31.10.14

Storie di animali coraggiosi: quando il cavallo cade

Storie e Notizie N. 1153 

Mentre la discussione si accende sui veri motivi dell’incidente capitato al cavallo delle botticelle della capitale (malore o macchia d’olio?), l’animale racconta le sue ragioni.

Noi cadiamo.
Voi cadete.
No, non essi cadono.
Non è una banale coniugazione verbale, questa.
Trattasi di semantica, non sintassi.
E non letterale, ma a senso.
Perché se ci togliete anche il nostro significato delle parole, a noi bestie, cos’altro rimane?
Abusi di sostantivo come l’aggettivo bestiale?
Peraltro molto più azzeccato per voi altri, nella sua accezione comune.

Sì, noi cadiamo.
E sì, voi cadete.
Quando siete stanchi, quando la forza vi abbandona.
Quando l’equilibrio decade.
Laddove la terra sotto i piedi vi tradisca.
Rumorosamente.
O con la maestria di un infante.
Dolorosamente.
Con la buffa grazia del miglior clown del mondo.
O di una sola casa.
Leggi pure come un padre che si sforza di strappare un sorriso ai figli.

Noi cadiamo, certo.
Ma anche voi cadete.
Cadete e vi ferite.
Urlate.
O riuscite a darvi il contegno che serve.
A voi, più che all’occhio che guarda.
Un classico.
Cadete e spesso vi rialzate.
Cadete e, talvolta, è l’ultima.
Pronti ad osservare il mondo dal basso.
Per sempre.

Capita che noi cadiamo.
Capita altresì che voi cadiate.
Da vette suggestive.
Sino alla vostra medesima altezza.
Con in mezzo una miriade di misure.
Che definiscono il viaggio.
Dalla cima al suolo.
Dalla vittoria alla sconfitta.

Voi cadete e, ogni volta che accade, la caduta è molteplice.
Perché crolla il corpo come l’orgoglio.
La persona e l’onore che la tiene insieme.
Non è mai cosa valente, finire in terra, per voi.

Noi cadiamo.
Spesso per ragioni diverse, simili alle vostre, mai uguali.
Ma di rado, forse una volta per tutte, noi cadiamo per motivi opposti ai vostri.
Perché l’orgoglio si leva in cielo, nonostante il corpo.
L’animale e l’onore che lo tiene insieme.
Non è sempre svilente, finire in terra, per noi.
Bensì è coraggio.
Coraggio di cadere.
E con il disegno di carne e sangue sul suolo.
Dirvi no.
Basta.
Mai più.

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30.10.14

Storie di donne: la prima e ultima danza insieme

Storie e Notizie N. 1152 

All’ospedale San Raffaele di Milano una donna di 36 anni, clinicamente morta per un’emorragia cerebrale, aspetta un bambino.
I medici si stanno in queste ore impegnando affinché la nuova vita venga alla luce.
Salutando la vecchia.
In queste ore…

La prima danza.
La prima danza insieme non si scorda mai.
Mamma.
Figlio.
Le ragioni sono infinite.
Sconosciute ai più.
Inenarrabili.
Perché non vi sono parole, al mondo, con cui rendere l’idea di quell’attimo.
Lungo come una vita.
Non quanto una vita, certo.
Non quanto.
Ma quel come può essere tutto.
Lì, dentro di te.
Lì, dentro di me.

La prima danza, questa, è ora.
So che puoi sentirmi, madre.
So che da qualche parte, ti sei nascosta.
Dalla vita.
La tua.
So che puoi vedermi, figlio.
So che da qualche parte, mi hai trovato.
Nella vita.
La tua.

La prima danza non ha bisogno di musiche.
Di serate perfette.
Dove tutto va alla grande.
Dove c’è da mangiare per tutti e si beve e si ride.
E si fa qualsiasi cosa pur di fermare il tempo.
Noi no.
A noi non serve arrestare le lancette dell’orologio.
A noi non serve nulla.
Tutto è te.
Tutto è me.
Segui i miei passi.
Seguo i miei passi.
Perché il giorno in cui saranno gli stessi è vicino.

La prima danza può essere la prima di molte.
O poche.
Ma sempre più di una.
Questo non la priva affatto di emozioni e calore.
Tuttavia, laddove la prima danza e l’ultima coincidono… fermi tutti.
Accendete le luci.
No, non applaudite.
Alzatevi e lasciate la sala, ma non prima di averci guardato.
E’ un privilegio che doniamo con fiducia.
Perché la nostra prima ed ultima danza si ripeta per sempre.
Nei tuoi occhi, mamma.
Nei tuoi, figlio.
E in tutti quelli di coloro che ricorderanno questo giorno.


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29.10.14

Storie di malati terminali e del gatto che li assiste: la morte secondo Tom

Storie e Notizie N. 1151 

Dal giorno della morte del proprietario, un micio di nome Tom vive presso l’ospizio del Centro Medico VA, Unità Per Le Cure Palliative, che si trova a Salem, nel Massachusetts, Stati Uniti.
I dottori hanno deciso da allora di lasciarlo vagare indisturbato nell’ospedale.
Pare che allevii la sofferenza dei degenti.

La morte.
Ma che ne so io della morte?
Sono un gatto.
Ma qualcosa so.
O forse è un’altra che ignoro.
Dov’è finito Edwin?
Chi è Edwin, dite?
E’ l’uomo con cui vivevo.
L’uomo che era lì, nel letto.
Quello nuovo, non l’altro.
Alla vecchia casa.
Quello di questo posto, qui.
Nella nuova.
Era lì, sotto le coperte, silenzioso.
Gli occhi chiusi.
Immobile.
Ma che conta, del resto?
Non è il guardare, la prova dell’esistenza?
Nostra e di tutto ciò che ci circonda.
I rumori della voce e la goffaggine dell’agire sono tasselli inutili nel mosaico vivente.
Perché l’occhio che sa osservare riesce a distinguere l’essenziale dai trascurabili contorni senza le solite prove.
Leggi pure come le sopravvalutate dimostrazioni dei sensi.
Io poi sono un gatto e ci vedo anche al buio, figuratevi quindi quanto possa affidarmi allo sguardo per dare un senso all’orizzonte.
Cosa dite?
Muovere una mano verso la figura ambita?
Sfiorare?
E alla fine toccare?
Ma questa è roba umana.
A noi gatti basta un’occhiata per sposare il mondo.
Con tutte le sue meraviglie.
Magnetici colori e forme uniche.
E una frazione di secondo dopo dimenticarcene come un ridondante intercalare in una frase altrettanto banale.
Per fissare le nostre pupille sull’unico brandello di isola in mezzo ad un arcipelago infinito.
Una preziosa mollica di pane.
Un’ombra figlia del caso.
Un frammento di sole sfuggito all’autunno.
Inezie dell’esistenza.
Esattamente come un vecchio di nome Edwin.
Cosa?
E’ morto, dite?
La morte.
Io sono un gatto.
Ma che ne so io della morte?
E voi?
Siete sicuri di saperne più di me?

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24.10.14

Storie di razzismo: la disumanità delle parole

Storie e Notizie N. 1150

Il Canada è sotto attacco se un esercito composto da un solo uomo decide di invaderlo.
Ma se un esercito composto da molto più che un unico soldato massacra giorno dopo giorno migliaia di donne e bambini, Israele ha diritto a difendersi.
E i razzi? E i razzi di Hamas? Dove li mettiamo? Eccetera.
Romeno uccide, tunisini stuprano o, generalizzando con immigrato delinque, la notizia è geografica.
Perché la nazionalità del criminale, o anche solo il colore della pelle, è il vero reato.
Marito uccide, genitori stuprano o, generalizzando con violenza in famiglia, la notizia è la parentela.
Perché la relazione che hai con il criminale è il vero reato.
Non è mai uccidere, stuprare o, generalizzando, delinquere.
Occorrerebbe possedere matura coscienza del contrario.
Leggi pure come la tanto sopravvalutata onestà.
Ebola negli Stati Uniti, Ebola in Europa, Ebola in Italia, se un solo uomo, una sola donna, figuriamoci se accadesse ad un solo bambino, si ammalano della peste 2.0.
Ma se virus di ogni epoca, naturali o meno, diffusi anche per responsabilità dei paesi dalla parte comoda dello schermo, compiono un quotidiano genocidio di milioni di persone, è roba da notizie dall’estero, tra l’ultimo completo di Lady Gaga e l’ennesimo arresto di Justin Bieber.
Se cosiddetti esponenti politici o aspiranti tali offendono e infangano il nome, i sentimenti e la storia delle persone più indifese sul campo – perché diciamolo, difenderle non paga, tutt’altro – è stata una goliardia, una battuta infelice, un video ironico.
Sono stato frainteso.
Ma se poi uno tra i tanti crani disabitati che vagano in cerca di facile immondizia finisce con il riempire il proprio vuoto con la medesima miserabile viltà, passando perfino dalle parole ai fatti, ecco che arriva il razzismo.
Ecco dove arriva, ma da dove parte non lo raccontiamo.
Altrimenti non arriva più.
Se un uomo compie qualunque reato, oggi, la prima domanda del reporter moderno è: era islamico?
Se la risposta è sì, che la gioia esploda nel cuore, facendo vibrare il tesserino da pubblicista nel taschino, a pochi centimetri dagli esultanti battiti.
E via alla macchinetta del caffè, perché l’articolo è già fatto.
Le parole sono già pronte.
Attentato di matrice islamica, Islam terrorista, Isis, Ebola, mettici pure l’Ebola, come le varie ed eventuali alla fine del programma di incontri messi su in pochi secondi.
Ma se l’uomo era cattolico? Di fede Ebraica? Se era Buddista?
No, non ci interessa.
Perché la notizia è nella religione, ma solo una.
Non è mai uccidere, stuprare o, generalizzando, delinquere.
Occorrerebbe maturo interesse per le ragioni dell’umano agire.
E non appassionata dedizione per l’opposto.
La disumanità delle parole.
E di chi dietro di esse si nasconde.

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23.10.14

Noleggia un clandestino video: noleggia un leghista

Storie e Notizie N. 1149 

Risposta di pancia al video ‘Noleggia un clandestino’, del candidato consigliere della Lega Nord
Umberto Bosco.

Noleggia un leghista.
Noleggia un uomo del nord.
Un baluardo contro l’invasione straniera.

Noleggia un cittadino tutto d’un pezzo.
Un italiano purosangue.
Una persona tutta casa e famiglia.
Tradizioni locali.
E cibi sani.
Della nostra terra.

Porta a casa un leghista.
Difendi la nostra cultura.
I nostri valori.
La nostra storia.
Proteggi i nostri principi.
E la nostra morale.

Dai una stanza al padano.
Salva la nostra civiltà.
Occidentale.
Nordica.
Bianca.
Al massimo abbronzata, ma solo d’estate.
Il resto sono meridionali, quindi non contano.

Noleggia un leghista, porta a casa un uomo del nord, dai una stanza all’italiano purosangue.
E diciamo insieme stop all’invasione di extracomunitari, clandestini e islamici.

Poi, se non ci saranno più extracomunitari, clandestini e islamici in Italia, vedrai che il leghista, l’uomo del nord, l’italiano purosangue non avrà più un cazzo da dire...

PS: chiedo scusa se ho usato una parolaccia nel post.
Intendo leghista, è chiaro.

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22.10.14

Storie di bambini: c’è un altro tempo

Storie e Notizie N. 1148 

Un uomo e un bimbo di 7 anni sono morti travolti da un'auto mentre viaggiavano sullo scooter, di ritorno dalla partita persa dalla Roma.
Dopo due umilianti tempi di gioco, il punteggio è 7 a 1 per i tedeschi.
Non è.
Era…

Figlio mio,
chiudi gli occhi.
E soprattutto ottura con decisione le orecchie.
Non sentire il fischio dell’odiata figura di nero vestita.
Che spesso se ne torna a casa con la valigia piena di insulti.
Leggi pure come il più onesto tra gli arbitri delle nostre sorti.
Non credergli.
Non credere a quel che racconta il tabellone.
Apri gli occhi, adesso, ma non credere a quel che vedi.
Libera le orecchie e ascolta me.
Perché non è ancora finita.
Certo, lo so, il momento è terribile e non possiamo più fare cambi.
Siamo qui e qui resteremo.
Per sempre.
Ma questa è una fortuna, sai?
Possiamo ancora farcela.
Sette a uno demolirebbe il petto e poi il cuore di chiunque.
E’ già successo a molti, lo so bene.
Io c’ero.
Ma da allora ho imparato la lezione.
Coraggio, tocca a noi, ora.
Loro hanno perso, dio è morto undici volte su quel campo.
Dodici con il mister e aggiungi pure il resto dell’olimpo che fremeva al pensiero di entrare a farsi valere.
Per puro coraggio o anche per comprensibile paura.
Hanno avuto la loro chance.
Adesso l’ora è nostra.
E’ tua.
Infila la maglietta.
Scegli il numero che preferisci e il nome che hai sempre sognato.
Che ho sempre sognato.
Che abbiamo sognato.
Tua madre ed io.
Il tuo.
Ecco, ti vedo, sfrecciante sulla fascia, che tagli verso il centro e superi tutti quei presunti giganti venuti dal nord.
Sei inafferrabile, invincibile.
Inarrivabile.
Perché sei sempre stato tu, il super eroe, altro che Avengers.
Goal.
Hai fatto goal.
Non te ne sei accorto, piccolo mio?
Hai segnato, calciando sotto le gambe dell’estremo difensore teutonico che già gongolava al pensiero di festeggiare con la sua bionda bevanda.
E lo hai fatto ancora, ancora e ancora.
Ancora.
Pareggio?
Manco a parlarne.
Siamo qui e ci saremo per sempre.
Non vale la pena, allora, provare a vincere?
Per sempre?
Questo è quel che è stato.
Quel che è adesso.
E che sarà.
Devi solo fidarti di me.
Chiudi gli occhi.
Tappa le orecchie.
E corri.
C’è un altro tempo dopo la fine.
Qui…

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17.10.14

Storie sui diritti umani: Asia Bibi è morta è quel che sperano

Storie e Notizie N. 1147  

Nonostante gli appelli internazionali e molte petizioni, l’Alta Corte di Lahore, in Pakistan, ha confermato la sentenza di condanna a morte per Aasiya Noreen, la donna cristiana su cui pende l’accusa di blasfemia.
In queste ore, nonostante sia ancora in vita, 'Asia Bibi è morta' è la frase più ricercata su Google…

Signor giudice.
Signori della giuria.
Ogni grado di giudizio del Pakistan.
Uccidetela.
Uccidete Asia e al contempo ingozzate le fauci affamate dei folli fanatici, starnazzanti da oriente ad occidente e ritorno, dentro e fuori del tempio, intonacati o meno, che non aspettano altro che siffatte prede su cui gettarsi e sbranare senza pietà.
A prescindere da quale divinità usino quale pretesto per la loro perversa ossessione per i martiri.

Ammazzatela.
Ammazzate Asia e con lei indebolite i muscoli quanto la voce, la passione e la fede, la vera fede, altro che devoti inchini e sentite litanie a memoria, di coloro che lottano ogni santo giorno per permettere a tutti di dare il senso che preferiscono al vuoto intorno al quale esistono.
Perfino rispettandolo come tale.
Vuoto.

Assassinatela.
Assassinate Asia e private le figlie, il marito e tutti coloro che la amano della chance di scrivere il futuro insieme a lei, colorandolo con attimi tristi e ottusi litigi, dolori senza soluzione e sconfitte taglienti.
Così come la possibilità che tra tutto questo appaia luce improvvisa che doni senso a tutto il resto.
In breve, briciole di felicità.

Trucidatela.
Trucidate Asia e rendete ancora più vasto l’oceano di idiozia che divide gli schiavi dei precetti scolpiti rigorosamente sulle nuvole, mare di bocca larga che si accontenta di ogni immondizia, purché sia intrisa d’odio e menzogna, pur di rendere perigliosa la navigazione a chiunque tenti di incontrare davvero l’altro.
Guardando il presunto nemico negli occhi, ascoltandone la voce, toccando l’abito pagano con le mani.
Trattasi di acque contraddistinte da equa minacciosità, questo va riconosciuto.
Onde anomale per tutti, sia coloro che dell’avversario hanno un disperato bisogno che i facitori del confronto reale.
Affinché ognuno rimanga al di là della propria barricata.

Trucidatela, coraggio… anzi, no.
Assassinatela, forza… no, alcuna.
Ammazzatela, avanti… no, tutt’altro.
Uccidete Asia e sacrificate un altro respiro in omaggio alla guerra, la musica migliore che gli umani hanno imparato a comporre.

Oppure…
Oppure liberatela e cominciamo da qui.
Mettendo sul piatto che conta di più nella bilancia del mondo la vita di una giovane donna, nient’altro.
E facendo a pezzi l’altro, di piatto, e tutto quel che lo appesantisce.
Di sopravvalutate parole.
E invisibili dei.

 


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15.10.14

Storie sull'ambeinte: Il Maltempo è innocente

Storie e Notizie N. 1146 

Sono innocente.
Ve lo giuro, sono innocente, ma non posso dimostrarlo.
Sì, lo so, dicono tutti così.
Perfino quelli che vengono colti sul fatto.
Come me.
Con la pistola fumante in mano.
O con il sangue che cola dalla lama del pugnale stretto nella medesima.
Capisco, le prove ci sono tutte.
Ben documentate.
Le immagini e i video.
Sono una costante ovunque, in ogni scena del crimine.
Non servono esami del DNA o altro.
Non v’è bisogno di scomodare la scientifica.
Le prove ci sono tutte, sono schiaccianti e ognuna di esse conduce a me.
Lo so che è assurdo.
Neanche io mi crederei.
Ma per questo è il delitto perfetto.
Perché se guardi la scena, in diretta, nel secondo esatto in cui la vittima di turno viene trucidata, non puoi fare altro che puntare il dito sull’unico colpevole presente.
Io.
Ecco perché non v’è avvocato al mondo a cui converrebbe accollarsi la mia difesa.
Perché la giuria ha già deciso.
Il giudice ha già emesso la sentenza.
E il mostro è in prima pagina.
E’ sempre in prima pagina.
Il mio nome.
E il mio volto.
Io ho ucciso.
Io ho assassinato senza indugio.
Io, senza alcuna pietà, ho sterminato.
E sapete qual è il più grande testimone ad inchiodarmi?
Il sottoscritto.
No, non prendetemi per pazzo.
E’ solo che devo parlarvi con onestà, altrimenti come pretendo che mi ascoltiate allo stesso modo?
E’ la verità.
Io ho ucciso.
Io ho assassinato senza pietà.
Io, senza alcun indugio, ho sterminato.
Eppure sono innocente.
E’ il paradosso di noi altri.
Leggi pure come le ignare armi dei criminali consapevoli.
Perché ogni volta che ho ucciso, assassinato e sterminato ho cancellato vite che qualcun altro aveva già distrutto.
Dimenticandole, lì, da sole.
Trascurandole, riducendone il valore allo zero.
Sacrificandole, per il proprio tornaconto.
Se volete davvero che le morti finiscano, datevi da fare, indagate e alla fine arrestate e punite il vero assassino.
Un terribile omicida seriale.
Un Italian Psycho, di giorno in doppio petto e di notte in giro con la mannaia assetata.
O anche il contrario, perché è ormai confuso tra le più spietate pieghe della normalità.
Soprattutto cercate di capire come uccide.
In modo da prevedere dove e chi colpirà.
Altrimenti, date pure la colpa a chi non ha parola per difendersi.
Volubile come vento e nuvole.
Come me.

Il maltempo

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10.10.14

Ragazzo seviziato perché grasso: hanno ragione è solo un gioco

Storie e Notizie N. 1145 

E' stato un gioco.
Così hanno commentato i parenti degli aggressori del giovane di 14 anni brutalizzato.
Un gioco?
Hanno ragione.
E’ vero.
E’ stato solo un gioco.
Un gioco che si impara da molto piccoli, in questo paese.
Mancare di rispetto alle cosiddette minoranze e a tutti gli identificabili come diversi, insultando, discriminando, offendendo con parole e leggi, con vituperi gratuiti e ritrattamenti dell’ultim’ora?
E’ un gioco anche quello.
Ed è altresì un gioco quello delle parti deputate, che vede cambiare il nome e la faccia dei politicanti al timone della nave governativa, ma non il sorriso.
Un intercambiabile disegno di labbra che mostra sicurezza e ottimismo, ma che dice ben altro.
Noi andiamo avanti per la nostra strada, voi contate solo il giorno del voto.
Nondimeno, il paradosso è che è un gioco anche lamentarsi un giorno sì e l’altro pure dello Stato che ruba, che lucra sulle disgrazie della gente e che pensa solo a se stesso, salvo poi praticare il medesimo sport, senza però lo stesso successo.
Leggi pure come la bruciante invidia travestita da indignazione.
E come chiamarlo se non un gioco quello di perseverare nel difendere una preistorica concezione di famiglia tradizionale a discapito di una realtà meravigliosamente difforme?
E’ un gioco pure dannarsi letteralmente l’anima per tenere lontani i dubbi dalla propria dogmatica cattedrale di cartone e al contempo non accorgersi che stiamo distruggendo la divinità più preziosa e fragile che abbiamo.
La nostra madre terra.
E’ un gioco calpestare i diritti umani di chi consideriamo sacrificabile ed è un gioco pensare che quel che accade in Palestina o Siria, in Iraq o in Ucraina ci tocchi nei limiti di un commento su Facebook.
Al massimo una risposta accalorata.
Al minimo un mi piace altrettanto sentito.
E’ un gioco la scelta di cosa comprare, come è un gioco scegliere cosa vedere oggi in tv.
E’ un gioco quello di vantarsi di non leggere giornali e lo è addirittura quello di non aver mai letto un libro.
Solo per scuola, ma quelli erano obbligatori, e giù risatina innocente.
Giù è proprio la parola giusta, sai?
E’ un gioco, dicono i parenti degli aggressori.
E’ così, è vero.
E’ un mondo pieno di giochi, quello in cui stiamo facendo crescere i nostri figli.
Tutti racchiusi in una scatola, come quelle del Risiko.
Anzi, no, del Monopoly, avete presente?
Quello dove c’è una specie di città quadrata, con le strade e i vicoli, le case e gli alberghi.
C’è solo una differenza.
Chi partecipa a questo maledetto gioco non vince.
Perdono tutti.
Anche chi crede il contrario.

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9.10.14

Malata di cancro decide di morire video: Brittany Maynard e il dono dei diritti

Storie e Notizie N. 1144 

A Brittany Maynard restano solo sei mesi di vita e ha deciso di morire il primo di novembre.
Ha esercitato un diritto.
Il diritto di scegliere quando e come andarsene.
Questo mi fa rammentare una frase, ispirata da una donna orbata del marito per colpa di un’apparentemente cieca, ma di sicuro ottusa bomba.
Per una vita che se va, c’è n’è sempre un’altra che arriva.
Ebbene, laddove una vita se ne vada affermando un diritto, lascia alle spalle miliardi di vite.
Con in dono altrettanti diritti.
Il diritto di stringere la mano all’attimo presente, qui, ora, davvero.
E il diritto di scrivere, con la propria penna, la propria storia.
Il diritto di capire cosa valga davvero, al netto del rumore degli stolti che si affannano intorno a te.
E il diritto di colorare a piacimento l’oscurità che tale è per tutti, al di là dell’ultimo confine.
Nonostante qualcuno sostenga di saperne più di te.
Diritto sacro, questo.
Perché se mi tolgono anche la scelta di immaginare un orizzonte di mio gusto, mentre sono qui, magari in un momento tutt’altro che piacevole, come pensate potrò affrontare il nemico che mi ci ha messo?
Non capite che, incatenando la mia fantasia, siete il miglior alleato di quest’ultimo?
Il diritto di rimanere in silenzio e ascoltare.
Osservare.
Ammirare.
Magari, imparare.
E, al di là del visto, letto o ascoltato, il diritto di sentire.
L’emozione celata tra parola e parola, il sentimento mascherato da lettera.
Leggi pure come la sincera melodia delle note più trascurate del mondo.
Ovvero, la luce negli occhi di una donna innamorata di qualcosa di molto più importante della semplice esistenza: una vita felice.
Le mani vibranti di commozione, certo, dolore, sì, amarezza, d’accordo.
Con lacrime che danzano allo stesso triste ritmo, sicuro.
Ma anche le parti di un intero corpo che cantano a squarciagola, in coro, la stessa strofa.
Sono viva.
Ora, sono viva.
Sono viva.
Ora.
Ora è tutto quel che ho.
E ora è tutto quel che avete, ora.
Da cui un diritto tra tutti.
Il diritto di scegliere adesso.
Di cosa fare del mio tempo alla fine di queste semplici parole.
Il mio tempo.
Il nostro.
E il vostro.
Potrei andare avanti ma, a mio modesto parere, tutto questo è già tanto.
Grazie, Brittany.
Di averci donato il ricordo di quanti diritti possediamo.
Chiusi in un cassetto.


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8.10.14

Ebola in Europa: perché il cane dell’infermiera spagnola deve morire

Storie e Notizie N. 1143 

Leggo che in Spagna, Excalibur, il cane di proprietà dell’infermiera Teresa Romero Ramos, primo caso di Ebola accertato in Europa, rischia di essere soppresso.
Potrebbe essere infetto.
La denuncia è del marito, che ora si trova in quarantena.
Perché anch'egli potrebbe essere infetto…

A morte.
A morte il virus.
E a morte l’ammalato.
Perché potrebbe essere affetto.
Dallo stesso medesimo male.
Il virus.

Noi vogliamo vivere.
Non è cattiveria, signori miei.
E’ una questione di mera sopravvivenza, quella che solleviamo.
Mors tua, vita mea, dice la nota locuzione.
Così dice, così è scritto.
Ma non è detto in maniera assoluta.
Ovvero, è condizione necessaria ma non sufficiente che la morte della bestiola ci garantisca vita lunga e prospera.
Ma la sua vita è un rischio.
E noi aborriamo ogni periglio.
Certo o meno.

Vili noi?
No.
Noi vogliamo solo vivere.
Al sicuro.
Per questo gridiamo a morte.
A morte il virus e l’appestato.
Perché egli è più che mai il nostro peggior incubo.
Leggi pure come il portatore sano di quotidiani imbarazzi.
Per esteso, l’immonda creatura liberata sulla civile piazza, slegata per le tranquille vie della tranquilla cittadina, addirittura capace di affacciarsi sulla soglia delle abitazioni moderate.
Noi, civili, tranquilli e moderati, non possumus.
Non possiamo mettere su un piatto della bilancia alcunché in grado di eguagliare il tesoro che grava sull’altro.
Figuriamoci superarlo.
Perché trattasi di un gioiello inestimabile.
La nostra paura.
Una ricchezza di valore eccelso, ecco la sua quotazione.
Se avessimo la cassaforte più impenetrabile del mondo è proprio lì che la chiuderemmo senza indugio.
Dimenticando la combinazione.

A morte.
A morte il cane di Teresa.
A morte il virus e la sua più orribile tra le figlie.
L’idea del virus.
Noi dobbiamo vivere.
Per proteggere il tesoro che protegge noi.
La paura.
Perché noi siamo la paura.

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3.10.14

Lampedusa strage 3 ottobre: lettera a chi resta

Storie e Notizie N. 1142 

3 ottobre 2014.
Un anno dopo le morti al largo di Lampedusa, ti scrivo una lettera.
A te, che hai perso amore da toccare.
Storie da condividere.
E futuro da dipingere assieme.
Non posso dirti ma vorrei.
Vorrei dirti.
Davvero.

Non posso dirti che la gente che blatera e delira sfogando il proprio malessere su chi ritiene debole e indifeso, quindi sacrificabile al proprio bisogno di bersagli facili, non ci sia più in questo paese.
Anzi, talvolta nei mesi trascorsi da allora, ho quasi avuto l’impressione che fosse aumentata.
Ma so che le impressioni valgono poco, consapevole che il più delle volte gli schiamazzi dell’ottuso fanno più rumore delle pure armonie.
Sapienti o semplici che siano.

Non posso dirti che coloro che non hanno mai incontrato in vita loro, vis a vis, ascoltato nella naturale diretta la voce ritenuta aliena o provato a condividere con quest’ultima la propria esistenza, abbiano smesso al contempo di pontificare su africani, islamici, arabi, cinesi ed extracomunitari di ogni colore tranne il rassicurante pallido.
E’ un esercizio quotidiano di cui le anime vili si nutrono.
Altrimenti dovrebbero affrontare il vero nemico nel luogo ove lo rifuggono come il peggior incubo figurabile.
La propria stessa casa.

Non posso altresì dirti che il mondo che ci rappresenta nel mondo che ci guarda più o meno da lontano abbia finalmente iniziato a sfruttare l’intreccio dei colori e delle differenze come un virtuoso quanto universale puzzle.
Poliedrico in tonalità e forme, quanto univoco nella soluzione.
Capace, ogni volta, di condurci tutti all’unico vero tesoro da conservare.
Il mero rispetto per il respiro altrui.
Senza pretendere di più.
Giammai accontentandoci del meno.

Non posso neppure dirti che non ne vedrai più, confusi con la sabbia, legati per sempre alle onde, soffocati ancora una volta da sudari di plastica.
I morti in fuga dalla morte.
Ovvero, il più sadico paradosso di chi tiene alla vita molto più dei vivi.

Cara mia.
Amico mio.
Oggi è il 3 ottobre del 2014.
Un anno è passato da quando hai visto dimezzarsi l’anima che mutilata lo era già alla partenza.
Non posso dirti alcunché di diverso, ahimè.
Le persone orribili sono ancora lì fuori.
Ma vorrei dirti con tutto il cuore che l’altra parte, quella che resta, esattamente come te, che è in grado sul serio di dare un senso al ricordo, è diventata migliore.
Vorrei.
E lo spero.

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2.10.14

Storie di animali: 35mila trichechi per gli alieni

Storie e Notizie N. 1141 

Pare che un’enorme massa di trichechi si sia radunata su una spiaggia nei pressi del villaggio di Point Lay, nel nord-ovest dell’Alaska.
Alcuni ipotizzano che sia l’ennesima conseguenza del riscaldamento globale.
A far luce – letteraria, è ovvio – ecco il racconto di uno dei protagonisti…

Un tricheco medio.
Un tricheco come tanti.
Un tricheco qualunque.
Usate pure l’espressione che più vi aggrada per pensare al sottoscritto.
Ciò che conta è che sia generalizzante al massimo.
Perché è la verità, davvero.
Non sono nulla di speciale.
Faccio tutto quello che i trichechi fanno, ogni giorno.
Dal dormire al russare, dal nutrirmi al defecare, dal grattarmi le parti basse sino a immaginare di essere quello che non sono.
Nel mio caso un tostapane, ma non lo dite in giro, altrimenti mi rimandano in clinica.
Banale, lo so.
Lo scontato quadro completo, senza sorprese.
Ma è questa la mia forza, credetemi.
Lo è sempre stata e solo oggi me ne sono reso conto.
Leggi pure come il canto dell’anatroccolo del brutto cigno.
O forse è il contrario?
Mah, non sono mai stato capace con le parole.
Dovrei leggere di più, è vero, ma quando trovo il tempo?
Da quando non ci sono più le mezze stagioni per noi altri il tempo ha accelerato in maniera esponenziale.
Gli anni sono divenuti mesi, i mesi ora son giorni e i minuti frazioni di secondo.
So già quello che state pensando: e i secondi che sono diventati?
I secondi sono diventati i primi e viceversa, perché la scorsa settimana abbiamo vinto il derby con le foche, ma questa è ovviamente un’altra storia.
Vi parlavo del giorno della svolta, il dì della riscossa, l’ora del cambiamento.
Oggi.
Ecco, oggi mi sono svegliato molto presto con un sogno.
E’ lo stesso con il quale sono andato a dormire ieri.
E ogni sera da un anno a questa parte.
Vorrei un compleanno diverso, la prossima volta.
L’anno precedente poca roba, letteralmente.
Mia zia, due carampane amiche sue, oltre ai miei genitori e il figlio della vicina, che però non vale perché l’hanno costretto.
Non c’era neanche la musica e abbiamo dovuto interrompere il 'fantastico' party perché il ghiaccio si stava rompendo.
E infatti il ghiaccio si è frantumato davvero e siamo finiti tutti in acqua, rovinando la speciale torta di mia nonna che è morta preparandola, senza scherzi.
La peggior festa tricheca della storia, l’hanno ribattezzata.
Ma non è stata colpa mia, ho cercato di difendermi, non potete prendervela con me se il ghiaccio si scioglie.
Da quel giorno mi sono messo alla ricerca del colpevole, il vero colpevole, e non appena ho capito chi fosse, ho avuto l’idea.
Ovvero ho mandato in giro una balla.
Domani tutti in spiaggia a Point Lay, pericolosi extraterrestri arriveranno dal cielo.
Una volta che migliaia dei miei simili sono giunti a destinazione, rendendosi conto che degli alieni non v'era traccia, si sono tutti concentrati sul sottoscritto, come prevedibile.
“Allora?” hanno esclamato alcuni, interpretando il comune sentire. “Dov’è sono questi terribili extraterrestri?”
“Alzate gli occhi in alto, amici miei”, ho risposto, “sono quelli che ci guardano ora con curiosità e sorpresa.”
Sono loro gli alieni di questo pianeta, altro che umani.
Estremamente pericolosi...


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1.10.14

Storie di bambini: il ragazzo colpevole

Storie e Notizie N. 1140

14enne ha accoltellato il compagno alcolizzato della mamma perché stava picchiando con schiaffi e calci i due fratellini e la sorellina.

Sì, signor giudice.
Sono colpevole.
Ho afferrato l’arma e ho colpito.
Di questo non sono affatto innocente.
Ma non solo.

Sono colpevole di rabbia.
Rabbia accumulata in anni.
Mesi e giorni.
Ore.
Minuti.
E più che mai interminabili secondi vissuti innanzi ad orribili messe in scena da spettatore inerme.
Giammai vile.
Di sicuro impotente.
Ma non cieco.
Magari lo fossi stato.
Non per chi amo, ma almeno per me.
Per il mio giovane cuore massacrato che, per buona sorte o meno, ancora batte.

Sono colpevole di paura.
Sì, so che il più delle volte possa suonare come una puerile giustificazione, ma non è il mio caso.
Ha agito per paura, potrei richiamare quale didascalia.
No, non lo farò.
Non posso neanche se lo volessi.
La paura è un’emozione del momento, evocabile quale scusa se di tale si tratti.
Un’emozione, ovvero uno spontaneo quanto involontario movimento interno che prenda il controllo di ragione e corpo al contempo.
La mia paura è lì, sempre, da tempo ormai immemore.
Da troppo, in effetti.
E’ sempre lì.
Quindi non mi difenderò dietro il tremore delle gambe o il gelo lungo la schiena.

Sono colpevole altresì d’amore.
Amore fraterno, è chiaro.
Scontato, direbbe lei.
Perché amare i propri fratelli non è cosa originale.
Tuttavia, anche l’amore si colora di esperienze varie e sono proprio le tonalità della vita vissuta a rendere unico il più trascinante dei sentimenti.
Sfortunatamente, alcuni tra noi si ritrovano lungo il viaggio attimi che costringono quest’ultimo a vedere cose che non dovrebbe.
Perché l’amore non c’entra nulla con un padre, naturale o improvvisato, che provochi violenza su carne imberbe.
Questo però non impedisce al destino di farti trovare lì.
Seduto in prima fila, ad osservare il tuo amore preso a pugni.

Ecco, perché sono colpevole anche di odio, signor giudice.
Odio per questo teatro.
Per questi attori.
Per il maledetto autore di un copione crudele.
Al quale ho dovuto finalmente obbedire.
Perché chi soffre per le sofferenze altrui prima o poi si arrende alla sceneggiatura già scritta.
Al finale già deciso.
Egli sarà colpevole di dolore.
La mia più grande colpa è proprio quella di non esser stato capace di controllare il dolore.

Mi affido alla giustizia, signor giudice.
Quella dell’uomo.
E quella del tempo.
Che possa scrivere altro.
Per me.
Ma soprattutto per loro.
I miei cari fratelli.
E la mia dolce sorella.

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