate cianciando con tua sorella?” si inalbera Duilio. “Ho saputo qualcosa che vi sconvolgerà, come minimo.”
“Oh bella”, fa Luana con sarcasmo, “non dirmi che hai finalmente pescato un po’ di pesce?”
“Luana”, replica il marito stizzito, “lo sai che c’è la crisi…”
“Ci sarà pure la crisi, ma io qualcosa da sgranocchiare lo porto sempre a casa. Giusto, Teresa?”
“Lei qualcosa da sgranocchiare lo porta sempre a casa”, ribadisce l’altra.
“Mannaggia alla lontra”, salta su il tricheco, “possibile che questa qui deve sempre stare con noi a farti da coro Greco?”
“Ti ricordo che questa qui è la mia unica sorella”, osserva solenne Luana.
“La sua unica sorella”, sottolinea Teresa.

Segue un silenzio teso e intriso di collera.
E’ Luana a rompere il ghiaccio, metafora calzante a dir poco.
“E allora?” fa con tono volutamente gioviale. “Si può sapere qual era la cosa tanto importante che hai scoperto?”
Sebbene dopo un eloquente sbuffare, il tricheco si decide a rispondere: “Non ci crederete…”
“Tu parla e vediamo, vero Teresa?”
“Tu parla e vediamo”, ripete la sorella.
“Si tratta del Polo Nord…” butta lì Duilio.
“Non mi dire che ti sei accorto che esiste anche quello Sud?” lo canzona la moglie.
“Se la smetti di interrompermi, magari riesco a dirti tutto”, si lamenta Duilio con tono polemico.
“Siamo tutte orecchi, è così Teresa?”
“Tutte orecchi.”
“Il Polo Nord non è nostro”, esclama il tricheco con i baffi tremanti sopra i dentoni.
“Ah sì?” fa la moglie. “E di chi sarebbe?”
“Del Canada o della Russia, dipende cosa ne dirà l’Onu…”
“E che animali sono?” domandano le due in coro.
“Non animali. Sono umani.”
Alla risposta Luana sbotta a ridere, irritando non poco il marito.
“Questa è davvero buffa”, riesce a dire la moglie tra le risa, “concordi, Teresa?”
“Questa è davvero buffa”, condivide lei.
“E cosa ci sarebbe di così buffo?” si inalbera Duilio. “Il Polo Nord non è nostro…”
“Certo che non lo è, ingenuotto”, dice Luana.
Il tricheco, spiazzato, chiede esitante: “Ma tu lo sapevi già?”
“Cosa?”
“Che il Polo Nord appartiene agli umani…”
“Non è vero neanche questo, checché ne possa dire questo Onu”, sentenzia Luana, “vero, Teresa?”
“Non è vero neanche questo”, si unisce la sorella.
“Ma allora di chi è il Polo Nord?” domanda il tricheco spazientito.
“Di mio zio Eustachio”, risponde Luana. “Ce l’ha rivelato lui. Confermi, sorella?”
“E’ di nostro zio Eustachio”, conferma Teresa.
“Vostro zio Eustachio?” fa il tricheco sbottando a ridere a sua volta. “Ma se è matto come un cavalluccio marino…”
“Già”, concorda Luana, “ma chi altri potrebbe asserire di possedere porzioni più o meno grandi di questo imprevedibile pianeta se non una creatura fuori di testa?”
“In effetti”, fa Duilio raggiungendo finalmente la calma.
“Un’altra cosa…” aggiunge poi.
“Sì?” rispondono le due all’unisono.
“Ma è vero che i ghiacciai si stanno sciogliendo o anche questo l’ha detto lo zio?”
 



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5.12.13

Storie di animali: l'ultima corsa della mucca

Storie e Notizie N. 1026

In Inghilterra, precisamente a Farlington, cittadina nei pressi di Portsmouth, nella contea dell’Hampshire, capita che una mucca fugga dal campo in cui è relegata e si lanci sull’autostrada a sfrecciare tra le auto.
La polizia ci ha messo ben tre ore per raggiungerla.
E abbatterla.
Ciò che segue consiste in un resoconto, più o meno veritiero, di ciò che ha pensato prima di uscire dal recinto…

Una mucca.
E’ facile a dirsi.
Sei una mucca, conosciamo il genere.
Come disse un giorno nonna papera, la gente non sa proprio nulla delle mucche.
A parte che diamo il latte e facciamo muu, non ci conoscete, questa è la realtà.
Ed io sono stanca.
Non di voi altri, eh?
Ma chi vi conosce, a voi.
Non vi offendete, mi riferisco a quel che sostengo su me stessa, che al vostro posto potreste ribattermi per un mero senso di coerenza.
Io però lo ammetto: non so nulla degli umani.
Potrei aggiungere perché non vi capisco, ma devieremmo su altro tema.
Oggi io sono il tema.
E laddove tiri in ballo la mia stanchezza mi riferisco ai miei simili.
Le altre mucche.
Vorrei volare di qua, mi piacerebbe viaggiare di là, ci vorrebbe un altro fattore, uno più onesto, che magari scegliesse di governare la fattoria giammai per il suo unico tornaconto, bensì per il benessere di noi altre e così via blaterando.
Sono anni che non sento altro.
Che cosa?
Parole.
Leggi pure chiacchiere scontate come lo strizzare delle mammelle durante la mungitura.
Banali come il latte che ne esce, aggiungo.
Come se ognuna di loro si aspettasse, che so, il succo d’amarena.
E allora cos’hai di diverso, tu?
Questo potrebbe obiettare chiunque, allorché la portata di questo mio pilotto si esaurisse nei confini di questa pagina.
Il tempo, ma che dico, la strada che mi attende testimonierà la risolutezza che mi sospinge.
Una mucca.
Dite davvero?
A differenza delle mie colleghe di stalla, io so chi sono.
Un’auto da corsa.
Ecco, l’ho detto.
Saetta McQueen mi fa un baffo, figuriamoci Chick Hicks.
Vettel e Alonso li vedo scomparire tra la polvere nello specchietto retrovisore.
Quale specchietto?
E un po’ di immaginazione, cappero.
Se riesco ad averla io, voi dovreste far di meglio.
Avessi avuto sin dall’inizio le vostre cellule grigie credete forse che avrei agito con tale delirante irruenza?
Chi vede il mondo attraverso un recinto non può perdere tempo con gli scrupoli.
Men che meno con la paura.
Io correrò, sì, correrò.
Questo è quel che ho sempre voluto.
Dovranno spararmi per mandare i titoli di coda.
Perché non sarò di certo io a scrivere la parola fine in calce ai miei sogni.
Eccomi, guardatemi.
Non sono la più bella macchina che abbiate visto in strada?

Leggi altre storie di animali.


 



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4.12.13

Befana video satira lettera a Babbo Natale

Storie e Notizie N. 1025

In seguito alla decisione del Comando di Difesa Aerospaziale del Nord America, in breve Norad, di
mostrare il video con il consueto monitoraggio del percorso della slitta di Babbo Natale, stavolta scortata da aerei da guerra, mi è stato recapitato il seguente messaggio di protesta, scritto da un’anziana donna alquanto incollerita:

Ora basta.
Questo è troppo.
La misura è colma.
Potrei utilizzare altri modi per spiegarlo, ma il senso sarebbe il medesimo.
E dire che di pazienza ne ho avuta assai, sfido chiunque a negarlo.
Ma cosa si crede questa gente?
Che siamo tutti ciechi, noi altri?
Inguaribilmente stolti, aggiungo io?
Ah, è chiaro.
Non posso di certo parlare per tutti.
Ma dal canto mio, sono intenzionata a smetterla di subire in silenzio e farmi sentire.
E cosa dovrei fare?
Continuare ad accettare tutto questo?
Ci fosse poi qualcuno che si prenda la briga di farlo notare, tale indicibile squilibrio.
Ma davvero, eh?
Non con le solite innocue serate a tema per sfoggiare la propria divisa radical chic o, peggio, gli accorati mi piace su quelle scenografie di cartapesta telematica dette pagine Facebook.
Qui bisogna scendere in campo e giammai per dare il calcio d’inizio e tornare a sedersi in tribuna vip, tra un raccomandato e un galoppino.
Qui occorre sporcarsi le mani, graffiarsi le ginocchia, infangarsi le scarpe.
Per poi tornare a casa la sera zozzi, stanchi e sudati.
Ma con la coscienza sul serio nel posto che merita.
Ovvero, nel volto che ritrovi al mattino nello specchio.
E ricominciando da lì.
Perché diciamolo: è facile guadagnare la scena, fare il figo della situazione, quando sei un tranquillizzante ciccione, dai capelli e la barba evidentemente biancheggiati con metodi tutto fuorché naturali, e le gote rosee a forza di avvinazzati festini con quei Gremlins che chiama folletti.
Chiedetelo alle renne, domandate a loro se mi sono inventata qualcosa.
Fatele raccontare che razza di roba chimica gli mettono nel pastone per truccarne la velocità.
Mai che a qualcuno gli venga in mente di controllarle con l’antidoping o, meglio, intervistarne una a caso, magari con il muso coperto, però.
Lo sanno tutti che la mano del babbo arriva ovunque e non c’è protezione testimoni che funzioni.
Ovviamente, presumo che alcuni tra voi si staranno chiedendo perché me la prenda così tanto a cuore.
Mettevi nei miei panni.
Quello viaggia con il suo bel cappottone rosso e il sedere al caldo su una slitta che ogni anno diventa più accessoriata, mentre sono le renne a farsi un mazzo tanto per trainarlo, e gli danno pure la scorta con i caccia.
E alla sottoscritta neanche un piccolo elicottero.
Roba che m’è cresciuto un altro sedere a forza di volare con la scopa.
Firmato…

La Befana

Il video:

https://www.youtube.com/watch?v=u48_4GtEoRU




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3.12.13

Storie sulla rabbia: tregua in famiglia

Storie e Notizie N. 1024

Anurak questa volta si era arrabbiato davvero con la moglie.
I suoi due figli non l’avevano mai visto così adirato.
Hulk…” aveva mormorato il minore in camera da letto, una volta spenta la luce prima di arrendersi al sonno.
Che?” aveva domandato il maggiore, che aveva già le palpebre pesanti.
Papà è Hulk…”
Eppure non era una novità, quel litigio.
Tutte i figli lo sanno.
O lo imparano col tempo.
Mamma e papà discutono sempre per le stesse ragioni.
E così sarà in eterno, che rimangano assieme o meno.
E’ come una parte integrante dell’amore che li unisce, simile al metallo della fede nuziale che entrambi portano al dito.
Strangola quest’ultimo notte e dì, ma è al contempo il più prezioso ricordo del giorno in cui hanno tirato su l’ancora e salpato verso l’ignoto.
E se anello non c’è, per legittima e non meno appassionata scelta, ciò non vuol dire che si sappia di più su quel che attende all’orizzonte.
Una cosa però è certa: l’argomento che porterà inevitabilmente i nostri a perdere le staffe sarà sempre lo stesso.
Financo la più insignificante delle differenze, laddove subentri stanchezza o semplice irritazione per i consueti ostacoli dell’esistenza, sarà capace di imporre ai due il proprio spettacolo.
Di ingannevoli acrobazie e soprattutto suadenti melodie.
Che li cattureranno come topolini irretiti da un fedifrago flauto.
Gettarsi nel fiume come i suddetti ratti o tapparsi le orecchie e tornare a casa a continuare altra strada insieme è libera scelta della coppia.
Qualcosa, però, bisogna pur fare.
Basta un gesto piccolo.
Tale ai più, in verità.
Ciò che conta è l’eco che produce in colui che lo riceve.
Tregua.
Che il cielo, o la terra, dipende cosa guardate per primo quando uscite di casa, benedica le tregue di questo mondo.
Straordinari tunnel, tra una corsa e l’altra, in cui accendere le luci e magari trovare il tempo di capire con la giusta lucidità perché si sta correndo.
Ad ogni modo, se proprio dobbiamo domani continueremo a combattere.
Per i motivi che sai.
Ma, qui.
Ora.
Prendi il fiore”, dice Banjit al marito.
E sorridi…





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2.12.13

Immigrati barcone alla deriva bianchi e tutti salvi

Storie e Notizie N. 1023

Dopo aver guardato il video del salvataggio delle circa 120 persone, di cui 40 donne e bambini, che da domenica si trovavano su una barca alla deriva al largo di Crotone, rimango come al solito basito soffermandomi sui commenti agli articoli dei giornali.
Ne cito uno a caso: Emigranti clandestini in salvo, Italiani nei guai (aquasimplex è il nickname dell’autore).
Rammentando le reazioni che avevo di recente letto, con altrettanto disgusto, innanzi alla tragedia di Lampedusa, sembra che il festival della disumanità nostrana si divida in due speculari scuole di pensiero, se proprio così vogliamo chiamarle: laddove nella traversata il migrante muoia, uno in meno, altrimenti uno in più.
So io cosa ci vuole con questa gente per aprir loro gli occhi.
Fantasia, ecco cosa, è una vita che lo dico…

Ultim’ora.
Finalmente arriva la buona notizia.
Sono salvi i 121 passeggeri che da domenica si trovavano a bordo di una nave al largo di Crotone, impossibilitati ad attraccare a causa delle condizioni del mare, estremamente agitato.
Un plauso va ovviamente alla Guardia Costiera e alla Marina Militare che con grande sprezzo del pericolo hanno effettuato il salvataggio.
I malcapitati sono stati traportati a bordo delle motovedette e trasferiti in alberghi appositamente allertati in quel di Roccella Jonica.
Ma veniamo ai passeggeri.
Nel dettaglio.
Castani, mori, biondi e perfino dai capelli rossi, c’è tutto il campionario, ma teniamo ad informarvi che sono tutti bianchi.
Tutti, eh?
Tra di loro ci sono anche 40 tra donne e bambini.
Bianchi anche loro, state tranquilli.
No, perché magari succede che qualcuno sposi un’africana.
Capita, lo sappiamo.
Inoltre, niente adottati tra i pargoli, sia ben chiaro.
Qui stiamo attenti a tutto.
Per tutta la notte il peschereccio è stato controllato e setacciato dalle navi della marina mercantile.
Tutti salvi.
E tutti bianchi.
Si può partire con le interviste.
Le felicitazioni dei politici.
La celebrazione catodica dell'orgoglio nazionale.
I servizi con i racconti dei sopravvissuti.
Le ospitate nei talk show.
Le storie commoventi con il pianto in diretta.
Adesso viene pure Natale.
Capita a fagiolo.
Tutto s’incastra alla perfezione.
E anche i cuori più duri si scalderanno.

Che peccato, questa storia.
La nostra.
E’ sufficiente cambiare la parola bianchi con migranti.
Leggi pure neri.
E viene fuori il peggio che si possa immaginare.

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