31.3.17

Storie di animali: 300 balene uccise in Giappone

Storie e Notizie N. 1455

In Giappone sono state uccise più di trecento balene durante l’annuale caccia Antartica.
La flotta di baleniere è rientrata venerdì in porto dopo lo sterminio dei mammiferi, mettendo in atto il proprio programma malgrado le critiche da gran parte del mondo.


C’era una volta il coraggio.
Quello di mettersi in trecento contro uno.
In una sfida inevitabilmente impari.

Dove il più imponente, nonché degno di timore e reverenza, è tra i molti.
E il più fragile e incompleto è solo.
E’ inguaribilmente tale, il meschino, sebbene scelga di esserlo in mezzo a un universo di colori e forme.
Eppure l’inaspettato accade e costui ha la meglio.
Sui molti, in genere su tutti.
Di solito vince e stravince, umiliando l’avversario.
Estinguendone respiro e prospettive.
Tuttavia, l’errore si cela dove meno te l’aspetti.
L’incipit è bugiardo.
Perché malgrado le apparenze, non v’è traccia di ardimento in questa storia.
Allora, c’era una volta la forza.
Quella di ergersi e tuffarsi nella lotta.
Uno contro trecento.
Dove i muscoli e il favore delle dimensioni sono tutte nei tanti.
E il più esile e vulnerabile è proprio quell’uno.
Che ciò nonostante digrigna i denti e allarga lo sguardo sprezzante degli avversari.
Certo della vittoria.
Sicuro della fine dei contendenti.
Difatti, è proprio questo l’esito della faida.
Ciascuna creatura della parte in sovrannumero non può sottrarsi a esso.
Cadono, una dopo l’altra, cadono e si spengono.
Nondimeno, l’inganno è addirittura più sottile dell’errore.
Si cela in un orgoglio di cartapesta.
Tra le pieghe di sorrisi agghiaccianti, sui volti di presunti guerrieri con armature di fumo e delirio, mentre posano tronfi sulla sanguinolenta preda.
Poiché per quanto i vincitori saranno celebrati al ritorno, la forza non è mai stata il loro decisivo vantaggio.
Perciò, c’era una volta l’onore.
Che spinge l’uno a sfidarne trecento.
Dove la consapevolezza dello stesso è privilegio solo del primo.
E i limiti di una cervice semplice e pragmatica sono tutti nel branco.
Ecco perché quest’ultimo non comprende la logica dello scontro.
Ecco, forse, perché soccombe senza protestare.
Come se fosse normale.
Ciò nonostante, a dispetto dei numeri e delle manipolazioni di fattura prettamente umana, non c’è onore, in questa vicenda.
Non v’è coraggio e tantomeno forza.
Altrimenti, quei trecento e molti altri spazzerebbero via quell’uno.
Come il più folle e pericoloso tra i refusi di madre natura.


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30.3.17

Storie sui diritti umani: vittorie del futuro

Storie e Notizie N. 1454

La Prima Nazione dei Sinixt, popolazione indigena del Canada, ha finalmente vinto, è stata ufficialmente riconosciuta.
Forse il termine "finalmente" non è proprio esatto, poiché l’ultimo membro dei Sinixt canadese fu Annie Joseph ed è deceduta nel 1950. Difatti, dal quel momento il governo dichiarò la popolazione autoctona ormai estinta.
Trattasi quindi di un’ennesima vittoria del futuro…


Il disegno è nudo.
Ecco, spero ora sia chiaro.
Svelato l’arcano, il fenomeno è ormai alla luce del sole, evidente nella sua tenera malinconia, ma non per questo ci fermiamo.

Non per questo torneremo indietro.
Adesso è comprensibile il nostro perseverare nel fissare perennemente l’orizzonte.
Attraversandolo con occhi affilati e affamati di respiro.
Non più affannato, non più impaurito.
Adesso sapete perché ci svegliamo per primi e non andiamo mai a dormire.
Adesso è evidente perché sgraniamo gli occhi innanzi alla normalità.
In questo momento ogni sacrificio apparentemente vano trova ragion d’essere.
Ogni salto nel vuoto diviene obbligatorio.
E volare senza alcun diritto all’atterraggio risuona come logico, vero?
La storia è spiegata, la morale è lì.
E’ sempre stata laggiù, dove non potevamo sfiorarla.
Dove, per buona sorte, nessuno poteva.
Alla fine dell’arcobaleno dai colori senza permesso di soggiorno, ma solo con i piedi ben piantati in terra.
Lassù, sulla via irraggiungibile per tutti, al riparo di nuvole di umanità compressa, il podio aspetta.
Aspetta noi, che prima o poi veniamo messi sul registro dei cattivi.
Degli indesiderati.
Dai nomi complicati e la memoria troppo vivace per i popoli sedati.
L’indizio cruciale, la soluzione del giallo, era troppo semplice per esser posto nel quadro.
Perdonate l’autrice del misterioso intreccio, essa si chiama vita ed è fatta per sorprendere tutti.
Perfino gli spettatori più longevi.
Il sipario è aperto di nuovo, signore e signori.
Tornate in sala, per favore.
Perché lo spettacolo non sta affatto ricominciando. Non è mai finito, finché ciò che era vero e sacrosanto ieri non lo è oggi.
E anche quando l’ultima luce scompariva, l’emozione esiliata vibrava ancora dietro le quinte di cemento e grigiore.
Le parole emarginate resistevano sotto la coltre di polvere di scarpe a doppio petto.
E le presunte comparse della farsa chiamata civiltà moderna, fingevano solo di suonare l’ultimo battito del cuore.
Applaudite, ora, anime libere, cancellate da anime solo di nome.
Applaudite tutti, adesso.
Perché ora, malgrado il fragile passato sia stato ucciso e un disumano presente abbia cercato di divorarne del tutto le carni, il futuro si è alzato in piedi.
E, tristemente vittorioso, ci sorride.
Malgrado tutto.
Ci guarda e con compassione ci sorride.


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29.3.17

Storie di razzismo viste da lontano

Storie e Notizie N. 1453

Il ministro degli Esteri indiano ha condannato pubblicamente gli scontri “razziali” verso studenti africani nei pressi di Delhi di questa settimana. Tra le vittime una ragazza keniota, la quale racconta di esser stata trascinata giù da un risciò e malmenata da un gruppo di uomini.

C’erano una volta te, loro e gli altri.
Dove te siamo noi, tanti, talvolta troppi.
Dove loro sembrano sempre tali, perfino nel caso si tratti di uno solo.

E dove gli altri sono semplicemente gli altri.
Tutto fuorché noi.
Te e io.
Dicevo, c’erano una volta, già.
Ne parlammo, ne scrivemmo e, soprattutto, ne leggemmo e ne vedemmo delle brutte.
Unicamente belle e più che mai proficue solo per i parassiti di sfortune legalizzate, i quali vedono levare in alto le proprie torbide azioni qualora gli ultimi di questo mondo scendano tristemente di gradino nella scala di umana comprensione.
La storia più comune è semplice, sebbene le parole, per quanto illuminate, e le immagini, financo suggestive, siano spesso vane: te, noi, risultiamo intolleranti e brutali, insensibili e talvolta crudeli, ma andiamo capiti, no? Perché loro
Perché loro, se te li figuri tutti insieme, raccolti in una volutamente confusa macchia sul bianco del vestito, è difficile che possano trovare ausilio nella coscienza come nella ragione.
Allora, te, noi, i molti tra i pochi con indosso il suddetto candido abito, proviamo a osservare la moderna farsa da lontano.
Guardiamo cosa accade tra loro e gli altri, che tali sono per te, per noi, anche da vicino.
La vedi l’assurdità del racconto più venduto di questi tempi e più che mai attuale in vista di elezioni o popolari espressioni di democrazia salottiera?
Quelli che abitualmente non distingui, e con epocale pigrizia rimesti nella già citata fastidiosa miscela, appaiono in ben altra scena, altrettanto folle, su opposti versanti.
Nell’ennesimo, distorto disegno, loro sono te, noi.
E gli altri sono loro, gli altri di qualcun altro.
Che non sei te, non è noi, ma interpreta il medesimo ruolo del carnefice.
Comprendi or ora l’ottusità della visione miope?
Ai tuoi occhi, i nostri, sempre di fretta innanzi all’essenziale e al contempo ossessivi nelle fissazioni più errate, il colore della pelle è praticamente lo stesso.
Così come gli occhi accesi, gli abiti insoliti, la lingua aliena e la religione differente.
Come si permettono di essere razzisti senza le logiche e ormai giustificate ragioni?
Saranno pazzi, potresti pensare.
Questo potremmo dedurre.
E forse la verità non sarebbe lontana.
Perché questo è ciò che accade, quando c’era una volta e c’è ancora oggi.
La storia di te, noi che ci arroghiamo l’insano diritto di sfogare i nostri patimenti e la nostra ignoranza su coloro che peccano della più imperdonabile delle differenze.
Quella di essere più poveri di noi...


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24.3.17

Storie con morale: Il compleanno di Europa

Storie e Notizie N. 1452

Il trattato che diede ufficialmente vita alla Comunità Economica Europea è l’accordo internazionale che ha istituito la CEE, antenata dell’attuale Unione Europea.
È stato firmato il 25 marzo 1957 e domani compirà sessant’anni.
E’ l’ennesimo genetliaco del vecchio continente, ovvero un mosaico di parole e linee più o meno marcate sulla mappa, amato e idealizzato, quanto detestato e addirittura odiato, soprattutto nell’ultimo decennio.
Un disegno complicato, quindi…


Europa.
Europa è come un disegno.
E un disegno è come il sogno di un bambino.

Che sogna di un disegno e di se stesso intento nel gioco.
Passatempo serissimo e cruciale, come di norma vien vissuto dalle imberbi creature di questo mondo, malgrado la scarsa memoria delle più attempate.
Il piccolo è seduto in terra, nella sua cameretta, con le gambe incrociate.
Il capo chino sul pavimento e le forme varie chiamate giocattoli.
Ovvero, come li definiscono i cosiddetti grandi.
Ci avete fatto caso, vero?
I soli protagonisti della straordinaria meraviglia nel fare per star bene ed esplorare fantasie di rado usa tali parole.
Come se dare del giocattolo a qualcosa la rendesse improvvisamente priva di magia, incapace di volare o, al peggio, di essere qualsiasi altra cosa oltre i limiti dell’occhio.
Così, laddove una versione di quest’ultimo, accecata dal bagliore dei monitor sempre accesi e da menzogneri effetti speciali solo di nome, ci veda solo un’accozzaglia di oggetti senza alcun ragionevole accostamento, il bimbo allarga lo sguardo ispirato dall’immaginazione ancora intatta.
C’è una automobilina ammaccata e un pupazzo con la gamba storta, un paio di mattoncini spaiati e un pugno di animali scoloriti, un robot con le batterie scariche e una palla sgonfia, ma ancora utile alla bisogna, un pezzo di qualcosa che non si sa bene che cosa sia e un altro che si sa, ma vai a capire dove si trovi il resto, e molto altro.
Il bambino guarda il tutto dall’alto e con fiducia inizia a giocare.
A mettere insieme e a creare.
A dare vita al tempo e allo spazio.
Che prima non c’era.
A dare un senso al suo progetto.
Che c’era dall’inizio.
Aveva solo bisogno di volerlo, di volerlo davvero.
Un disegno completo.
Spesso il nostro si sentirà dire che l’opera finale non funzioni, ma le ragioni che addurranno i giudici del caso, sono in realtà motivo di virtù.
Perché con virtù è stata composta.
Il disegno è stato immaginato e costruito dall’alto, ma questo non vuol dire che le mani si siano mosse di fretta e senza affezione per ogni parte.
Il disegno non è finito e continua a cambiare, ma questo è inevitabile, finché sia vivo.
Il disegno ha bisogno di essere spiegato a chi non ha ancora giocato e soprattutto difeso a ogni costo.
Perché trovandosi lì, sul pavimento, chiunque potrebbe sentirsi in diritto di calpestarlo e distruggerlo…


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23.3.17

Storie per riflettere: i due attentati

Storie e Notizie N. 1451

C’erano una volta due attentati.
Terroristici entrambi.
Ovvero potenzialmente capaci di terrorizzare vite e sguardi, presenti e futuri.

Tutti e due avvenuti il ventidue marzo del 2017.
Tuttavia, come sovente accade per tutto quel che compone la nostra comune storia, vi sono differenze più o meno rilevanti.
In uno sono morte cinque persone e ne sono state ferite almeno quaranta.
Nell’altro ne sono decedute trentatré, nessuno è sopravvissuto.
Nel primo pare che l’attentatore sia uno solo.
Nel secondo sono molti di più, malgrado sembri essere unico il dito che preme il maledetto pulsante.
Per uno è già apparsa e ben diffusa la consueta rivendicazione, con tutte le congetture del caso.
Nell’altro non occorre, poiché il colpevole è ben visibile sotto gli occhi di tutti.
Forse troppo.
Il primo è cosa orribile ed è naturale addolorarsi, giusto indignarsi e necessario approfondire i fatti tra le ombre.
Il secondo è altrettanto orrendo e – condizionale tutt’altro obbligatorio – sarebbe naturale addolorarsi, giusto indignarsi e necessario approfondire i fatti tra le ombre.
Uno ha già la sua pagina wiki.
L’altro non ha abbastanza fonti.
Il primo fa notizia.
Il secondo allontana sponsor ed empatia.
Uno genera comprensibili dubbi, sensate domande e un’infinità di interpretazioni.
Eppure un alone di certezza pare avvolgere spettatori e orchestratori.
L’altro è indiscusso nella distaccata atrocità della mano assassina quanto nella tragica e inaccettabile fine degli innocenti.
Ciò malgrado, perplessità e addirittura negazione si levano uniti come onda anomala innanzi al sangue ancora caldo dei defunti.
Il primo influenza società intere, condiziona elezioni e detta la prima pagina dei media.
Il secondo uccide, punto.
Uno viene sistematicamente strumentalizzato per fomentare odio e follia.
L’altro fa lo stesso ed è assurdo che solo in pochi se ne rendano conto.
Paradossalmente, sembra che il primo sia in grado di rendere solidali e compatti coloro che quotidianamente guerreggiano in tutti i modi leciti che l’oggi concede.
Altrettanto inaspettatamente, pare che il secondo sia capace di far lo stesso con coloro che il giorno prima erano convinti che l’assassino dei loro cari fosse il salvatore degli stessi.
Solidali, compatti e infinitamente colmi di collera, a essere precisi.
C’erano una volta due attentati.
Tutti e due terroristici.
In altre parole, realmente in grado di terrorizzare popoli e orizzonti, presenti e futuri.
Entrambi hanno avuto luogo nel 2017, il ventidue di marzo.
Magari neppure così scollegati tra loro.
Uno a Londra e l’altro in Siria.
Il primo nei pressi di Westminster e del Parlamento.
Il secondo in una scuola dove i rifugiati dal conflitto avevano pensato di trovare, giustappunto, il tanto sospirato rifugio.
Nondimeno, come spesso succede per tutto ciò che dona forma alla nostra comune esistenza, vi sono diversità più o meno significative.
Sta a noi decidere se siano queste ultime a smuovere i nostri sentimenti e il nostro intelletto, o al contrario, la nostra lucidità.
E la tanto sottovalutata umanità.


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22.3.17

Storie sull’ambiente: la giornata dell’acqua

Storie e Notizie N. 1450

Un recente rapporto dell’Unicef dichiara che il cambiamento climatico e i conflitti stanno intensificando i rischi per i bambini di vivere senza acqua a sufficienza, e che i più poveri soffriranno sempre di più.
L’Ong WaterAid chiede ai leader internazionali e nazionali di mantenere le promesse di soddisfare gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile, compreso quello di garantire a tutti l'accesso all'acqua potabile e ai servizi igienici.


C’era una volta la giornata dell’acqua.
La sua festa, ovvero il suo compleanno e il suo onomastico tutti insieme.

Oggi la sala è gremita, ci sono tutti.
O quasi, come spesso capita.
Trattasi di salone per i festeggiamenti particolare, poiché non vi sono pareti e soffitti, cavi elettrici e intercapedini, infissi vari e altre diavolerie umane.
Perché alla fine di tutto comporterebbe uno spreco di tempo e il tempo non è denaro, da queste parti.
E’ molto di più.
E’ acqua.
Anzi, è il tempo dell’acqua.
Lo è oggi e forse lo è sempre stato, sul pianeta dal nome usurpatore.
Accadueo, altro che Terra, questo dovrebbe essere il giusto soprannome, l’azzeccato nickname.
Gli invitati sono tutti intorno a lei, o quasi, e la regina della ricorrenza piange di gioia, ride per non soffrir più, e balla e ringrazia.
Auguri, fa un bicchiere a nome dei suoi simili, perché tu colmi la mia anima invisibile.
Buon compleanno, amica mia, esclama un fiore per tutti gli altri, perché come madre generosa e affettuosa tu mi sollevi verso l’alto che ciascuno sovrasta inondandomi con il tuo amore.
Che tu sia benedetta, lodano all’unisono il verde prato e la brulla terra, l’arida steppa e l’immancabile arroventato deserto, perché malgrado ogni difformità decisa dalla sorte come dalla natura, premiandoci con la tua armonia, tu ci rendi cosa unica e felice.
Grazie, infinite volte grazie di esistere, esclamano montagne e colline, dossi e vulcani, valli e pendici più o meno ripide, perché rendi il disegno multiforme e interessante come le storie che vale la pena leggere e vivere.
Ti siamo debitori e lo saremo per sempre, intonano i mari e gli oceani, legati da fiumi di riconoscenza e da un lago di stupore ancora innocente, ancora più vibrante che il primo giorno, di fronte al miracolo liquido che tiene in gioco tutto e tutti.
Cento e altri cento, mille e di nuovo mille, tutto il tempo dell’universo e anche quello che non fu mai scoperto dai contatori di stelle a occhi aperti, recitano in coro gli animali giunti alla corte dell’unica sovrana che trasforma tutti in re con una semplice goccia del suo cuore.
C’era una volta la giornata dell’acqua, si diceva all’inizio.
Un compleanno, ma se non è proprio l’esatto genetliaco, magari è l’onomastico.
La festa è comunque già iniziata.
Ci sono tutti, loro ci sono sempre stati, tutti.
Ma, a dirla tutta, tutti non sono.
Forse ci sarà ancora un domani da celebrare, non per sempre, ma magari possiamo sperare ancora in altri giorni come questo.
Se a render grazie e più che mai a offrir la giusta devozione e il sacrosanto rispetto.
Ci saremo anche noi, sopravvalutati bipedi che calpestano bellezza e divorano futuri.


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17.3.17

Storie con morale: l’esempio del castoro

Storie e Notizie N. 1449

La sconfitta del populismo xenofobo è andata in scena alle recenti elezioni in Olanda.
Dopo Brexit e Trump, e in vista delle consultazioni chiave in Francia e Germania, tale voto è stato ritenuto da molti come un test per le forze populiste in tutto l'Occidente.
Gli elettori olandesi hanno voltato le spalle all'estremismo, magari dimostrando valido l’esempio del castoro…


“Quanto dev’esser forte, la diga?” chiede il fratello minore.

“Quanto e più del fiume”, risponde l’altro.
“E quanto è forte il fiume?” domanda il primo.
“Come recita un antico detto montanaro…”
“Ancora con i proverbi, fratello?”
“Sì, ancora con i proverbi, finché saranno validi.”
“Vai, allora, spara, sono tutto denti.”
“Orecchi, caso mai.”
“Perdonami, è tutto il giorno che rosicchiamo, qua, continua con il motto.”
“Dicevo, come recita un antico detto montanaro, non chiedere al fiume quanto sia forte, ma piuttosto…”
“Piuttosto?”
“Non mi ricordo come prosegue, scusa, dev’essere l’età.”
“Ma quale età? Hai solo un anno più di me.”
“E infatti, neanche tu sei più un giovincello. Per caso è tuo quel molare lì sul prato?”
“No, è tuo.”
“Ops… a ogni modo, faremo del nostro meglio come sempre e se il fiume sarà più forte, noi lavoreremo di più, dando tutto.”
“Perché i fiumi non si fermano da soli.”
“E perché da soli noi possiamo poco, ma insieme…”
“Perché è facile passare sopra tutto e tutti.”
“E perché il difficile è capire tutto e tutti.”
“Perché, allo stesso tempo, è impossibile rimanere indifferente a chiunque e qualunque cosa.”
“E perché una volta che hai davvero compreso chi sia qualcuno o qualcosa, non puoi fare a meno di vederlo.”
“Perché la natura dona gli alberi e l’ignoranza per bruciarli.”
“Ma anche i denti per modellarli e le zampe per intrecciarli.”
“Ed è più facile cancellare che disegnare.”
“Spingere, piuttosto che abbracciare.”
“Ferire è un gesto che necessita di un istante.”
“E curare è una storia che dura finché avranno vita chi cura e chi è curato.”
“C’è bisogno di attenzione per unire la riva all’altra.”
“Di precisione.”
“E di impegno incessante.”
“Come non ce n’è affatto per lasciare le cose così come sono, in balia di ciò che spazza via la vita altrui.”
“Quindi non serve sapere quanto il fiume sarà forte, giusto?”
“Be’, se lo sapessimo prima, non sarebbe male, ecco…”
“Già.”
“Ma non lo scopriremo mai se restiamo sulla riva a contare quanti denti ci restano.”
“E a lisciarci il pelo.”
“Esatto, quindi bando alle ciance.”
“Fratello…”
“Sì?”
“E se dovesse venire a piovere?”
“Dice un vecchio detto delle valli…”
“Ho capito, fai come se non avessi parlato, al lavoro.”
“Al lavoro.”


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16.3.17

Storie sui diritti umani: il giorno del fiume

Storie e Notizie N. 1448

La Nuova Zelanda ha deciso di concedere a un fiume sacro gli stessi diritti legali attribuiti a un essere umano.
Dopo 140 anni di negoziati, una tribù Maori ottiene il riconoscimento per il fiume Whanganui. Ciò comporta, da ora in poi, che quest’ultimo dovrà essere trattato come una persona.


Il giorno del fiume.
Così lo vogliamo chiamare, così lo vogliamo ricordare.
Oggi è una data storica, la più importante della sua storia, la prima, quella che dona sopravvivenza a tutte le altre.
Ci sono voluti quarant’anni dopo altri cento per vederla rispettata.
L’eccezionale, insperata e sofferta.
Normalità.
Il giorno del fiume è il nostro giorno.
E le ragioni sono innumerevoli, vostro onore o anche disonore, tanto è uguale.
Tanto la festa è già iniziata e siamo già tutti in piazza a esultare.
Siamo figli del fiume, siamo composti d’acqua e speranza quasi nella totalità, perché la carne è esile e le ossa fragili, ma è torrente impetuoso quello che ci sospinge, malgrado le apparenze.
Puntiamo al mare, dall’alto di una montagna di desideri, in cerca di una foce di qualsivoglia forma, delta o estuario per noi è lo stesso.
Ciò che conta è che la meta si palesi prima di abbassare le palpebre per sempre.
Ci basta guardare.
Ci è sufficiente sognare.
Il giorno che il fiume si unirà al padre.
L’istante in cui abbraccerà la madre.
Che con onde costanti non tradirà ogni singola goccia del nostro scorrere.
Ci fonderemo con la vita che attende e saremo cosa unica.
Parte del disegno naturale.
Del santo ciclo che ti solleva in cielo senza ucciderti.
E ti riporta sulla terra senza ferirti.
Oggi è il giorno del fiume ed è un gran giorno.
Perché se sei parte imprescindibile dei flutti non puoi affondare.
Non puoi naufragare.
Non puoi morire dentro te stesso, perché tu sei l’acqua.
Tu sei la vita.
Tu sei viva.
Quanto tutto è vivo.
Rendiamo grazie alle sorelle e i fratelli che non si sono arresi.
E sì, facciamo lo stesso con coloro che alla fine si sono arresi a essa.
La sottovalutata, confusa e maltrattata.
Normalità.
Perché se un fiume ha impiegato quaranta anni più cento per essere riconosciuto come un essere umano.
Vuol dire che per noi altri.
La vittoria non è poi così lontana…





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15.3.17

Storie d'amore: finché non ci separi

Storie e Notizie N. 1447

Una coppia di giovani dello Yemen, in procinto di riunirsi negli Stati Uniti, possono ritrovarsi di nuovo divisi a causa del bando sull’immigrazione per (alcuni) paesi islamici del presidente Trump.
Temono di avere ancora solo ventiquattro ore.
In attesa del colloquio finale per la cittadinanza, Nagi Ali e Arwa al-Abili sono stati separati da più di quattordicimila chilometri e ora si trovano in una sorta di limbo sospeso fino a giovedì, quando il bando entrerà in vigore
.

Finché morte non ci separi, recita il verso.
Eppure non la dice tutta.
Poiché Arwa afferma che per sempre non è mai

promesso per caso.
No, non lo è, spiega con la sua immancabile pazienza.
Può esserlo per le cose inanimate, in quanto dipendenti dalla volubilità dell’uso e dal capriccio del tempo.
Può esserlo altresì per gli animali, laddove la naturale selezione ne agevoli l’esistenza e, soprattutto, le sottovalutate mutazioni ne garantiscano la sopravvivenza.
Perché, non guasta mai ripeterlo, l’uguaglianza facilita il viaggio, ma è sempre la diversità a salvarti la vita.
Allora, finché il destino non ci separi, si potrebbe obiettare.
Nondimeno, trattasi di affermazione incompleta anch’essa.
Perché il destino, ovvero il fato signore e padrone, che fa e disfa, propone e dispone, è roba per i camminatori seduti, per le esistenze nate con la camicia e più che mai abbottonata.

Noi altri, dichiara con orgoglio Nagi, non possiamo goderci questo lusso.
E, a dirla tutta, neanche vogliamo.
E’ il vantaggio dei nati sui bordi della culla, sempre a rischio di precipitare sul pavimento accidentato.
Noi dobbiamo decidere l’oggi e, nutrendolo col passato, scrivere il nostro futuro.
Perché i libri con le rotte già pronte sono andati a ruba e a noi restano le pagine bianche.
Le sconfitte, certo.
Ma anche le vittorie non ancora raccontate.
Quindi, finché la vita stessa non ci separi? Potreste chiederlo or ora.
Aggiungendo anche un tono polemico, se preferite.
Sarebbe comprensibile, vista la risolutezza delle precedenti risposte.
Tuttavia, se vi sembrano tali, non avete ancora avuto a che fare di persona con l’ostinazione di Arwa.
Migliaia di chilometri e di odio gratuito, di teste svuotate di senno e cuori ricolmi di fanghiglia, di sguardi privati di empatia e anime prosciugate di umanità, di salite impossibili e code interminabili, di ferite invisibili e silenti offese, di tutte le muraglie che le fantasie più vili possano immaginare, niente di tutto questo è riuscito ad arrestarla.
Tutt’altro.
Ecco l’inaspettato, certo che lo è: finché un idiota non ci separi.
E’ vero, a questo non siamo preparati, confessa Nagi.
Per mostri affamati e terribili malefici, conferma Arwa, abbiamo ogni contromossa, ma per la moderna ottusità ci vuole una propensione ad accettarla come normale della quale, per fortuna, non siamo dotati.
Ma stiamo imparando anche questo.
Nel frattempo, ovunque, saremo insieme.
Finché non ci separi.
L’amore.



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10.3.17

World Storytelling Day 2017 Video degli Storytellers for Peace

World Storytelling Day 2017

"Trasformazione"


Dopo i video sulla poesia Se di Rudyard Kipling, Imagine e sulla Giornata mondiale dei diritti umani, ecco il nuovo lavoro degli Storytellers for Peace (Narratori per la Pace).
Il World Storytelling Day (Giornata mondiale dedicata all’arte del raccontare storie) è un evento celebrato ogni anno in tutto il mondo intorno al 20 di marzo.
Quest'anno il tema è la trasformazione.
Abbiamo quindi cercato di rispondere a questa domanda: come possono la scrittura e il raccontare storie trasformare il mondo in un posto migliore?
Dodici narratori provenienti da dieci paesi diversi ci danno le loro risposte (video con sottotitoli selezionabili in italiano e inglese):




In ordine di apparizione:

Le storie ci aiutano a crescere. Ci guariscono e fanno lo stesso con le nostre ferite. Le favole ci hanno insegnato che durante la vita possiamo incontrare lupi feroci. E alcuni lupi saranno in grado di abbattere molte case, ma non tutte. E che anche alcuni lupi possono bruciare nel camino. Le storie ci aiutano ad affrontare le paure. E soprattutto, le storie rompono i confini.
Beatriz Montero (Spagna)

C'era una volta, una biblioteca, la sala Naus, un palazzo, una ruota per bambini, libri, Sintra, il mondo, i poeti e gli scrittori, l'ora della storia. I ricordi dell'estate che rinfrescano la sua memoria, il mare, la spiaggia, le conchiglie, e una bottiglia riempita di sabbia e acqua.
Jozé Sabugo (Portogallo)

Le storie belle trasformano i pazzi in gente felice per un giorno e le storie false trasformano i ladri in dittatori per sempre, le storie profonde trasformano i bambini in uomini che non dimenticano e le storie grandi trasformano tutto e tutti.
Le storie proibite dall’alto erodono i grattacieli dal basso e le storie raccontate dal basso verso l’alto non si fermano più, perché nessuno potrebbe farlo.
La storie inventate alleviano le ferite del cuore e le storie vere donano un senso a quelle stesse ferite.
Le storie trasformano chi le scrive e chi le ascolta in una storia che malgrado tutte le brutture del mondo, varrà sempre la pena di vivere.
Cecilia Moreschi (Italia)

Il mondo è diventato duro e difficile per molte persone, ha dato tutto a pochi, è ricolmo di tanta sofferenza, siamo convinti che non possiamo far nulla. Invece di lamentarci che la vita è ingiusta, alziamoci insieme per cambiarlo. Invece di incolpare gli altri seduti tutto il giorno, nessun cambiamento può avvenire senza una lotta. Coloro che sono famosi nella storia, dobbiamo ricordare, hanno sacrificato la loro vita per il cambiamento.
Hamid Barole Abdu (Eritrea)

Una-volte-una della strega. Vedrai, quindi. Da una ne fai dieci. Lascia che due se ne vadano di nuovo, fanne anche tre, sei di nuovo ricco. Elimina il quattro. Da cinque e sei, così dice la strega. Fai sette e otto, quindi la misura è colma: e nove è uno, e dieci è nessuno. Questa è l’una-volte-una della strega.
Katharina Ritter (Germania)

Gli esseri umani sono fatti di storie, non di atomi. E poi gli esseri umani trasformeranno il mondo. Senza storie, senza favole, saremmo diventati carciofi, piselli, rondini, calamari, pomodori. Be’, sì, comunque esseri viventi, ma molto più noiosi.
Enrique Páez (Spagna)

Per fare una storia abbiamo bisogno delle parole. Per fare le parole abbiamo bisogno di lettere. Per scrivere le lettere ci vogliono due persone: chi è disposto a dire qualcosa e chi ha il tempo di ascoltare. Solo due parole sono sufficienti per fare due persone, ma per garantire che si incontrino e si amino abbiamo bisogno di una storia per trasformarle in una qualcosa di nuovo e diverso. Perché senza le storie siamo come persone, parole e lettere. Sole.
Alessandro Ghebreigziabiher (Italia)

La trasformazione è parte della nostra vita. La trasformazione è parte dell'umanità. La trasformazione è parte dell’uso della parola. La trasformazione è parte dei narratori. La parola è sulla via della trasformazione. La lingua non è una, è varia. Il linguaggio ci può dividere, ma la parola stessa... la sensazione e l'emozione... tutto ciò che esprime nella sua essenza, è qualcosa che ci unisce. Unisce tutti noi.
Sandra Burmeister G. (Cile)

Fare un fiore da una pietra, fare un cuore da un fiore, fare un mondo da un cuore è la mia trasformazione.
D.M.S. Ariyrathne (Sri Lanka)

La storia che ha salvato un popolo. Molto tempo fa, il popolo ebraico era minacciato dalla distruzione. Ma avevano una grande rabbino di nome Baal Shem Tov, che conosceva i misteri dell'universo. Egli radunò i suoi discepoli in un luogo segreto nella foresta, accese un fuoco sacro, e mormorò una preghiera magica. E un miracolo fu evocato, e le persone furono salvate. Ma col passare del tempo, dopo la morte di Baal Shem Tov, a poco a poco queste conoscenze furono perse, e, infine, arrivò un tempo in cui il popolo ebraico si vedeva in pericolo di nuovo, e il rabbino che li aveva guidati non conosceva le parole della preghiera magica, né la ricetta per il fuoco sacro, e neppure il luogo segreto nella foresta. Quello che lui sapeva era la storia. E questo fu sufficiente.
Juliana Marin (Colombia)

L’arte di raccontare storie è la più antica forma di educazione. Così raccontare storie è la passione del pianeta terra. Sappiamo tutto dalle storie. Impariamo tutto dalle storie. Comprendiamo dalle storie. Scriviamo tutto dalle storie. Il nostro passato significa la nostra storia. Il nostro presente significa la nostra storia. Il nostro futuro significa la nostra storia. In questo modo, la storia è il travolgente senso di infinite possibilità di qualcosa di nuovo da scambiare, da amare, per progredire, per il cambiamento della tecnologia e della motivazione. La storia è il mondo della fantasia delle nuove galassie, pianeti e stelle. La storia è la storia dell'universo, la storia del cielo aperto, giardino immacolato giardino di pensieri nell’aria di primavera. E la storia significa rendere l’impossibile possibile suonando vivace, tollerante, amorevole musica. Perché la storia è la conoscenza. La storia è la scienza. La storia è potere. La storia è la Storia. La storia è la civiltà. La storia è potere. Raccontare storie è un gioco, ciò che facciamo. Allora, chi può parlare o dire, lui o lei è un narratore. Oggi, la nostra storia è in che modo siamo in grado di trasformare il mondo in un posto migliore per scrivere e raccontare storie. Sì, possiamo. Siamo in grado di trasformare il mondo in modo più trasparente per i nostri scritti e per il raccontare storie. Possiamo anche creare un paradiso più felice, più confortevole, più estetico, più forte, più reale per tutti, per vivere una vita molto semplice con la consapevolezza che tutti sono uguali in dignità, se lo immaginiamo, se lo vogliamo.
Mahfuz Jewel (Bangladesh)

Questa è una storia sulla trasformazione finale. Un giorno c'erano nuvole molto scure, davvero molto scure nel cielo. E c'era quella sensazione inquietante prima di una tempesta. E poi dalla nuvola più scura e più grande cadde una goccia di pioggia molto grande e molto rotonda. E questa goccia di pioggia diede una buona occhiata a se stessa e disse: "Io, ma io sono molto grande e molto rotonda e una bellissima goccia di pioggia. Perché devo essere la migliore goccia di pioggia in tutto il cielo!"
Ebbene, c'era una goccia di pioggia che cadde accanto a quella grande goccia di pioggia rotonda. E la nuova goccia di pioggia disse: "Uhm, sì, sei molto grande e molto rotonda e piuttosto bella, ma io sono molto formosa quindi io sono la migliore goccia di pioggia in tutto il cielo."
"Oh, io non la penso così", replicò la grande goccia di pioggia rotonda. "Ho intenzione di chiedere a questa goccia di pioggia sull'altro lato chi sia la migliore tra noi due."
E la goccia di pioggia sul lato opposto disse: "Uhm, sì, sei molto grande e molto rotonda e l'altra goccia di pioggia è molto, molto ben fatta ma tutti sanno che è la purezza che conta. E io sono molto, molto pura. Perciò io sono la migliore goccia di pioggia in tutto il cielo".
Ben prima che una qualsiasi tra le altre due gocce di pioggia potesse fare alcun tipo di risposta tutte e tre arrivarono in terra e diventarono parte di una pozzanghera molto fangosa!
Questa è una storia del comico inglese Terry Jones, credo si chiami Le gocce di pioggia.
Suzanne Sandow (Australia)

Storytellers for Peace (Narratori per la pace) è una rete internazionale di narratori che creano storie collettive attraverso i video. Artisti e storie provengono da tutto il mondo e parlano di pace, giustizia, uguaglianza e diritti umani. Tutti i partecipanti raccontano uno o più versi della storia nella loro lingua madre. Il progetto è stato creato ed è coordinato da Alessandro Ghebreigziabiher, scrittore, narratore, attore e regista teatrale.
Sito web: http://www.storytellersforpeace.com/
Facebook: https://www.facebook.com/StorytellersforPeace/
Youtube: https://www.youtube.com/channel/UCcxcR5hSFUgzpYhpIMfbAzA

Storie di migranti: la statua di un re

Storie e Notizie N. 1446

Archeologi provenienti da Egitto e Germania hanno rinvenuto una statua di otto metri immersa nelle acque sotterranee di una baraccopoli al Cairo.
Sostengono altresì che probabilmente raffiguri il faraone Ramses II, il quale governò l'Egitto più di 3000 anni fa.
Nello stesso tempo e in un futuro prossimo, nella mia ingenua testolina, un bambino e il suo papà giocano insieme sulla spiaggia di un’isola a nord delle sventure del mondo…


“Papà”, fa il piccolo. “Facciamo una buca?”
“Certo”, risponde l’uomo, il quale tenta di assopirsi disteso sul telo da mare, stanco della faticosa settimana lavorativa e speranzoso di

approfittare al meglio della fine di quest’ultima per ritrovare le forze. “Comincia tu.”
Si sa, laddove il gioco sia appagante e ricolmo di sorprese, è raro che un bimbo si rifiuti di dare il via alle danze.
Il tempo passa, mentre egli scava, con la paletta prima e con le mani poi. E procede soprattutto con queste ultime, perché, per sua fortuna, si fida ancora ciecamente di esse.
Nel frattempo il mare sembra rallentare la sua consueta abitudine di accarezzare la riva e la successione di onde si allunga allo spasimo.
Come se il vero padrone del pianeta fosse in attesa.
Come se fosse solo un normale spettatore.
“Papà”, strilla il bambino. “Guarda, papà.”
L’uomo è costretto a rinunciare al dolce materasso sabbioso, che col tempo aveva diligentemente assunto la forma delle sue membra.
Orizzonte perfetto, in una mattinata neanche troppo assolata di una spiaggia libera, neanche troppo affollata.
“Cosa c’è? Hai già trovato l’acqua?”
“No, papà, ho trovato una statua…”
Il genitore è incuriosito, giammai agitato, e lento si solleva dall’improvvisato quanto adorato giaciglio per inginocchiarsi accanto al figlio, innanzi alla scoperta di quest’ultimo.
L’uomo sgrana gli occhi esterrefatto.
Ora, è molto più che agitato.
Ha il cuore talmente fuori tempo che teme di restarci secco.
Si guarda in giro e solo in quel momento nota che la spiaggia è quasi deserta, se non fosse per un vecchio col cane, due pescatori dilettanti e una ragazza alla ricerca della tintarella perduta esattamente un anno addietro.
“Di chi è questa statua?”
Già, il bambino esploratore, non puoi ignorarlo, papà.

Devi far qualcosa, il giusto che si aspetta da te, ma ora devi rispondere. E, come spesso succede, ciò che dici in quel momento determinerà la storia che attende la giovane vita a te affidata.
“E’ la statua di un re, figlio mio, il re di un paese lontano, che un giorno si è svegliato e ha trovato la sua gente affamata e assetata. E come ogni sovrano che si rispetti ha deciso di far di tutto pur di salvare le persone che amava e che da lui dipendevano. Così è partito per mare e lo ha attraversato tutto, in lungo e in largo, ma sfortunatamente non ce l’ha fatta ed è affondato con la sua nave. Allora, gli abitanti di quest’isola gli hanno costruito una statua.”
“Perché, papà?”
“Perché hanno capito che è morto facendo quel che ogni re e ciascun essere umano coraggioso e nobile avrebbe fatto al suo posto.”
“Sono stati bravi.”
“Già. Adesso andiamo ad avvertire le autorità che abbiamo trovato…”
“La statua.”
“Sì, la statua.”
E i due si allontanarono dalla buca.
Dove riposavano i resti dell’uomo venuto da lontano...
 

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