30.9.15

Storie sui diritti umani: La prima donna e le parole inutili

Storie e Notizie N. 1267

Malgrado l’appello contro la pena di morte lanciato negli USA dal papa, titolano molti giornali nostrani, la prima donna dopo 70 anni è stata giustiziata con l’iniezione letale nello stato della Georgia.
Kelly Renee Gissendaner era accusata dell’omicidio del marito, peraltro deceduto per mano dell’amante di lei, e a nulla sono servite le richieste di clemenza da parte degli stessi figli della donna…

Le parole sono inutili.
Da sole.
Sono solo.
Parole.
E hai voglia a scriverle e raccontarle.
Gridarle a perdifiato e a mormorare tra te e te che l’hai detta grossa, bella e profonda.
Guarda, a scanso di equivoci e contro il mio stesso interesse, lo metto or ora nero su bianco: lo sono per prime queste che leggi.
Frasi prive di valore.
Fermati pure qui e lo capirò. Hai ragione, avrai avuto le tue ragioni, abbiamo ragione tutti, se ci pensi.
Il fatto è che un omicidio che diventi narrazione per il grande schermo, come un amore che contraddica i dettami della morale acclarata, non è mai roba per pochi attori.
L’ho imparato da mia nonna al cinema.
Luce, la gente si alzava ma lei rimaneva lì e leggeva, leggeva tutto.
I titoli di coda sono importanti, diceva. Altrimenti li avrebbero messi all’inizio.
Che volete farci, vecchia scuola, diffidenza verso l’alto ed estrema cura dei particolari.
Col tempo, un po’ per emulazione, ho fatto mia la medesima abitudine.
Leggere.
Leggere tutto.
Tutti i nomi.
Di coloro che hanno dato il proprio contributo allo spettacolo.
C’è l’attrice protagonista che muore alla fine, la mano che la uccide e coloro che patiscono la perdita.
Ma non ci si guadagna il telo che conta con così poco.
Senza un ordine preciso, c’è l’autista del furgone che ha trasportato il veleno e ci sono ovviamente i secondini del braccio della morte, ci sono gli addetti alle pulizie che hanno lavato via l’odore di quest’ultima, quella precedente.
Ci sono, è chiaro, i fabbricatori della mortale miscela, i giudici e la giuria, i testimoni e chiunque in qualche modo si senta tale.
Ci sono, senza sorpresa, tutti coloro che in un giorno ormai lontano hanno intonato gli inni dell'occhio per occhio.
Ci sono altresì gli operai che al riparo di un’apparente inconsapevolezza hanno lavorato alla catena di montaggio che ha sfornato siringhe e fiale, vetro per le stesse, lenzuola e cuscino per il lettino, il lettino medesimo e ogni altro frammento che serva all’uopo.
Uccidere l’uccisore.
C’è financo l’ultima parrucchiera che ha tagliato i capelli alla condannata, l’ultimo cuoco che le ha cucinato l’ultimo pasto, l’ultima persona che l’ha fatta sentire colpevole e l’ultimo sguardo che nel suo volto ha letto reale innocenza.
E insieme a tante altre ultime istanze di una vita ormai strozzata ci sono le prime che a lei conducono.
La prima volta in cui la donna ha incontrato il marito assassinato, il primo giorno che hanno fatto all’amore, la prima volta che hanno creduto di poterlo fare per sempre e il primo istante in cui hanno smesso di sperarlo.
La prima donna, la prima dopo 70 anni è stata immolata sull’altare della terra dei liberi, come altre parole hanno definito sempre in questi giorni.
Nulla di male, lo dico stavolta a mio vantaggio.
Le parole sono belle.
Ma il finale del film dipenderà sempre da cosa faranno quei nomi scritti nei titoli coda.
Il mio c’è e pure il tuo.
Basta leggere fino in fondo una volta tornata la luce…

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Vieni ad ascoltarmi dal vivo Sabato 24 Ottobre ore 21, Teatro Planet, Via Crema 14, Roma: La truffa dei migranti, spettacolo di teatro narrazione, presentazione dell'omonimo libro (informazioni)
 

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25.9.15

Polizia uccide afroamericano su sedia a rotelle: l’arma più pericolosa

Storie e Notizie N. 1266

Leggo che ancora un altro afroamericano è stato giustiziato sulla pubblica piazza dalle forze dell’ordine statunitensi. Stavola si trattava di un giovane sulla sedia a rotelle e nuovamente la discussione si sposta sull’amletico quesito: era armato o meno?
Ma certo che lo era.
Ho la confessione dell’agente…

Signor giudice,
Io confesso.
I parenti del defunto hanno ragione.
La vittima non aveva alcuna pistola.
Eppure era armato, lo giuro.
E io sapevo di dover sparare.
Fucile?
No, quale fucile, l’avrei detto subito, altrimenti.
Conosco le armi, le conosco tutte, perché me le hanno insegnate bene.
Sono stato attento.
Ho studiato e ripassato con impegno.
Ma tanto, non ci vuole un genio per prender dieci al compito in classe.
Perché si svolge ovunque, con tutto il tempo del mondo a disposizione.
E perché i maestri sono tutti.
Pugnale, dice?
No, nessuna lama, guardi, così escludiamo tanto e andiamo avanti.
Una bomba?
Ho sentito bene? Ha detto bomba?
Magari, senta, magari si fosse trattato di un qualche tipo di esplosivo.
Sarebbe stato più facile.
Per me e anche per voi, la giuria soprattutto.
In pochi secondi la storia sarebbe morta ancor prima di esser letta.
Solo in un pignolo rallenty avreste avuto il tempo di osservarmi premere il grilletto, per poi magari soffermarvi su roba ormai fuori moda.
Come li chiamavano? Ah, i perché delle cose.
No, signor giudice, non scherziamo.
Niente arco e frecce, siamo seri.
Quella gente l’abbiamo già sterminata all’arrivo.
Come dice? Una pietra?
In che senso?
Cioè… vuole dire un sasso?
Perdoni la risata, vostro onore, ma questa è ancora più ridicola di quella dell’arciere.
Solo uno sprovveduto assetato di menzogne potrebbe credere che il lancio di una pietra possa giustificare un colpo di pistola.
A meno che quella stessa pietra non sia composta dalla medesima terra per la quale si vive o si muore e il confine tra le due vie si fa sempre più netto.
Ascolti, non voglio rubare altro tempo, a lei come ai giurati.
Non desidero rubare alcunché, visto che mi fregio di trovarmi sul lato retto del fiume.
Io ho sparato e questo non è in discussione.
L’uomo non aveva pistola, pugnale ed esplosivi di sorta.
Ma era armato e anche questo è un fatto.
Perché io so tutto sulle armi e ho imparato dai migliori.
Noi tutti.
Quale arma, signor giudice?
La più pericolosa che sia mai stata raccontata come tale da cent’anni a questa parte.
Il colore della pelle.

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24.9.15

Lo scandalo delle emissioni non ancora scoperto

Storie e Notizie N. 1265

Sì, lo so.
Io lo so che verrà il giorno in cui lui lo svelerà.
Anzi, probabilmente sarà una lei.
O forse lo faranno insieme.
Non parlo di auto.
Mi riferisco allo scandalo delle emissioni confuse tra le parole che come pioggia incessante precipitano sulle nostre esistenze.
Prive di ombrello.
Altra invenzione da attendersi, questa, un salvifico riparo che protegga la nuda pelle, uccidendo il virus che rende tutto deforme e sproporzionato.
A cominciare dal colore.
Di quella stessa pelle.
Le parole che inquinano e danneggiano l’organismo sono pervicaci e in apparenza innocue.
Si mimetizzano e, soprattutto, hanno appreso col tempo l’elisir di lunga vita: l’adattamento.
Niente di particolarmente originale, d’accordo, ma qui non stiamo parlando di creature viventi.
Non è l’evoluzione il tema, poiché qui non v’è nulla che progredisca.
Solo qualcuno o qualcosa che farebbe di tutto per sopravvivere.
E’ così che il CPT diventa CIE che si trasforma infine in HOTSPOT.
I clandestini diventano immigrati e poi si trasformano tutti in migranti.
L’orango diviene un animale dal volto umano nell’arco di una farsa chiamata votazione.
E più di 700 vite scomparse per una fede impopolare possono venire calpestate anche da morte.
Da quelle medesime parole buone.
Protette da sacrosanti diritti pronti a essere tirati in ballo all’uopo, garantiti dalla libertà di insultare del paese semi libero.
Leggi pure come il privilegio dell’impunita metà di offendere quella in catene.
Ma non sia mai che il verbo dimostri l’ardire anche solo di immaginare un qualsivoglia quadro al di fuori del formalmente lecito ed ecco che lo scrittore è colpevole.
Perché le parole sono fuori luogo solamente laddove lo siano davvero.
Fuori luogo. Fuori dal tempo e dallo spazio. Più che mai fuori dai giochi.
Dove lì sì che si nasconde il vero.
Ecco, alla fine di tutto, come per la burla germanica del programma mentitore che inganna i controlli dei gas di scarico, siamo visitatori più o meno consenzienti di un grande, luminoso e squillante parco giochi.
Eppure, lo so.
Io lo so che l’ora giungerà.
In cui lei, è probabile, o forse sarà un lui, magari insieme.
Smonteranno il baraccone e mostreranno quel ciarlatano nascosto dietro il velo.
Intessuto da parole indegne di questo nome.
E come ne Il mago di Oz, arriveranno in dono coraggio, cuore e cervello per gli eroi.
Anzi, a dire il vero, i nostri vinceranno proprio perché ce l’hanno sempre avuti.
Saremo noi altri a ritrovarli.
Grazie a loro...

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23.9.15

Storie sull'ambiente: Il rifugiato climatico

Storie e Notizie N. 1264

Dal reale al posticcio e ritorno. Avanti. Indietro. E ancora.
Forse è così che funzionano queste pagine e io con esse.
Come una sorta di palla da tennis colpita da un lato e l’altro del campo, senza mai concedersi del tutto alle corde della racchetta, ovvero finire intrappolata come una preda sull’ennesima ragnatela.
Forse è l’unico modo che ha la palletta per continuar a esistere.
Così capita che la vera storia del primo profugo climatico apparso sulla nostra terra l’abbia già raccontata due anni addietro.
Indi per cui, visto che Ioane Teitiota e la sua famiglia sono stati appena espulsi dalla Nuova Zelanda per tornare in quel di Kiribati, dove per colpa del cambiamento climatico e il conseguente innalzamento del livello del mare rischiano di scomparire, non mi resta altra possibilità.
Che raccontare la falsa storia…

C’erano una volta un film e due soli spettatori.
Un film…
Diciamo pure un corto, narrazione di padre in figlio.
Il primo spinge il tasto play, sempre se questo è ciò che indichi l’astrusa iscrizione su di esso.
Dissolvenza, dal nero al bianco.
Sigla allegra e rallegrante, auspicabilmente tale.
Un cielo azzurro e terso sovrasta una città come tante.
Troppe.
Zumata su un edificio di media altezza, privo della boria di un grattacielo, ma non per questo meno convinto di esser comunque qualcosa di degno rispetto ai miseri rasoterra che non possono ambire a qualcosa di più che non sia il marciapiede stesso.
La camera stringe sui vetri di una finestra.
Primo effetto speciale e l’occhio di chi guarda segue quello di chi narra all’interno di un appartamento come molti.
Magari pochi.
L’inquadratura fa una carrellata dell’interno della vita spiata, ignara, incredibilmente quanto colpevolmente tale.
C’è roba sul muro, la solita.
Immagini d’arte rubata e immagini rubate con arte.
Ma c’è anche qualcosa che dev’essere importante per la mano sulla cinepresa che conti.
Altrimenti il video non mostrerebbe per un tempo decisamente più significativo lo strano oggetto.
Secondo effetto speciale.
Stavolta per gli invisibili e ignari protagonisti.
Le tre braccia di difforme lunghezza sono immobili e la staffetta è costante tra il prima e il dopo in cui non cambia nulla.
Eppure il tempo scorre sino alla fine, ovvero, è finito da tempo.
La camera abbandona lo strano oggetto con il suo prezioso spettacolo di numeri e lancette e raggiunge il vero obiettivo della pellicola.
Un’espressione vivente in uno specchio, attraverso il quale un signore osserva l’orologio e la finestra.
L’istante prigioniero e l’azzurro eterno.
Va tutto bene, per ora va tutto bene.
Per ora.
Perché ora è tutto quel che ho sempre creduto di avere, è la didascalia.
Subito prima di uno sfumare lento, dal bianco al nero.
Musica e titoli di coda.
“Papà”, chiede il bambino alieno al genitore, “cos’è che abbiamo appena visto?”
Gli umani.
E la storia che si raccontavano…

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18.9.15

Teoria Gender nelle scuole esiste? La vera storia

Storie e Notizie N. 1263

Dopo la storia sul senso dell'orango per il razzismo, oggi si raddoppia.
Leggo che si diffondono sempre più favole metropolitane per contrastare il presunto pericolo della cosiddetta Teoria Gender.
Altro che favole.
Eccovi la vera storia…

La Teoria Gender esiste.
Così come esistono gli alieni cattivi che voglioni invaderci.
E fanno paura, signori miei.
I migliori narratori di fantascienza altro non erano che straordinari vaticinatori travestiti da spacciatori di balle, seppur colorate ad alta definizione.
Balle spaziali, ovviamente.
Gli extraterrestri esistono e fanno paura perché sono pervasi da una crudeltà indicibile e immisurabile.
Se non altro raffrontata con una pacifica e tollerante specie come la nostra.
I mostri vengono dal pianeta Gender, fin qui nulla di nuovo, e si chiamano Genderiani o Genderesi.
Anzi, facciamo Genderini, perché sono piccoli e infidi.
Tuttavia, malgrado le minuscole dimensioni, non fatevi ingannare.
Il piano di invasione dei Genderini è spietato quanto geniale.
L’hanno pensata bene, questi terribili esseri.
E dove andiamo a rompere le scatole a questi qua?
Dove possiamo fare più danni e al contempo insinuarci come bisce?
Bisce di Plutone, è ovvio, che non sono come le nostre, credetemi.
Altrimenti, quando vedrete una biscia fare le acrobazie con lo skate board, avvertitemi.
In quale ambito, dicevo, possiamo fingere di preoccuparci dell’educazione umana e invece guadagnare qualche orecchio demente in più?
La scuola, ecco a cos’hanno pensato.
Colpire lì dove comincia la strada delle più fragili tra le anime, pare ci sia scritto nel Manuale del perfetto Genderino.
Nondimeno, il resto del piano è ulteriormente terrificante, amiche e amici che giustamente temete il relativismo deviato e immorale che minaccia le nostre vite.
Ebbene, tenetevi forte.
Penetrati nel plesso scolastico i Genderini aggrediscono le inermi vittime e una volta attraversati i bulbi oculari è ormai troppo tardi.
I sintomi sono chiari, ahinoi.
I malcapitati mostrano fin dall’inizio una spaventosa confusione sulla propria identità.
I disgraziati non sanno più se siano maschi o femmine.
Ma questa sarebbe solo la superficie del problema.
Gli affetti da Genderite – lo  so, il nome della malattia è telefonato - non sanno più cosa voglia dire essere umani.
Non hanno più idea di cosa significhi essere vivi.
E ignorano la differenza tra l’essere liberi.
O meno.
Dimostrano totale incoscienza di quali siano i loro diritti.
Figuriamoci i doveri.
Non riescono più a riconoscere i propri simili.
Come simili.
Giammai uguali.
Ma soprattutto, hanno smesso completamente di farsi la domanda più importante.
Chi sono io per pretendere di avere la verità in tasca?
Nondimeno, tutto è bene quel che finisce bene.
Pare, infatti, che una volta capito appieno dove fossero atterrati, i Genderini si siano affrettati a mettere in moto le navicelle e andarsene.
Alquanto afflitti, tra l’altro.
Perché, a parte la cosa sul maschio e femmina, si sono accorti che tutto il resto.
L’avevamo già fatto da soli...

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Storie di razzismo: il senso dell’orango

Storie e Notizie N. 1262

Pare che per il senato nostrano paragonare qualcuno a una scimmia non rientri nel reato di istigazione all’odio razziale.
Tuttavia, prima di trarre conclusioni è sempre bene ascoltare il maggior numero di punti di vista…

Che dire, sono contento.
Certo, nel modo e l’intensità con le quali noi oranghi siamo contenti, ecco.
Per chi non lo sapesse, allorché sopraggiungano i primi refoli di un seppur vago afflato da letizia condito, non vi aspettate al contempo l’inizio di uno scontato sorriso e una qualche avvisaglia di luce nello sguardo.
Noi oranghi siamo noti per la nostra riservatezza.
Ridiamo dentro.
Al massimo potrete notare la flebile oscillazione del sopracciglio destro.
Se è il sinistro è un tic.
L’orango col tic a quello destro potrebbe creare confusione, ma questa è un’altra storia.
A ogni modo, tengo a sottolineare che la medesima discrezione la riserviamo al pianto.
Siamo coerenti, noi.
E ogni riferimento a cose, animali e soprattutto persone è quanto mai voluto.
Tuttavia, presumo vi starete chiedendo le ragioni della mia gaiezza.
Quesito più che mai lecito, visto anche quanto risulti arduo intuirle decifrando la mia espressione.
Ebbene, mi sento a dir poco lieto dopo aver udito il responso del consiglio della foresta.
Non che non me l’aspettassi, diciamolo.
L’esito della discussione era talmente banale che anche solo parlarne al bar sarebbe stato vano, figuriamoci chiamare in conciliabolo tutti gli animali.
Nondimeno, laddove accada che i tuoi simili si macchino di comportamenti inaccettabili, non fa mai male discuterne.
Quel che conta sono sempre le conseguenze del fiato più o meno sprecato.
E pure stavolta ogni riferimento a voi sapete chi è oltremodo auspicato.
Per la cronaca, tempo addietro quel rozzo decerebrato del cinghiale, arcinoto per la sua vergognosa trivialità, si è distinto ancora una volta paragonandomi a un essere umano.
Sia ben chiaro, il rozzo decerebrato non è riferito a tutti i cinghiali.
Tali ottuse quanto pericolose generalizzazioni rappresentano un grave errore che proprio noi bestie non possiamo permetterci di compiere, considerando ogni tipo di dispregiativa accezione si portino dietro le parole che ci definiscono.
Come bestie, giustappunto.
No, il rozzo decerebrato è lui, solo lui e questa è una delle ragioni della mia soddisfazione di cui sopra.
Perché, nonostante la gravità dell’insulto fosse evidente, i miei compagni di savana si sono ritrovati tutti insieme, tutti insieme hanno parlato e agito.
E ogni riferimento… insomma, ci siamo capiti.
Indi per cui lo sgradevole cinghiale è stato bandito dalla foresta a calci nel didietro, reprimenda quale monito per tutti.
Accostare uno di noi a un essere umano, ha letto le motivazioni la leonessa – già, abbiamo un presidente femmina – è altamente discriminatorio.
Con tutte le manifestazioni di intolleranza e gli insulti che abbiamo sofferto e ancora oggi patiamo noi scimmie per colpa di questa vicinanza con voi altri nell’apparato evolutivo sarebbe stato il colmo se fosse avvenuto qualcosa di diverso.
E ogni… ops.
Indi per cui sono contento.
Sono contento principalmente perché da oggi so che nella foresta ogni animale, senza distinzione alcuna, ha qualcuno che lo difenderà dall'ignominia altrui.
E quel qualcuno sono tutti gli altri animali.
In conclusione, vorrei precisare che nulla ho contro l’essere umano oggetto dell’inopportuno paragone.
D’altra parte, dato che tra i due la bestia sono io, di sicuro i suoi simili si saranno indignati molto più dei miei.
E non oso neanche immaginare con quale pena avranno punito il marrano colpevole…

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17.9.15

Storie di razzismo a scuola: L’orologio di Ahmed

Storie e Notizie N. 1261

In una scuola del Texas un ragazzino di 14 anni di nome Ahmed Mohamed è stato arrestato per aver portato in classe un orologio digitale da lui costruito, scambiato per una bomba…

Da qualche parte c’è un cassetto.
Ho una vaga idea di quanto sia capiente.
E non ne ho alcuna di quante cose nasconda.
Cose.
Di unicità e meraviglia composte.
Chiamale invenzioni.
Chiamale roba normale, per chi banale non è e mai sarà.
Chiamale pure bombe.
Poiché per quanto ti sforzerai di disattivare l’amore per il cambiamento dell’uno che sollevi in volo tutti gli altri non otterrai altro risultato.
Che rendere la fiamma sulla miccia.
Più grande.
Più grande ancora.
Finché nessuno potrà più far finta che non esista.
Ci sono ovviamente scanditori di attimi partoriti da quelli come Ahmed, anime a briglia sciolta, colpevoli solo di inginocchiarsi verso il lato inammissibile del cielo.
Ma ci sono anche gli altri, nel cassetto, a riposare.
A sognare.
Noi.
C’è uno specchio che riflette solo emozioni represse e sentimenti invincibili, creato da una giovane dalla sessualità proibita fondendo insieme cuori sopravvissuti alla terza guerra mondiale iniziata già da tempo.
Quella dei pochi uguali che si credono molti, contro il diverso ignaro di essere tra i più.
E c’è anche l’opera di un bruno fanciullo reo di esser nota stonata sul bianco pentagramma, ovvero una maschera di pelle fragile, frantumabile al solo pensiero, capace di tingersi dell’unico colore che neppure una vita intera mostrerà.
Quello del desiderio che mai realizzerai, ma che al contempo inseguirai.
Fino all’ultimo dei giorni.
Di quella vita stessa.
Nel cassetto c’è pure una normale penna.
Già, solo questo.
Zero pindarici balzi, stavolta, perché la realtà disegna quel che vedi.
Prendila, coraggio e inizia a scrivere quel che rallegri lì dove duole.
Perché questo dona l’inchiostro del bambino che l’ha ideata.
Sollievo dove brucia quel che mai dovrebbe essere anche solo sfiorato.
Tuttavia, non dimenticare di rimetterla al suo posto.
Perché il piccolo che è caduto vittima dell’amore che dilania l’ha fatta per se stesso.
Ma questo non vuol dire che non sia generoso.
A volte.
Questa è la storia di un cassetto.
So poco di quanto sia vasto il suo ventre.
E ne so anche meno di quante cose puoi trovarci.
Cose.
Da rimpianti e illusioni alimentate.
Sarebbero state invenzioni.
Sarebbe stata roba comune, per chi scontato non è e mai sarà.
Sarebbero state perfino uno strano tipo di bombe.
E il giorno in cui tali presunti ordigni sarebbero deflagrati.
Avresti ceduto qualsiasi istante del tuo tempo.
Per poter star lì.
A godere dello spettacolo.
Della mancata.
Esplosione.

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16.9.15

Storie sull'ambiente: Orso bianco dimagrito

Storie e Notizie N. 1260

Per sollecitare l’opinione pubblica riguardo al tema del cambiamento climatico la fotografa Kerstin Langenberger ha postato uno scatto da lei rubato alle isole Svalbard, nel mar Glaciale Artico, Polo nord, che ha fatto il giro della rete…

Che poi, dico io.
Un orso bianco.
Un orso bianco affamato e sofferente.
Un orso bianco in difficoltà
Cominciamo a mettere i puntini sulle i degli iceberg.
Che poi, dico io, non si vada in giro a raccontare che io sia una che mette i puntini sulle i a casaccio.
Per vostra norma e regola sono un’orsa.
Orgogliosamente femmina.
E sulle ragioni del mio profilo tutt’altro che curvy siete convinti che sia proprio la verità a interessarvi?
E’ la reale risposta alla domanda quel che cercate allorché chiediate?
Di occhi ne immagino assai, ora.
Che guardano.
Sempre nell’occhio che ha già visto, d’altra parte, poiché quanti tra voi possono affermare di aver guardato da vicino un orso bianco?
Che poi, dico io, si dovrebbe dire paia d’occhi, con tutta la mia sentita considerazione per gli orbi di questo mondo.
Paia d’occhi che mi figuro adesso nell’ammirar me.
Condividendo e commentando a piacimento.
Sapevo.
Sapevo già da tempo che innanzi alle narrazioni altrui ognuno sceglie la didascalia che preferisce.
Perfino laddove sia già presente, magari per mano di un sopravvaluto individuo come il testimone oculare.
Che poi, dico io, che ci vuole? Si scarabocchia il resto e si scrive accanto quel che ci passi per la cervice.
L’ennesima trovata dell’arguto umano di passaggio.
Come dice il noto detto polare: umano, arguto nel trovar motivo a lui gradito, per poter voltar capoccia spedito.
Sul di passaggio… be’, non ci vuole un orso, anzi, un’orsa bianca per capire che proseguendo sul solco già tracciato il vostro contratto sia decisamente a termine, su questa terra.
E allora, via con il caleidoscopio di soluzioni semplici.
L’orso bianco – rimaniamo nell’abbaglio di genere – è smagrito perché è indisposto.
Oppure è decrepito e non riesce più a procacciarsi il cibo.
Ha perso tutti i denti perché ostinatosi con una pannocchia gigante scongelata… no, questa non va bene, c’entrerebbe di nuovo il riscaldamento climatico.
Mingherlino perché ossessionato da un’enorme costola di balena grigia, ecco.
L’orso è solo a dieta o addirittura l'immagine è stata manipolata col fotoritocco, in realtà l’animale è obeso da far spavento.
Ancora meglio, l’orso bianco è denutrito perché sta celebrando il Ramadan, così riusciamo pure a tirare per l’ennesima volta in ballo gli islamici.
Oppure ci mettiamo che è fuggito dalle grinfie dell’Isis che lo tenevano prigioniero.
Anzi, è un orso bianco, quindi puro, dei nostri, vittima di quei migranti neri e cattivi dei pinguini che si prendono tutto il cibo. E poi dicono che siamo razzisti quando sosteniamo che dobbiamo prima pensare ai nostri orsi bianchi e poi ai clandestini che vengono dal polo sud.
Che poi, dico io, come faranno i pinguini ad attraversare indenni il regno degli umani da polo a polo è davvero un mistero.
Insomma, la madre delle spiegazioni facili e facilitanti è perennemente in stato interessante.
Nondimeno, l’unica prole che conduca all’uscita del labirinto, ovvero una possibile salvezza dall’omicidio climatico, difficilmente vedrà luce.
Nel frattempo la sottoscritta e tanti altri come me fanno quel che possono per sopravvivere.
A voi.

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11.9.15

Storie di immigrati: io faccio muri

Storie e Notizie N. 1259

Faccio muri.
Io faccio muri e non so fare altro.
Chiamatemi e vi risolvo il problema.
In quel di Ungheria e ora anche in Macedonia vogliono fermare i profughi con un muro.
Perché non avete pensato al sottoscritto?
Non capisco perché in Messico e in Palestina, tra la Padania e il popolo degli strumentalizzabili, tra Casapoundia e il regno degli impurificabili, tra gli sgambettatori dei futuri altrui e quella piaga di umani che non si ostinano a morire in silenzio, non abbiano subito cercato il mio nome sull’elenco.
Eppure mi sembrava di aver dimostrato di esser del mestiere.
Okay, d’accordo, non sono uno convenzionale, è chiaro.
Se ci si aspetta il classico creatore di muri, nobilmente detto muratore, con tanto di cazzuola e filo a piombo, siamo fuori strada.
Quella è roba vecchia.
Cioè, funziona ancora, ma io sono 2.0, che dico, infinito punto nulla, ma va letto all’inverso, nel senso che dal nulla guardo all’infinito.
Ovvero, mi limito a osservare, ecco.
So che lì c’è il resto e là vado a conquistarmelo.
Mi basta, mi è sempre bastato.
Ma torniamo alla merce, venghino, signori, venghino.
Io faccio muri, muri che durano, muri spostabili, insomma, condivisibili, riusabili ma preferibilmente citabili.
Della serie… e dillo chi è l’autore del muro di cui ti sei appropriato, cappero.
Abbiamo detto che sono avanti e la prima novità è proprio il classico mattone.
In luogo dell’ormai arcinoto blocchetto di pietra e calce, amiche e amici al di là del banco, eccovi il tassello del domani.
Parole.
S’era capito, dai.
Un muro di parole è quello che vi serve, frange tremebonde ungheresi e di ogni trincea del pianeta.
Un rassicurante e solido steccato intessuto di frasi ad hoc ma pure aggettivi squalificativi, figure retoriche ma anche barbine, similitudini ardite e perfino indigeste insalate di allusioni, delle quali mi scuso.
Perché talvolta le dita perdono la testa, la testa perde di vista il cuore e il cuore si crede la pancia e viceversa.
Garanzia?
Ma la migliore, ovviamente.
I miei muri durano finché voi vogliate che durino.
Nel cocciuto ricordo come nel sogno impertinente.
Nella parte di voi che ancora non avete venduto.
Controindicazioni?
Ecco…
Qui c’è il punctum dolens, stimato pubblico.
I miei muri non arrestano le persone, non troncano il respiro a metà, non interrompono l’indispensabile narrazione addirittura per prestare il fianco a una nuova utilitaria super accessoriata.
Le pareti che raccontano storie lasciano passare tutto e tutti.
Ma vi prometto una cosa.
Anzi, è ciò che spero con tutto me stesso.
Ogni giorno, più che mai ora.
Che chi sarà oltre, dopo, magari non subito, non conta.
Sarà diventato una persona diversa.
E magari più serena…

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10.9.15

Storie sui diritti umani: Nuova specie umana in Sudafrica

Storie e Notizie N. 1258

Pare che in una caverna nei pressi di Johannesburg, in Sudafrica, siano stati trovati più di 1500 resti di ossa di individui appartenenti a una nuova specie.
Ecco in esclusiva il comunicato stampa del team degli scienziati:

Ebbene sì, udite, udite.
Abbiamo fatto la scoperta del secolo.
Ma che dico? Di più, esageriamo perché il caso stavolta lo richiede.
Questa è l’impresa di sempre, senza scherzi.
Abbiamo trovato una nuova specie.
Sembrerebbe dei nostri, ecco, ma non possiamo metterci la mano sul fuoco.
Diciamo pure che nessuno tra noi si giocherebbe un singolo frammento di polpastrello, ma non siamo qui per giocare, dopo tutto.
Il momento è solenne, cribbio.
Perché questa nuova specie, che sembrerebbe dei nostri ma aspetta a dirlo, è davvero nuova.
Osservando i fossili e operando un’attenta analisi spettrografica degli enzimi esalongitudinali tramite sondini cuneiformi – è inutile che vi spieghiamo, gli scienziati siamo noi, mica voi – abbiamo capito molto dell’omino.
Sì, avete capito bene, non era una cima, il vecchietto, ma all’epoca il detto altezza mezza bellezza non era stato ancora coniato.
Al contrario c’era già quello della botte piccola… e adesso non rammento come prosegue, ma c’era.
Lo dicono gli enzimi, fidatevi.
Ci dicono anche che la nuova specie era nuova e molto diversa da noi altri.
Tra una scheggia di osso sacro e i rimasugli di un dente del giudizio abbiamo scoperto che mai si sarebbe sognato di sgambettare un suo simile in fuga con prole in braccio, che so, inseguito da un velociraptor isterico.
O anche solo in fuga e basta.
La nuova specie sapeva bene che i muri servivano a sorreggere il soffitto della caverna per poi divenire i fogli su cui raccontare storie, giammai per impedire il transito al prossimo.
E quando sei consapevole che il luogo in cui ti rifugi ogni notte e il mezzo con il quale testimoni la vita che hai vissuto sono entrambi un dono della natura, che sono tutto fuorché roba tua, non ti viene proprio in mente di impedire qualsiasi cosa a chicchessia.
La nuova specie non viveva assai, questo va detto.
Ecco perché il tempo era l’unica vera ricchezza, oltre a un misterioso profumo che veniva estratto da un raro esemplare di mammut presbite. Perché questa lo sanno tutti, anche i profani come voi: il mammut al massimo è miope. Infatti non c’è al mondo una sola foto di mammut presbite, vi sfido a negarlo.
Pare che il profumo fosse un formidabile afrodisiaco che avrebbe riscaldato la caverna per tutta l’era glaciale, non so se mi spiego.
A ogni modo, il tempo era davvero la moneta più preziosa.
Indi per cui la nuova specie di sicuro non ne aveva da perdere.
Ecco perché non l’avresti mai vista soffermarsi sul colore della pelliccia altrui, sul modo con il quale l’altro adorasse il sole o se al contrario cercasse di abbatterlo con la lancia, in quanti secondi riuscisse a trovare riparo durante una grandinata, per poi chiedersi se l’altro si fosse messo improvvisamente in posizione eretta per colpa di quella roba dell’evoluzione o semplicemente perché sedutosi su un porcospino incacchiato.
Oltre a quella faccenda dei muri, la nuova specie non ne sapeva molte altre di cose, ma una si sforzava di non dimenticarla.
La vita è breve ed è troppo bella per sprecarla con le sciocchezze.
Ecco, mi sembra tutto.
Ed è tanto, credetemi.
Perché noi scienziati abbiamo scoperto una creatura straordinaria.
Sembrerebbe dei nostri, ma il dubbio rimane.
Perché abbiamo proprio l’impressione che questa nuova specie.
Sia davvero.
Umana.

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9.9.15

Italia dice sì al matrimonio gay

Storie e Notizie N. 1257

“L'Europa vuole imporci i matrimoni gay”, urla Il Giornale strappandosi le vesti.
Questa è la reazione del quotidiano alla recente richiesta da parte del Parlamento Ue a nove Stati membri, compresa l'Italia, di "considerare la possibilità di offrire" alle coppie composte da persone dello stesso sesso istituzioni giuridiche come ad esempio "la coabitazione, le unioni di fatto registrate e il matrimonio".
Dalla notizia alla storia…

Sì.
Io dico sì.
Lo voglio.
E mettiamo che.
Mettiamo che... un po’ di cose, sciorinate con auspicabile coerenza, malgrado l’emozione dell’attimo.
Mettiamo che volessi sposarmi.
Mettiamo che questo sia il matrimonio.
Il mio.
Un impegno, certo, una promessa, è chiaro, l’inizio di una pubblica unione al cospetto della comunità, d'accordo.
Partecipe dei sentimenti e delle intenzioni migliori.
Ma mettiamo anche che sia null’altro che sancire qualcosa che c’era anche prima.
E che, si spera, sarà presente pure dopo.
La profondità dell’amore che rende uno i due.
E l’altrettanta maturità del rispetto reciproco che permetta ai due di rimanere tali, malgrado l’uno.
Come un disegno compiuto e preciso nelle tinte come nelle forme.
Che troverà nella cornice nuziale il più che doni luce alla bellezza.
Di prima e dopo.
Indi per cui, su questa scia, mettiamo che il matrimonio sia come guarnire a dovere una torta già deliziosa di suo.
E come una festa di compleanno dove la differenza la facciano davvero gli invitati, piuttosto che i regali e la torta stessa.
Mettiamo che sia quel che si provi facendo all’amore con chi ami, l’essenza della più intima tra le danze. Giammai dove ciò avvenga, con quale colonna sonora a sostegno e la qualità del tessuto delle lenzuola. Ammesso e non concesso che tutto ciò abbia sul serio contato, nelle calde notti di quest’estate.
E mettiamo che il matrimonio sia come una madre che aiuti il figlio a indossare la tutina più graziosa della terra. Nessuno su quest’ultima potrebbe dissuaderla dalla consapevolezza che la meraviglia è e sarà sempre in quegli occhi che si perdono nei suoi.
In tutti questi casi e anche gli altri a venire la perfezione, o il sogno di quest’ultima, c’era anche prima.
E, chissà, forse talvolta si farà viva anche dopo.
Ecco perché il giorno in cui il mio paese dirà sì al matrimonio gay sarà tutto già finito.
Gli invitati saranno rincasati.
E della musica non ci sarà neppure l’eco.
Nel frattempo, oggi, io, Italia.
Amo la mia compagna.
E dico sì.
Lo voglio…

Italia e...


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4.9.15

Storie di immigrati: La foto del bimbo siriano

Storie e Notizie N. 1256

Io so una cosa.
So solo quella.
E mi basta.

So che esiste un mondo in cui un bambino di tre anni di nome Aylan viene trovato morto su una spiaggia.
Viene fotografato.
E l’orribile disegno fa il giro di quello stesso mondo.
So che ne esiste un altro dove il bambino non è affatto morto, semplicemente si riposa dopo spensierati tuffi e capriole tra le onde.
Fa il bagno vestito, ma perché aveva fretta di entrare in acqua e perché è un bambino anarchico ed eccentrico.
Come tutti i bambini dovrebbero essere.
In un altro mondo Aylan è svenuto perché ha mangiato poco, ultimamente.
Ma oggi ha mangiato ed è questo ciò che conta.
In un altro ancora il bimbo è ancora morto, ma poi risuscita subito, perché su quel pianeta la fine della vita è uno scherzo della natura.
E’ la vita stessa che non lo è, fortunati loro.
In un altro mondo Aylan non è affatto un bambino ma un robot testato dagli scienziati per vedere cosa un giorno potrebbe accadere se i governi privilegeranno gli interessi economici a discapito dei diritti umani.
Test illuminante, in effetti.
In un mondo siamo tutti pazzi e in preda a continue allucinazioni.
Così ci capita di vedere cose assurde, da una giovane vita deceduta a soli tre anni su una spiaggia a milioni di bambini che rischiano di fare la stessa fine.
In un altro mondo Aylan è solo il personaggio di un film.
Drammatico, ciò è indubbio, pure troppo, e per alleggerire la pellicola al termine di quest’ultima vi è una sequenza dei vari errori compiuti durante le riprese, con il giovanissimo attore in seria difficoltà a smettere di ridere, piagnucolare o fare quel che cappero gli aggradi.
Di fare il bambino, insomma.
In un mondo il bambino sta sognando - questa non poteva mancare - sta sognando noi che guardiamo la sua foto, ma che in realtà siamo addormentati e stiamo facendo un incubo e poi ci svegliamo e ci troviamo tutti fradici su una spiaggia qualsiasi, con gli abiti impregnati di sale e sabbia, confusi, infreddoliti.
E felici.
Perché è stato solo un bellissimo incubo.
In un altro mondo esiste la macchina del tempo e allora si torna tutti indietro fino all’esatto momento in cui è stata fatta la scelta che avrebbe portato alla morte di un bimbo di tre anni su una spiaggia e… e già, nessuno si senta escluso.
In un mondo esiste la magia degli occhi e se una foto la guardiamo in tanti e insieme pensiamo la stessa cosa e soprattutto crediamo alla magia possiamo riscrivere la storia.
Poi però non possiamo fotografarla di nuovo, ma possiamo raccontare come abbiamo rimesso le cose a posto.
Anzi, dobbiamo.
In un altro mondo Aylan sono io.
Solo che nessuno lo sa.
Se sono vivo o morto.
In un altro ancora sei tu che leggi queste parole.
Solo che nessuno lo sa.
Se tra poco morirai.
O meno.
In un mondo che preferisco tra tutti Aylan è vivo e sono morti tutti gli altri.
Ma siccome non gli va di stare da solo inventa noi.
E sono certo che ci dipingerà molto meglio di quel che siamo.
In tutti gli altri mondi.

Io so una cosa.
So solo quella.
Ma mi basta.
So che ci sono infiniti mondi, là fuori.
E sta a noi, tutti noi, decidere in quale vorremo vivere.
In futuro.

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3.9.15

Storie di guerra: le materie della scuola che c’è

Storie e Notizie N. 1255

Secondo l’Unicef le guerre in Iraq, Siria, Libia, Yemen e Sudan hanno privato di una dovuta istruzione il 40 per cento dei bambini, ben 13,7 milioni

Una giornata, scontata, ma diversa.
E’ mattino.
Molto presto, molto prima di quando dovresti cercar luce.
Ce n’è uno che si alza da dove può chiamare letto.
Si stropiccia gli occhi.
Invano.
E’ tutto vero.
Il sogno e l’incubo si confondono senza fatica, perché nessuno gli ha mai insegnato la differenza.
La scuola che c’è è così.
Essenziale, parca di consigli, ma ha le sue materie.
La matematica è sempre la più ostica, anche nella pagina da voltare in fretta nel grande libro delle cose del mondo.
A far di conto si impara molto presto e i maestri sono in molti.
Tutti, diciamo pure.
Tutti si sentono in diritto di interrogarti, di metterti alla prova.
E’ un esame senza fine.
Questa è la guerra, un esame che ha l’ora d’inizio ben chiara, scritta sulla lavagna a caratteri cubitali, così grandi, talmente ingombranti, che non v’è spazio per alcunché.
Figuriamoci l’ora della fine.
La letteratura è un piacere, davvero.
Leggere e scrivere sono il vero tesoro della giovane sopravvivenza.
Scoprire parole tra un’esplosione e l’altra, che il più delle volte sono verbi.
Ovvero, azioni, rapide e indispensabili, da coniugare con abilità che neanche sapevi di avere, a quell’età.
Come correre e saltare, dimenticare e soprattutto mangiare.
Tutto in fretta.
E poi, se c’è ancora tempo, tatuare i preziosi ricordi sulla carta che c’è, esattamente come la scuola.
Ma non farti ingannare, la carta che c’è è sul serio un vantaggio.
Perché ti abitua a lasciare tracce dove desideri, affrancandoti dalla schiavitù legalizzata di un banale blackout o di una fastidiosa batteria esaurita.
La geografia non è il massimo.
E’ sadica e deludente, su questo tutti gli studenti della scuola che c’è concordano.
Perché non fai in tempo ad affezionarti al profilo di una collina, al disegno che ne hai fatto nella testa, al nome del paese che finalmente hai imparato a pronunciare che devi ricominciare da capo.
Perché il libro è stato aggiornato.
Da nemici o salvatori che siano, senza soluzione di continuità.
Su una cosa, però, i nostri allievi sono fortunati.
Nessun genitore ha mai dovuto rammentar loro di fare i compiti per casa.
Perché non esistono.
Non ce n’è bisogno.
E perché la scuola che c’è sa perfettamente che per il giorno seguente e tutti quelli a venire esiste solo un compito da portare a termine.
Al mattino.
Molto presto, molto prima di quando dovresti cercar luce.
Alzati da ciò che puoi chiamare letto.
E dopo averli stropicciati.
Ti prego, apri gli occhi.
Di nuovo.

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