31.10.16

Storie di immigrati: la livella dei migranti

Storie e Notizie N. 1401

Liberamente ispirata alla poesia ‘A livella di Totò.
Mi piace pensare che il Principe degli attori nostrani, del quale mi onoro di condividere la città natale, oggi la scriverebbe così…
 
La livella dei migranti

Ogni anno, precisamente il due di novembre, in molti vanno a salutare i propri cari al campo santo.
Alcuni lo fanno con mestizia. Altri con un pizzico di rimpianto.
Ogni anno, immancabilmente, anche in questo giorno, cupo e affascinante anniversario, io scrivo, con passione e ostinazione, l’ennesimo racconto immaginario.
Quest’anno ho avuto una visione. Mi sono figurato vivo spettatore tra i morti. Caspita, se ci penso, che emozione. Ma poi ho rammentato che la calma è davvero la virtù dei forti.
La scena è questa, restate con me a guardare: proprio al colmo della desolazione, improvvisamente, notai tra lapide e lapide siffatta

iscrizione: qui riposa in pace l’eroico difensore nazionale contro l’invasore bruno, costruttore di invalicabili muri e confini, deceduto l’undici maggio del duemilauno.
Corone e stemmi a profusione, una foto arcigna da far rabbrividire, croci e candele di ogni dimensione, omaggi, rosari e, ovviamente, fiori a non finire.
Esattamente accanto al sontuoso loculo del patriota fervente, c’era un'altra, minuscola tomba, senza niente. Neanche una trascurabile croce. Sopra, avvicinando con amorevole curiosità lo sguardo, avresti letto: Immigrato.
Pensandoci, che rabbia mi faceva, quest’uomo ormai dimenticato.
Questo è il nostro mondo, rammentai. Chi si lamentava e chi ha avuto i veri guai.
Ma lo sventurato ha mai pensato che pure all’altro mondo sarebbe stato bistrattato?
Mentre aborrivo innanzi a un pensiero così ingiusto, decisi di restare oltre la mezzanotte, perché, malgrado la tristezza, alle trame da raddrizzare ci ho sempre preso gusto.
Così, in quel momento, cosa vedo nell’oscurità? Due fantasmi camminare tra gli altri trapassati.
Mi dissi: è così che si cambia la realtà. Due parti di fantasia e una di ingenuità, ma possibilmente indignati.
Senza sorpresa, uno era proprio il prode paladino, con il manganello, la ruspa in modellino, e il solito ghigno sul viso.
Quello accanto invece era vestito di stracci, tutto sporco, e privo di sorriso.
E quello era ovviamente il disgraziato, il morto senza nome, l’immigrato.
A ogni modo, la cosa non mi sembrava sensata: possibile che questi due se ne vadano insieme a far la passeggiata?
Quando erano giunti a un passo da me, il puro cavaliere si fermò all’istante, si voltò pian piano e con tono assai sgradevole disse all’altro: “Migrante! Vorrei proprio sapere da te, lurido straniero, chi ti ha autorizzato a farti seppellire così vicino a me, che sono un cittadino vero.
“La decomposizione italica non va inquinata, tu hai superato ogni limite. La tua carcassa andava sì celata, ma in mare, dove voi altri prima o poi finite.
“Non ho intenzione di sopportare oltre questa immonda vicinanza.
“E’ necessario quindi che tu vada a scomparire dove meriti, nella terra della dimenticanza.”
“Signore caro, non sono stato io, non ho mai avuto diritto sulla mia esistenza, figuriamoci sulla mia morte. Forse è il caso, il responsabile di questa mia inopportuna presenza. Sono mai stato padrone della mia sorte?
“Cosa credi? Se tornassi in vita, prenderei di corsa ciò che di me resta e ora che il dolore è terminato andrei ovunque, tranne che qui, a far festa.”
“Cosa aspetti, allora, clandestino sprovveduto? Che perda la pazienza? Se non fossi ormai deceduto ti farei assaggiare di nuovo la violenza.”
“Fammela vedere, allora, questa violenza. La realtà, caro il mio patriota, è che sono io a esser stanco di te. E se la perdiamo noi altri la pazienza, son finite le vigliaccate.
“Ma chi ti credi di essere? Dimmelo, davvero. Perché quando il cuore si ferma, il corpo diventa freddo e i vermi vanno a cena. Che tu sia nativo piuttosto che straniero.”
“Pezzo di strafottente… come osi definirti uguale a me, che sono purosangue da mille e una generazione, a difesa del sacro confine di questa valorosa nazione.”
“Ma quale nazione, città e occidente. Te lo vuoi mettere in testa che sei solo un povero deficiente? L’unico confine che esiste è quello tra la vita e la morte, ed è come una livella. Qualunque sia il tuo colore, superata la tua ora, di te rimane solo quel che sei sempre stato. Una fragile, insignificante creatura in cerca d’amore.
“Per questa ragione, ascoltami, almeno adesso, smettila di delirare e lasciami riposare accanto a te.
“Quello è il modo con il quale gettano via gli anni i meno scaltri. Noi, ormai, non ne abbiamo più altri. E ora che nella morte non siamo più lontani, fingiamo che da vivi siamo stati solo umani.”


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28.10.16

Storie sull'ambiente: la meravigliosa sconfitta

Storie e Notizie N. 1400

Le proteste dei nativi americani nel North Dakota, riuniti nel movimento chiamato NoDAPL (No Dakota Access Pipeline), sono iniziate nella primavera del 2016 per impedire la costruzione dell’oleodotto della compagnia Energy Transfer Partners, il cui tracciato prevede l’attraversamento dei fiumi Missouri e Mississippi, così come parte del Lago Oahe, vicino alla Riserva dei Sioux di Standing Rock.
Dopo una limitata revisione del percorso, lo United States Army Corps of Engineers – il nostro Genio militare - ha escluso un impatto significativo.
Al contempo, citando effetti potenziali e mancanza di consultazione con le tribù dei nativi, nell’aprile del 2016 l'Environmental Protection Agency, il Dipartimento dell’Interno, e il Consiglio consultivo per la conservazione storica hanno richiesto con scarso successo al Corpo degli Ingegneri dell'Esercito una valutazione più approfondita.
Difatti, nel mese di luglio, gli ingegneri hanno approvato i permessi di attraversamento dei corsi d'acqua.
Di conseguenza, la protesta è stata lanciata da un’anziana Sioux di Standing Rock e dai suoi nipotini, decisa perfino a bivaccare nel percorso dell’oleodotto a difesa della terra e del suo popolo.
Durante l'estate il movimento è cresciuto sino a contare migliaia di persone…

Diciamolo subito.

Sì, diciamolo all’inizio del film, così nessuno potrà dubitare del resto.
Come è andata nei preziosi dettagli non lo saprete mai.
Ma la storia che avete imparato è ormai scritta.
L’unico migrante privilegiato al mondo, il famigerato viso pallido, è sbarcato, ha distrutto e massacrato.
Ha mentito, per anni ha mentito sulle sue nefandezze, travestito da prode cowboy e fascinoso pistolero.
Poi qualcosa è trapelato, ma lo scomponimento è stato minimo.
In pochi se ne sono accorti, difatti, ma il gioco di carte e di mano è sempre rapido e vincente. Perché non cambia mai, né il gioco e tanto meno la mano. E’ solo la carta da odiare a mutare.
Come pescando da una sorta di tarocchi sacrificali, via l’Indiano, ecco il Giallo, poi il Rosso quindi il Nero, per arrivare ai giorni nostri, con l’Islamico e, più che mai lo Straniero.
Siamo quasi tutti morti nel secolo scorso, noi altri, gli agnelli primigeni immolati al servizio della favola a stelle e strisce.
Non basta?
Allora mi sbilancio, amico diffidente.
Vinceranno anche domani e dopo domani.
Quelli del petrolio non possono perdere.
Basta uscire di casa ovunque, nel mondo che decide per tutti, abbassare le palpebre e spalancare le orecchie al disarmonico rombo di metallo, pistoni e fondamentali optionals.
Così sarà fino all’ultimo giorno, perché quei quattro fantasmi generati da un sogno incompatibile con l’umano suicidio globale non hanno mai avuto alcuna possibilità.
Questo il futuro, identico il passato.
Ora, permettimi, ti prego.
Permettici di danzare, adesso.
Nell’unico tempo che abbiamo mai avuto.
Il tanto sottovalutato presente.
A difesa di noi stessi, libriamo il peso di corpo e anima.
Per amor di polvere e utopia, le sole sostanze di cui siam fatti, lasciaci combattere.
E perdere in pace.


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27.10.16

Terremoto ora oggi adesso ieri e domani: la terra trema ancora

Storie e Notizie N. 1399

Centinaia di persone in centro Italia si sono svegliate stamani in rifugi di fortuna, in stato di shock e di esaurimento, dopo che le proprie città sono state colpite da due terremoti.
Le storie si susseguono e hanno tutte molto in comune, come un tragico spettacolo che sadicamente si ostina a ripetersi.
Un racconto che, malgrado veniali differenze, ha sempre lo stesso incipit…


La terra trema.

La prima è un classico e vale per tutte le altre.
Ovunque tu sia, per quanto coraggio tu possa serbare nel petto, la paura si avvicina e inizia a corteggiarti.
Sa che il momento è propizio.
E quale sarebbe migliore?
Il pavimento che danza, i mobili che si uniscono al drammatico rito, prigionieri di una coreografia
a dir poco magnetica, ignorabile solo da chi minimizzi la vita che resta, tra irriducibili folli e inguaribili avventati.
Poi c’è lui, la stella della compagnia.

Il lampadario inizia l’assolo e il pubblico vittima non può evitare di fissarlo con lo sguardo lacerato dal terrore, con un solo e unico desiderio a esplodere nel petto.
Smetti, ti prego, smetti subito di tormentarmi.
Fermati, per favore.
Fa che tutto torni come prima.
In seguito, come spesso accade, la supplica viene ascoltata ma poi rimossa.
Come molto altro, in effetti.
E la terra trema di nuovo.
Sotto quel che è sopravvissuto e ciò che ne ha preso il posto.
La storia scritta sopra, come un frettoloso copia e incolla, alquanto approssimativo.
Poiché, laddove la danza ricominci, ecco che tutto torna.
A frantumare vite e silenzi.
A impadronirsi di ogni legge fisica e naturale, disegnando nuovamente il flagello già visto sulla tela già strappata.

E allora ricordi solo una cosa, come ha funzionato, ovvero nel modo che hai creduto.
Ti prego, non farlo più, sussurri.
Giuro che dopo sarò una persona migliore, aggiungi, con la disperata speranza che aumentare il peso delle tue virtuose possibilità sconfigga lo spietato nemico sull’altro piatto della bilancia.
E’ così che, alla stregua dei capitoli tutti uguali, anche gli ingannevoli spazi bianchi si avvicendano.
Quelli in cui il passato ruvido si ammorbidisce di polvere e noncuranza.
Quando ti illudi che la tua casa.
Non stia ballando più.
Ed è proprio lì, invece, che la crudele messa in scena ha inizio.
Quando la terra trema e tu non te ne accorgi.
Quando hai voltato il capo e la mano padrona, arida e disonesta, con volgari trucchi e menzogne travestite da futuro felice per tutti, decide il tuo destino.
E il giorno arriva in cui quest’ultimo non dipende più dal tremore della terra stessa.
Bensì dall’unica vera possibilità che avevi di sopravvivere.
Perché se la terra ha tremato, trema e tremerà ancora.
L’unica cosa che conti davvero.
E’ smetterla di dimenticare...


Sullo stesso argomento: Dopo il terremoto

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26.10.16

Storie di razzismo in Italia: il diritto all’odio

Storie e Notizie N. 1398

Gioite, cari compatrioti. A Gorino, amena frazione in provincia di Ferrara, i solerti e valorosi abitanti, coadiuvati dagli altrettanto prodi concittadini di Goro, hanno prontamente innalzato una barricata per impedire l’invasione di ben dodici, mostruose creature aliene. In breve, migranti. Donne, per giunta.
Dopo una strenua resistenza da parte dei nostri eroi, le indesiderate sono state respinte.
Esultate, o voi che ancora puro ardore provate per l’italico stivale.
L’onore è salvo e il futuro della brava ed eroica popolazione è al sicuro…


C’era una volta un paese.

Il paese dove un sacrosanto diritto veniva difeso al costo della propria stessa vita.
Il diritto all’odio.
L’intera comunità aveva costruito se stessa su questo pilastro.
Ogni cittadino ha diritto all’odio, recitava un invisibile articolo di una particolare costituzione, scritta da qualche parte nel corpo, di sicuro non nel cuore. Tale sentimento può essere rivolto a qualunque cosa o chiunque, per qualsivoglia ragione. E, qualsiasi sia la forma nella quale si manifesti, una sola replica sarà concessa: 'questa gente è esasperata'. Di conseguenza, 'questa gente va capita'.
Il paese dove il diritto all’odio era sacrosanto e protetto a costo della vita era, forse non a caso, delimitato da un muro che definire invalicabile sarebbe stato alquanto riduttivo.
L’architetto che l’aveva progettato, noto con il soprannome de Il baluardo, era una delle vere eccellenze del paese, delle quali quest’ultimo era assai orgoglioso.
Vi basti sapere che costui aveva anche la paternità di un’opera avveniristica e multimediale, se così possiamo definirla, che forse già conoscete. Sto parlando dell’ormai celeberrima scultura chiamata Il tirassegno di colore, raffigurante uno straniero nell’atto di attraversare il sacro confine, che i cittadini magari annoiati o solo svegliatisi con la classica luna storta potevano liberamente colpire con freccette, sassi e anche scarpe.
Ora, come si dice, c’è sempre una prima volta, l’eccezione che conferma la regola, perfino qui casca l’asino, che forse non c’entra nulla, o magari sì.
Difatti, venne l'istante in cui tutti gli allarmi suonarono all’unisono.
La sirena urlò rabbiosa in piena notte, generando angoscia e terrore nei paesani in quantità industriale.
Per avere un’idea delle dimensioni del panico dilagante, vi sia sufficiente sapere che a confronto gli allarmi che invitavano le persone a ripiegare nei rifugi durante le scorse guerre mondiali risultavano come la suoneria del cellulare allorché sia giunto appena un messaggino.
“Cosa succede?” Esclamarono alcuni uscendo in strada.
“E’ stato solo un falso contatto?” Si augurarono altri affacciandosi alla finestra.
“Sarà forse uno scherzo dello scemo del paese?” Ipotizzarono altri ancora.
“No”, rispose l’interessato direttamente dal cimitero, “visto che sono morto l’altro ieri. Peccato, però, non averci pensato prima…”
Nulla da fare, la sentenza della realtà era tragicamente indiscutibile.
Qualcuno era passato oltre.
Qualcosa aveva oltrepassato il muro.
L’intruso era tra loro.
Immediatamente vennero applicati tutti i protocolli di sicurezza previsti.
Ronde indiavolate sciamarono ovunque, strade e vicoli vennero illuminati a giorno da accecanti torce, robusti manganelli e dentature affilate vibravano all’unisono, gli occhi sgranati di tutti setacciarono al millimetro ogni angolo del paese.
Invano.
Allora chiesero al baluardo di ricontrollare egli stesso il muro e tutti gli allarmi.
Invano.
Presero la scatola nera, la fecero in pezzi e riascoltarono centinaia di volte la stessa, terribile sirena, con la debole speranza di esser stati vittime di una clamorosa allucinazione collettiva.
Invano, terribilmente invano.
C’era una volta paese, in conclusione.
Un paese dove l’odio era un diritto inviolabile, difeso da tutti al prezzo di un’intera esistenza.
Tuttavia, come dice un vecchio proverbio africano - è una balla, ma facciamo che sia vero – su ogni muro prima o poi giunge la notte che si forma una crepa.
E qualcosa passa, credimi, volente o nolente, arriva il momento che lo fa.
Magari solo una piccola storia, non una persona, una manciata di parole, non quello che da sempre hai temuto.
E al mattino ti svegli e ti accorgi.
Che hai dato la tua vita per difendere il diritto di odiare.
Te.


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21.10.16

Storie sui diritti umani: Di scioperi e proteste è intessuto un mondo

Storie e Notizie N. 1397

Oggi è sciopero in Italia e in molti protestano.
Levando lo sguardo oltre confine, la gente si è sollevata anche in Etiopia, dove in 1500 sono stati arrestati, in Congo, dove le cosiddette forze di sicurezza hanno sparato, bruciato, picchiato e ucciso almeno 45 civili, nelle Filippine, dove la polizia ieri ha addirittura usato un furgone per disperdere i presunti facinorosi
.

Ci sono altri mondi, oltre a questo.

Mi piace pensarlo, talvolta.
Quando le cose diventano troppo brutte per essere guardate.
Devo farlo, allorché non riesca neppure a immaginarle.
Di scioperi e proteste, per esempio.
Di scioperi e proteste ne è intessuto uno tra essi.
Un mondo sferico, per quanto quello più noto lo sia, ma molto meno regolare, ecco.
E’ roba difficile da disegnare, in effetti.
Parte di quella arzigogolata tavola di forme illegali, chiamata dagli addetti ai lavori, ovvero, le disoccupazioni, la geometria delle figure scomode.
E’ un mondo difficile da disegnare, d’accordo, ma se ti capita di afferrare, anche per caso, il capo giusto della fune, non ti resta che seguirne il filo sino alla luce.
Niente di particolarmente luminoso, sia ben chiaro, di anime costrette nell’angolo dimenticato, si parla.
Tuttavia, la comprensione delle ragioni soffocate ha una sua brillantezza che vale la pena anche solo sfiorare di sottecchi.
Ci sei? Seguimi, allora.
Di scioperi e proteste, si diceva.
Lungo una cima esile solo in apparenza e non è la vittoria a dimostrarlo, bensì un testardo tipo di sconfitta. Quella che non ha portato ad altra via che ritornare ancora, a rimanere in piedi qualora il bastone morda e seduti laddove il dolore aumenti.
E’ corda fina, quasi invisibile a occhio nudo, ma non è casuale ed è banale, lo ammetto. Perché per vedere appieno quel che ci unisce, giammai quel che ci divide, occorre sguardo tutt’altro che svestito.
Riempi pupille e tutto il resto di sentimenti umani ed emozioni vive e vedrai.
Vedrai quel che non vedono loro.
Vedrai le mani aggrappate a quella fune, dita di ogni colore e misura, ma avvinghiate come il corpo tutto a quella tanto bistrattata qualità nei secoli dei secoli.
Leggi pure come l’ostinata affezione per i diritti di tutti.
Vedrai altresì le mani che hanno perso il prezioso appiglio e quelle che hanno sacrificato una delle due per tenere a bordo gli altri.
Vedrai il calore di quelle stesse mani.
E malgrado mutino tradizioni e parole, carnagioni e storie, tale energia alimenta fin dall’inizio dei tempi la vita resistente ad altra vita.
Che non è di questo mondo e neppure degli altri, poiché dal momento che ha abusato della propria stessa natura, ha rinunciato all’unica cittadinanza che abbiamo di diritto.
Ciò malgrado trucida esistenze come se ne fosse assoluto padrone.
Di scioperi e proteste è legato un mondo, già.
In cui verrà il giorno che il vero tiranno cadrà, credimi.
Cadono sempre.
E se avrai fortuna e pazienza, prima o poi, vedrai anche questo.
 

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20.10.16

Storie di guerra in Siria: a rubar tempo

Storie e Notizie N. 1396

Malgrado sembra ci siano già state delle violazioni, stamani alle sette è cominciata ad Aleppo, in Siria, la tregua umanitaria decisa da Mosca per concedere le cure a feriti e malati, nonché l’occasione a civili e combattenti di abbandonare la città.

Venghino, signore e signori, venghino.

Venghino pure nel fantastico regno della tregua umanitaria.
Dove i secondi diventano minuti, i minuti senza fine e le ore si congelano fino a perire nei pugni stretti dei senza tempo.
Chiamateci così, ci piace, così.
Senza tetto, pure, ma anche senza porte e finestre, senza comò e comodino.
Senza alcuna comodità.
Senza speranza, molti.
Senza scampo, troppi.
Ciò malgrado questa non è la pagina giusta per dolercene.
I signori della guerra e della pace hanno tirato il dado e le lancette hanno chinato il capo.
Lo fanno sempre, anche quando danzano, ma stavolta, solo questa, è per una buona causa.
Tregua.
Umanitaria.
Che bizzarro e folle matrimonio di parole.
Immaginatevi il corteggiamento, i primi giorni.
Piacere, Tregua è il mio nome.
Salute a te, Umanitaria è il mio.
Stop alle bombe, è il senso del mio vivere.
L’umano al centro di tutto, è il mio.
E se è amore, che amore sia. Che porti letizia e buona salute a noi altri, è chiaro.
Tuttavia rimane la perplessità delle coppie originali, come la donna gigante e il nano chiacchierone, la gentile che diventa bella e la bestia che impara a parlare, la ballerina senza scarpe e il ciabattino dalle mani bucate, che non puoi fare a meno di ammirare, ponendoti tra tutte la domanda.
Ma come fanno a stare insieme?
Tregua, il tuo tempo sarebbe stato perfetto in ogni istante prima del tuo arrivo, a scongiurare tutti gli atroci dopo che son seguiti.
Umanitaria, il tuo tempo, invece, dovrebbe esser sempre.
Ciò nonostante non è il racconto adatto per lamentarsi.
Per quanto assurdo il titolo e la trama.
Per quanto paradossali siano scenografia e costumi, presto, non indugiamo.
Voi, suonatori di utopie, riprendete gli strumenti, gli accordi e illudeteci.
Anche voi, donatori di parentesi immaginarie, apritene all’infinito l’una dentro l’altra, fino a ingannare fiamme, lame e polveri da sparo.
Che siano loro a morire, piuttosto.
E voi altri, che al di là del vetro rimirate la vita che prende fiato nell’acquario della morte, provate anche voi.
A rubar tempo agli assassini.
 

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19.10.16

Giungla di Calais cos’è davvero

Storie e Notizie N. 1395

Secondo Calais Migrant Solidarity sin dal 2009 ci sono stati dai 100 ai 5000 migranti a Calais, giunti con la speranza di arrivare nel Regno Unito.
Persone da tutto il mondo, come Iran, Afghanistan, Pakistan, Somalia, Egitto, Siria, Sudan, Palestina, Ciad, Eritrea, Iraq, Albania, Senegal, Kurdistan, Libia ed Etiopia.
Ma perché giungla? Leggo che il nome è la traduzione di una parola in Pashtu, una lingua iranica parlata in Afghanistan e Pakistan, che significa foresta
.

C’era una volta una giungla.

Che nella nostra lingua significa foresta pluviale tropicale.
Bè, allora potremmo pure dire c’era una volta una foresta.
Ma non rende l’idea, giusto?
Perché se uno ti racconta una storia di foreste,

allora pensi al bosco, agli animali parlanti, le fate e le favole.
No, non c’è posto per tutto ciò, qui.
Perché, malgrado la realtà, la giungla non è o non dovrebbe essere.
Roba per bambini.
Allora, c’era una volta, questa, una giungla.
Ma non una giungla come quelle dei romanzi di Emilio Salgari.
Dove i buoni sono i presunti selvaggi e i cattivi sono i veri invasori, al sicuro al di là del mare.
Qui le regole erano differenti.
Perché, da quando esistono le storie, le regole le decide chi le racconta.
Indi per cui, c’era una volta una giungla diversa.
Sì, diversa, perché laddove in quelle da romanzo d’avventura è difficile entrarvi, e per oltrepassare l’intricata macchia occorre coraggio e avventatezza, qui era esattamente il contrario.
E malgrado tutto il coraggio e l’avventatezza del mondo potevi trascorrervi tutto il tempo di una vita.
Per poi vedere la storia ripetersi.
Ancora.
E ancora.
Perciò, c’era una volta una giungla diversa dov’era difficile uscire.
E dov’era facile restare.
Inoltre, a rinnegare ogni coincidenza con le narrazioni precedenti, qui non c’erano suggestive piante esotiche e scorci fascinosi con cui distrarsi dalle infamie del presente.
E neppure feroci felini e imponenti elefanti da far ghiacciare un sangue già congelato da tempo.
Non v’erano liane robuste con cui sollevarsi da una miseria mai sazia.
E neanche passaggi segreti in antiche rovine per fuggire da qualche parte che non fosse stato laggiù e tanto meno qui.
C’era una volta una giungla diversa, in breve.
Dove per sempre restavi, una volta entrato.
Leggi pure come vivere perennemente insoddisfatti, alla vana ricerca di una via d’uscita.
Sai qual è la storia più assurda? Che la precedente frase sembra la didascalia di uno dei tanti privilegiati a nord del mondo, magari in un pomeriggio di sconforto.
Forse sarà per questo che capire cos'è la giungla e perché ci si arriva, per molti, è addirittura più difficile che uscire da essa...


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14.10.16

Storie di guerra: Popoli senza Stato contro Stati senza popolo

Storie e Notizie N. 1394
 

Nello scorso giugno, contestualmente a Euro 2016, un altro torneo di calcio ha avuto luogo in Abkhazia. Mi riferisco alla Football World Cup for Rebels, ovvero il Campionato del mondo di calcio per nazioni non riconosciute.
Tra di esse il Kurdistan, paese senza stato tra i più attuali, oggi, spezzettato tra Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria, con tutti i conflitti civili e non ai quali partecipa buona parte del resto del mondo, quello in apparenza compatto, laddove il presunto nemico, olivastro e barbuto, è sempre ben in vista in cima alle pagine e agli schermi privilegiati…

C’erano una volta i popoli senza Stato.

Hai presente?
Dai, i ribelli, s’è detto all’inizio.
Ma puoi chiamarli in molti altri modi, perché è così che ti vengono raccontati.
E una volta che la storia gira, hai voglia a rettificare.
Li vedi? Sono la gente che resiste e i giovani che si oppongono, i vecchi che rimangono indietro, ma poi arrivano anche loro, la società civile non solo a parole e le donne, un mare di donne che avevano già iniziato da tempo la lotta.
E non mi riferisco di certo a fanfaroni di verde intessuti, capaci solo di berciare all’ufo invasore che loro stessi hanno inventato, ogni riferimento è puramente voluto.
I popoli senza Stato, per lo Stato che non hanno, il più delle volte muoiono.
Con il sogno di una mancata bandiera, scompaiono.
Per una terra che ormai è solo tale, spoglia, brulla e inaridita come la loro stessa pelle, donano tutto.
Come la vita, presente e passata.
Il futuro è la vittoria, per chi nell’ultima pagina soggiace, figlio di cotanto padre.
Il popolo senza, in breve.
Tuttavia, quando ogni cosa è chiara, chi reclama cosa e chi nega altrettanto, ecco che arrivano gli altri.
Di nascosto, bisbigliando sotto banco alle cene ufficiali, ma anche vantandosi nelle parate più rifulgenti.
Arrivano sempre, come è sempre stato e sempre sarà.
Puntuali, gli eroi e i super poteri, i babbi natale fuori stagione e i preziosi doni di morte.
Sul tavolo due sole scelte: prendi le mie armi, mio nuovo amico, ovvero, che ti piaccia o meno, le userò per te. Sappi che per te e solo per te le ho fatte, pensando a te.
E’ così che il sogno dell’occidente diventa l’incubo nel lato opposto del cielo.
Quindi via alle strette di mano formali e gli abbracci privi di ogni emozione.
Da quell’istante la guerra non è più solo un fatto privato.
Non più roba loro, per capirci.
Adesso, c’era una volta lo Stato senza popoli.
Anzi, c’erano una volta questi ultimi.
Dai, adesso è facile.
Sto parlando di tanti, qui nei pressi.

Gente formata da altra gente, composta da altra gente ancora, che non sono altro che una marea di esistenze confuse tra loro, come tante teste chine sulle chat nell’affollato vagone di un metrò all’ora di punta.
La domanda che segue è altrettanto prevista.
Cosa accade quando uno Stato senza popoli, per esempio non eletto democraticamente, decida di far parte della guerra di uno dei tanti popoli senza Stato?
Niente, assolutamente niente.
Silenzio, capo giù sulle lucine e via alla prossima fermata.
Nulla, dove invece accade tutto laggiù.
Dove i popoli senza Stato si ergono.
Contro gli Stati.
Senza noi



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13.10.16

Storie di donne: il cognome del marito

Storie e Notizie N. 1393

Leggo che in Giappone la Corte ha obbligato un’insegnante a usare il nome da sposata al lavoro in base a una norma risalente al diciannovesimo secolo.
La donna ha fatto causa al suo datore di lavoro, la Nihon University, la quale si è rifiutata di permetterle di usare il suo nome da nubile nelle interazioni professionali con gli alunni e i genitori.
I giornali non hanno riportato il suo nome.

A lei invio queste parole.

No, non sono te.

Ma vorrei lo stesso sapere.
Cosa vuol dire vivere con una immancabile maschera al minimo ordinata, al meglio gradevole.
Presunta costola mancante al cavaliere tutto fuorché privo di macchia e talmente impaurito da dover indossare armature ovunque.
Che sia guerra o pace.
C’è sempre qualcuno che combatte una battaglia che viene da lontano, dove a ferirsi è sempre e solo lei.
Solo quando vince, vive.
E anche quando non perde, può morire.
No, non parlo per te.
Bensì, con te.
Ma vorrei lo stesso capire.
Cosa vuol dire avere ogni mattino, pomeriggio e sera uno specchio da affrontare a mani nude, letteralmente, prima di tuffarsi in un mare che non aspetta altro che travolgerti con un’onda di sguardi mai davvero sospinti dal vento desiderato.
Una sincera curiosità.
Silente pazienza.
E tutto il tempo concesso.
Per capire, davvero, capire.
No, non mi vanto di esser più avanti degli altri.
Sono qui anche per questo.
Ma vorrei lo stesso scoprire.
Cosa vuol dire dover dimostrare ogni santo giorno della tua vita alla parte più fragile del tuo cuore quello che hai sempre saputo.
Che non c’era nulla mostrare che non fosse già sotto gli occhi che contano.
I tuoi e quelli di coloro che hanno avuto il buon senso di attendere.
No, non sto dando alcunché per scontato.
Tutto il contrario.
Ma vorrei comunque migliorare.
Il disegno di una storia avventurosa e affascinante di una protagonista che per esser tale, lassù, deve smettere di esserlo davvero.
Perché il racconto di tradizioni e fedi ha le sue regole.
Ecco, è allora che sgrano gli occhi, amica mia.
Quando ti alzi in piedi e fai in brandelli il disegno bugiardo.
No, l’ho detto e lo ripeto.
Non sono te.
Ma vorrei davvero sapere.
Come ti chiami...


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12.10.16

Storie sulla fame nel mondo: nella terra dei rifiuti poche regole

Storie e Notizie N. 1392

Leggo che a metà degli anni 2000 la discarica di Stung Meanchey a Phnom Penh, in Cambogia, ha raggiunto il discutibile primato di essere una delle più famose al mondo.
Il motivo? Semplice, ovvero, terribile.
Sia di giorno che di notte, migliaia di raccoglitori di immondizia lavoravano sulla purulenta montagna di spazzatura. Vi hanno vissuto in case composte da spazzatura. Si sono nutriti, di spazzatura. Nella spazzatura molti sono addirittura nati e altrettanti sono morti.
Malgrado nel 2009 il governo abbia tentato di chiudere la discarica, alcuni abitanti hanno semplicemente traslocato, mentre la maggior parte vive ancora lì…


Nella terra dei rifiuti.

Poche regole.
La prima: non si butta niente.
Perché l’hanno già fatto gli altri, tanto per cominciare.
E allora buttare via diventa espressione priva di senso, se presa alla lettera.
Qui è la vita intera che va rigorosamente interpretata e le varie accezioni divengono al contempo intercambiabili.
Cosicché, buttare via si trasforma, a seconda dell’opportunità, in prestare o addirittura regalare, ridare e riprendere, prestar di nuovo e regalare ancora, con tutte le possibilità del caso.
Trattasi comunque di eventualità benedette.
Difficile il contrario, allorché il dono sia ancora in sé, capace di resistere al tocco.
Da cui, la seconda: occorre delicatezza.
Già, occorre delicatezza, tra noi.
E non perché le cose siano particolarmente fragili, il che avrebbe ragion d’essere, essendo un tratto probabile della roba da buttar via.
Non siamo neppure noi, a esserlo, malgrado si supponga il contrario, perché per sopravvivere tra affilati cocci e pestilenziali aromi l’armatura di Iron Man sarebbe come nudo burro alla mercé del deserto del Sahara.
No, il motivo è solo uno.
Perché la delicatezza che tra noi scivolerà sarà l’unica che avremo mai al mondo.
Di seguito, la terza: occhi aperti, sempre.
Aperti sempre.
Sempre in cerca di tesori.
Come voi, del resto.
O almeno è questo ciò che immaginiamo sollevando il capo verso la volta celeste, smisuratamente favorita dalla sorte.
Gli dei e i loro figli, chissà quanto saranno bravi a scovar preziosi tra i nascondigli più segreti della terra.
Creature dalla vista miracolosa, con mani gigantesche e tasche non meno capienti.
E’ normale che a noi altri restino le briciole, nessun rancore, probabilmente faremmo lo stesso.
Tuttavia, di umani si narra, comunque.
E gli umani perfetti non sono.
Questa è la nostra disgrazia, ma anche l’unico frammento di buona sorte plausibile.
Rappresentata dall’ultima regola: non perdere la speranza.
Mai, non sia mai.
Si da il caso che ogni tanto anche gli dei si perdano in veniali refusi.
E ciò che è marginale per voi, per noi altri brilla di luce infinita.
Allora festa grande sia e tutti a buttar via.
Leggi pure come tutto a tutti.
Perché nella terra dei rifiuti ci sono poche regole.
La prima è non si butta niente.
Dove il vostro niente è il nostro tutto.



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7.10.16

Storie di guerra: Rinascere dalle distruzioni

Storie e Notizie N. 1391

Leggo che, grazie all’impegno dell’Associazione “Incontro di civiltà” e con il fondamentale sostegno della Fondazione Terzo Pilastro - Italia e Mediterraneo, “Rinascere dalle distruzioni”, varie opere danneggiate in Iraq e in Siria sono state fedelmente ricreate utilizzando la tecnologia moderna e messe in mostra al Colosseo, a Roma.

E poi dicono che le cose vanno sempre peggio.

I soliti pessimisti.
Si stava meglio prima, il futuro è grigio e altre depressioni all’orizzonte.
Per fortuna che in occidente si guarda avanti, conservando un premuroso ricordo di quel che indietro è rimasto.
Che indietro si è frantumato.
Indietro per sempre.
Ebbene, che era rimasto e che si era frantumato, possiamo dire ora.
Incontro di civiltà, che bella frase, me la scrivo ovunque.
In testa, è chiaro, nella cartella indispensabile di una memoria ferita e nelle poche pagine rimaste utilizzabili di un’anima sbrindellata da un destino che oserei definire sadico.
Osavo, devo dire ora.
Rinascere dalle distruzioni? Ma questa è ancora più bella di quella di prima.
Mi ci faccio un tatuaggio sulla pelle, guarda, uno di quelli che vanno di moda dalle vostre parti, che sognavo un giorno di sfoggiare pure io.
Che sogno, credo mi tocchi dire ora.
Con calma, lo so, non bisogna aver fretta con i miracoli.
Sono come le belle storie e l’amore vero.
Non si cercano, sono loro a trovare te.
Ho presente come scivola via il mondo della buona sorte. Molte cose deprecabili hanno precedenza sulla vita. Ma se si tratta di qualcosa di sublime come l’arte posso aver pazienza.
Prima le statue e le torri, i busti e gli archi, le anfore e i capitelli, non c’è problema.
E poi toccherà a noi, tornare alla luce dalle macerie, giusto?
Con i vostri magici portenti a infinite dimensioni so che farete quel che è tale.
Giusto.
Mi commuovo solo al pensiero di rivedere la stanza in cui ho iniziato a giocare.
E la strada che mi portava a scuola.
La classe e la lavagna.
La piazza bella e quella solo vecchia.
La casa di mia nonna.
E quella di quel tipo di cui non ricordo il nome, ma era amico di mio padre.
Poi mi ridarete anche quest’ultimo, no?
Voglio pensare di sì, che nella vostra città, dove le bombe e le guerre sono finte come un video al telegiornale, dopo aver restituito amore e dignità alle opere eccelse degli umani d’oriente, farete lo stesso con i loro figli, che forse eccelsi non sono stati.
Ma magari un giorno lo saranno, devo dire ora.


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6.10.16

Uragano Matthew: sotto lo stesso nome

Storie e Notizie N. 1390

L’uragano Matthew è un importante ciclone tropicale che attraversa in questi giorni l'Oceano Atlantico, di recente catalogato come il primo di categoria 5 sin dall'uragano Felix del 2007.
Ha già colpito Haiti, Giamaica, Cuba e Repubblica Dominicana, ed è attualmente diretto verso le isole Bahamas.
Si prevede che raggiungerà in breve anche la zona orientale degli Stati Uniti, in particolare Florida, Georgia, Carolina del Sud, e North Carolina.
Di paesi e popoli.
Diversi…


Sotto lo stesso nome.
Sotto lo stesso nome nasce, vive e se ne va, dissolvendosi all’orizzonte, un’infinità di cose.
Perfino chi non aveva aspirato a tanto.
Ma si è visto mai un uragano chiamato come un umano qualunque? Tra noi uragani, intendo.
Il signor Matthew.
Mi piace, suona bene.
Mi fa sentire importante, come se non fossi soltanto aria, acqua e tutto quel che suscito nel prossimo, come molti tra voi.
Nel mio caso, tutto avrei voluto, fuorché crear timore, angosce, apprensione e, ancor meno, vita che fugge al solo mio pensiero.
Non è colpa mia, dico sempre, eventualmente del tempo, non ci sono più le mezze stagioni, eccetera, ma ormai tali giustificazioni suonano al meglio puerili.
A ogni modo, ciò che mi rende orgoglioso è il lato sottovalutato del ciclone, come lo chiamiamo noi altri.
Sì, perché laddove sotto lo stesso nome vi sia il medesimo, terribile mostro rompi case e frangi vetri e sebbene sconquassi differenti e lontane esistenze, ciò che provoca il mio passaggio andrebbe fermato, come una foto da ricordare.
Sotto lo stesso nome, anch’essa.
Dove la famiglia si chiama famiglia in tutte le lingue…


Uragano Matthew ad Haiti

E dove amicizia è ovunque amicizia…

Uragano Matthew in Giamaica
Dove il coraggio significa sempre e solo coraggio…

Uragano Matthew a Cuba
E dove la solidarietà è parola comune…

Uragano Matthew nella Repubblica Dominicana
Dove la speranza ha valore condiviso…

Isole Bahamas
E dove lo smarrimento è contagioso…

Florida, USA
Ecco, scusate, ma ora devo andare, perché il mio viaggio non è ancora terminato.
Mi aspetta ancora un altro mondo.

Nel quale, malgrado il più delle volte si senta più mondo degli altri, la famiglia e l’amicizia, il coraggio e la solidarietà, la speranza e lo smarrimento.
Sotto lo stesso nome, sono uguali…

Florida, USA


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