27.10.17

Il tesoro alla fine

Storie e Notizie N. 1518

In Giappone una ragazza ha citato per danni il governo di Osaka dopo che la sua scuola le ha ordinato di tingere i capelli di nero, requisito obbligatorio richiesto a ogni studente, pena l’esclusione.
La giovane, che ha capelli castani al naturale, ha dichiarato che, a causa dello stress e l’angoscia per l’assurda costrizione, si è ritrovata varie eruzioni cutanee sul capo.
Da cui, la favola…


 
C’era una volta un cielo.
Non, il cielo, la perfetta volta celeste che tutto ha visto e tutto, prima o poi, racconterà.
Mi riferisco a qualcosa di disegnato dal basso, con nessuna ambizione verso ciò che rende le forme e i contorni dell’umano creato degno dell’occhio quanto del cuore.
Leggi pure come l’ingenuo, commovente coraggio di immaginare il mondo come dovrebbe essere.
Nel cielo, non il cielo, di questo racconto tutto proseguiva secondo l’ordine concesso.

Ciascuno dei presenti rispettava i confini del proprio regno naturale, così come i tempi per la vicinanza e la lontananza, che non sono altro che lo stesso modo per scoprire quanto davvero la misteriosa forza centripeta tenga insieme l’universo.
L’amore, già, ancora lui.
Un giorno, indubbiamente singolare, si presentò sulla scena l’ospite inatteso.
Gli sguardi delle stelle si levarono compatti, fusi come un sol muro dai soliti ingredienti, disdegno e paura.
Invocato a prender provvedimenti, il sole sgridò immantinente il nuovo arrivato, usando come pretesto la prima nota dissonante a portata di rifiuto.
“Tu, con quel rosso! Non va bene, toglitelo subito di dosso, altrimenti scompari innanzi ai nostri occhi.”
L’interessato teneva assai a essere accettato e si allontanò trafelato, per obbedire alla pretesa.
In fondo, pensò, trattasi di veniale rinuncia, in cambio dell’agognata, celestiale cittadinanza.
Tuttavia, non appena fu tornato sui suoi passi, si rese conto che la strada per la tolleranza popolare era ancora lunga e impervia.
“Dico a te”, esclamò di nuovo il sole, sobillato dagli astri presenti, “quell’arancione è fuori luogo. Vedi di privartene, se vuoi restar con noi.”



Sullo stesso argomento:

Il nostro accusò il colpo e accolse l’invito, per quanto sgradevole.
Voleva maledettamente far parte dello spettacolo primario, un altro sacrificio valeva la pena.
Nondimeno, una volta riapparso sull’eterea piazza, la reprimenda si ripeté.
“Fermo dove sei, scellerato”, strillò ancora il sole, prontamente spalleggiato dalle ronde cosmiche, iniziativa spontanea a baluardo dell’omogeneità cromatica. “Quel giallo è inopportuno. Cancellalo da te al più presto, se ti preme il nostro spazio.”
Il poveretto fece dietro front e accontentò il luminoso sovrano.
Ciò malgrado, nell’istante in cui fece di nuovo capolino nel cielo, il solito rimprovero lo colse.
“Via quel verde, bizzarra creatura”, berciò il sole, immediatamente applaudito dall’Associazione per la tutela delle tinte unite. “Le nostre pupille mal sopportano siffatte sconcezze.”
E cosa fece l’escluso?
Tagliò via anche quell’ennesima, naturale parte di sé.
Capita, capita spesso, laddove la solitudine sia il punto più debole che hai.
Così, una volta provveduto, il possibile nuovo amico di tutti rientrò in gioco.
“Ma allora proprio non comprendi?!” gridò il sole iroso, e forse anche un po’ divertito dall’unico, triste passatempo che aveva rotto l’inerte monotonia della sua esistenza. “Il blu è permesso solo al cielo. Con quale ardire pretendi di sfoggiarlo su di te? Liberatene subito, e già che ci sei fai lo stesso con quel viola, che tra l’altro porta pure male a teatro.”
“Ma come dovrei vestirmi?” trovò finalmente la forza di ribattere il forestiero.
“Semplice”, rispose la luna, parlando a nome degli altri abitanti di quel cielo, fortunatamente non il cielo. “Del colore di cui tutti noi siam fatti e intessuti, ovvero, la bianca luce.”
Il nostro si allontanò mesto, col capo chino, e ormai giunto a quel punto di esasperazione della propria aspirazione, girò le spalle per l’ultima, sciagurata volta all’insostituibile propria ricchezza.
E fu esattamente così, via il rosso e via l’arancione, basta con il giallo e lo stesso con il verde, non più blu e tantomeno viola, che l’arcobaleno si dissolse nell’aria, come se non fosse mai esistito.
E nessuno fu in mai grado di scoprire di quali sconosciuti colori fosse composto il tesoro che ci avrebbe regalato alla fine...


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26.10.17

Mi sono perso

Storie e Notizie N. 1517

Un misterioso cranio risalente a 6.000 anni fa, ritrovato in Papua Nuova Guinea nel 1929, si pensava appartenesse a una specie umana ormai estinta.
Grazie alle ultime ricerche, gli scienziati ritengono invece che sia di proprietà della più antica vittima di uno Tsunami, perlomeno i cui resti siano stati rinvenuti sino a oggi
.

Mi sono perso.

Questo è ciò che ricordo.
Questa è l’unica cosa che so.
Per certa.
Non rammento perché mi trovassi lì, nell’istante in cui il mare mi ha rapito.

Rapito
Che contraddittorio quanto paradossale uso delle parole facciamo, noi umani, allora, come oggi.
Abitiamo e maltrattiamo, più o meno impunemente, un pianeta che è ricoperto per la gran parte da acqua, e non solo lo chiamiamo terra, ma laddove gli oceani giustamente raggiungano i nostri confini per esigere ciò che gli spetta, e riprendersi il mondo del quale per primi li abbiamo derubati, li consideriamo invasori della nostra pace.
Disturbatori della quieta esistenza.
Nemici dell’umana civiltà.
Eppure, avremmo dovuto aspettarcelo, poiché l’incessante danza dei flutti obbedisce a regola imprescindibile per ogni elemento che consapevolmente, o meno, faccia parte della natura.
Ciò che si allontani da te, o che tu per primo respingi, malgrado sia la vita stessa a reclamar quell’unione, prima o poi tornerà e vorrà tutto.
E l’istante in cui lo comprendi appieno è ormai troppo tardi.
Per me è stato l’abbraccio di forme colori, di onde e un’infinità di blu, come se il cielo stesso mi avesse inghiottito, per farmi stella tra gli astri, lucente finché l’occhio che la scopra abbia ancora voglia di ammirarla.
Sei volte mille anni ci son voluti per dare un nome all’ospite inatteso nel racconto globale.
Nondimeno, nulla pare abbiate aggiunto alla storia in apparenza minore, tranne che le ragioni del decesso.
La fine, solo la fine del viaggio, pare interessare i miei pronipoti.
L’attimo che succede all’ultimo respiro sembra disegno dai contorni più semplici da raffigurare e, forse, è proprio così.



Sullo stesso argomento:


Ciò che non comprendo, però, è l’assoluta mancanza di curiosità per il resto.
Mi riferisco al reale mistero, quello solitamente trascurato da occhi troppo grandi e lancette troppo piccole e frettolose.
Perché ero lì, quel giorno?
C’è stato qualcuno, che non ha mai smesso di cercarmi?
C’è forse qualcuno, che non potrò mai più trovare?
E, soprattutto, ero davvero solo, in quell’ultimo istante concessomi?
Quanto tempo è ormai andato, da allora.
Quanto tempo è stato sprecato e quanto ne stiamo gettando ancora con domande senza risposta e prive di valore.
Salvo arrivare tutti, in un modo o nell’altro, alla medesima conclusione: nulla o poco sappiamo di noi e degli altri.
Eppure, ogni giorno, ci ricopriamo a vicenda di discorsi vani.
Tranne, di rado, per sussurrare l’essenziale.
Mi sono perso.
E ora, grazie a te che mi hai ascoltato.
Ci siamo ritrovati entrambi.

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25.10.17

Diventa umano

Storie e Notizie N. 1516

Diventa protagonista, è il titolo del libro.
Diventa razzista, il sottotitolo della storia, nonché, la più o meno inconsapevole esortazione celata nel testo.

“E’ aumentata la presenza di stranieri, provenienti

soprattutto dai paesi asiatici e del Nord Africa. Molti vengono accolti in centri di accoglienza per profughi e sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge. Nelle nostre città gli immigrati vivono spesso in condizioni precarie, non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile; per motivi economici e sociali, i residenti talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti.”

E’ troppo tardi, è vero.
Le parole hanno già seminato.
E il velenoso raccolto è già stato venduto.
Il frutto marcito ha ferito quello accanto, e così via.
Fino a non comprender più l’ispirazione del racconto sbagliato.
Tuttavia, c’è ancora tempo per ricominciare.
Per disimparare la cattiva lezione.
Scrivendo, insieme, il nuovo mondo.
Che ormai da tempo aspetta di esser visto e celebrato, narrato e ascoltato.

Diventa umano, il nome del novello brano.
Diventa te, la sintesi perfetta, traducendo le parole inutili che feriscono e stoltamente dividono.

“E’ aumentata la presenza di esseri umani, provenienti soprattutto dai paesi asiatici e del Nord Africa. Molti vengono accolti in centri di accoglienza per esseri umani e lo sono davvero, umani, malgrado la loro permanenza in Italia non sia autorizzata dalla legge. Nelle nostre città gli esseri umani vivono spesso in condizioni precarie, non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la nostra integrazione è difficile; per motivi economici e sociali, gli esseri umani talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei confronti di altri esseri umani.”

E’ così che cominci a comprendere l’assurdità del vivere moderno.
Ed è proprio così che inizi a diventare colei, o colui, che domani avrà il senno e il coraggio.
Di renderlo finalmente.
Solo umano.


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22.10.17

Manifestazione contro il razzismo del passato

Storie e Notizie N. 1515

Da qualche parte, nel 2117…

Figlio mio, è papà che parla.
Sì, so bene che quando comunichiamo per via telepatica non vi è dubbio alcuno su chi sia la persona dall’altra parte, perché non solo ci troviamo faccia a faccia, ma anche cervello a cervello, anima ad anima, e quant’altro ancora dobbiamo scoprire di noi.
Già, scoprire.
Per questo sei lassù, in giro tra le galassie.
Per questo sono felice per te.
Perché così ti ho cresciuto.
Tuttavia, volevo sorridere insieme, oggi.
Parlando del passato, ma non il mero nostro.
Non sarò il solito padre nostalgico e facile alla commozione, irrimediabilmente legato al frugoletto che carponi esplora l’interno dell’astronave con cui ti portavo in orbita ad ammirare la terra che ci è stata donata.
Volevo mostrarti ciò che, fortunatamente, è passato per tutti noi.
Rovistando tra la storia che fu, ho trovato la cronaca di una giornata, particolare allora, scontata oggi.
Manifestazione contro il razzismo a Roma.
Sì, hai letto bene.
C’è stato un tempo, solo cento anni addietro, che

la gente aveva bisogno di scendere in piazza e scrivere su un cartello: accolgo perché non ho
paura.
Capisci cosa voglia dire? Che in quegli anni ce n’erano altrettante di persone, anzi, di più, che avevano al contrario timore di altra vita nella propria.
Incredibile, vero?
Incredibile che occorra ribadire: Sì accoglienza No razzismo.
Come se qualcuno potesse mostrare la stoltezza di affermare entrambe, con una qualsivoglia sensazione di coerenza, nella stessa frase.
Come dire, io sono per l’accoglienza, ma i migranti, e i Rom, e i clandestini, eccetera.
Buffo, no?
Certo, lo è oggi, ieri un po’ meno.
Ma non solo.
Leggi qui: liberi ed eguali in dignità e diritti.
Sì, lo capisco, anch’io sono rimasto senza parole.
Gli umani di quell’epoca manifestavano per l’ovvio.
Assurdo, vero? Dover lottare e riunirsi per affermare ciò che natura ha decretato sino dal primo giorno come la condizione indispensabile per la sopravvivenza di ciascuno di noi.
Questa poi le batte tutte ed è quella che mi ha fatto pensare di più a te: Siamo tutti migranti.
Sono anni che mi invii direttamente nella mente immagini straordinarie di pianeti e stelle, buchi neri e comete, di vite differenti e creature mirabolanti, facendomi partecipe della felicità che provi facendo scivolare l’universo dentro di te, e poi in me.
Cosa sarebbe stata la vita, mi chiedo, se non fossimo nati migranti?
Da cui, un dovere aver iscritto nel cuore, ancor
prima che su un foglio: accolgo perché sono stato accolto.
Nondimeno, il passato è passato e come ben sai anche la più semplice verità ha avuto bisogno di esser spiegata: contro il razzismo per la giustizia e l'uguaglianza.
E’ così che le ragioni per le cose, anche le più elementari, divengono orizzonte.
Un po’ come il firmamento per te, che vivi per afferrarlo.
Si parte con poco: Italia + varia + bella.
Basandoci ovviamente su quel che si ha davanti, per poi comprendere che ciò che è giusto e sacro per uno, lo è per tutti.
Nessun essere umano è illegale.
A ogni modo, questo è il valore di quel giorno, questo è quello di oggi, figlio.
Che benedetto sia lo sforzo degli
avi coraggiosi che nel domani troveranno casa.
Siamo qui, amici cari, là dietro.
Vi stiamo aspettando, benvenuti rifugiati...

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20.10.17

Inquinamento uccide

Storie e Notizie N. 1514

Secondo l'analisi globale più completa fino a oggi, ogni anno l'inquinamento uccide almeno nove milioni di persone e ci costa trilioni di dollari, mettendo a rischio la sopravvivenza delle società umane.
Una contraddizione a dir poco paradossale, non credete? Un fenomeno economicamente e al contempo umanamente svantaggioso per tutti, eppure trascurato.
Come se non riuscissimo a vedere dove si celi lo sporco, il refuso, la parola sbagliata, malgrado si trovi esattamente davanti ai nostri occhi, nascosta nel foglio contenente la storia che ci riguarda…


Mario è una creatura piccola.
Piccola come una lettera, malgrado spesso si senta più grande di quello che è, laddove urli la propria tracotanza con ogni goccia di inchiostro che lo attraversa.
Mario si sente moderno.

Perché lo è, fino a prova contraria.
Vive l’oggi prima del domani, come se il domani non fosse altro che l’oggi che sta scrivendo.
Ieri.
Già, dimentico di ciò che ieri è stato, il nostro si cura solo della pagina corrente, al meglio.
Al peggio, della singola, minuscola porzione di riga che lo ospita.
Esatto, ospita, ma lui direbbe occupa.
Mia, solo mia, guai a chi si avvicina, non osate violare il sacro spazio tra lettera e lettera.

La grammatica sociale va rispettata, perché è ciò che dona ordine e sicurezza al racconto.
Per il senso e, soprattutto, la morale, rivolgetevi altrove.
Perché è così che fanno i tipi come Mario.
La responsabilità è sempre di quelli lassù, le presunte divinità con la penna o la tastiera tra le mani.
Mario ci tiene alla forma, proprio perché vive da sempre un’esistenza perennemente a due dimensioni, auto assolvendosi dal preoccuparsi delle conseguenze della comune presenza nel testo globale.

Indi per cui, si prodiga in ogni istante che ciò che accoglie e guida il suo cammino tra paragrafo e paragrafo conservi lo splendore del primo giorno.

Sullo stesso argomento:

Questo è il suo lavoro, l’unico scopo che persegue.
Mario lucida parole come se fossero gioielli, illuso che questi ultimi siano qualcosa di diverso da ulteriori, convenzionali insiemi di lettere.

E’ così che l’automobile brilla come uno specchio.
E il parabrezza è perfettamente privo di polvere.
I sedili scintillano anche di notte.
E il cruscotto ruba la scena al firmamento.
Fa lo stesso con il condizionatore.
E la caldaia.
Lo schermo del cellulare.

E ogni meravigliosa parola che ha reso la sua vita piena.
Di parole.
Perché Mario è così.
E’ come una piccola lettera, condannata con altre come lui a far parte di un discorso di cui ignora inizio e fine, che può esser virtuoso o folle, eppure è lì.
Ogni giorno si alza dall’angusto dizionario in cui si è sepolto prematuramente e si unisce agli altri, per raggiungere il punto e andare a capo per comoda inerzia.
Talvolta, però, Mario fa un sogno, che può essere incubo, dipende dal grado di libertà della sua fantasia.
Così si immagina come qualcosa di meglio di una sola lettera, e anche di una parola.
E per un fuggevole istante vede il povero foglio, l’unico che davvero sostiene tutti, giunto ormai allo stremo sotto il peso dell’immane quantità di ottusi deliri con il quale lo stiamo inquinando.
E’ quello l’attimo in cui ciascuno di noi ha la chance di chiamarsi fuori da siffatta marcia verso il nulla.
Ne basta una di lettera fuori posto e ogni parola, per quanto ricca e potente, temuta e pericolosa, diverrà evidente agli occhi di tutti.
Come quella sbagliata...



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19.10.17

C’è stato un attentato

Storie e Notizie N. 1513

Attentato.
Questa è la parola, ma non è sufficiente a guadagnar like o faccine sensibili, malgrado le consapevoli conseguenze in immagini e suoni, di urla assordanti e il fumo che invade lo spazio vitale, al netto di un monitor ricco di pollici e risoluzione.

C’è stato un attentato.
Questo è l’incipit, ma non basta, sebbene sia ormai trama nota, nel mero racconto come nei commenti più o meno di rito, così come le inevitabili strumentalizzazioni puntualmente a posteriori.
C’è stato un attentato e ci sono stati dei morti.
Quest’ultima è la tutt’altro che scontata aggiunta, per onor di completezza, ma anche per non tralasciare l’elemento trainante, per quanto cinico, ovvero la tragica conta degli scomparsi, a scapito dei trascurabili sopravvissuti.
Già, ci hai fatto caso?

Fa sempre più rumore il numero dei deceduti, piuttosto che i cari che ne erediteranno sconforto e ricordi, spesso rabbia e smarrimento, i quali, secondo logica, dovrebbero esser infinitamente di più.
Nondimeno, ciò comporterebbe un’attenzione per il domani e il dì seguente, per i protagonisti del quotidiano, che non fanno notizia, se non fosse per la bomba.

A ogni modo, c’è stato un attentato, e ci sono stati molti morti e altrettanti feriti, a rifinire il quadro e render chiaro il disegno, a suscitar reazione pubblica innanzi all’ennesima umana follia di codesta folle umanità, oramai intercambiabili, inseparabili e acclarati sinonimi.

Tuttavia, potrei aggiungere il terribile numero alla scena, cifra a dir poco spaventosa, per quanto preceduto da un tranquillizzante circa e un rassicurante più o meno.
Sommando altro orrore, magari potrei descrivere le vite tranciate una a una, mormorando lentamente.
Tre volte cento… fino ai feriti, alle carni testimoni, agli occhi dall’orizzonte definitivamente distrutto.
Potrei parlar di armi e corruzione.
Di grandi potenze e grandi interessi.
Di USA ed Europa, a lavar mani e coscienza con acque ormai putride.


Sullo stesso argomento:

Attentato, sì, ma è già successo.
C’è stato un attentato, ma era nell’aria.
C’è stato un attentato e ci sono stati dei morti e dei feriti, ma è così che funziona.
Altrimenti, come ignorarlo?
Già, hai fatto caso anche a questo?
A forza di abituarci ai plateali massacri di piazza, finiamo con il prestare maggiore attenzione

laddove il numero delle vittime sia inversamente proporzionale al mistero del movente.
E lo share sale insieme agli introiti pubblicitari del giallo familiare con il presentatore detective.
Eppure, nonostante ci sia stato un attentato dove in più di trecento sono morti, e solo pochi giorni dopo in migliaia manifestino con coraggio e dignità il personale dolore, non è storia capace di sfiorare la nostra empatia.
Quanto vale quest’ultima, allora, qualora l’inferno in terra mostri il suo volto a Parigi come a Londra?
Quale clamoroso errore è celato nella nostra coscienza da permetterci tale disumana distinzione?
Ebbene, il giorno in cui sullo schermo globale il sangue innocente versato in Somalia sarà ai nostri occhi dello stesso colore di ogni parte del mondo illusoriamente libero, vorrà dire che saremo sulla strada giusta per vincere questa incompresa guerra civile contro noi stessi.


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18.10.17

La situazione è disperata

Storie e Notizie N. 1512

Daphne Caruana Galizia, giornalista d'inchiesta impegnata in prima linea contro la corruzione dei cosiddetti poteri forti nell’isola di Malta, e non solo, è stata uccisa il 16 ottobre scorso in un attentato, con il quale è stata fatta saltare in aria la sua auto.
Negli ultimi tempi si era dimostrata pessimista sul proprio paese e, vista la prematura fine, i suoi nemici avevano buoni motivi per temerla.
Nell'ultimo post pubblicato sul suo blog, proprio il giorno della sua morte, Daphne ha concluso l’articolo con una frase che assume estrema rilevanza a posteriori: ci sono truffatori ovunque si guardi. La situazione è disperata


La situazione è disperata.

Certo che lo è.
Nel momento.
Nel preciso istante in cui la vita migliore esplode e si frantuma ciò che dovrebbe restare intatto nel tempo.
Come i ricordi perfetti di giorni ancor più degni di esser rivissuti.
Come se la perfezione stessa si dimostrasse inadeguata a evocarli.
Lo scrivo, allora.
Lo scrivo che la situazione è disperata.
Per loro.
Già, per voi, che da qualche parte vi nascondete.
Eccovi, ora vi guardo.
Non dev’essere affatto facile, là dietro, sotto la maschera e il vestito entrambi trafugati.
Niente di vero, niente di umanamente proprio.
Lo scrivo e lo leggo.
La situazione è davvero disperata.
A temer tutto.
Ombre e dita puntate.
Sguardi e armi spianate.
Accuse e facce camuffate.
Più di ogni altra cosa, parole.
Come devono far male, queste ultime, lì dove il cuore non duole.
Lì dove tutto tace, magari fosse il contrario.
Lo scrivo, lo leggo e solo in attimi come questo lo capisco appieno.
La situazione non è mai stata disperata quanto oggi.
Ovvero, nel giorno in cui si raggiunge il culmine del proprio smarrimento.
L’overdose da panico che porta alla via di fuga più illusoria che un vile cronico possa concepire.
Cercare di rimediare alla propria pusillanime esistenza cancellando il sole dalla scena.
Affinché l’insopportabile angoscia si dissolva con l’astro temuto, così come l’imbarazzante prova della propria putrefazione morale.
Nondimeno, trattasi di peccato di un’ingenuità suprema.
Come convincersi di poter rimuovere la stella più amata dall’umano sistema, semplicemente cancellandola dal proprio, minuscolo disegnino.
Dev’essere terribilmente disperata, la situazione, per cadere in siffatto abbaglio.
Sarà per questo che l’infantile, ottuso divoratore di cuori impavidi, sopraffatto dal livore, ha ridotto in brandelli il foglio.
Tuttavia, come per la stessa vita che letteralmente rappresenta, ciascun brandello di luce è parola che semina e germoglierà, prima o poi.

Per affermare di nuovo, con nobile e ammirevole forza.
La situazione è disperata.
Per te, che pensi di poter uccidere la verità con una bomba.


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13.10.17

Una scioccante scoperta

Storie e Notizie N. 1511

A Uppsala la più antica università svedese ha individuato caratteri arabi che a quanto pare rappresentano le parole "Allah" e "Alì" intessute in abiti da sepoltura vichinghi.
I ricercatori hanno definito la scoperta di tali incisioni, in argento su tessuti di seta, come sconcertanti.
Eh, ma questo è niente, cari uppsaliani, o come caspita si dice.
Basta seguir la storia…


Udite, udite.
Dall’altra parte del mondo, e soprattutto della rassicurante logica, c’è un’altra università.
Non posso dirvi il nome e neppure quello della cittadina, altrimenti qui si rischia, ragazzi.
Perché la scoperta in questione, non solo fa impallidire quella svedese quasi quanto le gaffe dell’attuale presidente americano qualora messe a confronto con quelle del nostro amato cavaliere, ma potrebbe causare ai ricercatori grane in quantità industriali, vedi attentati, auto attentati, boicottaggi sotto forma di attentati, macellerie messicane sotto forma di sgomberi autorizzati, guerre preventive, pacificanti o difensive, tagli dei fondi, tagli e basta, altri attentati, ma solo per infermità mentale, intrusioni hacker e di ratti, che non influenzeranno le elezioni, ma bene non fanno, ecco.
Siete seduti?
Ottimo, perché qui la roba è forte.
Sembra, anzi sembrerebbe – il condizionale è d’obbligo e anche un po’ paraculo per il sottoscritto, vedi attentati, intrusioni, ratti, ecc. – che nel suddetto istituto, il più antico della nazione (anche perché l’unico, ma ci marciano), abbiano scoperto e costruito la macchina del tempo.
Bum, esclamerà qualcuno.
See… aggiungerà qualcun altro.
Davvero? Farà un altro ancora.
Ecco, colgo l’occasione per ringraziar di cuore quest’ultimo e tutti i suoi pari.
Altrimenti, come farebbero i balle-narratori di questo mondo a sopravvivere senza costoro?
Con questo non voglio assolutamente mettere in dubbio la veridicità del racconto in oggetto, perlomeno non nel vivo della diretta, cribbio.
D’altra parte, la trama è ancora all’antipasto, poiché la macchina del tempo i ricercatori l’hanno teorizzata e poi assemblata decenni addietro, ma ovviamente non ne hanno parlato finora per le ragioni di cui sopra, cito solo i ratti, per capirci.
“Sperimentiamola prima, colleghi”, ha proposto il capo dell’equipe, figlio di papà, ma orfano di mamma, quindi tollerato. “Il cielo, e soprattutto il magnifico rettore, ci scampino da ciò che potrebbe saltar fuori.”
Così han fatto, i nostri eroici esploratori temporali.
Ne hanno scovati di portenti, sapete?
Roba da far impallidire gli uppsalesi - mi hanno appena messaggiato che si dice così – quasi quanto il quotidiano dolore dei cittadini autoctoni innanzi alla strillata invasione di migranti, qualora messo a confronto con quello di questi ultimi in ogni singolo secondo del viaggio più importante della loro difficile esistenza.
Ciò malgrado, non appena letto l’annuncio dei rivali nordici, i nostri si son detti: “Non possiamo rimanere con le penne in mano.”
Ebbene sì, gli impavidi eredi di AccaGi – come simpaticamente usano chiamare Herbert George Wells, inevitabilmente il loro scrittore preferito – hanno inventato la straordinaria macchina brucia secondi, ma prediligono ancora la biro a scapito della tastiera del pc.
Che volete farci, son bislacchi questi geni.
Così, hanno preso una scoperta ad hoc e l’hanno condivisa sul Crazy Web, una sotto rete dell’intraracconto che si può visitare solo tramite il muletto, non Emule, ma proprio un vero asino, connesso al Wi-Fi tramite coda e orecchie, ma non chiamate la protezione animali, perché la bestiolina è contenta, in quanto può continuare la relazione a distanza che ha da anni con una femmina di koala dagli occhi di cerbiatta, le zampe da gazzella e le labbra… ok, basta con il gossip zoologico.
Gli umani all’orizzonte.
Questo è il titolo della relazione.
Sottotitolo: quando si amano.
Difatti, con la precisa intenzione di far impallidire gli uppsalini – aggiornamento delle 15 e 13 – quasi quanto i sopracitati abitanti del domani qualora venissero a conoscenza delle nostre attuali priorità, i ricercatori senza nome hanno rivelato alcune a dir poco spiazzanti incisioni sugli abiti di un matrimonio.
Nondimeno, non mi riferisco a un’unione in particolare, eccezionale nella sua eccentricità, bensì le festive vesti di una giornata incredibilmente comune, a riprova che lo straordinario di oggi è soltanto una delle innumerevoli normalità del vivere venuta alla luce troppo in anticipo.
Non parole, incise, ma frasi.
Come meravigliosamente diversi, nessuno uguale per paura, tutti differenti per natura.
Una tra tutte, fra le varie, risulterà la più scioccante, per noi, giammai per loro.
Il passato non ci dividerà mai… quanto ci unirà il futuro...



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12.10.17

La regola del 46

Storie e Notizie N. 1510

Ahmed Timol, attivista anti-apartheid, venne arrestato a Johannesburg nell'ottobre del 1971. Dopo cinque giorni di detenzione ne fu decretato il decesso, ufficialmente per suicidio a causa di una caduta dall’edificio del quartier generale della polizia.
A riportare luce sulla verità ci ha pensato oggi il tribunale di Pretoria.
Timol è stato assassinato dagli agenti, ha dichiarato la corte sudafricana, in una sentenza storica, accolta con un applauso dai presenti.
Ci sono voluti 46 anni




 

Gioite.
Voi, che la legge del tempo presente falcia con facilità assordante e il silenzio della cronaca vigente umilia fino a ogni più ostinato recesso dell’anima.
Esultate tutti, perché l’ingiusta clessidra ha un cuore.
Lento e goffo, ma batte.
Incredibile nella sua pervicace ossessione nello schierarsi dal lato più servile della bilancia, quello dove non richiesto si lucidano le ruote dorate del carro trionfatore.
Ciò malgrado, ha una logica, da questo dì.
Una norma virtuosa, finalmente, a cui affidare il fin troppo svilito raziocinio, naturalmente incapace di accettare gli abusi peggiori, quelli che seppur precipitino dall’alto, son ben tollerati.
Lì in basso.
La regola del 46, così la chiameremo.
Ovvero, il teorema di Timol, ma sussurrandone il nome proprio.
Non sia mai che, come già accaduto troppe volte in passato, la benché tardiva restituzione sia stato solo un abbaglio.
Invero, è un sogno, già, comunque, ma a occhi aperti.
L’assioma mirabile è tale e ha un numero magico, come ogni equazione nobile che si rispetti, quelle sui cui fondano le basi le figure perfette del firmamento.
Leggi pure come le scintillanti stelle che ancora attendono di riposare in pace.
Non dirmi che non ci avevi fatto caso, dai.
Pensavi davvero che c’entrasse solo la teoria della relatività?
Ma quello è un modo per spiegarle.
Per guardarle ci vuol ben altro.
I puntini luminosi che dopo ogni tramonto persistono nel brillare sulla bruna volta non sono affatto meri echi di un chiarore lontano, figlio di astri oramai scomparsi.
Sono piuttosto domande perennemente rivolte all’umanità che ha ancora il coraggio di alzare il capo e farsene carico, malgrado il peso della distanza e l’inganno delle dimensioni.
Quarantasei, questa è perciò la cifra che darà speranza e orizzonte alle esistenze calpestate impunemente dalla prepotente narrazione delle cose pubbliche.
Gioisci, vittima sacrificale dell’ipocrita quadro globale.
Perché al massimo quarantasei, saranno le inique frustate.
Così i giorni di illegittima prigionia e altrettante le silenziate violenze.
Le offese legalizzate e le volte che la gente volgerà lo sguardo innanzi al vile sopruso, gli schiaffi e gli sputi, le ferite rimarginabili e quelle indelebili, i ricordi e gli incubi, le notti insonni e i giorni cancellati, gli affetti persi e tutte le occasioni mancate, i giorni, i mesi, gli anni, avranno tutti un limite, il massimo della gratuita pena, il peggio che potrai aspettarti dai tuoi più disumani simili.
Quarantasei, la regola, il suo numero.
Nel frattempo, come per l'inaccettabile sofferenza che contiene, una volta scritto e ad alta voce pronunciato, ci impegneremo a far sì che si possa perfezionar la formula, riducendolo a zero.


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