29.4.16

Internet Day: dal buio alla luce

Storie e Notizie N. 1349

Domani saranno trascorsi trent’anni dall’avvento di Internet nel nostro paese, visto che il primo collegamento alla rete risale al 30 aprile del 1986.
Ebbene, dopo ben sei lustri siamo il paese con il minor numero di abitanti connessi a Internet in Europa, con la rete più cara e più lenta.
Ecco quindi come domani un uomo qualunque celebrerà l’evento nel mondo reale…

Mi chiamo Giovanni e oggi è una grande giornata, caspiterina.
Dovete sapere che tre giorni addietro, dopo ripetuti avvertimenti, ripensamenti e varie manifestazioni di clemenza in attesa di una mia riscossa, una volta per tutte mi hanno staccato la corrente.
Ma come, direte voi, che ha da gioire innanzi a siffatta sventura?
Caspiterina, che fretta c’è, ribatto io. Fatemi arrivare alla fine e tutto sarà più comprensibile.
Dicevo, alla fine l’elettrica fonte si è prosciugata, ma era inevitabile.
Se la montagna serra le labbra, di conseguenza i letti dei fiumi si inaridiscono e allora il mare perde il suo nutrimento… caspiterina, già mi immagino le lamentele di mia moglie, che dice che mi perdo sempre in inutili gorgheggi semantici.
D’accordo, sintetizzo: sono a tre anni dalla fine della cassa integrazione, a cinque dal licenziamento e a un mese esatto dal rosso sul conto.
Ecco, l’ho detto.
Caspiterina, forse avrei dovuto iniziare da qui.
A ogni modo, ora che è chiara la situazione, stringiamo sull’inquadratura decisiva.
Il primo giorno al buio l’ho trascorso a letto, dall’alba al tramonto.
Non ho mangiato e mi sono alzato solo per andare al bagno e bere.
Mica vino, eh? Non perché sia astemio, ma il vino costa, mica lo regalano.
Neppure l’acqua, se è per questo, ma caspiterina, finché avremo la fontana in piazza, il bicchiere sarà colmo, ecco.
Il secondo giorno, pur di non sentire più i brontolamenti di mia moglie, sono emerso dalle coperte, che erano divenute le prove generali della destinazione definitiva.
Una fossa comune, probabilmente, sempre se qualcuno che legge non vorrà pagarci le esequie, caspiterina.
Non sono andato molto lontano, a dirla tutta. Ho vagato per casa come uno zombie, metafora che mi sembra puntuale, fino ad atterrare, ovvero precipitare sul divano, dove ho trascorso il pomeriggio e gran parte della sera ad ammiccare al mio riflesso nello schermo della tv ormai defunta. Unitasi alla schiera delle vittime elettrodomestiche, dal pc al cellulare, le batterie di entrambi e il frigo, il phon e anche il tosta pane, che ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore. Anzi, lo stomaco.
Mi sono addormentato e ho fatto orribili sogni.
O meravigliosi incubi, dipende sempre dal punto di vista di chi guarda e di chi racconta.
Caspiterina, ho rivisto tutte le storie che mi sono perso negli ultimi giorni.
Di morte e di paura, tra tutte. Fateci caso, perché tra giornali tradizionali e informative virtuali, stampa di regime o di servitù, pagine social alla disperata ricerca di clic o disperati clic alla ricerca di pagine social, professionisti dell’altruismo da poltrona e serial killer verbali da water, perché per scrivere quegli obbrobri riesco a immaginarli solo al bagno, la maggior parte della roba che ingeriamo, mastichiamo e rimettiamo in circolo accompagnandola con cuoricini e sorrisetti approvanti tratta di questo.
Di gente che toglie vita e di altra che fa di tutto per fare lo stesso, avvelenandoti quotidianamente col terrore che tale sciagura possa accadere anche a te.
Quindi, togliendoti vita ancora prima che ciò accada.
Soprattutto in vista di elezioni, diciamolo.
Caspiterina, al mattino del terzo giorno dalla tragica interruzione di corrente continua ho aperto gli occhi.
Davvero, mai come prima.
Mi sono alzato, fatto la doccia e rasato per bene.
Ho preso per mano mia moglie e mio figlio.
E siamo usciti in cerca di voi.
“La maestra ieri ci ha detto che oggi è la festa di Internet”, ha mormorato il bambino, che ha solo quattro anni, mentre camminavamo sotto il sole del nuovo giorno. “Che cos’è?”
“Prima, anche se ero convinto del contrario, non lo sapevo”, ho risposto, “ma ora sì.”
Caspiterina, è qualcosa di potente, che può essere immensamente più forte e bella di come viene raccontata.
Più delle parole stesse che la tengono insieme.
O che la dividono.
Perché Internet.
Siamo noi…

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28.4.16

Storie sulla pace: La guerra dei luoghi comuni necessari

Storie e Notizie N. 1348

Due notizie, oggi.
Leggo che, grazie a una lunga ricerca di un’università statunitense, si è scoperto che la sculacciata rende aggressivi e che dopo il bombardamento dell’ospedale di Aleppo, in Siria, con la morte di 27 persone, tra cui bambini e medici, Medici senza Frontiere ha dovuto rammentare a tutti: gli ospedali non sono un bersaglio, Hospitals are #notatarget.
Che guerra sia, allora…


La sculacciata rende aggressivi.
Sì.
E gli ospedali non sono un bersaglio.
D’accordo.
Ascolta, già che ci sei, prendi un foglio più grande e armati di una penna generosa e di una buona dose di pazienza.
Perché anche gli schiaffi rendono aggressivi, guarda un po’.
Pure quelli che dai a qualcun altro che non sia l’imberbe spettatore.
Il dolore può essere lo stesso anche per lui.
Talvolta anche di più.
Già che ci sei, aggiungi che pure le scuole non sono un bersaglio.
E, se proprio dobbiamo dirla tutta, scrivi pure un generico case. Abitazioni, capanne, rifugi, catapecchie o altra miseria architettonica che il mondo non compreso nell’album dei ricordi leggeri chiama come tali.
Case.
Rendono aggressivi financo le parole e qui mi sa che un foglio non basta, t’avverto subito.
Ma non preoccuparti laddove dovessi impelagarti nel blocco dello scrittore, perché potrai trovare fertile ispirazione nella lavagna mediatica che tutti sovrasta, opprime e invade, ormai intasata da insulti travestiti da facezie e feroci fendenti lì dove fa più male, sotto forma di consuete schermaglie elettorali.
Tra gli altri non sono un bersaglio, allorché ti avanzi il tempo e la voglia, tutti i romanzi del mondo che quest’ultimo magari cambieranno, ogni possibile conquista per la scienza che forse mai vedremo, qualsiasi impresa dell’umano esprimere che renderà anche te, in quanto collega di specie, qualcosa di più di quel che eri prima.
Leggi pure, riassumendo, come vittime civili.
Anzi, visto che siamo in tema, solo vittime.
Perché questo dovrebbe bastarti, in questa storia.
Sculacciate, schiaffi e ovviamente pugni, calci e graffi, parole affilate o pesanti, crudeli o indifferenti. Già, l’aggettivo casca a fagiolo, perché rendono aggressivi anche i vuoti, tutti. Le assenze dove la presenza sarebbe stato il minimo e la carezza non data dove anche solo uno sguardo avrebbe virato e spinto la nave nella direzione più serena.
Nel caso desideri avvalerti del supremo dono della sintesi, potresti anche racchiudere ogni auspicio in tal guisa: vita, e dove vita è, bersaglio non sono mai.
Così come: qualsivoglia affronto a quella stessa esistenza, e dove esistenza respiri, li rende aggressivi. O anche peggio.
Ecco, adesso, sapendo questo e se proprio ci tieni, provaci così a farci la guerra.
Hai visto mai che, dopo, sarà più semplice.
Fare pace...

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27.4.16

Invasione di migranti nel vecchio corpo

Storie e Notizie N. 1347

Nella vecchia Europa, anche oggi dall’Austria si leva il grido anti migranti: siamo pronti a usare l’esercito.

Era una notte più buia del solito, quando l’anziano si agitò nel sonno.
Il cervello si alzò in piedi e inizio a urlare.
Perché questo fanno le cervici irose laddove si levino dritte.
Gridano, a squarciagola berciano.
Ignorando che non è l’altezza a infondere autorevolezza al discorso e tantomeno il livore nel tono.
Sempre che sia il senso del discorso, la vera ragione del tutto.
“Vengono da noi per contaminarci”, strillò quindi brutalizzando senza risparmio le vocali corde. “Vogliono fare i padroni a casa nostra, cancellando la nostra storia e le nostre tradizioni.
“La pancia è vuota, sostengono, a patto che sia vero.
“E cosa c’entriamo noi? Cosa c’entriamo, noi, con quel che accade a sud dei polmoni?
“Il problema è che sono troppi, questa è la realtà. E vogliono tutti venire da noi.
“Dicono che sarebbe nostro dovere, poiché in buona parte colpevoli del loro destino.
“E’ ora di finirla con questo vittimismo, non attacca più. Ognuno deve ritenersi responsabile del proprio cammino.
“Ribattono che non esistono diversi tragitti e che tutte le membra vadano nella stessa direzione. E che prima o poi dovremo rispondere delle loro sofferenze.
“Questa è una minaccia a cui non possiamo sottostare.
“Questo è terrorismo.
“Inoltre, sappiamo bene quello che può succedere se permettiamo a costoro di arrivare da noi a loro piacimento.
“Basta osservare per qualche istante quelle illuse e imberbi creature, che non hanno la più pallida idea di come si governi un corpo, mentre vaneggiano di incoscienti mescolanze e aleatorie fratellanze.
“E’ facile parlare quando la testa è libera e leggera. E puoi riempirla di tutte le dabbenaggini che si sollevino in alto come aria calda.
“Poi il tempo passa e scopri che non arrivano solo cose belle, da lì. E’ così che inizi ad aver paura, vera paura, la peggiore.
“La paura di quello che potrebbe invaderti e mangiarti vivo, come dei terribili alieni, anche se ciò non accadrà mai nella tua vita e in tutte quelle che seguiranno.
“Noi dobbiamo mettervi in guardia da loro ed è per questo che abbiamo deciso di chiudere ogni via che porti a noi.”
Il cervello ordinò e, sebbene tremanti, le rugose mani riuscirono a raggiungere il collo e iniziarono a stringere.
Di più.
Sempre di più.
Nondimeno, fu uno dei giorni buoni, quello.
Poiché per quanto le dita stritolassero la gola, quest’ultima non si chiuse del tutto e loro riuscirono a passare e a entrare nel cervello.
Prima pochi, poi in tanti, quindi tutti.
I sentimenti.
Gli umani sentimenti, che tali ci rendono, in fuga dal cuore in cerca di aiuto.
E il vecchio sorrise vittorioso scacciando la paura.
Ancora una volta.

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22.4.16

Storie sui libri: Giornata mondiale del libro solo un libro

Storie e Notizie N. 1346

Il 23 aprile è la Giornata mondiale del libro

Tutto.
Sì, lo so, compatiscimi pure, ma spesso è stato tutto.
Una moglie e un marito, entrambi i genitori e un figlio, o anche solo qualcuno che ti aspetterà sempre.
Che non ti chiederà nulla che occhi.
Dita curiose e voglia.
Di camminare insieme.
C’è tempo, c’è sempre tempo, non ascoltare quelli che ti dicono che non hanno neppure un minuto.
Basta un secondo, guarda.
Anzi, leggi.
Perché è tutto, può essere tutto.
Capisco, disprezzami, giudicami quanto vuoi.
Ma con lui sono stato pure donna, alta e vecchia, giovane e bella, o anche solo convinta di esserlo.
Di poterlo diventare un giorno.
O di non esserlo più.
Sono stato la persona peggiore del mondo, la morte l’ho vista con i miei occhi, ho ucciso e messo al mondo, disintegrato pianeti e, più di ogni altra cosa, dimenticato il dolore.
Perché leggere vuol dire vivere la vita che manca.
Che mancherà sempre.
I vuoti che nessuno cancellerà, perché non potrebbe neanche se lo volesse.
Nel mondo reale è come gettare acqua sulla sabbia infuocata con la delirante speranza che diventi un lago da sogno.
Ma tra una copertina e l’altra non ci pensi.
Oppure ci pensi con l’animo giusto.
Ciò che conta è che stai volando, davvero, credimi, si vola, là dentro.
Tutto, può lenire tutto.
La prima volta, vuoi che ti dica della prima?
Della primissima volta, una delle rare, certo, che davvero mi sono sentito orgoglioso di far parte della specie umana?
Ascolta, è storia vera, leggi almeno questo, perché qui di vaneggiamenti ce ne trovi a iosa, ma su questa riga no.
Come non citare quella sera, sul tardi, quando tutti dormivano in casa, con un caldo opprimente, con quel bambino che si avventura timoroso nel buio oltre il rifugio chiamato cameretta per bere un bicchiere d’acqua.
Fu anche la primissima volta che il cuore alzò la testa e sfidò sul suo stesso terreno la temibile pancia tremante.
E vinse, già, vinse, perché quel piccoletto non raggiunse mai la cucina, quella notte.
Il cuore, è chiaro, ma anche i piedi, le braccia e soprattutto le mani seguirono il richiamo della libreria in salotto, quella ricolma di volumi ingialliti e infestati da pesciolini d’argento, con la rosa stritolata all’interno e che in cambio di poche lire erano tutto.
La tv, il cellulare, il pc e tutto il resto.
Perfino l’amore e la compagnia migliore.
Un istante più tardi luce improvvisa irradiò quella stanza rimasta indietro, nel secolo scorso, quando incontrai il primo miracolo di carta.
Da allora la magia si ripete ogni volta.
Ma cosa vuoi di più?
Io nulla.
Perdonami, perché per me un libro, solo un libro, è ancora capace di essere.
Tutto…

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21.4.16

Storie di donne coraggiose: Harriet Tubman morì una volta sola

Storie e Notizie N. 1345

Araminta Ross, nota con lo pseudonimo di Harriet Tubman, attivista per l’abolizione della schiavitù e per il suffragio femminile, si è guadagnata il primato di essere la prima donna nera su una banconota statunitense.
Non posso morire che una volta, disse un giorno Harriet.
E, come tutte le grandi persone che per i diritti dei molti hanno speso la propria esistenza, sono infinite le volte in cui ritornerà in vita…


Mi chiamo Harriet e non sono morta.
Non sono morta quando ho scoperto che le vere catene sono fatte di pelle umana, il metallo più resistente al mondo.
E non sono morta neppure quando stavo quasi per convincermi che ci fosse qualcosa di giusto, di sensato, addirittura di normale.
Nelle catene di pelle umana.
Non sono morta allorché ho capito di essermi illusa che bastasse avere mani e piedi liberi per avere pace.
E non sono morta quando ho infine compreso che non bastasse la pace per avere mani e piedi liberi.
Non sono morta laddove sfogliando le pagine dello specchio vi ho trovato una moltitudine di ragioni per sentirmi indegna di esser riflessa.
E non sono morta neanche nell’istante in cui, con le vene ormai prosciugate, abbiamo trascritto rosso su bianco la nostra vittoria.
Non sono morta tutte le volte che ho visto l’ennesimo gradino successivo nella scala verso il basso della cattiveria umana.
E non sono morta ogni volta che l’avevo risalita tutta, quella scala, per poi rotolare di nuovo in basso per il capriccio del folle di turno.
Non sono morta nel giorno in cui mi sono chiesta se mai avrei visto il domani dove l’unico colore che conti sarà quello formato da te e me.
E non sono morta quando ho ceduto all’idea che forse non arriverà mai.
Non sono morta intuendo di vivere nel paese in cui la morte ha tanti colori, quasi quanto i diversi pesi che da a ogni vita.
E non sono morta intuendo di poter morire un giorno nel paese in cui la vita ha un colore solo che conti davvero ed è sempre l’altro.
Non sono morta quando l’ho desiderato quanto un infante che brami la prima luce.
E non sono morta quando ho provato l’insopportabile vergogna di essere io, quella ancora viva.
Non sono morta.
Non sono morta che una volta sola.
Ma prima e dopo, quanta vita.
Quante storie.
E quanta libertà c’è ancora da conquistare…

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20.4.16

Libertà di stampa nel nostro grande paese

Storie e Notizie N. 1344

Leggo che quest’anno, secondo l’organizzazione Reporter Senza Frontiere, il nostro paese è sceso al 77esimo posto, perdendo ben quattro posizioni rispetto al 2015 nella classifica sulla libertà di stampa.

Immagina un paese.
Ora prendi il foglio, quello grande.
Fatto apposta per i paesi grandi.
Ovvero, i grandi paesi.
Disegnalo tra loro.
Anzi, ponilo al di sotto di questi ultimi.
Come se li sorreggesse da solo, con l’orgoglio alimentato da quel che ricorda della propria storia. E da ciò che di essa ha ormai dimenticato.
Adesso concentra la tua attenzione su una delle più potenti conquiste di un grande paese, uno di quelli che raccontano in giro, col tronfio petto inarcato, di essere tra i pochi eletti paesi grandi.
Mi riferisco a un’arte tra le molte, perché di questo si tratta, di raccontare storie, convinti che la parte di vero sia indiscutibilmente più vasta del resto.
Chiamale pure notizie, se ciò ti rassicura di più.
Ecco, in questo momento, mettiamo il caso che nel paese grande tra i grandi paesi tale portentosa pratica sia, come dire, vittima di un sortilegio.
Un incantesimo malefico tra i peggiori che la storia della magia ricordi. Talvolta scatenato da forze aliene a un grande paese, spesso auto inflitto proprio da quest’ultimo.
Un terribile anatema senza nome, perché nessuno trova l’ardire di pronunciarlo ad alta voce, ma è lì, sotto gli occhi di tutti.
E’ la benda su questi ultimi, sono le mani che soffocano il respiro rivelatore, sono altresì le mura che puntualmente impediscono al vero di oltrepassare l’orecchio.
Nondimeno, la iattura va ben oltre le tre menomazioni delle arcinote scimmiette, poiché ostruisce anche i pori del cuore e trancia di netto le ali della coscienza, strangola sul nascere ogni vagito che sia foriero di cambiamento e bacchetta qualsiasi brama che osi protendersi verso il passato che tale deve rimanere.
Passato, indietro.
Irrimediabilmente dimenticato.
Ritorna a immaginare quel paese, a questo punto.
A ciò di cui è composto un paese, grande o piccolo che sia.
Tu ed io, noi, voi, loro, tutti.
Tutti ad ascoltare notizie, certi che la porzione di realtà sia decisamente più grande del resto. Speranzosi che per il proprio paese l’aggettivo grande sia altrettanto vero.
Tu chiamale pure storie, malgrado questo ti tranquillizzi di meno.
Solo degli improbabili racconti, conditi da verità inoppugnabili, certo, ma affogati nella menzogna più sfacciata e nella manipolazione meno evidente.
Inquinate dal virus di cui sopra.
Innominato, ma con i sintomi ben noti.
Tra tutti lei, la paura.
Un incontenibile timore di narrare tutto quello che non è stato ancora confessato.
Di mostrare quello che la vita ha già mostrato.
E di far conoscere quello che è stato ormai cancellato.
Riesci adesso a figurarti, dopo anni e anni di siffatto spettacolo, cosa potrebbe accadere alle menti e ai cuori degli abitanti del grande paese?

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15.4.16

Quando ti dicono di non votare

Storie e Notizie N. 1343

Domenica 17 aprile 2016, in quanto cittadini di questa Repubblica, potremo esprimerci sull’eventuale abrogazione della norma che permette di prolungare le concessioni per estrarre idrocarburi entro le 12 miglia marine dalla costa italiana sino all'esaurimento.
Malgrado ci sia qualcuno che ci inviti a rinunciare.
A un nostro diritto…

Scegli il motivo.
Trova il pretesto.
E, se magari hai tempo, leggi qualcosa.

Fallo per testardaggine.
Perché eri così anche da piccolo, allorché ti dicevano che quella cosa non si poteva fare.
E tu eri lì a farla, non appena ne avevi l’occasione.
Non visto, certo.
O sfacciatamente sotto i riflettori dell’autorità vigente, insegnanti, genitori o guardiani che fossero.

Fallo anche per curiosità.
Non dire che sai già tutto, che conosci perfettamente la storia.
Non è vero e lo sai.
Somma le volte che hai potuto dare il tuo voto e quelle in cui qualcuno si è avvalso dell'immeritato privilegio di farlo per te.
Poi mi dici.

Fallo per coerenza, allora.
Mi rammento di te, sei quello che un giorno sì e un altro pure si lamenta che è tutto un magna magna, che rigorosamente lassù decidono tutto loro e noi non contiamo niente, che non ci fanno sapere nulla ed ecco perché anche noi ci ritroviamo a fare quello che ci pare.
Ebbene, stupiscimi, anzi: stupisciti.
Dimostra che non erano solo chiacchiere.

Guarda, fallo almeno per i tuoi figli.
O nipoti.
Per i figli degli altri o i nipoti che non conosci, comunque giovane vita.
Perché se c’è anche una sola probabilità che i più timorati tra i paladini dei mari abbiano ragione, devi tener conto di chi rischierà di più, su questa terra.

E se tutto ciò non bastasse, fallo per dare un avvertimento.
Qualunque sia la tua opinione sul tema in discussione.
Non contano le bandiere.
Fa’ che chi da per scontato che sceglierai sempre la peggior strada che ti viene indicata.
Rimanga con un bel palmo di naso…

Leggi anche il racconto della settimana: Io sorrido
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14.4.16

Storie di immigrati: Muri contro i migranti

Storie e Notizie N. 1342

“In caso estremo l'Austria potrebbe chiudere completamente il Brennero", ha dichiarato di recente il ministro della Difesa Hans Peter Doskozil.
Continuando la danza…


I muri contro le migrazioni, pensa se li facessimo pure noi altre.
Sarebbe una disgrazia, osserva l’amica. Ma sai la cosa più assurda?
Quale?
Che è tutta una tragica, ridicola e ottusa danza.
Di tempi e melodie differenti, eppure uguali.
Un tempo costruiscono muri, con incrollabile fermezza e profondo timore.
E tempo dopo li abbattono, con altrettanto vigore e orgoglio.
Certi di essere perlomeno migliori di chi li ha preceduti.
Un tempo massacrano interi popoli con indicibile crudeltà.
E tempo dopo condannano anche solo chi non osi vergognarsi di tale macchia sulla Storia.
Un tempo conquistano diritti e libertà per chi è rimasto fuori dalla festa delle opportunità.
E tempo dopo fanno finta di non ricordare che ancora tanti sono lì fuori ad aspettare.
Opportunità.
Un tempo scelgono la guerra come la via per la pace più giusta.
E tempo dopo irridono la pace come la via meno giusta tra una guerra e l’altra.
Un tempo bruciano libri.
E tempo dopo li lasciano bruciare di noia negli scaffali del mondo.
Un tempo bruciano streghe.
E tempo dopo le costringono a bruciarsi da sole.
Un tempo fermano le lancette sulla terra per ammirare il primo uomo sulla luna.
E tempo dopo fermano quell’uomo stesso, solo perché ha visto la luna nella loro terra.
Un tempo piangono innanzi alle vite cancellate dai terremoti.
E tempo dopo ne ridono, incredibile a dirsi, ma succede.
Un tempo festeggiano con gioia l’arrivo dei salvatori. 
E tempo dopo li insultano con odio, laddove i salvati siano altri.
Un tempo l’ospite è sia l’accogliente che l’accolto.
E tempo dopo sono tutti ospiti in casa nostra, niente di più.
Casomai di meno.
Un tempo unire confini e genti diverse è il futuro.
E tempo dopo è mettere a rischio proprio quest’ultimo.
Un tempo si sogna il giorno in cui il colore della pelle non avrà più valore.
E tempo dopo apri gli occhi ed è ancora notte fonda.
Un tempo avresti fatto di tutto pur di essere un umano, vero?
E tempo dopo siamo qui a ringraziare il cielo.
Che gli umani siano loro…

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13.4.16

Storie sulla diversità: Le parole per salvarsi

Storie e Notizie N. 1341

Persi tra i monti dell’Arizona, Ann Rodgers e il suo cane sono sopravvissuti per nove giorni bevendo acqua di stagno e nutrendosi di piante. Il salvataggio è avvenuto grazie alla scritta HELP che la donna di settantadue anni ha composto sul terreno con bastoncini e sassi.
HELP, aiuto, ovvero solo una tra le varie declinazioni.
Delle parole per salvarsi…


Aiuto.
Citiamola, aiuto, iniziamo con la prima, così l’elenco è partito, come il racconto. D’altra parte gode perlomeno alfabeticamente della precedenza, se non per la sua assordante diffusione. Ben oltre la nostra capacità d’udito come di cuore, altrimenti, un grato silenzio seguirebbe la scia.
Basta, basta è ciò che mormorano, non urlano, in troppi, perché il fiato è allo stremo, ma questo non vuol dire che non si tenti di oltrepassare il muro. Basta con l’aggiungere puntualmente, con una cattiveria di idiozia inaudita, la nazionalità, le probabili origini o addirittura il colore della pelle del presunto criminale additato e abilmente sfruttato sulle prime pagine dei cosiddetti mezzi di informazione.
Coraggio, coraggio è quel che chiedono a questi ultimi, a chi tra loro si rammenti ancora cosa voglia dire, le storie respinte al mittente, quelle che al meglio ci guadagna solo chi le ascolti davvero. Tutti gli altri, compreso chi osi raccontarle, dovrà inevitabilmente pagarne il prezzo. Nondimeno, se non è questo, cos’altro è il coraggio?
Dite, dite quello che pensate sul serio, reclamano gli spettatori che hanno voltato le spalle alla scena che conta e che da allora ne hanno viste di cose da far cadere il teatro. Dite quello che avete dentro, voi là sopra, agli abbonati della poltrona comoda. E vedrete che si volteranno anche loro.
Estate, estate è il titolo di un film che ancora deve iniziare, perché non ci sono i soldi, neanche uno straccio di sceneggiatura, men che meno attori e registi, ma questo non vuol dire che le eterne comparse non attendano trepidanti di cominciare le riprese. Nel frattempo affrontano l’inverno vestendosi come se fosse già primavera.
Fiducia, fiducia nei propri vuoti e nella personale immaginazione nel riuscire ogni volta a mascherarli da pieni è la sola marca di aspettativa acquistabile dai massacrati dal destino.
Giù, guardate giù è la strofa di una canzone stonata e del tutto fuori sincrono, scritta all’impronta come rap sconclusionato di una band che da tempo è stata cancellata dal cieco cammino della Storia con la esse presuntuosa. Eppure la sentirai ancora, si sa che il passato non può fare a meno di crucciarsi per il futuro.
Ho tempo, ho tanto tempo davanti si dicono i bambini dal volto unico, quello della foto di turno sui giornali nelle settimane della commozione autorizzata. Ho un’infinità di tempo per uscire da quella foto.
Insomma, volevo dire insomma, non bene, precisa non udita dall’ennesimo benefattore da flash, l’anima da salvare con le parole ma non solo, alla retorica domanda: come stai?
Lotteremo, certo che lotteremo per quel che ci spetta, si promettono a vicenda gli innamorati sbagliati prima di addormentarsi, ancora prima di amore eterno.
Migranti, vada per migranti, rassicurano le vittime del sadismo semantico del terzo millennio. Va bene, fate come volete, chiamateci pure così, ora. Chissà come ci chiamerete domani. Laddove ha già fallito quello che ti guarda dritto negli occhi, credete forse che riuscirete a fermarci con l’odio da social network?
Nessuno, non c’è nessuno qui, nelle case di questo villaggio dal destino incerto, in una terra che vale più per ciò che nasconde sotto che per la vita che si nasconde sopra. Hai visto mai che così non ci bombardano?
Ostinazione, l’ostinazione cresce ancora oggi, ci unisce e siete proprio voi ad alimentarla, con menzogne e abusi mediatici. La cosa più assurda è che, finora, non l’abbiate ancora compreso.
Permesso, non altro, non il permesso di avere la vostra roba, perché quello si chiama furto, dovreste conoscerlo bene, e neppure quello di occupare la terra altrui, altra pratica che vi dovrebbe essere assai familiare. Di esistere, solo di questo, esigiamo.
Qualunque, qualunque città o popolo, singola persona o metro quadrato sulla via, qualunque lembo di terra o umana manifestazione può essere la volta buona per fare un passo in avanti. Perché umanità o pianeta, siamo tutti luoghi che possono e devono cambiare.
Rispetto per le meraviglie, sentito rispetto per le meraviglie difformi, rispetto per me stesso, disegno storpio, impossibile perfino per il photoshop del palazzo del re.
No, compassione mai.
Silenzio, guarda bene che c’è anche il silenzio, innanzi alla morte, soprattutto di chi conosci solo per sentito urlare, casomai ti fosse sfuggito.
Te, la salvezza può arrivare anche da te. Quello che non saprai mai prima è a chi dovrai donarla, ma così funziona il gioco. Sarà la prova che non v’era interesse alcuno.
Uno, ne basta uno che faccia semplicemente quel che è preposto a fare e vedrai che reazione a catena.
Verità, senza aggiungere altro, oggigiorno l’opposto di molte più nefandezze che la semplice menzogna.
Zero, infine, zero è il valore sul mercato delle nostre vite, zero è la quota di interessi sui nostri passati e sempre zero è la percentuale di guadagno sulle vendite future dei nostri sogni. Bene, ora che lo sai, rilassati, smettila di preoccuparti e ascolta.
Perché il bello viene adesso...

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8.4.16

Racconti sull'accoglienza: Il castello del principe

Storie e Notizie N. 1340

Secondo l’Unicef bloccati in Grecia, in condizioni inaccettabili, ci sono più di ventiduemila bambini…

Non c’è spazio per tutti.
Nel castello non c’è spazio per tutti, ma il principe ha lavorato, si è dato tanto da fare e alla fine ha trovato una stanza anche per loro.
Che hanno osato attraversare il fossato di oscura melma ricolmo, sfidando le fiere che vi albergano.
Sono coloro che hanno scalato le mura e che, malgrado amori o solo compagni di viaggio siano caduti a migliaia lungo la via verso il cielo che riscalda davvero, sono giunti dall’altra parte.
Dove dicono non ci sia vita migliore, più facile e più lunga.
Ma vita dev’esserci per forza, perché da questo lato è ormai agli sgoccioli.
Nel frattempo lì si esiste, il respiro si fa normale e i sogni aumentano di volume.
C’erano prima di arrivare, i sogni, figuriamoci adesso.
Tuttavia, questo non va bene, perché è così che funziona il dono della tolleranza: d’accordo, io ti tolgo la spina dal cuore, ma non osare sanguinarmi sul tappeto, cribbio.
Allora il principe ha lavorato ancora e nuovamente si è dato tanto da fare.
Così ha trovato un’altra stanza, più piccola, in cima alla torre più alta.
Che tanto i sogni sono come l’aria calda, volano sempre verso l’alto. Dopo sarà un problema per gli uccelli e gli alieni, al massimo.
E’ vero, è così, ma da quel momento lì si spera, si guarda il domani e si spera che sia più bello di ieri.
E se i sogni volano in cielo, lo sanno tutti che le speranze pesano e precipitano sempre più giù, soprattutto quando vengono rese vane con fervente pervicacia.
Non va bene neppure questo, perché così funziona l’accoglienza: d’accordo, io ti offro un giaciglio per dormire, ma non osare svegliarti, cappero.
Allora il principe è tornato al lavoro e per l’ennesima volta si è dato tanto da fare.
Così ha trovato un’altra stanza, ancora più piccola delle precedenti, nel sottosuolo, proprio accanto al cimitero, dove la terra è abbastanza spessa. Se è in grado di soffocare le proteste dei miliardi di defunti, ripetutamente offesi dal nostro comune disinteresse per la memoria, vuoi che non basterà per sedare quelle dei viventi?
No, non basta, non basta mai, perché ci sono alcuni tra costoro che la morte l’hanno conosciuta così bene da vivi che nel freddo di un campo santo si sentono come a casa.
E trovano ulteriore vigore per disegnare la prossima meta.
Il prossimo castello, magari con un principe meno principe.
Loro pensano, e la mente esplode di possibilità, loro pensano, e gli orizzonti si moltiplicano, loro pensano perché lo vogliono.
Perché hanno solo libertà, dentro di loro.
E se i sogni volano verso l’alto, le speranze verso il basso, i pensieri vanno ovunque gli aggradi.
Anche questo non va bene, ma non esiste rimedio.
Nessuno è capace di prevedere cosa racconteranno.
Quali meraviglie riveleranno.
Quanti doni porteranno.
Esattamente come tutti i bambini di questo sciagurato pianeta…


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