29.1.16

Family Day 2016: perché gli omosessuali non devono vincere?

Storie e Notizie N. 1313

Domani, sabato 30 gennaio, a Circo Massimo, Roma, ci sarà il Family Day.
Quando c’era lui… a quei tempi sì che ci si divertiva.
Chissà se verrà.
Vorrei dare comunque il mio contributo alla causa contro l’immondo nemico d’arcobaleno vestito…


Perché gli omosessuali non devono vincere?
(da leggere fino in fondo)

*Perché gli omosessuali hanno già la possibilità di unirsi come coppie di fatto, e sono ammissibili quali membri della maggior parte delle autorità locali. Il Parlamento, tuttavia, deve fare i conti soprattutto con l’amministrazione di una vasta nazione, della manutenzione dell'Esercito e della Marina, e con questioni di pace e di guerra, che si trovano al di fuori della sfera di influenza legittima di un omosessuale.

Perché tutti i governi si poggiano in ultima analisi sulla forza, alla quale gli omosessuali, a causa di motivi fisici, morali e sociali, non sono in grado di contribuire.

Perché non c'è dubbio che la stragrande maggioranza degli omosessuali non abbia alcun desiderio di sposarsi e adottare un figlio.

Perché l'acquisizione del diritto al matrimonio e all’adozione dovrebbe logicamente comportare l'ammissione al Parlamento stesso, e a tutti gli uffici governativi. E’ quasi impossibile immaginare un omosessuale come ministro della difesa, e tuttavia i principi degli omosessuali prevedono ciò e molte assurdità simili.

Perché il Parlamento Italiano non è uno Stato isolato, ma il centro amministrativo e di governo di un sistema di regioni e province. L'effetto di introdurre un grande elemento omosessuale nella società finirebbe indubbiamente per indebolire il centro del potere agli occhi dei milioni di abitanti.

Perché la legislazione passata in Parlamento dimostra che gli interessi degli omosessuali sono perfettamente sicuri nelle mani dei normali.

Perché i matrimoni omosessuali si basano sul concetto di uguaglianza di genere, e tendono a stabilire rapporti di concorrenza che mirano a distruggere il maschio cavaliere.

Perché gli omosessuali hanno attualmente una vasta influenza indiretta attraverso i loro compagni sulla politica di questo paese.

Perché la natura fisica degli omosessuali non permette loro una concorrenza diretta con i normali.

Perché gli omosessuali sono creature emotive e incapaci di prendere una decisione politica sana.

*(Molto poco) liberamente tratto - sostituendo il termine ‘donna’ con ‘omosessuale’ e ‘uomo’ con ‘normale’ - dal testo Argomenti contro il voto alle donne (Brani dal 1914 al 1992)

E’ solo questione di tempo, come è sempre stato, e prima o poi i nostri vinceranno eccome. Così, mi chiedo, perché non ci portiamo avanti il lavoro e la finiamo una volta per tutte di essere gli ultimi a trasformare il presente in futuro?

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28.1.16

Marine Le Pen e Salvini nel regno della fantasia

Storie e Notizie N. 1312

Leggo che stasera ci sarà un incontro a Milano del gruppo politico ENF (Europa delle Nazioni e della Libertà) capitanato da Matteo Salvini, che vedrà la presenza, tra gli altri leader destrorsi, di Marine Le Pen.
Matteo Salvini e Marine Le Pen. Matteo Salvini che vorrebbe essere Marine Le Pen. E Marine Le Pen che vorrebbe essere suo padre. Tuttavia, Salvini e Le Pen, nella favola del mondo, sono sempre stati la stessa persona.
O personaggio…

C’era una volta quello, o quella, fate voi.
Poco importa il genere e tutti i suoi orientamenti, perché il racconto deve scivolare liscio e, soprattutto, essere popolare. Non c’è spazio, quindi, per le complicanze sociali e morali.
Indi per cui, che favola sia.
Prendi Cappuccetto rosso e quello arriva e comincia a bussare a ogni porta e tutti sono fuori, pure la madre della bimba che la vecchia malata attende nel bosco. “Basta con questi lupi”, grida quello. E via altri slogan, ciascuno nel bosco suo, espelliamo i branchi, non rispettano le nostre nonne. Anche pecore e galline, se è per questo, ma non attecchisce altrettanto, perché la nonna è come la mamma, tutti ce l’hanno.
Oppure, magari in un’altra versione della stessa storia, quello muove il dito accusatorio proprio sulla vegliarda, con un ragionamento di una certa logica, se ci pensate: espelliamo le nonne, soprattutto quelle malate, perché costringono le bimbe ad attraversare il bosco tutto da sole, per giunta vestite di rosso, che peraltro richiama i lupi, perché ne sono attratti, o forse sono i tori, che poi è un falso, ma in fondo… a noi, cosa ce ne importa della verità?
E’ tutta una favola, abbiamo detto, e allora in Biancaneve quello prima prende accordi con Grimilde e, senza il bisogno che la disgraziata si mostri in tutta la sua bruttezza per vendere mele bacate, si lancia in una campagna a mezzo stampa, anzi, a specchio magico, per diffamare i sette. I nani sono qui per prendere le nostre donne e pure le nonne, è nella loro natura, recita il volantino con maggiore acredine, soprattutto quelle con la pelle candida come la neve e le labbra rosse come il sangue.
Ovvero, sarà la stessa Biancaneve, il bersaglio. Ma chi si crede di essere, questa qui? Tuonerebbe quello dalla torre più alta del castello della gongolante sovrana. Di cambiare le nostre tradizioni e la nostra cultura? Prima di tutto, la regina voleva un maschio, quindi ci sono seri dubbi sull’identità della ragazza. Secondo, a riprova della confusione di quest’ultima, scappa di casa, parla con le bestie e va a convivere con ben sette minatori in mezzo al bosco?
Altra favola, altra strega da bruciare, si potrebbe dire, ed eccoci a Cenerentola.
Siamo bravi, siamo, direbbe quello ergendosi come un iroso baluardo a difesa dei diritti delle povere sorellastre. Sorellastre? Diciamola tutta, la sorellastra è lei, loro sono sorelle, ripeto, vere sorelle, che vivono con la madre, altro che matrigna. L’intruso è la sguattera. Le sguattere a casa loro, strillerebbe sbavando quello, prima che rovinino per sempre il giusto corso della Storia, quella retta, con la esse maiuscola, grazie all’aiuto ancora una volta di una strega, altro che maghetta del piffero. E’ facile andare alle feste e fare la strafiga con le bacchette degli altri, la morale finale.
Oppure quello punterebbe ogni grammo di astio verso la fata madrina e tutti i maghi delle storie, rei di barare sull’esito della vicenda, a parte la stessa Grimilde e forse Voldemort. La magia non fa parte della nostra religione, urlerebbe il nostro stracciandosi le classiche vesti.
La realtà è una vera beffa, altro che favola, perché di personaggi assurdi il regno della fantasia ne è strapieno.
Ma tra orridi orchi e draghi fiammeggianti, giganti con un occhio solo e fantasmi senza testa proprio quello doveva essere vero?

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27.1.16

Le statue coperte a Roma nel paese che nasconde

Storie e Notizie N. 1311

Le statue nude dei musei capitolini a Roma sono state nascoste per non offendere il presidente iraniano e nessuno sa chi abbia dato l’ordine di farlo, nel solito ping pong delle responsabilità. 
Ditemi voi se esiste migliore metafora del paradosso nostrano sulla bellezza e tutte le sue varietà…

C’era una volta il paese che nasconde.
Le statue, d'accordo, ma non è di certo un caso.
Meramente nazionale.
Indi per cui, nessuno si senta in diritto di inarcare il petto, rifocillandolo di posticcio orgoglio per poter cogliere l’ennesima occasione di rigettare il solito patriottico refrain.
La coltre di stolti allarmi e anacronistiche follie intessuta è ampia.
Fin troppo ampia.
Altrimenti, non parleremmo del paese che nasconde, bensì del paese che una volta ha nascosto, ma poi ha capito. Per buona sorte di tutti, ha capito. Ed è andato avanti, nel presente, ancora prima che nel futuro.
Il paese che nasconde tiene fede al nome con quotidiana pervicacia.
Nasconde desideri normali di creature meravigliose e sogni meravigliosi di esseri normali con la medesima noncuranza.
Nasconde capitoli interi della propria storia passata, ma non si accontenta e, si premura di conservare le pagine sopravvissute. Giammai per ricordare, bensì con il fine di usarle per tappezzare con inaspettata goffaggine gli orizzonti meno probabili. Ignorando che le anime più indomite è proprio lì che andranno a fissare il loro sguardo.
Nasconde luce, un’infinità di luce, tutta quella che non potrebbe controllare, gestire, approfittandone con la foga di un parassita con la propria personale preda. Perché di essa ne sarebbe solo uno spettatore. E il paese che nasconde non rinuncerebbe mai al palcoscenico principale neanche per i propri figli, figuriamoci la luce.
Nasconde colori eccentrici e forme irriverenti come se fossero orribili mostri. Come se non fossero ciò per cui vale davvero la pena rischiare occhi e passioni.
Nasconde vite, un numero incalcolabile di vite, relegandole in castigo alle spalle di una gigantesca lavagna, vecchia e malandata, piena di polvere e crepe, che potrebbe da un momento all’altro crollare su di loro. E quello sì che sarebbe il più imperdonabile dei futuri.
C’era una volta il paese che nasconde.
Che calmino i destrieri, i baluardi del suolo patrio.
In questo è equo, giacché non si limita alle scandalose statue. Difatti, non evita di trattare con altrettanto insensata vergogna frammenti di memoria e colori, forme e vite. Sogni e desideri, straordinari o semplici che siano.
Ma è anche il più paradossale dei nasconditori della storia.
Perché è il paese che nasconde.
Tutto ciò che è bello.
Oh se lo è…

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22.1.16

Nono pianeta del sistema solare è nostro

Storie e Notizie N. 1310

E’ stato scoperto un nuovo pianeta ai confini del sistema solare…

C’era una volta lei.
O lui.
Chiamateli pure loro.
Chiamateli come preferite, tanto questo è concesso e, di rado, davvero biasimato.
Giacché accade di nuovo, ancora, e ancora di nuovo.
Chiamateci noi, stavolta.
Noi che abbiamo l’occhio che guarda più lontano, necessariamente.
Pensateci, sul serio.
Chi potrebbe lanciare lo sguardo maggiormente agli antipodi dell’oggi di coloro che sul quel miraggio poggino piedi, le carni tutte e gli ultimi desideri rimasti?
La buona novella è che noi ci arrendiamo, una volta per tutte.
La guerra è finita, perché il nemico se ne va. Le vittime civili termineranno la conta di loro stesse. E un vuoto, questo sì senza confini, si allargherà sui media vomitanti.
Pochi secondi, d’accordo, perché morto il capro di moda, si farà presto a trovarne un altro per espiare tutto l'espiabile.
Nondimeno, non ci riguarda più, buona fortuna al prossimo.
Prendetevi tutto, perciò.
La terra è vostra.
Quella che urlavate, come vostra, è anche quella che ancora derubate, come nostra.
Il diritto di amare chiunque… riprendetevelo.
E aggiungete pure, scolpendolo con lettere dorate sulle vie principali, il frammento prezioso a cui tanto tenete. Il diritto di amare chiunque… sia come voi.
L’aria sarà di nuovo completamente vostra, così come le acque dei fiumi e dei mari.
Tanto, eravamo stanchi di difenderle, sapendo che l’avversario aveva già deciso da tempo il futuro di tutti.
Il palcoscenico nobile è al sicuro per sempre, ora, perché potrete finalmente mettere in scena le farse più assurde e ricevere comunque l’orgiastica ovazione che tanto adorate.
Perché sarete attori e pubblico di voi stessi.
Le pagine principali del dire autoritario non verranno più messe in discussione, da adesso in poi. Perché non solo la suonerete e la canterete in assoluta autonomia. Le note della melodia ufficiale scivoleranno nelle orecchie senza anche il più esile attrito.
Liscia sarà la via e non avrete nemmeno più il bisogno di nascondere lo sporco sotto il tappeto.
Perché noi, lo sporco, saremo ormai lontani.
Dove?
Semplice, anzi, direi giusto.
Noi, che siamo lui, lei, e tutti i loro che, inevitabilmente, hanno i soli occhi in grado di raggiungere i limiti estremi del guardare, possiamo esclamare senza alcun timore di essere smentiti.
Il nono pianeta è nostro.
Tutto nostro.
Perché prima di tutti l’abbiamo visto.
O, meglio.
Sognato…

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21.1.16

Storie di immigrati rifugiati: la risposta di Baseema

Storie e Notizie N. 1309

Leggo che a Middlesbrough, in Inghilterra, hanno avuto la discutibile pensata di distinguere le abitazioni dei rifugiati dai “normali” vicini dipingendo di rosso le porte d’ingresso. Con il rischio, tra le altre cose, che le case divengano più facilmente bersaglio di aggressioni a sfondo razzista…


Mi chiamo Baseema, ho sette anni e il mio nome ha un significato prezioso.
Vuol dire sorridente.
Ora, c’è sorriso e sorriso.
Mio padre dice che il mio vale doppio.
Perché sorrido prima.
E anche dopo.
Aver scoperto il reale senso delle cose.
Per esempio, prendete questa cosa della porta.
Quando l’ho vista la prima volta ho sorriso, già.
Ma che dico?
Ho riso di gusto, come quando mangi qualcosa di buono.
Cioè, come quando mangi qualcosa.
Di tanto.
Una porta rossa? E ce l’abbiamo solo noi?
Come mai? Questo ho chiesto a mia madre mentre rammendava.
Mia madre non fa altro che rammendare i pochi stracci che chiamiamo vestiti, dove sono più i buchi che il resto. E' un po’ la storia della nostra vita, ma io non mi lamento, perché i buchi celano un dono impagabile.
Puoi riempirli con ciò che preferisci. O puoi pure aspettare che qualcun altro realizzi il sogno per te e, in quel caso, porta pazienza.
Per la cronaca, mamma non mi ha risposto e lo stesso ha fatto mio fratello.
Cioè, lui in realtà lo ha fatto, ma tempo addietro ho deciso di non contare come risposte le facce irose, gli occhi annoiati e le bocche spaventate.
Mio padre, invece, mi ha guardato attentamente e ha replicato con una domanda. Quando fa così quanto lo odio. Ovvero, il contrario.
“Secondo te, Baseema, perché solo noi abbiamo la porta rossa?”
Anche io ho delle risposte mute, sono onesta.
La fronte increspata e convulsa, come il mare che qui ci ha condotto, vuol dire sempre la stessa cosa.
Ci devo pensare.
Un giorno, una notte e il propizio disegno si è fatto largo nella mia mente, sotto forma di un’esplosione di variazioni uniche, tutte del medesimo colore.
Rosso, composto da una miriade di rosse spiegazioni, tante quante le innumerevoli tonalità della pelle umana. O delle vite al di fuori di quella stessa porta.
Allora la porta è rossa perché un giorno verrà spalancata da tutti i tori del mondo ebbri di felicità, poiché finalmente liberi dall'incubo a noi ben noto, ovvero passatempo per gli spettatori e sofferenze per i protagonisti. La porta è rossa perché arsa viva da fiamme sempre accese, lì a ricordare chi deve ancora raggiungere la riva, con il respiro o con la memoria. La porta è rossa come il sangue che davvero non mente mai, perché non so se sia sempre buono, ma è davvero uguale per tutti. La porta è rossa come il cielo al tramonto, cosicché ogni sera, proprio al tramonto, la porta e il cielo saranno la stessa cosa. A rammentarci e a rammentare che questa casa è tutto quel che abbiamo trovato oltrepassando l’orizzonte che voi già chiamavate...
Casa.
La porta è rossa anche per le ragioni che tutti sapete, ma va bene così, e io sorrido.
Perché il mio nome è Baseema, che vuol dire sorridente.
E perché mio padre dice che sorrido due volte, prima e dopo.
Il prima è andato e, forse, quel benedetto dopo non è ora.
Ma arriverà, ne sono certa.
E quel giorno non basteranno neanche miliardi di porte a fermarmi…

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20.1.16

Mancini contro Sarri e le scuse ai maschi

Storie e Notizie N. 1308

Scontro tra allenatori durante il recupero della partita di calcio tra Napoli e Inter di ieri sera. Mancini accusa Sarri di averlo chiamato f****o, mentre quest’ultimo dichiara di avergli chiesto scusa...

Mettiamo caso che.
Mettiamo caso che, al contrario, ovvero da un’altra angolazione, insomma, da dove vogliate guardare il tutto, la parola asterischizzata e ogni suo sinonimo siano sostituiti dal termine maschio.
E mettiamo pure di vivere su un pianeta dove i maschi siano la specie immonda.
Immaginate di essere maschi in quello stesso pianeta.
Malgrado definirsi maschi, in tutti i mondi possibili, alla fine dei giochi non voglia dire assolutamente nulla.
Nondimeno, assecondatemi.
Assecondatevi, assecondateci e via così assecondando.
Figuratevi di ritrovarvi, sin dal giorno in cui avete riconosciuto nell’espressione maschio la migliore approssimazione di quel che rappresenti la vostra identità di genere, nel vedere associata la medesima a ogni tipo di aberrazione, dileggio, patologia e vergogna.
Il tutto minimizzato, il più delle volte, con una frase che è ormai divenuta una sorta di scontato ritornello: “Io? Ma se ho un sacco di amici maschi, io…”
Che ti viene una voglia sfrenata di incontrarli tutti in una stessa stanza e chiedere loro: “Ma come c***o fate a essere amici suoi?!”
Adesso, per par condicio, dovrei scrivere qualcos’altro sulla seconda parola asterischizzata della storia, ma si farebbe troppa confusione.
E di confusione i maschi di questo racconto, ovvero coloro che in qualche modo si sentano evocati dalla metafora, ne hanno subita già troppa.
Una nube gravida, densa e disordinata. Un cloud, come si dice oggi, di aggettivi e motti, travisamenti e insulti. Un grumo nauseabondo, una marea di manipolazioni semantiche e strumentalizzazioni sintattiche da apparentemente ingenue lettere composte.
Hai voglia a soffiare via il tutto, per quanto orgoglioso sia il tuo petto.
Hai voglia a sperare che finalmente il vento si levi forte non solo del tuo, di fiato.
Hai voglia a voltarti puntualmente verso il lato cieco della stanza.
La nuvola bercia sgraziata e sbava imperterrita. E, malgrado i tuoi sforzi, diviene ancora più grande, abboffandosi addirittura pure con le farneticazioni di coloro che, in qualche modo, potrebbero chiudere una volta per tutte questo umiliante capitolo della narrazione umana.
Perché, tanto, chi ne porterà davvero il peso sulle spalle, nella pancia e nel cuore, sono sempre e solo loro.
I maschi, con tutto quel che di brutto ci permettiamo di evocare accanto a loro.
Ecco perché, tra i patetici duellanti, tra l’ennesima ingiuria e le solite giustificazioni, chiedo scusa a voi tutti.
Per tutte le volte che con una sola parola, convinto di aver insultato un’unica persona, ne ho in realtà offese a milioni...

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15.1.16

Storie sulla fame nel mondo: le vittorie di Alì

Storie e Notizie N. 1307

Leggo che un ragazzo di soli sedici anni, identificato come Alì, è morto di fame nella città di Madaya, in Siria, sotto assedio da luglio dell’anno scorso, aggiungendosi alle altre decine di decessi sempre a causa della denutrizione denunciati dalle Nazioni Unite.


Mi chiamo Alì, sono nato all’inizio del terzo millennio e ho, avrò, sedici anni.
Per sempre.
Altrettanto, per ogni giorno a venire, sarò Alì che ha vinto.
Ho iniziato a sconfiggere nemici che farebbero impallidire adulti di ogni luogo, perfino con la voce amplificata dalla sfrontatezza da tastiera e dalla tracotanza da divano, sin da quando ne avevo appena undici.
La guerra è esplosa, a quel tempo, come suo solito.
Sintetizzata e sminuzzata sulla carta con cui incartare il pesce senza nemmeno attendere il dì seguente, quanto sbriciolata e ricomposta all’uopo in immagini e video il cui unico effetto speciale è la verosimiglianza di comodo.
Eppure, la guerra è esplosa e da allora azzanna vita con più o meno cieca furia anche nella mia invisibile esistenza.
Come suo solito.
E’ lì che ho sconfitto la paura, ma è stato solo l’inizio.
Perché l’anno seguente ho affrontato e vinto la solitudine di un mondo dentro un mondo. Dentro un altro e un altro ancora. Che, alla fine della fiera di miseria e ottusità illuminata, è solo uno.
All’alba dei tredici anni mi sono ritrovato circondato da un esercito di assassini tra i più temibili a ogni età. Leggi pure come gli spietati divoratori di speranze.
Hanno urlato sbavanti e danzato tutti insieme, confusi tra loro come un’assordante e sfuggente macchia, vili quali sono, ma non ho mai battuto ciglio. Avanzando, li ho osservati tutti uno per uno, senza abbassare il capo neppure per guardare dove mettessi i piedi.
E’ così che, nell’unico modo possibile, sono arrivato all’anno seguente e ho visto aggirarsi tra noi la più pericolosa delle umane epidemie. Indifferenza è il tuo nome. E a te sono stato immune, ammettilo. Per nome ti ho chiamato e così ti ho scacciato da ogni centimetro della mia pelle. Perché per noi altri, che abbiamo imparato a sopravvivere prima di leggere e far di conto, rimanere indenni innanzi alle cose del mondo è il peggiore tra i peccati.
L’anno scorso è arrivato lento, ma è comunque arrivato e ha portato con sé il signore degli inganni, sotto forma di un micidiale dono incartato da dio. La presunta benedizione di un frammentarsi tra respiri dallo stesso sangue riscaldati. Fratello contro sorella, madre contro padre, io che uccido te e te che, al meglio, vivrai il resto del tuo tempo per uccidere.
Me.
Ho vinto anche stavolta.
Perché le mie mani sono sporche, è vero, e presumo capirete. Polvere e sangue sono ormai particelle fondanti di polpastrelli induriti allo stremo. Ma quel sangue e quella polvere sono miei, nessuno li chiederà indietro, perché a nessuno ho mai pensato di rubarli.
Oggi si è presentato il mio ultimo nemico, la fiera dai mille volti differenti, ma tutti trasfigurati da forze apparentemente inarrestabili.
Fame.
Fame di giustizia e fame di pace, fame di futuro e fame di sorrisi.
Fame di canzoni nei pomeriggi d’estate e di corse al tramonto sino a farsi male il cuore, senza mai ferirlo davvero.
Fame di normalità, più di tutto.
E, udite udite, ho vinto ancora.
Mi chiamo Alì, sono nato all’inizio del duemila e avrò, ho, sedici anni.
Fino alla fine dei giorni.
Vi diranno che sono morto di fame, ma non la diranno tutta.
Perché quanto è vero che l’inedia ha avuto l’ultima parola sul mio conto, il mio epitaffio dice che la fame di cibo, la quale, perfino in questo momento sta falciando vita, non è la mia di sconfitta.
E’ la vostra…


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14.1.16

Unioni civili e adozioni omosessuali: lettera ai senatori

Storie e Notizie N. 1306

Leggo che trenta senatori cattolici del Partito Democratico si sarebbero opposti all’adozione del figlio del partner (stepchild adoption) oggetto del recente disegno di legge sulle unioni civili.
Da cui la seguente missiva...

Care senatrici, gentili senatori.
Vi racconto una storia.
C’era una volta una casa.
Anzi, no.
Una valigia, se preferite.
Guardate, fate voi.
Immaginate qualcosa che sia in grado di contenere.
Accogliere.
Disegnatela come preferite, l’estro nel tratto, come nel colore, poco importa.
Ciò che conta è che sia vuota.
Bene.
Se così si può dire.
Ora guardate.
Lo vedete il bambino innanzi a voi, al di là del vostro autorevole scrittoio?
Ah… è forse una bambina?
E’ uguale, stavolta è davvero uguale senza discussione.
Perché qualunque sia la natura con la quale definiate la giovane vita protagonista, quel che di comune rimarrà è il nulla.
Perché la casa, la valigia, qualsiasi cosa vi siate figurati in grado di contenere, accogliere, è vuota.
Un’assenza incommensurabile, ostacolo scomodo da affrontare perfino per le fantasie più ardite, giustamente timorose dell’ennesima delusione.
Come un serpente boa che creda soltanto di aver ingoiato l’elefante.
Il bambino nella casa, la bimba con la valigia, l’imberbe creatura con l’evanescente carico sulle spalle è lì, ora, con quello stesso vuoto in gioco.
Ora sfogatevi pure.
Riempite la scrivania con tutto il vostro, di bagaglio.
La vostra cultura e quella delle persone a cui dovete render conto.
La vostra morale e quella di chi non vorreste mai deludere.
Le leggi, tutte. Quelle in cui credete e quelle che, lo sapete già, un giorno appariranno come una sorta di confine. Tra chi si trovava già dal lato giusto della storia e coloro i quali hanno resistito sino all’ultimo.
Colpevole imbarazzo.
Rovesciate anche senza pudore ogni ragione intima e vissuto personale che in qualche modo condizioni il vostro agire. Fatelo senza indugio, perché stavolta nessuno si straccerà le vesti con più o meno facili giudizi.
Perché il solo testimone innanzi a voi non ha alcun elemento per farlo.
Non ha alcunché, in effetti.
Appesantite quanto potete il legno del desco con ogni voce che si senta in diritto di sciorinare puntualmente una miriade di complicanze di genere innanzi al più naturale degli atti.
Poiché di questo si tratta.
Di naturale e oltremodo semplice compito.
Perché quando vi sarete liberati anche dell’ultimo frammento di parole e rumori che le sorti della vita in questione vi hanno scatenato dentro sarete finalmente alla pari con lui.
Con lei.
Un bambino.
Forse una bimba.
E nel mezzo un vuoto assordante.
Leggetelo pure come una casa, una valigia o qualsiasi cosa che puoi riempire soltanto.
Con l’amore.

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13.1.16

Storie di immigrati rifugiati: cosa offro

Storie e Notizie N. 1305

Caro Governo Danese,
ho saputo che vi state avviando a esercitare il diritto di confiscare i nostri beni, al fine di coprire le spese che ci riguardano.
Non ho molta voglia di parlare di diritti.
Soprattutto dei miei.
Forse perché ho dimenticato cosa siano.
O, magari, proprio perché è la cosa che rammento meglio.
Ecco perché non protesterò.
Non alzerò la voce per mettere a rischio ogni singolo istante che ancora mi attende.
Non mi opporrò all’ennesimo abuso.
Perché vivere un altro giorno ancora e andare avanti così, finché strada ci sarà, è il paradiso.
L’inferno è solo una delle forme di quest’ultimo che vorrete concederci, malgrado sappiamo già come sia fatto.
Per questa ragione sono qui, ora.
Confiscate, confiscate pure, ma non troverete banconote o monete perché con esse i miei hanno acquistato tempo. Tutto quello che puoi srotolare innanzi a te come un tappeto rosso, perfino di sangue vivo colorato.
Non ci sono monili di qualsivoglia valore, nella valigia di mamma, poiché l’ha scambiati per una finestra sempre aperta nel mio cuore, da dove non perdere mai di vista le memorie che contano.
Non c'è nulla, ahimè, che potreste naturalmente definire prezioso.
Altrimenti, credete forse che sarei qui, oggi?
A ogni modo, con un po’ di sforzo di immaginazione, anzi molto, e una riduzione di apatia, anzi tanta, vi chiedo di ascoltare cosa offro.
Confiscate, confiscate pure il mio dito indice destro, quello con il quale un giorno ho puntato l’orizzonte più lontano dalla morte.
Ovvero, voi.
Usatelo, magari avrete più fortuna di me.
Coraggio, confiscate senza tema le mie palpebre, al cui riparo ho costruito alternative impossibili sotto forma di luoghi giammai perfetti, solo leggermente più sopportabili della via per raggiungerli. So che potrò farne a meno, ora, perché sognare a occhi aperti è diventato il solo umano vedere.
Confiscate il mio ginocchio sinistro, ma fatelo presto, però, adesso che sono di buon umore. Perché quando mi rattristo mi ritrovo spesso a pensare al giorno in cui me lo sono sbucciato, giocando con mio padre. Quando c’era mio padre.
Confiscate, confiscate anche a mani basse, che è solo un altro modo per raccontare un furto.
E, se proprio ne avete bisogno, confiscate ogni centimetro della mia pelle, affinché dall’istante in cui avrete terminato il vostro lavoro camminerò tra voi come il più nudo dei viventi.
Chissà se osservando a occhio altrettanto spoglio un cuore vibrante, un paio di polmoni in preda al respiro e un fiume di sangue scorrere testardo da nord a sud di una vita vedrete finalmente cosa offro.
E cosa state confiscando...

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