27.4.18

L’ombrello dei rifugiati

Storie e Notizie N. 1571

Non può piovere per sempre, dicono.
Già.
Ma intanto piove.
E tutto, davvero tutto ciò che ci tiene in vita, insieme, è uno strano tipo di ombrello.
Sotto il quale ci siamo rifugiati.
Come tali, aspettiamo che finisca.
Il giorno più brutto della nostra storia.
Ci auguriamo che il tempo sia benevolo, e con esso il futuro.
Con l'imminente arrivo delle piogge monsoniche 700 mila rifugiati Rohingya
rischiano la vita in Bangladesh
Nel mentre, piove.
Le gocce si fanno insistenti, insensibili e gelide come gli occhi che ci scrutano al riparo.
Perché siamo onesti, okay?
Nessun leader di governo lancerà proclami e costose missioni per salvarci.
Con o senza l’avvallo delle nazioni riunite.
Nessuna coalizione scenderà in campo contro il nostro nemico, a meno di sollevare un dito colossale e puntarlo lì, dove il soldo e l’egoismo dolgono.
Non ci sono rock star che organizzeranno mega concerti a scopo benefico e impegnato.

Non scriveranno canzoni, per noi altri.
Le lancette non si arresteranno nel dovuto silenzio innanzi al lento, inesorabile restringimento del nostro orizzonte.
Non stamperanno gadget e non sventoleranno bandiere a ricordare i figli ripudiati del terzo millennio.
E se tutto ciò non bastasse, piove.
Su di noi, cadono le lacrime che noi stessi abbiamo inviato in cielo.
Di nuovo al mittente, rispedite indietro con ricevuta di amaro ritorno.
E allora non resta che aggrapparsi a ciò che resta.
Come detto, un insolito tipo di ombrello.

Un mantello in grado di ricordare ogni goccia.
Ogni rumore di quest’ultima sulla superficie della santa pelle che ci protegge.
Ciascun frammento di sollievo al pensiero che senza di esso sarebbe potuta andar peggio.
E in quel breve istante di ritrovato coraggio, stretti nell’abbraccio di solidale fratellanza, ci facciamo tutt’uno con il nostro unico amico.
Noi siamo ombrello, quindi.
Noi stessi siamo il confine tra la vita che abbiamo e quella che dovremmo avere, altro che muri d'odio e idiozia.
Perché noi siamo l’amore per la terra che occupiamo, ovunque sia, dovunque sarà, che resiste e sopravvive a tutto.
Non può piovere per sempre, si diceva.
Ebbene, quando smetterà, perché smetterà.
Noi.
Saremo.
Il sole.


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26.4.18

Racconto sulla vita: la creatura

“E’ una creatura, un alieno che vive in me, come in quel film di fantascienza.
“Solo che qui non siamo in un film, io non vivo in un film.
“Sono una persona come tante, un uomo comune, di carne e sangue, che può farsi male, che può morire.
“Qualcuno che deve preoccuparsi di se stesso, perché la vita è già difficile di suo, ti spinge a proteggerti, ti rende egoista, perché devi sopravvivere.
“Perché vuoi sopravvivere...

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20.4.18

Il tempo delle scuse

Storie e Notizie N. 1570

C’era una volta il tempo delle scuse.
"Siamo veramente dispiaciuti", hanno dichiarato in questi giorni i membri del gruppo terroristico basco dell’Eta, responsabile dell’uccisione di oltre 800 persone durante quarant’anni di campagna armata, scusandosi pubblicamente per le sofferenze causate e chiedendo il perdono delle vittime e delle loro famiglie.
Immagina che sia quel tempo, ora.

Chiudi gli occhi con me, e assistiamo assieme alla festa di tutte le scuse, ma davvero tutte, raccolte in una colossale reazione a catena di prese di coscienza, seppur tardive, ma quanto mai dovute.
Lustra per bene gli spazi vacanti della memoria incompleta, perché la lista si affollerà su se stessa.
Gli Stati Uniti si alzeranno in piedi e con il capo chino chiederanno scusa per lo schiavismo, certo, le petrolguerre travestite da pacifiche gite, è chiaro, i colpi di stato mascherati da rivoluzioni e le rivoluzioni colpite ancor prima di nascere dallo stato fantoccio di turno. Tuttavia, più di ogni altra cosa – affermerà il paese delle opportunità sprecate – imploriamo perdono da voi, anime native, coloro che abbiamo sterminato al nostro arrivo, i veri americani, che americani non erano affatto, e fu forse questo l’inizio della loro sventura.
All’unisono, si leverà dritta la rivale di sempre, la grande madre Russia, e con sincero pentimento domanderà scusa per i gulag, naturalmente, ma sarebbe scontato, perché in pratica dovrà rispondere di più o meno le medesime colpe dello storico nemico, tra tutti il sacrificio dei diritti umani e l’annientamento sistematico delle voci stonate tra gli autoctoni.
Perché quello del potere è un grattacielo assai prevedibile, sostiene il falco pellegrino, il quale gode di una visuale privilegiata sulle umane vicende. Più sali in cima e più le stanze e i suoi occupanti si assomigliano.
Ciò malgrado, sarebbe piuttosto riduttivo se la danza si arrestasse qui, con i soliti noti.
Difatti, il supponibile terzo incomodo a scusarsi, sarà il Regno Unito, e anche qui, abbiate pazienza, perché non sarà cosa breve, malgrado il benevolo ausilio della sintesi nelle parole fin qui dedicate.
Scusate per l’India e l’Africa, l’Asia e l’Oceania, esordiranno i sudditi britannici, scusate per gli schiavi, perché c’entriamo anche noi, con quelli, ma principalmente scusate per le colonie… e sebbene qui dovremmo aprire una parentesi infinita di massacri e tormenti, passiamo oltre e speriamo nella vostra clemenza per tutti i conflitti provocati e nel tempo alimentati.
Tra l’altro, insieme ai nostri colleghi testé prostratisi, cogliamo l’occasione per promettervi di piantarla una volta per tutte con i film di guerra, soprattutto di stampo patriottico ed eroico.
Scusate.
Scusate di aver non solo portato morte e distruzione nelle vite altrui, ma di aver mostrato anche l’ignobile sfacciataggine di raccontare ai posteri che noi eravamo i buoni.
Seguendo tale inaspettato, straordinario esempio, non saranno da meno la Francia e la Spagna, la Germania e, tra i molti, pure l’Italia, già.
Perché se c’è una cosa che abbiamo sempre fatto non è solo salire sul carro del vincitore, bensì sul carro più grande, ovunque fosse diretto.
Eccola, quindi, la processione delle scuse.
L’istante in cui scenderanno tutti a terra, per tentare di ottenere una qualche grazia da quest’ultima.
Ebbene, se tale miraggio si facesse carne, altro che mettersi comodi, poiché sarebbe uno spettacolo che andrebbe avanti sino alla fine dei tempi...


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19.4.18

Spettacoli teatrali sul clima: Le sette vite di Eva

Le sette vite di Eva

Scritto, diretto e interpretato da
Alessandro Ghebreigziabiher

Con
Cecilia Moreschi

Video promo dello spettacolo:



Avatar per qualsiasi cosa

“Buongiorno, signorina”, fa il nostro. “Vorrei qualche informazione sui vostri prodotti.”
“Dica pure”, fa l’avvenente ologramma a forma di commessa.
“In particolare, sono interessato al volto…”
“Certo, signore, vedo che andiamo sul vintage.”
“In che senso?”
“Be’, l’avatar facciale è roba primordiale, ecco.”
“Chiaro, mi rendo conto. Allora, ha qualcosa per me?”
“Ho tutto per lei”, risponde suadente l’effimera interlocutrice. “Le posso offrire qualsiasi faccia, dall’attore più affascinante al cantante sciupafemmine, passando per il modello dallo sguardo magnetico.”

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18.4.18

Perché ci sono armi chimiche in Siria?

Storie e Notizie N. 1569

Le grida, sì.
Quelle dal vivo, una frazione di secondo dopo che l’inferno dal cielo è precipitato sull’inferno in terra.
Le grida, già.
Quelle di seguito, sulle pagine risentite o complottiste, anti o semplicemente capaci ancora di sentirsi umane.
Quelle si sentono tutte.
E poi di nuovo esplosioni, e altre urla, di orgoglioso dolore o solo paura di esser stati fortunati, ora.
Stavolta.
Eppure, anche adesso, la cruciale domanda si leva di nuovo tra la polvere che pian piano dirada.
Non si può morire per sempre e arriva il momento

che finalmente puoi chiedere: perché?
E’ sufficiente l'apparizione del prezioso interrogativo per spiazzare protagonisti e cronisti di livello, ci hai fatto caso?
Per quanto, tra gli strilli mediatici la grammatica della guerra civile - ma tu leggi pure perenne - preveda un esiguo numero di quesiti, davvero di rado c’è n’è uno tra essi che esordisca in siffatta, ineludibile guisa.
Perché, già.
E allora tu osa e dona un oggettivo complemento alla suddetta interpellanza.
Perché ci sono armi chimiche?
Potresti pure fermarti qui, senza alcuna coordinata spaziale, e quindi temporale, e saresti comunque pericolosamente fuori tema.
L’antivirus preposto al controllo della pubblica discussione interverrebbe immediatamente a porre rimedio innanzi a tale ingenuo refuso.
Esatto, perché sarebbe questa la strumentale colpa per rigettare l’estraneo dubbio.
La tanto sfruttata carta del puerile candore, inadatto a trattare la complessità del globale groviglio di interessi e potere.
Altrimenti, agevolando l’infantile obiezione, potresti ritrovarti in zone altamente proibite dalla sintassi di governo.
Dove chiederti chi fabbrica armi chimiche e chi le finanzia, chi le vende e chi ne protegge il commercio, chi legifera a favore o chi si limita ad astenere mano e coscienza.
Ciò porterebbe a uno scenario inaccettabile dagli sceneggiatori di regime.
Alla cui base c’è l’idea che le cose siano molto più facili da capire di quel che sembrano.
Da che mondo è mondo, questa è l’eventualità più temuta dai difensori dell’architettura piramidale, altro che rivoluzione e resistenza.
Ovvero, che tutti siano in grado di capire tutto, in primo luogo ciò che decida il comune orizzonte.
Nondimeno, tu scrivila appieno, la domanda.
E, con il sottoscritto, leggila.
Pure a mente, se non vuoi dar troppo nell’occhio.
Perfino un po’ alla volta, qualora ti aiuti a non destar sospetti negli addormentatori di professione.
Perché?
Perché ci sono armi chimiche?
Perché ci sono armi chimiche in Siria?
 
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13.4.18

Io vi sposo

Storie e Notizie N. 1568

Io vi sposo, Marielle e Mônica.
Malgrado ogni limite della logica e del possibile, terreno ideale per i folli dall’eccessivo coraggio e gli ingenui scribacchini come il sottoscritto, io vi sposo.

Io vi sposo e sarò il celebrante, già.
Perché nel luogo dove vive questa pagina e tutte le aspirazioni cancellate dall’odio più vile non conta chi celebri chi o cosa.
Quel che vale il prezzo della minima presenza è il tangibile desiderio realizzato che da quello straordinario istante viene scritto colore su colore, giammai nero su bianco.
Perché oltre siffatta finestra su uno dei tanti
perfetti domani, che abbiamo solo sfiorato, ci son tutte le tinte immaginabili e nessuna si sentirà in diritto di sovrapporsi alle altre.
Perdonami, Mônica, che ancora attendi il ritorno di Marielle a un mese dalla sua inaccettabile scomparsa, se in dono a questo sentimento crudelmente ferito offro solo un disegno.
E’ forse questa la colpa di una generazione intera di fragili complici, illusi dalla convinzione che con l’accostamento più o meno appassionato di parole e tonalità si potesse esaurire il compito.
Dietro la presunta poesia del momento, c’è un mondo intero, fuso insieme da mirabile dignità e prodezza in una sol anima che vede ogni istante, anche ora, brandelli di sé strappati via da ottuse belve oramai accettate come ordinarie.
Ecco perché il popolo che agguanterà il testimone dei giusti dovrà far tesoro di questi inumani lutti e riportare la ruvida strada sotto i piedi e il fango sulle mani.
Perché di ruvida strada e fango è fatta la via e la vita di chi resiste e resisterà ai servi del potere.
Perdonaci, Marielle, se lo spazio e il tempo in cui siamo imprigionati non hanno accelerato quanto basta per proteggere le tue preziose ali.
Siamo questo, oggi, ed è ancora troppo poco per evitare scenari da incubo per un numero intollerabile di persone.
Nondimeno, quel che vibrava e riscaldava cuori e occhi è qui. E per nostra buona sorte la memoria patisce percosse indicibili, ma respira ancora, e ci mostra qualcosa per cui vale la pena lottare e scendere in piazza.
La festa di un amore che dura da ben quattordici anni e che nel 2019 sarebbe stato officiato non come meritava, bensì, come merita.
Perché dobbiamo far di tutto per convincere quel codardo omicida di meraviglie viventi che vi ha tolto molto meno di quel che crede.
Per questa e altre mille ragioni, io vi sposo.
Marielle Franco e Mônica Benício, io vi sposo, almeno qui.
Sposo quel che avreste potuto realizzare, insieme a quel che avete lasciato.
Io sposo il mondo che avreste voluto.
Lo sposo insieme a quello che avete iniziato.
E se qualcuno ha qualcosa in contrario con questa unione, be’, parli pure, ma poi taccia per sempre.
Perché puoi uccidere vite a milioni, ma non potrai mai scalfire di un millimetro.
Il sogno che le rendeva una cosa sola...





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12.4.18

Non alzare la testa

“Signora”, fa l’agente preposto fissando la donna inquadrata nel suo, di schermo, “suo figlio è in arresto.”
La madre del colpevole è incredula, più che spaventata.
“Mi scusi”, fa rivolgendosi al solerte funzionario ritratto nel video del cellulare stretto tra le mani. “Ma, ecco, vede…”
“Non la scuso affatto”, ribatte l’altro, mentre i curiosi iniziano a filmare e a strappar via brandelli dell’inusitato evento come cani livorosi intorno alla preda rea di palesar sangue e fragilità. “Il bambino ha violato la sacra regola...”

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11.4.18

La favola di America contro Russia

Storie e Notizie N. 1567

C’era una volta una favola.
Quindi, c’era una volta un c’era una volta che si ripeteva nel tempo, con ambientazioni e costumi diversi, ma con morale immutabile.

Nel mezzo, i protagonisti, che sbiadivano e si confondevano tra loro da un fronte all’altro della contesa.
Perché senza conflitto, non c’è racconto.
I cavalieri in campo erano due, come la narrazione più semplice richiede.
America e Russia, già. Tuttavia, non farti ingannare dal genere, perché di
femminile, ovvero di naturale accoglienza, saggezza materna e istintiva propensione a facilitare gli orizzonti comuni, non v’era traccia nei nostri.
Piuttosto, gli avversari palesavano senza sorpresa alcuna i più triti e rozzi atteggiamenti degni del peggior bullo dal
testosterone gonfiato.
Nel retorico gioco dei ruoli, America era il salvatore e Russia l'aggressore, il primo l’alleato potente e il secondo l’amico degli altri, e poi aggiungici pure occidente e oriente, noi e loro e altre trovate semantiche per riempir occhi e orecchie,
generazione dopo generazione, di lettori apparentemente impotenti.
La favola veniva tramandata di padre in figlio senza colpo ferire, come se fosse inevitabile, come se fosse la storia stessa del mondo, come se il mondo medesimo la scrivesse da sé.
Come se, in breve, nessuno degli attori in campo
fosse responsabile della monotona trama.
Tra i più paradossali degli spettatori vi era giustappunto la porzione più attempata, capace di ingollare tale vicenda incessantemente senza discutere, malgrado ne conoscesse alla perfezione ogni consapevole
errore di battitura, qualsiasi strumentale abuso degli aggettivi a favore di una chiave di lettura rispetto all’altra e viceversa. Malgrado, soprattutto, avesse rivisto il finale e le amare conseguenze di
quest’ultimo una quantità assordante di volte.
Bastava poco per scoprir le carte e notare la posticcia scenografia alle spalle dei personaggi ancor meno credibili, sebbene truccati secondo la moda del tempo.
Bastava poco per estrarre sinossi della storia più venduta all’umanità complice.
Bastava poco per iniziarla e finirla.
Senza vantarsi di chissà quali doti di sintesi, ecco il puerile soggetto in una strofa o poco più: un sovrano crudele, con l’aiuto di Russia, sterminava i ribelli, ma America intervenne e sconfisse il marrano.
Ancora e di nuovo.
Di nuovo ancora e ancora di nuovo.
Ancora.
Riscrivendo l’identica farsa sulla stessa pagina, fino a consumarla.
Se ci pensate, sarebbe impossibile il succedersi di tale eventualità nel viver quotidiano di chiunque, perché prima o poi, raggiunta l’età della ragione, si cercano le motivazioni delle proprie scelte e quelle altrui e il disincanto diviene la lente primaria.
Ma con le favole, oh, con le favole è diverso.
Ci credi e vorresti che non cambiassero mai, perché ti rassicurano e ti aiutano a dormir meglio.
Perché mettono le cose a posto e la morale vigente è rispettata.
America contro Russia, Russia contro America.
E altri popoli per fortuna lontani, insieme ad altrettante comparse viventi, vengono puntualmente sacrificati all'altare della rituale disfida.
Affinché domani si possa ricominciar da capo.
Con la solita favola dei due nemici...



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6.4.18

Arrivederci in una foto

Storie e Notizie N. 1566

Era il 1985.
A Beirut, tra guerra e guerra.
Civile e incivile, tollerata e intollerabile, lontana e più che mai vicina.
Perché questo è ciò porta in dote l’uomo contro l’uomo.
Confonde gli opposti tra loro, nella violenta mischia di odio e sangue.
Sullo sfondo, Samar, nella veridicità del bianco e

il nero, contrasti del passato e, malgrado l’illusione del colore, tali anche oggi.
Con la donna, una bimba.
Con lei, un sguardo intriso di dignità e fierezza, malgrado le ferite.
Con entrambe, le ombre del massacro ancora calde.
Malgrado la gamba sinistra prematuramente cancellata dal peggior editor del mondo.
L’ottusa guerra, già, ancora lei, sempre lei.

Dall’altro lato dell’obiettivo, Maher.
Un ladro di immagini, ma di quelli buoni.
Una versione atipica di Robin Hood, che ruba memoria laddove si faccia di tutto per disintegrarla, per poi donarla ai posteri.
Affinché vedano l’indomani ciò che ieri è transitato invano sotto gli occhi dei protagonisti.
Difatti, il lanciatore di ricordi in bottiglia tra le onde del futuro venne bloccato subito dopo essersi impadronito di quel prezioso ritaglio di storia vissuta.
Tutto stava per essere perduto, allorché Samar in persona si fece largo.
Lasciate che prenda questo mio momento.
Lasciate che sopravviva a questo tempo.
Lasciatelo andare.
Il significativo ritratto trovò la giusta via per le stanze che contano e la donna con la bambina tra le macerie di Beirut divenne prima pagina sul New York Times.
Negli anni seguenti, altra carta fu venduta e bruciata.
Altri futuri trucidati, altre occasioni sprecate.
Nondimeno, il cammino dei piccoli proseguì tra valigie di cartone e cartoni a forma di valigia, tra presenti senza futuro e futuri senza passato, tra cittadini mutati in rifugiati e rifugi senza una città come casa.
Perché è questo che fa la faida tra umano e umano, qualora si ripeta stoltamente, più e più volte.
Trasforma le cose, le cambia nome, ma ogni qual volta le osservi con attenzione, rivedi sempre lo stesso volto di chi voleva solo camminare senza paura.
E’ il 2018.
Trentatré anni dopo, ancora in Libano, a Beirut.
Nel mezzo del disegno, c’è ancora lei, Samar.
Con lei, Maher, il trafugatore di souvenir viventi. Con lui, la promessa mantenuta, quella di non dimenticare e, soprattutto, non far dimenticare.
Con entrambi, le difficili esistenze di popoli interi che si perdono e si ritrovano tra le immagini e le parole che restano.
Insieme alla speranza per tutti i frammenti che tutt’ora vengono strappati via dal cuore del mondo nato senza camicia di riabbracciarsi, non importa dove, magari in una foto.
Perché, come ha confidato Samar a Maher, a volte mi siedo in balcone e penso, e comincio a piangere. Poi mi rammento di esser fortunata a essere viva e torno a essere paziente…


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5.4.18

Storia sui social network

Hai inchiavato?
Sì…
E la doppia mandata? Il catenaccio? E l’antifurto?
Ops… hai ragione…
Mario… vuoi che ci entrino i ladri in casa? Di questi tempi, a quest’ora chissà chi ci sarà, là fuori… chiudi tutto!
Provvedo immediatamente, amore, per fortuna che ci sei tu.
No, per fortuna che abbiamo la porta blindata e i vetri a prova di urto.
Anche, amore, anche quelli.

Mario!
Cosa c’è adesso?
Cos’è questo spiffero?
Oh… credo sia la finestra in cucina…
E’ aperta?!

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4.4.18

Io ti perdo e io ti ritrovo

Storie e Notizie N. 1565

C’era una volta l’umano cammino.
La danza, laddove tu preferisca librarti tra secondo e secondo.
La salita, allorché il volto crudele del destino ti abbia scelto come esempio.
L’inverso, qualora il lato morbido ti sia stato donato.
In quel caso, non sprecarlo, anima privilegiata.
Nondimeno, la chiave della melodia che tutti noi sostiene, è l’istessa.
Io ti perdo, io ti ritrovo.
Come avvenne, precisamente ventiquattro anni fa, a Wang Mingqing e sua moglie Liu Dengying.
I due si guadagnavano da vivere facendo i fruttivendoli per le strade di Chengdu e, alla stregua di molti, tutt’altro che baciati dalla cieca divinità, erano costretti a portare al lavoro l’ignara figlia Qifeng, di soli tre anni.
Ignara di molto, per l’età, e infinitamente di più, per il complicato futuro che l’attendeva.
Wang lasciò brevemente la bimba da sola per recarsi a una bancarella accanto e così ottenere il cambio per un cliente.
Quando tornò, i titoli di testa del terribile film da incubo iniziarono a scorrere sullo schermo all’orizzonte.
La figlia era scomparsa.
Io ti perdo, Qifeng.
Noi ti perdiamo, figlia.
La certezza della peggior pagina in un racconto vivente.
Con scritto in calce all’orrendo capitolo, con inchiostro da flebile speranza colorato.
Noi ti ritroveremo.
Così, secondo una sceneggiatura tragicamente scontata, i genitori intrapresero una ricerca

disperata che non si è mai fermata sino a oggi.
In seguito, Wang comprò un taxi e cominciò a perlustrare la città di ben quattordici milioni di persone durante le ore di lavoro.
Mise un volantino sul finestrino dell'auto, dopo aver stampato biglietti da visita con le informazioni di sua figlia, raccontando a ogni passeggero l’accaduto.
Io l’ho perduta.
Noi l’abbiamo perduta.
E l’accezione più orrenda, ovvero, lei ha perduto noi.
Già, eccola l’inaccettabile condivisione che ci lega da sempre.
Il vuoto, non il pieno.
Le mani bramose, giammai le tasche piene.
Desiderio, fervente sogno, insopprimibile aspirazione.
Tutto fuorché la cassaforte stracolma di vanità del riccastro di turno.
Io ti trovo, sentì esclamare da lontano la piccola Qifeng più di vent’anni addietro.
Noi ti troviamo, le mormorarono da vicino un uomo e una donna, altrettante parentesi aperte sul regalo mancante.
Noi troviamo chi è stato perduto, si dissero i genitori adottivi di Qifeng, che ora ha quasi trent’anni e vive a migliaia di chilometri di distanza dalla città natale, nella provincia settentrionale di Jilin.
Una volta appreso il proprio triste passato dai due, la ragazza iniziò a vivere curiosa di chi fossero la madre e il padre biologici.
Io ho perduto, chi ha perso me, in breve.

Ci son volute due decadi affinché il passo fosse compiuto del tutto.
Il balzo all’indietro, per i volteggiatori professionisti.
L’utopia che diviene tangibile, per le fortunate eccezioni alla grama narrazione comune.
Eccoci al triste racconto che mostra il miracolo del sole nella tempesta.
Io ti ritrovo, sussurrò il padre a fatica, sopraffatto dalle lacrime.
Noi ti ritroviamo, pensò con non meno commozione la madre, vinta da esse.
Io ritrovo voi, che ritrovate me, il senso di tutto.


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