30.9.13

Trova 105mila euro li restituisce: non sai cosa ti perdi

Storie e Notizie N. 980

Monza, un uomo di 49 anni trova per strada una borsa, ovvero una valigetta. Dentro ci sono 105
mila euro in contanti. E cosa fa il nostro? Entra in contatto con il proprietario, un tedesco di 72 anni e presso il commissariato gli restituisce il tutto.
Racconto la notizia ad un mio amico.
Uno come tanti…

“Mario, hai saputo di quel tale che ha trovato 105mila euro e li ha restituiti al proprietario?”
“Quanto hai detto?”
“105mila euro.”
“Dove l’hai sentita questa?”
“C’era su tutti i giornali.”
“Quanti euro?”
“105mila.”
“Ma dai…”
“Sul serio.”
“Non ci credo.”
“Come non ci credi? Lo dicevano tanti giornali.”
“Sì, lo so, ma sarà una bufala.”
“Non penso, sembra vero. Perché non ci credi?”
“105mila euro? Di questi tempi? Su, non è possibile.”
“Perché no? Un italiano non può trovare 105mila euro e restituirli a un tedesco?”
“Che cosa?”
“Dicevo, un italiano…”
“No, alla fine. Hai detto un tedesco?”
“Sì.”
“E secondo te può succedere che un italiano trovi più di centomila euro e che li restituisca a un tedesco? Avrei capito il contrario…”
“Questo è un luogo comune, si da il caso invece che sia andata così.”
“Bufala.”
“Ma perché? Ha aperto la valigetta, ha visto di chi era e ha cercato di restituirgliela perché è una persona perbene.”
“Non è credibile. Se una persona normale, perbene o meno, con la crisi che c’è oggi nel nostro paese, trova una somma così e scopre pure che sono soldi di uno straniero, secondo te cosa fa?”
“Non lo so cosa fa.”
“Te lo dico io: se la tiene. Fa finta di niente e se la porta a casa. Aspetta un po’ di giorni, magari qualche mese e poi inizia a spendere.”
“Ma come fai ad esserne così sicuro?”
“Perché vivo qui, so come sono gli italiani. Guarda al governo che sta succedendo. Hai parlato di giornali, ma li leggi? Qui è tutto…”
“Un magna magna, ho capito. Però si da il caso che qui sia andata diversamente.”
“Sarà. Guarda, magari il tipo ha avuto solo paura.”
“Cioè, pur di non ammettere che sia stato solo onesto, sostieni che l’abbia fatto perché non è abbastanza coraggioso per rubare?”
“Già.”
“Sai che ti dico?”
“Cosa?”
“Non sai cosa ti perdi...”
 



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27.9.13

Clima riscaldamento globale cause sondaggio in una storia

Storie e Notizie N. 979

Secondo gli esperti dell'Ipcc, Intergovernmental Panel for Climate Change, la responsabilità del
riscaldamento climatico è dell’uomo, sin dal 1950.
Nel rapporto redatto e presentato a Stoccolma, gli scienziati dell’Onu avvertono che, se non interveniamo significativamente, entro il 2100 la temperatura media del nostro pianeta aumenterà di ben 4,8 gradi centigradi e che il livello del mare si innalzerà di un valore tra i 26 e gli 82 centimetri.
Qual è la reazione dell’imputato a tale documentata accusa?
Come reagisce il cittadino medio?
Ecco una sorta di sondaggio immaginario su un campione altrettanto ipotetico…

2100? Ah, be’, tanto io non ci sarò, fa il primo.
Riscaldamento globale? Sarà la solita bufala, dice il secondo.
E che sarà mai? L’acqua fredda non la sopporto e risparmieremo sulla caldaia, dichiara il terzo.
A me non interessa, vivo in montagna, afferma il quarto.
Colpa mia? Questi sono i soliti scienziati comunisti e giustizialisti, contro accusa il quinto.
Ho capito, ma io che ci posso fare? Con tutti i problemi che ho, si giustifica il sesto.
Che muoiano tutti abbrustoliti, meglio così, bofonchia il settimo.
Scusi, vado di fretta, si defila l’ottavo.
Andate via, non compro niente, sbraita il nono.
Chi siete? Testimoni di Geova? Domanda il decimo.
Dove devo firmare? Si limita a chiedere l’undicesimo.
L’ho fatta la differenziata, che altro volete? Protesta il dodicesimo.
E’ colpa dei gay, con tutto quello che rilasciano nell’atmosfera quando cucinano, è sicuro Guido Barilla.
Anche degli immigrati che affollano il mare con i loro barconi, aggiunge Calderoli.
Io non sono stato, quel giorno ero da mia suocera, si difende il quindicesimo.
Confesso tutto, davvero. Quando la mandate in onda? Sogna il sedicesimo.
Ah, che scoperta, io l’avevo già capito da tempo, si inorgoglisce il diciassettesimo.
Preghiamo e affidiamoci all’altissimo, confida il diciottesimo.
Non c’è speranza, il nostro destino è segnato, sentenza il diciannovesimo.

Potrei andare avanti fino alla persona che non parlerà.
E non parlerà poiché non ha il fiato per farlo.
Perché sta lavorando alacremente contro il tempo e tutti gli altri per cambiare questa condanna.
Diamogli una mano.
 



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26.9.13

Barilla spot famiglie gay: consiglio per spot tradizionale

Storie e Notizie N. 978

“Sono per la famiglia tradizionale, non realizzerò mai uno spot con i gay”, ha dichiarato Guido Barilla, presidente della nota omonima multinazionale. “Per noi il concetto di famiglia è sacrale”, ha aggiunto, “rimane uno dei valori fondamentali dell'azienda. La salute(?), il concetto di famiglia. Non faremo uno spot gay perché la nostra è una famiglia tradizionale.”
E non contento ha chiosato in siffatta maniera: “La famiglia cui ci rivolgiamo noi è comunque una famiglia classica. Nella quale la donna ha un ruolo fondamentale, è il centro culturale di vita strutturale di questa famiglia.”
Caro Guido, si fa per dire, ma perché fermarsi agli omosessuali?
Eh dai, osiamo, coraggio.
Eccoti un suggerimento per il miglior spot tradizionale:

Interno giorno, sala da pranzo.
In primo piano c’è una tavola apparecchiata.
E’ domenica, giorno sacro e tradizionale per eccellenza.
La donna, il centro culturale della vita strutturale della famiglia classica, dopo essersi fatta letteralmente il lato B per cucinare per marito e figliolanza, appare sulla soglia, per richiamare i suddetti.
“La pasta è pronta”, esclama.
Pasta Barilla, inutile dirlo.
Anzi, no. Stop.
Mandiamo indietro di un fotogramma.
Osiamo, Guido, osiamo.
La donna, il centro di cui sopra, non spreca fiato e suona un campanello.
Pochi secondi e il domestico, rigorosamente esotico, giunge trafelato.
“Avverti il signore e i pargoli che la pasta è pronta”, ordina la signora.
Il famiglio si allontana, mentre la donna ritorna sui suoi passi per portare in tavola la pasta.
Pasta Barilla, ovviamente.
Ops, stop.
Eh, ho detto di osare, Guido, no?
Riprendiamo dall’uscita del domestico.
La signora suona due volte il campanello e dalla cucina emerge la domestica, anch’ella inevitabilmente straniera.
Altrimenti, che spot sacrale e tradizionale della famiglia classica è questo?
“Porta la pasta in tavola”, ordina stentorea la signora.
Pochi istanti e i bambini fanno il loro ingresso nel soggiorno.
Tre biondissimi figli, tutti belli, allegri e straordinariamente educati.
Merito dei tranquillanti, ma questo però non lo diciamo.
E il babbo?
Il signore si fa attendere.
“Dov’è mio marito?” chiede la signora al domestico.
“La badante cinese gli sta facendo un massaggio”, risponde quest’ultimo.
No, perché è tradizione, Guido.
Il signore ha le sue esigenze e, tra l’altro, se la donna fa il centro culturale della vita strutturale della famiglia classica, le corna chi le mette?
Corna, poi, chi ha parlato di tradimento? Ho detto massaggio, lasciamo sottintendere, agli spettatori le insinuazioni.
E’ il vantaggio della classica famiglia tradizionale e sacrale: è tutto perfetto quello che si vede. Il resto sono calunnie e, come dice il detto, se il tappeto è grande hai voglia a metterci polvere sotto.
E il nostro tappeto tradizionale è immenso, vero?
Alla fine arriva pure il signore, con un’espressione rilassata e un sorriso da smargiasso disegnato sulle labbra.
Sono i privilegi di chi non è il centro culturale della vita strutturale della famiglia tradizionale barra sacrale.
“Servi la pasta”, ordina la signora alla domestica.
Pasta Barilla, è chiaro.
E buon appetito.
“Quando anche la loro dispensa sarà vuota e gli rimarrà solo la classica famiglia sacrale e tradizionale avranno un’unica chance per sopravvivere”, mormora il domestico alla domestica.
“Mangiarsi tra di loro”, risponde quest’ultima.
Guido, come lo vedi questo finale pulp?
E non ci ho messo i gay, contento?

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25.9.13

Padre Cecile Kyenge spiriti maligni Calderoli video: spiriti protestano

Storie e Notizie N. 977

Il video del papà del ministro Kyenge, che nelle vesti di capo tribù compie in Congo un rito per
sostenere la figlia, spesso e volentieri vittima di gratuiti attacchi nel nostro paese, e per liberare Calderoli dagli spiriti maligni pare destinato a diventare virale.
Indi per cui, per mera obiettività, mi accingo a dare voce ad una delle parti in causa, ovvero gli spiriti maligni, a loro dire invocati ingiustamente…

Noi spiriti maligni non ci stiamo.
No, stavolta no.
E’ vero, spesso siamo lieti di venire additati quali responsabili delle vostre malefatte.
Quando la colpevolezza è indubbia e anche laddove non lo sia.
Perché, come si dice, basta che se ne parli, a noi va bene.
E' tutta pubblicità.
Tuttavia, c’è un’eccezione che conferma la regola e, credeteci sulla parola, questo è il caso.
Capiamo le buone intenzioni del babbo, ma la verità questa volta va detta.
Veniamo ai fatti.
Noi spiriti malefici l’avevamo notato quel Calderoli, è vero, non lo neghiamo.
Eh, dal momento che ha aperto bocca e gli ha dato fiato abbiamo capito subito che avrebbe potuto essere un ospite preferenziale.
Anzi, tutta la Lega Nord in blocco, ad esser sinceri.
Il problema è emerso dopo.
Ovvero, c’è del marcio in Padania.
O del vuoto, ma questa si capisce tra poco.
Come è prassi, noi spiriti aleggiamo sulla vittima predestinata, facciamo qualche apparizione notturna, che so, il classico rumore sotto il letto, le unghie sul comò, il vento gelido in camera.
Le solite cose, insomma.
E già lì ci siamo inquietati, ecco.
Andateci voi, di notte, a casa di Calderoli, mentre dorme col pigiama verde e poi vediamo.
Ciò nonostante, siamo spiriti maligni, mica mammolette e non ci siamo arresi.
Al momento propizio, mentre il nostro sonnecchiava con la bocca aperta, siamo entrati.
E cosa abbiamo trovato?
Niente, nulla.
Lo giuriamo, è vuoto, non c’è niente.
Per sicurezza abbiamo controllato pure Borghezio e pure lì zero.
Vuoto cosmico, senza scherzi.
Così ce ne siamo andati, scusate, che avremmo dovuto fare?
Noi siamo spiriti, abbiamo bisogno di qualcosa in cui insediarci, anche il più esile brandello di cervice in cui alloggiare ci deve pur essere, cappero.
Adesso Calderoli non se l’abbia a male.
Noi spiriti maligni non siamo razzisti.
E’ che il tipo e tutti quelli come lui non hanno alcun bisogno di noi.
Fanno tutto da soli.
 



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24.9.13

Bambino cinese risveglia mamma dal coma con un bacio: la storia

Storie e Notizie N. 976

Aggiornamento: questo racconto è contenuto nel libro Roba da bambini, (Tempesta Editore - 2014)

Gao Qianbo ha 2 anni.
E’ nato con la madre in coma a causa di un incidente e da allora l’ha nutrita, masticando il cibo per lei.
Invertendo amorevolmente i ruoli come solo un figlio potrebbe fare.
E un giorno come tanti la mamma ha sollevato le palpebre e ha sorriso…

Svegliati.
Svegliati, mamma.
Basta dormire.
E’ ora di tornare.
Siamo partiti, già da un po’.
Ma io ti ho aspettato, come tu avresti fatto con me.
Saresti corsa avanti e avresti atteso poco prima dell’arrivo.
Voltandoti e incoraggiandomi.
E se primo, secondo o financo ultimo, ecco la vittoria.
La nostra vittoria.
Comunque.

Svegliati.
Coraggio, mamma.
Apri gli occhi e non preoccuparti più del passato.
Di quel che non è stato e mai più sarà.
Ho riso e pianto anche per te.
Credimi, ho preso nota di tutto.
Panorami e attimi degni di nota.
Esulta e gioisci perché il giorno in cui ti racconterò tutto è vicino.
E allora, quando penserai al buio di questi due anni, lo renderai insignificante come un battito di ciglia al mattino.
Ma non un mattino qualunque.
Hai presente l’inizio di quei giorni che già sono stati meravigliosi solo al pensiero, la sera prima, immaginando la felicità che ti aspetta all’orizzonte?
Il compleanno, la fine del medesimo anno o l’inizio del prossimo?

Svegliati, madre mia.
Perché quel giorno è oggi.
Così lo rammenteremo per sempre.
Il giorno chiamato oggi.
E quando un giorno è l’oggi tra i tanti, tutti, quanto può contare un battito di ciglia?
Se poi quel benedetto dì potesse compiere il miracolo di ripetersi ancora e ancora, non credi che saremmo comunque anime fortunate nel buio vero del mondo?
Il vero buio che non invidia la luce poiché non sa neppure di che colore sia.
Ecco perché possiamo solo celebrare un atto naturale che per noi mai sarà tale.
Occhi aperti gli uni negli altri.
La tua voce in me.
Le mie mani sulle tue spalle.
Un unico sorriso.

Svegliati.
Svegliati, mamma.
E vieni al mondo.
Di nuovo.

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23.9.13

Schettino processo: accusa timoniere delfino omosessuale

Storie e Notizie N. 975

Subito dopo aver letto del quiz/compito proposto agli studenti del liceo classico Mariotti di Perugia dal prof di religione, dove l’omosessualità e le esperienze prematrimoniali vengono paragonate allo spaccio della droga e al terrorismo - in un elenco definito delle principali colpe(?) di cui ci si può macchiare – mi ritrovo davanti il comandante Schettino, che al processo che lo riguarda accusa il timoniere del noto incidente della sfortunata nave da crociera Costa Concordia.
E’ il gioco degli innocenti colpevoli e dei colpevoli innocenti…

Pronti, si parte.
Via.
Il comandante si dichiarò innocente.
Già, stupore, comprendo.
Così è stato.
Ma non solo.
Il comandante accusò il timoniere, reo a suo dire di aver girato il timone a destra invece che a manca.
E il timoniere? Non crederete forse che sia restato con la colpa in mano.
O in un’altra parte del corpo, molto meno nobile.
Il nostro si levò in piedi e accusò il nostromo, in quanto al momento della rotazione del timone lo distrasse richiamando la sua attenzione su un gabbiano che sul ponte copulava indisturbato con un delfino.
Ditemi voi, si è giustificato il timoniere, se questa è cosa comune.
Ciò nonostante, anche il nostromo ha respinto le accuse al mittente.
Anzi, al timone.
Si è difeso scaricando tutto sul cuoco di bordo, il quale quel giorno aveva letteralmente abusato del nuovo profumo.
Un avvolgente aroma comprato in una bancarella di Honolulu che aveva come contro effetto un’azione ultra afrodisiaca verso una quanto mai casuale specie animale.
I delfini, banalmente.
Il cuoco non ha perso tempo e ha gettato discredito sul mozzo di bordo per aver lasciato aperto l’oblò della cambusa.
Secondo la sua ricostruzione, il gabbiano era entrato di soppiatto e si era ciucciato il flacone con il famigerato profumo.
Il mozzo ha chiesto come mai il cuoco si portasse quest’ultimo in cucina e l’interessato ha spiegato che temeva che gli venisse trafugato dal macchinista.
Il cuoco ha aggiunto che costui gliel’aveva chiesto invano in prestito e che irritato aveva giurato vendetta.
Inutile dire che il mozzo indicò proprio il macchinista quale unico responsabile di tutto.
Il macchinista giurò di dire la verità, nient’altro che la verità.
Riconobbe di aver reagito male al rifiuto del cuoco di prestargli il profumo, tuttavia si giustificò citando un fatto che lo aveva ferito alquanto.
Subito prima di salpare, durante il preliminare sopralluogo della stiva, era stato pubblicamente offeso e deriso per il suo inevitabile olezzo, lavorando e sudando tra i grassi e i fumi delle macchine.
E da chi?
Dal comandante in persona.
Costui si rivide tornare indietro la palla del peccato.
Nondimeno, la danza avrebbe dovuto andare avanti, pena la fine della musica, il silenzio e quella fastidiosa cosa della giustizia.
Credo si dica così.
Quindi accusò il delfino di aver ceduto alle lusinghe del gabbiano.
L’animale non era presente in aula, visto che il processo era celebrato sulla terraferma.
Quando poi emerse che il delfino era omosessuale, individuare il migliore colpevole fu un gioco da ragazzi.
Di colpevoli innocenti.
E di innocenti colpevoli.

 



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20.9.13

Nuove specie scoperte lucertole senza zampe: regno delle mancanze

Storie e Notizie N. 974

E’ notizia recente quella della scoperta di ben quattro nuove specie di lucertole. Il nome della new entry nel dizionario animale è A. Stebbinsi e vive tra le dune ad ovest dell’Aeroporto di Los Angeles. Tuttavia, il clamore nel mondo scientifico deriva dal fatto che queste lucertole sono prive di zampe.
Una delle interessate prova altrettanto stupore a riguardo e ci offre il seguente monologo…

Il regno delle sopravvalutate mancanze

Sì, capisco.
Capisco, sì.
E’ tipico ed è frequente sottolineare il di meno, con lo sguardo e il pensiero.
Più che mai rappresentandolo.
Allora, io sono una lucertola senza zampe.
Potrei essere un serpente, no?
Piccolo, me ne rendo conto.
Privo di veleno, d’accordo, un’altra mancanza.
Nondimeno, degno della considerazione del caso.
Perché si sa, pitoni e vipere, per non parlar del cobra, li temete.
Ma le lucertole, ah, le lucertole…
Sai, dice il tipo, da piccolo le tormentavo tagliandogli la coda.
Che birbante, fa l’altro bonariamente, e subito ad altro argomento.
Sì, capisco.
Capisco, sì.
E’ cosa comune ed è per questo accettabile additare i vuoti, ovvero i moncherini della normalità.
Ma, allora, perché non stare al gioco?
In questo modo il topo diviene un pipistrello senza ali.
E il ragno un granchio che non sa nuotare.
Il gatto è una tigre che non è mai cresciuta.
E il coniglio è un canguro nano.
La formica un mille piedi con meno zampe, molte di meno.
E lo squalo un pesce spada senza spada.
La gallina un gallo senza cresta.
E la leonessa un leone senza criniera.
Così via togliendo, con lo sguardo ossessivamente incollato a quell’assenza.
Sì, capisco.
Capisco, sì.
E’ un’abitudine ed è diffusa ovunque come un’epidemia virale.
Ma, allora, perché non cambiare gioco?
Non banalmente, d’accordo, barattando una fissazione con un’altra.
Per una volta, qui, ora, anche solo per il tempo di una breve storia, io non sono una lucertola senza gambe e neppure un serpente, entrambe mere ipotesi di verità.
Io sono una lucciola che ha donato la propria luce ad un bassotto accecato di ottusa gelosia perché innamorato di una barboncina che ha visto sulla pagina facebook della signora con cui vive, ignorando che le immagini in rete sono solo insiemi di sfocati bit.
Ecco il senza che ha valore per me. Sono una lucciola senza luce, l’unica e sola luce che avrei mai potuto avere dentro, in cambio del sorriso di una folle bestiola.
Ma per vedermi per come sono ce ne vuole altrettanta, di luce.
Quella della fantasia.
Sì, capisco.
Capisco, sì.
La fantasia è ciò che manca al regno delle sopravvalutate mancanze.

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19.9.13

Storie di razzismo: seppelliamo tutto

Storie e Notizie N. 973

Un altro caso Trayvon Martin negli USA, hanno titolato molti giornali.
Il problema è l’aggettivo altro.
Ovvero ennesimo.
Ma non ultimo.
Jonathan Ferrell aveva 24 anni ed è stato ucciso da un poliziotto che ha sparato ben 12 colpi.
Il peccato di Jonathan? L’aver pensato di poter chiedere aiuto dopo aver avuto un incidente con l’auto.
Ah, dimenticavo un particolare.
Che sbadato.
Jonathan era afroamericano.
Da noi, basterebbe dire di colore.
In un messaggio video, sua madre ha dichiarato: “Non voglio seppellire mio figlio. E’ mio figlio che dovrebbe seppellire me…”
Tuttavia, così è andata.
Così va.
Ma allora, se proprio questa tomba deve avere un senso, allarghiamola e riempiamola come merita, una volta per tutte.
Seppelliamo un ragazzo con infinite vite davanti, visto che altrettante possibilità lo attendevano all’orizzonte.
Ma con lui, sotterriamo l’idiozia dei giornali, della tv, anche del cinema, pure quest’ultimo, e dei libri, anch’essi, che si ostinano a dipingere il nero con la più mendace delle didascalie.
Cattivo, pericoloso, disonesto, nemico, da temere e da respingere.
Pena la vita e la serenità di quest’ultima.
Seppelliamo con Jonathan la paura, quella pestilente e ottusa miscela cancerogena che ha invaso la pancia e il cuore di tanti, troppi, incapaci di vedere qualcosa oltre la pelle.
Ma stavolta sul serio, estirpiamo quel tumore, ne vale la pena, stavolta sì.
Perché c’è un universo da scoprire oltre la carnagione.
E non è tutto bello, non vi racconterò balle.
Nondimeno, mi espongo e sono pronto a mettere in gioco la mia esistenza nel promettervi che non è meno umano di noi, quel che non riusciamo a vedere.
Seppelliamo lo straniero e tutte le ingannevoli parole che imprigionano le ali della nostra immaginazione.
Non è fantasia, quella che lavora sul palcoscenico della nostra mente dando sempre la solita scontata quanto posticcia versione della realtà. E’ invece un imbroglione, un patetico imbroglione che prepara dall’inizio del tempo il medesimo piatto.
Il bene da una parte e il male dall’altra, ben divisi da un vuoto infantile e retorico.
Seppelliamo accanto al giovane che non vedrà più il domani il fanatismo che abbiamo nel DNA per i soli due colori che la nostra castrata visione ci permette.
Il bianco da una parte e il nero d’altra, ben divisi da un pieno subdolo e sadico.
Qualcuno ci sta guadagnando da questa farsa, alle spalle dei molti.
Qualcuno si nutre di questa stolta illusione e cammina tronfio tra i tanti.
Nel frattempo ci stiamo perdendo il meraviglioso spettacolo di quel che non è stato.
E mai più sarà.
Come un giovane di 24 anni che diventa uomo, compagno, padre e quant’altro.
Seppelliamo tutto, coraggio.
Tutto quel che ci rende potenziali assassini, esattamente come l’agente che ha sparato 12 colpi.
Solo così la disumana morte riuscirà ad avere un senso.
E la vita del mondo potrà essere davvero il suo contrario.
Umana.

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18.9.13

Storie di bambini: le prove di Sarin

Storie e Notizie N. 972

A contraddire il rapporto Onu sulle armi chimiche in Siria, ovvero che siano state le forze di Assad a farne uso tramite il lancio di razzi, ecco che oggi la Russia fa sapere che secondo la relazione del leader siriano il gas nervino è stato utilizzato dai ribelli.
Ma allora, chi ha davvero lanciato il gas Sarin contro i civili, tra i quali anche bambini, il 21 agosto del 2012?
L’esercito di Assad o i suoi oppositori?
Entrambi?

La rivelazione di Sarin

Ho le prove.
Sì, avete letto e udito alla perfezione.
Io ho le prove.
Ma andiamo per ordine.
Mi chiamo Sarin e sono un gas nervino.
Per la cronaca provengo dalla famiglia degli Organofosfati, tuttavia, mi rendo conto che codesto sia un particolare alquanto irrilevante, per voi.
L’informazione primaria sul sottoscritto, forse l’unica che vi interessa, è che sono una cosiddetta arma di distruzione di massa.
Già, sono letale.
Non è un fatto personale, credetemi.
La realtà è che laddove mi si definisca un’arma si dimentica di aggiungere che lo divengo per volontà altrui.
Maledetto invisibile altrui che non risponde e forse mai risponderà davvero per i propri crimini.
Ad ogni modo, a soddisfare la diffusa quanto morbosa curiosità per la natura, come dire, orrifica della mia personalità, eccovi la mia rivelazione.
Eccovi le prove.
Una volta entrato in scena, aggredisco il sistema nervoso, provocando difficoltà nella respirazione e contrazione delle pupille. Segue una repentina perdita del controllo sulle funzioni del corpo, con vomito e involontaria dispersione di feci e urina. Di solito il tremendo spettacolo si conclude con il coma e la morte per soffocamento, intramezzati da terribili spasmi convulsivi.
Nella fortunata eventualità di sopravvivenza, la vittima contaminata potrà conservare irreparabili danni neurologici.
Io regalo morte, signori miei.
Questa è la rivelazione.
Con stile glaciale e inerte equità, stermino con la suddetta sadica violenza chiunque incontri sulla mia strada.
E, soprattutto, chiunque sia quell’altrui di cui sopra.
In altre parole, la mano che mi rende un’arma.
Un’arma di distruzione di massa.
Queste sono le prove, le vere prove che contano per quella stessa sacrificabile massa che le ha assaggiate con la propria vita.
O credete forse che per quei bambini faccia veramente la differenza chi o come mi ha lanciato su di loro?

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17.9.13

Sogni significato d'oro: la ricetta

Eccovi la storia, senza notizia, del martedì, anche questa riportata alla luce rovistando nel mio personale cimitero dei manoscritti incompiuti:

La ricetta

Non di solo cibo vive l'umanità, disse un giorno un tale, deciso a far la dieta ma senza celerità.
Spaghetti al pomodoro sono una bontà, non lo metteva in dubbio, e ne mangiava a sazietà.
Di dolci poi a bizzeffe, tra un cannolo e un babà, pur senza esagerare, lui gustava in quantità.
Ma il suo piatto preferito durava un'eternità: erano i sogni, nati già grandi per vivere senza età.

Fin da piccolo iniziò a prepararne tanti, nella cucina della sua fantasia, piena di fate, gnomi e giganti.
Non v'era pericolo di ingrassare come elefanti, i sogni son leggeri, lo sanno tutti quanti.
Quando uscivano dal forno, morbidi o croccanti, si levavano fino in cielo, a fare invidia ai santi.
Ma se riusciva a conservarne anche solo uno lo avrebbe nutrito per sempre, da quell'istante in avanti.

Col tempo il nostro cuoco si fece un giovanotto, con tanto di barbetta, valigia e un cappotto.
Lavoro, serietà e precisione, dalle otto alle otto, rubarono il tempo alla cucina, ormai col forno rotto.
Non più sogni da preparare, vi era solo un motto: il tempo è denaro, tutto il resto è da buttar di sotto.
Eppure anche il grigio ufficio divenne galeotto: una splendida ragazza gli fece fare il botto.

Un botto fortunato, senza sangue e né dolore, di quelli che esplodono dentro, che fanno bene al cuore.
Lavoro, serietà e precisione, in tutte le sue ore, furono dimenticati, per lasciar spazio a un grande ardore.
Via quella barbetta, al diavolo la ventiquattrore, arrivò la primavera, del cappotto nemmeno l'odore.
Così, all'improvviso, senza l'aiuto del dottore, la cucina era guarita, merito dell'amore.

Fiori, cioccolatini e belle parole furono regali apprezzati, ma con i sogni non sbagliò mai e i sentimenti non furono mai ingannati.
Le raccontò di una splendida festa, con l'orchestra e gli invitati, di un viaggio meraviglioso, di cui non si sarebbero mai scordati.
Le descrisse una casa come una reggia senza soldati, una vita da vivere all'istante, come due perfetti innamorati.
Una casa in cui i sogni non sarebbero mai mancati, grazie alla preziosa cucina e all'amore, senza il quale non si sarebbero nemmeno incontrati.

Se adesso son di più, e il magico forno è sempre in funzione, è perché quel tale è stato pratico, poiché ha sconfitto l'illusione.
Come sa ogni esperto chef, che conosce la sua professione, ci vuole la ricetta, per i sogni come per il minestrone.
In tanti lo derisero, quando prese la decisione, di certo non aveva nulla a che fare, con lavoro, serietà e precisione.
Eppure il tempo dà sempre ragione a chi non si arrende e persegue i propri ideali pur in mezzo alla confusione.

Sogni.
S come serenità, il primo ingrediente e il più prezioso, poiché essa è più importante della felicità.
O come ostinazione, se credi che i tuoi desideri possano vivere, meritano sostegno finché hai forza a disposizione.
G come gentilezza, poiché non vanno imposti agli altri ma offerti con dolcezza.
N come naturalezza, poiché per sapere quale strada ti porterà a realizzarli ti basta leggere dentro di te e sfiorare il tuo cuore con una carezza.
I, infine, come invenzione, senza la quale non avrebbe senso la tua presenza qui, su questo pianeta o in ogni altra dimensione.
 



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16.9.13

Storie sull'ambiente: L'ultimo reattore in Giappone

Storie e Notizie N. 971

Oggi, 33 minuti dopo l’una in Giappone (altrettanti passate le 18 qui da noi, ieri), il paese nipponico è di nuovo una nazione Nuclear-free, ovvero a nucleare zero.
In pratica, l’ultimo reattore atomico attivo è stato spento.
Quella che segue è la cronaca del febbrile conto alla rovescia che ha risposto al più cruciale dei dilemmi degli ultimi anni.
Si può sopravvivere senza energia nucleare?

Fratelli e sorelle del Sol Levante,
tra poco daremo il via al countdown che ci aprirà le porte dell’ignoto.
Ovvero, l’ancestrale fonte di ogni nostra paura.
Dal meno preoccupante dei timori alle angosce più tremende.
Siamo qui, davanti a quel pulsante rosso, con il polpastrello tremante sospeso in attesa di mettere fine a un sogno.
O un incubo.
Come sempre, dipende tutto da che punto di vista si guardi il futuro.
E, soprattutto, da quale angolazione quest’ultimo osserva noi altri.
Ecco, ci siamo.
Dieci secondi e sapremo.
Dieci battiti del nostro ansioso cuore e vedremo.
Dieci, in ultima analisi, sospiri al pensiero di quel che troveremo e avremo la risposta alla nostra domanda.
E alla nostra paura.
Tra numeri e dubbi, fondamentali dubbi.
Dieci
Potremo ancora essere veloci e dritti alla metà per primi, inevitabilmente tali?
Nove
Riusciremo lo stesso a rendere efficiente sino alla noia la zona produttiva della nostra esistenza?
Otto
Saremo comunque in grado di bombardare di luce ogni anfratto di questa nostra spigolosa isola?
Sette
Sapremo saziare abbastanza le ciclopiche donatrici di vita e ripugnanti nubi di cui sembra non si possa fare a meno?
Sei
Manterremo intatto quel cinico quanto universale equilibrio tra ricchi sempre più ricchi e poveri altrettanto, ma nel senso opposto?
Cinque
Avremo ancora il diritto di sederci al tavolo di quelli che nel mondo contano tranne che per il mondo stesso?
Quattro
La nostra strada non darà per caso adito alla fanatica verde progenie delle piante nostrane di imporci del tutto la loro utopica visione dell’ambiente?
Tre
Non è che le divinità del terzo millennio, leggi investitori stranieri, si adireranno e si vendicheranno?
Due
La vita sarà ancora quell’incessante Tango tra lacrime e gioia?
Uno
Perlomeno, saremo vivi?
Zero
E un intero popolo si risvegliò dall’incubo.
O sogno.
Dipende, come già detto, da quale punto di vista si guardi il futuro.
E, più che mai, da quale angolazione quest’ultimo osserverà noi.

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13.9.13

Animale più brutto del mondo Blobfish: discorso sui meriti

Storie e Notizie N. 970

Il pesce Blobfish è stato eletto animale più brutto della terra. Con ben 795 voti su più di tremila, il
nostro si è guadagnato il titolo di mascotte ufficiale della Ugly Animal Preservation Society (UAPS), ovvero la Società per la salvaguardia degli animali brutti. L’iniziativa è stata organizzata per attirare l'attenzione pubblica sugli animali in via di estinzione e, ovviamente, quelli più sgraziati.
Ecco, in esclusiva, il discorso con il quale Blobfish ha accettato il premio:

Signore e signori,
gentili votanti tutti,
e soprattutto voi, animali brutti di questo pianeta che mi avete conteso tale riconoscimento.
Questo momento vorrei, in particolare, dividerlo con l’orrenda rana scroto e la deforme scimmia con il naso a proboscide.
Mi hanno dato del filo da torcere e mi rendo conto che, guardandole, è stata una bella lotta.
Anzi, brutta, se mi lasciate passare il banale gioco di parole.
Grazie, questo è quel che dico ora.
Grazie a tutti voi, perché proprio per merito di questo premio ho l’occasione di esser qui, adesso, a tenere questo discorso.
E’ un’occasione speciale e non ho alcuna intenzione di sprecarla.
Ho parlato di merito non a caso.
Già, i meriti.
Vorrei, se mi permettete, elencarvi i meriti di noi brutti di questo mondo.
Meriti di cui la maggior parte di voi beneficiate quotidianamente.
Perfino adesso, in questo preciso istante.
Inizio col più scontato, ma non da quelli come il sottoscritto, credetemi sulla parola.
E’ per merito dei brutti, che i belli sono tali.
Ed è sempre per merito dei più brutti del mondo che anche coloro che così belli non sono devono solo guardarci per sentirsi meglio davanti allo specchio.
E’ per merito dei brutti che in tanti si arricchiscono vendendo miracolosi rimedi e presunte magie per non esserlo più.
Brutti.
Ed è ancora per merito dei più brutti del pianeta che spesso in tanti, troppi, dileggiandoci nascondono sotto il tappeto della propria pelle la polvere dell’anima.
O invisibile bruttezza.
E’ per merito dei brutti che alcuni tra voi vivono come privilegiati convinti che tutto sia merito, chiedo scusa per la ripetizione, di qualsiasi cosa oltre al caso.
Un bel caso, questo è indubbio.
Ed è nuovamente merito dei più brutti tra noi che anche il più triste individuo al mondo riesca a sorridere delle nostre goffe fattezze.
Forse questa è l’unica occasione in cui i miei pari ed io siamo felici di esser quel che siamo.
Irrimediabilmente brutti.
Potrei andare avanti ma mi fermo qui, poiché presumo le mie parole siano state sufficienti per ricordarvi di apprezzare le meraviglie di cui godete, lasciando anche il più esiguo spazio nella vostra memoria alla consapevolezza che non sarebbero tali senza il loro esatto contrario.
Brutto, povera, solo, affamata, assetato, discriminata e così via, a far da contraltare alle fortune dell’umanità.
Beate figlie di sua maestà il fato.

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12.9.13

Storie sulla felicità: vittoria di Behrukh

Storie e Notizie N. 969

La Nazionale di calcio dell’Afghanistan ha vinto il suo primo trofeo internazionale sconfiggendo a Katmandu (Nepal) la squadra dell’India per 2 a 0, in occasione della finale del Campionato della Federazione Sud-Asiatica. Un bambino afgano si trova in patria e osserva felice gli ultimi minuti del match. Tuttavia, prima di lasciarsi trascinare dall’esultanza generale, si ritrova a pensare alla sorella.

Abbiamo vinto.
Finalmente abbiamo vinto.
Sono contento, anche se non urlo di gioia.
Davvero, sono contento, malgrado non lo mostri con la veemenza che questa vittoria richiede.
Ma lo sono, credetemi.
Mi chiamo Azar, ho otto anni e sono quello seduto nel mezzo, con la bandierina in mano.
La sventolo, lo vedete? Pensate forse che lo farei se non fossi orgoglioso della mia squadra?
Del mio paese?
So bene cosa questi due goal significhino per noi.
Per mio padre.
Per la mamma.
E più che mai per Behrukh.
Mia sorella.
Ovvero, amica mia.
Dolce Behrukh.
Prima della partita papà ha detto che avremmo perso di sicuro.
Io non gli ho dato peso, poiché lo conosco.
Fa il pessimista, poiché odia essere deluso.
In fondo lo capisco.
Da quando sono al mondo difficilmente abbiamo festeggiato qualcosa di grande, tutti insieme.
E allora non vuole brutte sorprese, non più.
Arduo non condividere.
Mamma non si sbilancia proprio, invece.
Non è né pessimista e tantomeno ottimista.
L’importante è giocare, dice lei.
E non mi riferisco al celebre motto.
Giocare è qualcosa di più di partecipare.
Di meglio.
Se partecipi e basta, rischi di perderlo, quel meglio.
E quel meglio, forse, è l’unica ragione per farla, la partita.
Ma qual è questo meglio?
Qual è questo ingrediente indispensabile che rende lo stare insieme diverso?
Unico?
Io lo so e l’ho imparato da mia sorella.
Luminosa Behrukh.
Era lei che sapeva giocare a calcio, non io.
Era brava, davvero, anche se i maschi la riprendevano e la allontanavano.
Come quel film, di cui non ricordo il titolo, ma che a lei piaceva tanto.
Ma c’ero io, con lei, e allora giocavamo, e quando aveva il pallone tra i piedi, io mi affannavo, correvo, e cadevo.
Goffamente cadevo.
Perché era Behrukh quella brava a giocare a calcio.
Ma voi volete sapere di questo meglio, giusto?
Era scritto lì, nel sorriso a cui le sue labbra davano vita quando mi porgeva la mano e mi aiutava ad alzarmi da terra, con i calzoni lordi e la fronte aggrottata.
Ci siamo divertiti e lo faremo ancora.
Questo diceva senza parole.
Ci siamo divertiti e lo faremo ancora.
Per il tempo che abbiamo avuto insieme è stato così, amica mia.
Sorella.
Allora grida ed esulta, mia Behrukh, ovunque tu sia tra le pieghe del cielo.
Abbiamo vinto.
Questa è la nostra prima vittoria.
La tua.
Ti prometto che ce ne saranno altre…

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11.9.13

Storie di razzismo: la classe perfetta

Storie e Notizie N. 968

Le notizie dei genitori - italiani doc o purosangue - che desiderano far cambiare scuola ai figli perché in minoranza rispetto agli alunni stranieri – o visibilmente tali - di Prato e soprattutto Landiona, mi ispirano il seguente racconto:

C’era una volta una coppia di genitori nostrani.
Il video
I due avevano un unico figlio e, come quasi sempre capita, su quest’ultimo avevano riposto ogni speranza sul futuro che attende tutti noi.
Nei giorni in cui divenire madre o padre era solo una parola volteggiante nell’orizzonte che verrà, tali auspici erano diventati preziosi allo spasimo, soprattutto per le oscure nubi di sfiducia e paura intrise che non mancavano mai di seguirli lungo il loro rispettivo cammino.
Tipico.
E il primo giorno di scuola arrivò.
Ma con esso, le nubi di cui sopra si annerirono ulteriormente, per quanto ciò fosse possibile, presagendo tempeste crudeli e nubifragi senza alcuna pietà.
La causa di tale funesta immagine fu identica per entrambi.
Il loro piccolo sarebbe stato solo e indifeso in mezzo ad un’intera classe di bambini rom.
Per i nostri fu inaccettabile e così decisero di trasferirlo in un’altra scuola.
Come dire, meno contaminata, ecco.
Noi non siamo razzisti, si dissero. E’ che vogliamo bene a nostro figlio.
Chi potrebbe biasimarci?
Mirabile dictu, l’anno seguente, nel dì che avrebbe dato il via al nuovo viaggio tra banchi e lezioni, il pargolo si ritrovò di nuovo in trincea, solo contro una maggioranza di cinesi.
Così, senza indugio, il papà e la mamma spostarono il bimbo in un’altra scuola.
Come dire, più omogenea, in sintesi.
Il nostro non è razzismo, pensarono. E’ che desideriamo il meglio per il nostro unico figlio.
Quale genitore potrebbe dissentire?
Trascorse esattamente un anno e il primo giorno di scuola fu ancora una volta segnato da un destino irrimediabilmente sadico, poiché il ragazzino finì in un’aula gravida di studenti nord africani, con tutti i rischi del caso.
Vedi islam, terrorismo e droga, tu sai a cosa mi riferisco.
I genitori si guardarono con inaspettata diffidenza, sospettando entrambi nell’altro il germe della mala sorte, tuttavia, non persero tempo nelle loro personali beghe.
Agguantarono con decisione l’adorato cucciolo e lo iscrissero ad altra scuola.
Come dire, meno inquinata, insomma.
Non facciamo discriminazioni sul colore della pelle o altro, giurarono a se stessi. E’ che dobbiamo preoccuparci della qualità dell’istruzione di nostro figlio, mica della sua integrazione con le diverse culture.
Ora, me ne rendo conto, da questo punto in poi la storia assume contorni a dir poco paradossali, per non dire grotteschi, poiché l’incubo si ripeté ancora.
Ancora.
E ancora.
Ogni anno i due rivissero la medesima perfida scena, con il figlio pronto per iniziare una nuova avventura scolastica in compagnia di un’orda aliena.
Un’orda rumena, filippina, marocchina, tutto tranne quel rassicurante romana, milanese, perfino napoletana a cui si erano abituati.
Nondimeno, non si arresero mai e, dopo anni, trovarono finalmente quel che cercavano.
Una classe di uguali e riconoscibili abitanti italici per il loro unico figlio.
Un paradiso in cui vederlo crescere al sicuro.
Per sempre.
Quindi, abbracciarono e salutarono la creatura su cui avevano riposto ogni speranza.
E uscirono dall’ospizio con un sorriso felice sulle labbra.

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10.9.13

Buu razzisti significato: preghiera dal Senegal

Nuova storia (senza notizia) del martedì, pubblicata anni addietro sulla rivista Carta.

Kédougou, dal Senegal, preoccupato per il figlio di nove anni, invia una preghiera al suo, di papà, scomparso da tempo ma sempre presente nei suoi pensieri.

Caro papà,
ieri sera è successa una cosa. Il mio Macky, tuo nipote, come sai gioca da attaccante ed è tornato a
casa prima del solito con il pallone sotto braccio, pieno di collera.
“Cosa è stato?” ho chiesto. Non ha risposto. Gli ho domandato di nuovo cosa fosse accaduto ed è esploso: “Non ne posso più. Tutte le volte che la palla finisce a me i tifosi avversari fanno buu e ululano per farmi innervosire.”
Devi sapere che mio figlio ha un dribbling e una tecnica straordinari.
“Perché lo fanno? Perché non mi lasciano giocare?” si sfogava.
Questo è quel che mi sono sentito di dirgli: “Ti potrei raccontare che lo fanno perché hanno paura di te, perché sei bravo, perché sanno che ti arrabbi e così non giochi più bene. Ti potrei spiegare che sono solo dei tifosi che tengono alla loro squadra. Ma questa sarebbe solo una piccola parte della verità, piccolissima.”
“E qual è quella grande?” mi ha domandato. “Quale è il vero motivo?”
“Il vero motivo è che tu giochi e loro stanno solo a guardare. Tu stai vivendo il tuo sogno e loro stanno solo a guardare. Tu sei riuscito a fuggire dalla tua miseria e loro stanno solo a guardare. Tu vivi la tua vita e loro stanno solo a guardare.”
Dopo qualche istante, mio figlio ha abbassato il capo e ha detto: “Mi dispiace per loro.”
Ed ecco la mia vera preghiera: Macky può diventare un calciatore famoso e ricco. Vorrei che fosse comprato da una squadra europea. Ma ti prego, aiutami a farlo crescere come uomo. Perché se non dovesse farcela a sfondare e si fa abbattere per così poco, come potrà affrontare la reali difficoltà della vita?
 



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9.9.13

Storie di ragazzi da ricordare

Storie e Notizie N. 967

Capita che un sabato sera come tanti un'auto perda il controllo e si schianti.
Ne ho vista una proprio oggi, nella carreggiata opposta, con il muso violentemente ritratto. Il più delle volte quelle lamiere accartocciate mi sembrano delle eloquenti espressioni facciali, che sanno tutte di indicibile paura.
E incontenibile angoscia.
Di chi era a bordo e, spesso, di chi non c’era.
Ma che aspettava.
Aspettava.
E ancora aspetta.
Capita talvolta che l’auto perda il controllo e si schianti proprio davanti ai tuoi occhi.
Nel preciso istante in cui transiti per altra via.
Per altre ragioni e con tutt’altre prospettive.
Di viaggio e di vita.
Ma tu non aspetti e vai.
Vai.
E vai senza voltarti.
Perché non mi riguarda, è giusto.
Ho una famiglia e una fidanzata che mi attendono.
Un marito e dei figli a casa.
O forse un giorno li avrò.
Per quale assurdo motivo dovrei mettere tutto ciò a rischio per un estraneo?
Ecco, capita, anzi, è capitato lo scorso sabato in provincia di Bergamo che due ragazzi, Jacopo e Nicola, non perdano il comune tempo a rispondere a tale (presunto) fondamentale quesito.
Ed è così che i fortunati Giordano e la sua ragazza voltano le spalle al fuoco che già pregustava l’insano pasto.
Sui giornali li chiamano eroi.
Preferisco rammentarli come ragazzi, anzi, adolescenti, promemoria prezioso per tutte le volte in cui (ri)leggerò in futuro le solite retoriche menate sul degrado dei giovani e di come erano migliori in passato.
 



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6.9.13

Storie sull'ambiente: Il vulcano più grande del mondo

Storie e Notizie N. 966

Il vulcano più grande della terra è Tamu, non più il Mauna Loa delle Hawaii.

Fino ad oggi abbiamo celebrato quest’ultimo per i suoi 5.180 chilometri quadrati di superfice, quando nelle profondità dell’Oceano Pacifico, ad est del Giappone vi era un gigante di 310 mila chilometri quadrati.
Come venerare tutta la vita un solitario fuoco d’artificio con il big bang alle spalle.
Ma questo è stato solo l’inizio.
Il più grande tra i vulcani è pronto a mostrarci quel che sfugge ai nostri occhi miopi.
Tamu, il re delle meraviglie.
Segrete…

Già segrete, sino ad ora.
Come la donna più bella del mondo, venuta finalmente alla luce.
La vera luce.
Non quella degli studi televisivi e tantomeno quell’opaco chiarore che illumina le passarelle delle sfilate che contano.
Ad ella è stato sufficiente uscire dall’acqua e mettere piede su una spiaggia come tante del Mediterraneo.
Sì, avete capito bene, anzi.
Avete visto con altrettanta precisione.
La donna più bella del mondo è un’immigrata.
Migrante, extracomunitaria, rifugiata, profuga.
Chiamatela e insultatela quanto volete.
Ma non potrete evitare di ammirarla.
E innamorarvene.

Il bambino più ricco del mondo sarà domani su tutti i giornali.
Non lui, il suo nome, ma non lui.
Non il suo volto.
Saprete che esiste, ma non conoscerete i contorni del suo volto felice.
Ma, soprattutto, ignorerete l’ammontare della sua ricchezza.
Diamanti? Petrolio? Azioni?
Nessuno sarà in grado di raccontarvi le ragioni della sua opulenza.
Saprete che esiste e che è felice.
Saprete che esiste ma non lo troverete mai.
Perché si è alzato in piedi e ha cominciato a camminare laggiù, a sud della vostra generosità. Oltre i confini della vostra solidarietà.
Perché ha smesso di morire per noi.

L’uomo più vecchio del mondo non è morto, semplicemente.
Né l’ultimo e neppure quello prima.
Poiché laddove abbiamo appreso della scomparsa di chiunque tra loro, i nostri hanno fatto solo finta di togliere il disturbo.
Come il vegliardo che lo ha preceduto e il suo successore, il sagace vecchietto ha solo chiuso il sipario.
E come sa bene chi ha calcato le scene almeno una volta, quando le due tende si baciano e si spengono le luci, ciò non vuol dire che la vita si fermi al di là di esse.

E’ la vita delle meraviglie segrete, figlie di re Tamu.
Nascoste alla folla con il naso e gli occhi all’in su verso ciò che fa più rumore.
E che la vera musica abbia inizio.

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5.9.13

Storie di guerra in Siria: Ashur e Lilith

Storie e Notizie N. 965

Secondo le stime delle Nazioni Unite (luglio scorso), la guerra civile siriana ha causato più di centomila morti, forze governative e di opposizione comprese.
Alla vigilia di quel che sembra ormai inevitabile, ovvero l’ennesima missione di pace, guerra preventiva o come volete chiamarla, ancora una volta capeggiata dagli Stati Uniti, due bambini, due cugini, rimasti orfani dei rispettivi genitori e fratelli, si ritrovano in un campo per rifugiati.
Ashur ha otto anni e suo padre è caduto lottando contro Assad.
Lilith ne ha sette e il suo è morto sul lato opposto della barricata.
Capita anche questo, nelle cosiddette guerre civili.

“Cosa disegni?” fa la bambina, osservando le forme che Ashur ricava sulla sabbia con una sorta di
pennello.
“Una mano.”
“Una mano? La mano di chi?”
“La mano di un uomo.”
“Mi piace”, gli concede Lilith. “Sembra vera.”
E’ vera.”
Il vento che li accarezza è caldo e tutt’altro che affettuoso.
Ciò non impedisce loro di avvicinarsi l’uno all’altra.
Nonostante tutto.
“Sei contento?”
“Di cosa?”
“Gli americani, stanno arrivando gli americani.”
“Perché dovrei essere contento?” ribatte Ashur senza smettere di perfezionare il suo disegno.
“Obama manderà via Assad”, risponde la piccola come se il primo fosse una specie di super eroe, “non era quello che desiderava mio zio?”
Mio padre.
Il bambino ci mette un po’ a tradurre nella personale interpretazione la fondamentale parentela, spazzata via in un giorno come tanti, in omaggio al dio dell’odio.
“Papà voleva mandarlo lui via, Assad.”
Le parole attraversano la mente di Ashur ma non osano oltrepassare il confine delle labbra, poiché il cuore ha il benedetto tempismo di avvertire il cervello che la sola battaglia dell’uno ha cancellato la vita del fratello e viceversa.
Figuriamoci la vittoria.
“Stavolta sarà diverso, vero?” chiede Lilith con sguardo implorante.
Ashur per la prima volta alza gli occhi e li posa con prudente delicatezza su quelli della cugina.
L’adorata amica tornata tale ad un prezzo orribile.
Stavolta sarà diverso dall’Iraq. Questa volta non è per il petrolio, le prove sono vere, ora, dobbiamo crederci, deve essere così.
Non sarà come in Afghanistan, qui il nemico c’è davvero, non si nasconde in Pakistan.
Fuoco amico? Macché, saranno bravi, precisi, chirurgici, i difensori della pace.
Questa volta sarà diverso dalla Bosnia, lasceranno meno macerie e più serenità alle spalle.
Democrazia e interessi in Medio Oriente, non hanno legami, stavolta.
E’ il Premio Nobel per la Pace a giurarlo.
E’ un Nobel a guidare l’esercito.
Questa volta nessuno potrà tirare in ballo le vittime tra civili, donne e bambini che continuano a crescere dopo la fine dello spettacolo.
Dopo.
E dopo ancora.
Come in Iraq e in Afghanistan.
Stavolta sarà diverso, vero?
Ashur non risponde.
Ma accenna un sorriso.
Che sia un sì o meno solo il domani lo dirà.
Nel frattempo il bambino avvicina il capo a quello di Lilith e le dona un bacio sulla guancia.
“Guarda”, esclama indicando il disegno ormai finito. “Questa è la mano del mio papà.”
“Che bella”, mormora Lilith.
E’ tale e quale a quella del mio…


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