27.5.16

L’elefantessa e la solitudine dei sopravvissuti

Storie e Notizie N. 1358

Proprio mentre il presidente degli Stati Uniti Obama stava facendo visita a Hiroshima per il Memorial dei bombardamenti atomici, abbracciando nell'occasione uno dei superstiti, moriva a Tokyo un’elefantessa di nome Hanako, descritta come la più solitaria nel mondo dagli attivisti dei diritti degli animali.
Si trattava di un ‘regalo’ da parte del governo della Thailandia e aveva vissuto quasi tutta la sua vita completamente sola in un piccolo recinto di cemento all’Inokashira Park Zoo.
Esattamente quanto il tempo che ci divide da quei maledetti giorni d’agosto, Hanako è vissuta circa settant’anni.
Ovvero, è sopravvissuta

Prima e dopo.
Foto dal Telegraph

Lo so.
Anzi, lo ricordo.
So e ricordo quel che so, ovvero ciò che si dice degli elefanti.
Che abbiamo buona memoria.
Magari non fossi stata un elefante.
Magari fossi stata solo una che alla suddetta regola faceva da fortunata eccezione.
Perché io lo so.
Lo so e lo ricordo.
Che non è sempre stata così, la prigionia chiamata vivere.
C’è stato un prima e c’è un dopo.
Dicono, le genti dal pavimento morbido sovente dicono, laddove li sfiori l’onda d’urto che anche ora stravolge destini nel silenzio, che da quel momento il mondo non sarà più come prima.
Che ora siamo già nel dopo.
Ebbene, questo accade ogni secondo, lontano da voi che guardate al di là delle sbarre e che scoprite la solitudine altrui solo al riparo di una fotocamera, possibilmente con opportuni filtri edulcoranti.
Foto dal New York Times
Io so e ricordo quel prima.
Perché è lì che non ho mai smesso di abitare.
Con chi in quel prima è rimasto.
In tutto ciò che era danza naturale delle cose.
Prima.
Nelle ferite e nelle gioie quotidiane.
Prima.
Più che mai nelle notti tremebonde, di cieli affogati nel buio e urlanti piogge, che solo ora vedo come piccole e preziose trame dell’unica vera esistenza che ho avuto.
Prima.
Io ricordo perché so e so perché dopo non potevo dimenticare.
Lo devo al maledetto cuore che ancora aveva musica da regalare.
All’aria che non la smetteva di attraversarmi come se fosse padrona del mio corpo.
Alla luce che non si arrendeva e ogni volta riusciva a trovarmi.
Lo devo soprattutto a voi.
Che in tutto questo tempo, in molti siete arrivati e andati via come onde su una riva dove quelli come noi rimangono intrappolati.
Io lo so.
Lo so perché ricordo perfettamente tutti quelli che mi erano accanto prima che il gigante che cancella storie ha camminato su di noi.
Sono l’enorme impronta della sua colossale scarpa.
Sono l’ombra che si attarda oltremodo e si allunga in maniera innaturale.
Sono sempre stata sola.
A sapere e ricordare davvero cosa vuol dire.
Prima.
E dopo.

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26.5.16

Storie di donne coraggiose: Ciò che resta di me

Storie e Notizie N. 1357

L’anno scorso sono stati rinvenuti i resti della sessantaseienne Geraldine Largay, la quale era stata data per dispersa nel luglio del 2013 dopo aver abbandonato il Sentiero degli Appalachi durante la sua passeggiata.
Particolare rivelato solo di recente, la donna, consapevole di stare per morire ha lasciato il seguente messaggio: “Quando troverete il mio corpo, vi prego di chiamare mio marito George e mia figlia Kerry. Sarà la più grande gentilezza per loro sapere finalmente che sono morta dove mi avete trovato, non importa a quanti anni da oggi.”
Prima di arrendersi, Geraldine è sopravvissuta ventisei giorni

Ciò che resta di me.
Foto da The Guardian
Ciò che resta di me in ventisei frammenti.
Uno, la prima volta, tutte le prime volte, ogni prima volta che abbiamo vissuto insieme, convinti che il miracolo si sarebbe ripetuto ancora. Di rado è andata davvero così ma di questo non possiamo di certo lamentarci.
Due, i passi che ho fatto, tutti i passi che ho fatto, ma solo quelli piccoli, per rispetto del momento e delle persone protagoniste, come nella sala in cui mia figlia affrontava il primo saggio a scuola.
Tre, quando ce l’ho avuta con te, marito mio, tutte le volte che ce l’ho avuta con te e non abbiamo avuto modo di trasformare l’avversione nel suo opposto. Ebbene, io lo faccio ora, adesso tocca a te.
Quattro, i viaggi che abbiamo fatto, amori miei, tutti i viaggi che abbiamo fatto e non siamo mai tornati perché non c’era nulla a cui tornare.
Cinque, la forza che ho rubato a voi, tutta la forza che vi ho rubato di nascosto, vi giuro che non ne ho sprecato un grammo.
Sei, la persona che ho dimenticato, tutte le persone che ho voluto dimenticare, me ne dolgo solo ora, malgrado sia tardi.
Sette, le lacrime che ho nascosto, tutte le lacrime che ho nascosto sono libere, adesso, perché non c’è più nulla di cui vergognarsi quando tutto riceve il peso che davvero merita.
Otto, le mani che ho stretto, tutte le mani che ho stretto senza guardare negli occhi la vita dietro di esse, che solo ora vedo e capisco.
Nove, l’aria che non respirerò, tutta l’aria che non ho respirato perché quel giorno non ero lì, sebbene avrei dovuto esserci.
Dieci, la terra su cui riposo, tutta la terra sulla quale avrei potuto riposare, solo ora risuona identica e fatta della stessa terra.
Undici, il bacio che volevi darmi, tutti i baci che volevi darmi, compagno che lascio, fallo ora e non mi volterò per nulla al mondo.
Dodici, la musica che mi ha fatto ballare, tutte le musiche che mi hanno fatto ballare, dentro, ma son rimasta ferma per pudore.
Tredici, le immagini che mi hanno fatto emozionare, tutte le immagini che l’hanno fatto, dentro, ma sono rimasta in silenzio per consuetudine.
Quattordici, le scene che mi hanno fatto indignare, tutte le scene che mi hanno fatto indignare e ho alzato la voce, che il cielo o chi per lui le benedica una ad una.
Quindici, la notte che abbiamo fatto all’amore, tutte le notti in cui abbiamo fatto all’amore solo con gli occhi, mio amato, quelle le porterò con me.
Sedici, il giorno in cui ha sorriso nostra figlia, tutte le volte in cui ha sorriso quando invece io ero triste, o solo stanca, quelle le lascio a te.
Diciassette, la vita intorno a me, ora, tutto quel che è vivo intorno a me, adesso che sto per scomparire, ringrazio, sì, io lo ringrazio.
Diciotto, la strada che ho percorso, tutte le strade che ho percorso al contrario perché era il cuore a ordinarlo.
Diciannove, l’abbraccio veloce, tutti gli abbracci veloci che troppo poco son durati, che il tempo si fermi e li renda immobili come gli alberi che per sempre mi faranno compagnia.
Venti, le cadute sulla via, tutte le cadute sulla via che ti hanno fatto piangere, figlia adorata, bacia di nuovo per me quella bua sulle ginocchia.
Ventuno, il cibo che mi è bastato, tutto il cibo che non era speciale ma mi è bastato, anch’esso ringrazio, sì, io ringrazio.
Ventidue, l’acqua che mi è bastata, tutta l’acqua che non era dovuta ma mi è bastata, devo ringraziare, sì, io lo devo.
Ventitré, le partenze senza ritorno, tutte le partenze senza apparente ritorno, tranne l’ultima, questa.
Ventiquattro, il tramonto che non ho amato, tutti i tramonti che non ho amato affatto, perché la giornata più bella era al termine, tranne l’ultimo, questo.
Venticinque, voi, tutti i voi della mia vita, ringrazio, sì, e ringraziatemi anche voi, se vi va.
Ventisei, caro marito e dolce figlia, per tutte le volte che tali parole ho pronunciato, mille e mille altre volte fate come se l’avessi dette e raccogliete il tutto dentro di voi.
Insieme.
A ciò che resta di me...

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25.5.16

Storie sullo sfruttamento minorile: I figli del fumo

Storie e Notizie N. 1356

Secondo un rapporto pubblicato da Human Rights Watch, migliaia di bambini lavorano nell'industria del tabacco in Indonesia, dove vengono sottoposti ad avvelenamento da nicotina ed esposti ai pesticidi.
L'Indonesia è il quinto più grande produttore di tabacco al mondo...


Foto dal New York Times
Siamo i figli.
I tuoi, se vuoi.
Di qualcun altro, se preferisci.
Ma troverai poche differenze, quasi nessuna, in questa nostra vita.
Siamo tutti uguali, qui per terra, addirittura alla stessa altezza dove arriveremmo se in piedi ci alzassimo.
Sì, so che è assurdo, tutto questo.
Ma questo non ci impedisce di viverlo.
Magari accadesse l’opposto, che quella fantomatica normalità di cui parlano tanto al di sopra delle nuvole perenni, ci piovesse addosso.
Andrebbe bene anche il puro caso, qui saremmo ad attenderlo, comunque.
Scorgerai poche distinzioni nel nostro fare.
Il gioco è nelle nude dita che maneggiano la morte.
E la scuola è negli occhi accesi che misurano quanto può esser lungo il crudele film.
La ricreazione è nel respiro frutto di una natura abusata.
E il lavoro è tutto, in realtà, malgrado puoi chiamarlo in mille altri modi.
Nobilita, dicono.
Sarà, ma da queste parti faremmo volentieri a meno di cotanto ereditato lignaggio.
Se solo ne avessimo consapevolezza.
Se solo gli anni e la scaltrezza, soprattutto i muscoli, fossero proporzionali alle nostre tenerezze mutilate.
Ci ergeremmo insieme e uniti in una sola voce grideremmo il nostro desiderio di presente, ancora prima che futuro.
Tuttavia, occorre tempo che non abbiamo avuto, per conoscere le alternative.
Eccola la vita che si allontana da se stessa, ovvero dalla versione peggiore in cui ti sei imbattuto.
Difficile, quasi impossibile, laddove la svolta devi disegnarla da te.
Come le celebri famiglie del narratore russo, tutti i bambini felici sono uguali, ma ogni bambino infelice viene sfruttato in modo differente.
Ma quando il modo è lo stesso, siamo tutti fratelli.
Poche difformità tra di noi, l’ho detto.
Perché siamo i figli.
Di un genitore unico.
Padre, madre.
Ragione di vita.
E del suo contrario.
Il famigerato, maledetto.
Fumo

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20.5.16

Storie sulla tristezza: Quando cade un aereo

Storie e Notizie N. 1355

Chi erano le vittime del volo MS804? 66 persone, di cui 56 passeggeri provenienti da 12 paesi diversi, 7 membri dell'equipaggio e tre addetti alla sicurezza.
Questa è una delle molte domande che chi resta si pone.
Quando cade un aereo…

Quando cade un aereo.
Quando cade un aereo vuol dire che il sogno di volare è finito.
Perché quando cade un aereo ti lascia in dono la paura.
E quando cade un aereo non puoi fare a meno di metterla lì, sul piatto della bilancia sempre pronto ad accogliere i terrori di questo tempo.
Ma quando cade un aereo, il cielo non voglia che il peso rubi la scena al piatto chiamato coraggio.
Che quando cade un aereo non si dica che l’audacia di chi si è messo in viaggio sia stata spesa invano.
Quando cade un aereo non puoi fare a meno di piangere.
Perché non eri lì, con loro.
E al contempo, quando cade un aereo, non puoi fare a meno di provar sollievo.
Per l’identico motivo.
Quando cade un aereo siamo ossessionati dalle risposte che la bruna scatola si degnerà di mostrare.
Perché quando cade un aereo il colpevole è tale nella peggiore delle accezioni.
Ma quando cade un aereo, il cielo non voglia che costui rubi la scena a tutti i colpevoli nascosti nell’ombra.
Quando cade un aereo la magia scompare e rimangono solo i trucchi.
E quando cade un aereo ci ricordiamo solo delle fiamme e dei rottami.
Perché quando cade un aereo dimentichiamo tutto il resto.
Ma quando cade un aereo è come fotografare il mare in tempesta e convincersi che l’azzurro dipinto su placide acque sia stato solo un illusione.
E allora, quando cade un aereo, va bene tutto.
Quando cade un aereo il dolore è la traccia più logica e al contempo degna di rispetto.
Ma quando cade un aereo il silenzio di chi guarda non sarebbe male.
Quando cade un aereo, ormai, non ti stupisci più.
E quando ne cade un altro, di aereo, ti sorprendi ancora meno.
Perché quando cade un aereo c’è solo il rumore dell’esplosione a farla da padrone.
Eppure, quando cade un aereo, potresti serrare le orecchie e far lo stesso con gli occhi.
E immaginare cosa sarebbe stato se l’aereo non fosse mai caduto.
Tuttavia, quando cade un aereo non puoi tornare indietro, ma da quell’istante il miracolo che sconfigge gravità, e ogni timore da essa appesantito, ha bisogno di te.
Di tutti noi.
Perché quando cade un aereo vuol dire che il sogno di volare è finito.
Ma per ogni aereo che cade, e ogni sogno che finisce, mille altri sono pronti sulla pista.
Decisi a volare.
A sognare.
Fino a quando le ali lo permetteranno…

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19.5.16

Storie di immigrati: Nel fantastico mondo dei mostri al contrario

Storie e Notizie N. 1354

Gli scontri a Idomeni tra la polizia e i profughi, tra cui migliaia di bambini, si fanno sempre più violenti.
Una storia di mostri…


Dei mostri.
Dei veri mostri, ormai, non abbiamo più paura.
Sono gli altri, che abbiamo imparato a temere.
I mostri al contrario.
Tra i più inverosimili, come non citare fuochi che sputano draghi e zanzare donatrici di sangue.
Tsunami che restituiscono villaggi e paesaggi addirittura rimessi a nuovo.
Terremoti che offrono solo ritmo sincopato a chi ha già ballato abbastanza, fino a oggi.
E mari che naufragano nei cuori finalmente al sicuro dei figli dei barconi.
Cacciatori che smontano fucili e al contempo rimontano animali, frammento su frammento, come con i puzzle.
Ma anche fantasmi che raccontano favole della buona notte e incubi a lieto fine.
Iniezioni letali di sciroppo per la tosse e sciroppi per la tosse che curano il mal di vendetta.
Vittime civili che si fanno esplodere di vita sulla pubblica piazza.
E alcuni tra i più straordinari esemplari di ciechi di questo mondo, benedetti non vedenti che andrebbero clonati e diffusi ovunque come deterrenti umani contro l’ottusità vigente.
Coloro che non vedono differenze dove non ce ne sono e scorgono uguaglianze dove dovrebbero essercene.
Uno, dieci, cento uomini che circondano una donna sola, indifesa sulla via, lontana dalla luce e tutti insieme la salvano.
Da tutto quel che potrebbero farle di brutto.
Muri che si mettono in testa di costruire persone forti e persone semplicemente sagge che si mettono in testa di abbattere muri.
Che forti non lo sarebbero stati mai.
Uomini soldato che diventano bambini e bambini che giustamente diventano liberi.
Dall’essere entrambi, uomini e soldati.
Gente che ama l’amore altrui e odia il proprio odio.
Per l’amore altrui.
Pioggia, incessante pioggia di lacrime inutili che si levano in cielo.
Per creare nuvole grigio nere di ogni forma, anche la più minacciosa, ma destinate a dissolversi grazie al vento.
Che soffia al contrario, da una montagna di canditi agli eterni spettatori della tavola feconda.
Respingitori di passati tristi che allargano le braccia.
E accolgono e soccorrono, come se fosse la cosa più naturale sulla terra, i futuri, i soli futuri possibili.
Del presente di tutti...

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18.5.16

Storie di bambini nel mondo: dove si fanno magie

Storie e Notizie N. 1353

Ancora una volta piogge torrenziali e alluvioni si abbattono sullo Sri Lanka.
Al momento si parla di tre villaggi allagati, 137mila sfollati, 36 morti e almeno duecento famiglie disperse.
Per fortuna che esiste la magia…

Presto.
Fai presto, non perdere tempo, afferra la macchinetta fotografica, anzi, lo smartphone e ruba l’attimo.
La prova.
L’indiscutibile prova che gli incantesimi funzionano.
Naturalmente la dimostrazione è tutta per te che guardi.
Capirai, mio fratello ed io siamo ormai dei veterani di siffatte scoperte.
Succedutesi tante di quelle volte da diventare miracolo ordinario.
Ma non credere che ciò ottenga l’insperato risultato.
Quello di assuefarsi alle meraviglie normali.
Lo stupore non manca mai, anche ora colora il cuore, in questo preciso istante.
Perché è fuoco condiviso.
Perché è la sola occasione che abbiamo.
Insieme.
Altro che invincibili squadre di supereroi che addirittura combattono tra di loro.
Noi altri questo lusso non possiamo permettercelo.
Perché il nemico è sempre lì, a un centimetro dal filo che regge il tutto.
Casa, affetti e futuro, sospesi sulla voragine affamata che è il nostro abituale pavimento.
Eppure papà sorride, vedi?
Altrettanto mio fratello, che odia le magliette sulla pelle quasi quanto le zanzare che così hanno vita più facile, con lui.
Sono io che aggiungo pensieri alla totale levità del momento, malgrado la tragedia che fa da cornice.
Sì, io rifletto.
Certo, io penso.
E ringrazio.
Non ci crederai ma ringrazio con tutto il mio cuore i doni che abbiamo.
Il prezioso compagno con il quale condivido or ora lo sguardo.
La mano paterna che ci accompagna sulla via.
Ma soprattutto la vita, proprio lei.
Perché gli effetti speciali esistono davvero.
Non sono al cinema da mille sale e tantomeno nelle saghe da libreria.
Li trovi qui.
Dove in ogni istante si sopravvive.
Trasformando il dolore e la sventura nel suo opposto.
Qui.
Dove si fanno magie…


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6.5.16

Primo sindaco musulmano nella mia città

Storie e Notizie N. 1352

Pare che il laburista Sadiq Khan si avvii a diventare il primo cittadino di Londra.
E, come sottolineano alcuni giornali, sarebbe il primo sindaco musulmano

Mettiamo caso.
Mettiamo caso che tu non sia di Londra.
Sì, dico a te che leggi.
Immaginiamo che tu guardi questa pagina da tutt’altra città.
La mia, per esempio.
O anche la tua, fa lo stesso.
Allora apri il giornale e trovi la presunta eclatante novità: eletto il primo sindaco musulmano della nostra città.
Sì, mettiamo che sia la tua.
O anche la mia.
Te li figuri i commenti?
Adesso ci riempirà di moschee, ne costruiranno ovunque, anzi, diverrà obbligatorio frequentarle.
E come faremo noi altri a trovare il tempo di andare allo stadio… cioè, volevo dire a messa?
Imporrà il velo alle nostre donne e le costringerà a sottomettersi ai maschi, che da noi sono famosi nel mondo per il rispetto verso il gentil sesso.
Il Corano, dimenticavo il Corano.
Ce lo farà leggere tutto…
E come faremo noi altri a trovare il tempo di andare allo… cioè, volevo dire leggere le altre cose?
Noi, che siamo famosi nel mondo per il numero di libri che leggiamo all’anno.
Libri? Ci farà leggere e scrivere da destra a sinistra!
E come faremo noi altri a trovare il tempo… e ci siamo capiti.
Ci farà crescere la barba come lui, stai a vedere.
Non ce l’ha?
Ma è davvero musulmano?
Oppure è… come si dice da noi? 'Islamico non praticante', o anche 'musulmano all’acqua di rose'.
A ogni modo, non si azzardi a togliere le pizzerie per mettere quei venditori di Kebab, sia ben chiaro, prima quelli nati qui, e poi gli altri.
Ah… è nato qui?
E’ nato, cresciuto e si è laureato nella nostra città?
Scusate, ma è musulmano sul serio o finge?
No, perché magari è una roba che ha usato per ottenere il voto dagli islamici.
Se c'è chi si mette a mangiare Tacos davanti alle telecamere per riacciuffare gli elettori ispanici, dopo averli insultati in ogni modo immaginabile, ci sta tutto allora.
Mettiamo caso, quindi.
Mettiamo il caso in cui, prima o poi, accadrà anche nella tua città.
Nella mia.
Che un primo cittadino musulmano venga eletto.
Spero che per noi, quel giorno, conterà soltanto.
Che sia stato eletto.
Un primo cittadino.
Per bene…

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5.5.16

Storie di donne coraggiose: sola contro tanti chi vince?

Storie e Notizie N. 1351

Hanno fatto il giro del mondo la foto e il video di Tess Asplund che tenta di fermare con il pugno alzato la marcia dei manifestanti neonazisti in Svezia.

Sola contro tanti.
Qual è la notizia?
E’ già successo.
Accade anche ora, malgrado lo sappiano solo loro.
E lei.
Ma la cosa si ripeterà di nuovo, domani e domani l’altro.
Perché è cosa normale, banale aritmetica umana, semplice bilanciamento dei sentimenti in gioco, ovvero, sbilanciamento.
E’ danza impari, esito scontato, direi stracciato, vittoria talmente prevedibile da rimaner fuori dal carnet di ogni bookmaker sulla terra.

Sola contro quelli.
Dov’è la meraviglia?
Trattasi di elementare fisica delle emozioni, pura logica delle altrettanto pure aspirazioni, conseguenza ineludibile di assioma nato con l’uomo.
Che poi dovrei dire donna.
E’ il Davide contro Golia nel mondo reale, è il Gatto con gli stivali che sconfigge l’orco lungo gli aspri confini di quest’ultimo, e perfino la piccola Hansel che salva il fratellino ingannando la strega che tenta di divorare i loro futuri. E credimi, al di là di quegli stessi confini accade davvero.

Sola contro la folla.
Perché lo stupore?
E’ l’unico risultato possibile.
Ne dubiti, forse?
Prendi la calcolatrice, allora, e seguimi bene.
Loro sono tanti, mettiamo pure trecento.
E lei è sola.
Sola con il coraggio di chi non lotta per vincere, ma sa di aver vinto proprio perché sta lottando.
Sola con infinita serenità in ogni centimetro maltrattato della propria pelle, perché sa che quella stessa pelle sarà sempre il vestito migliore che avrà.
Sola con la fierezza negli occhi che non hanno bisogno della protezione delle palpebre, perché sanno che incontreranno ancora il male.
Ancora, ancora e ancora.
Ma ognuna di quelle volte il male.
Troverà qualcun altro di più forte, più ostinato.
E, soprattutto, meno solo.

Sola contro loro.
Adesso capisci perché alla fine ha vinto lei?

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4.5.16

La trave del farneticante cittadino medio

Storie e Notizie N. 1350

Le notizie di prima pagina hanno presenze variabili e costanti. Tra queste ultime non mancano mai quelle sul terrorismo, i migranti e i Rom. Soprattutto, ciò che è onnipresente è l’impetuosa protesta dell’esasperato cittadino medio…

Sulla via.
Due uomini si incontrano.
O scontrano, a voi la scelta.
Un attimo dopo l’inaspettato incrocio di esistenze, uno dei due fa: “Ha visto che sporcizia? E’ una vergogna.”
“Infatti, però…”
“E’ normale, porca zozza, con tutti questi Rom che non hanno alcun rispetto per la nostra città. Lo sa che c’è un campo abusivo proprio qui vicino? Ma stavolta alle prossime elezioni do il mio voto a quelli là, voglio vedere se non li cacciamo a pedate.”
“Perfetto, ma…”
“Certo, ha ragione lei, fosse solo quello il problema. Vogliamo parlare dei migranti?”
“Va bene, se magari…”
“E parliamone. Qui non c’è posto per tutti, non c’è lavoro per noi, figuriamoci per quelli là. Che poi, fosse solo il lavoro, quello che cercano. Io non sono razzista ma… ma mi ci fanno diventare, perché questi non sono come noi, sono incivili.”
“Come dice lei, a ogni modo…”
“Fossero cristiani, uno potrebbe pure trovare qualche punto di incontro, ma con quella gente con la barba lunga e il tappeto che vuoi comunicare? Vivono in un mondo tutto loro, non si integrano.”
“A proposito, vorrei…”
“Uno potrebbe obiettare: vediamo, proviamo. Che vuoi vedere? Cosa caspita vuoi provare? I cinesi sono una vita che abitano con noi e sono sempre… cinesi, con i loro ristoranti e i negozietti tutto a un euro.”
“Okay, tuttavia…”
“Se avessi i soldi me ne andrei all’estero, ma in qualche posto tranquillo, però. Perché con questi terroristi siamo proprio noi gente civilizzata a rischiare di più. E’ che ci odiano, ci invidiano e ci odiano. Ci vogliono tutti morti, questa è la verità.”
“Può essere, ciò nonostante…”
“Altrimenti alziamo un bel muro tutto intorno e chi rimane fuori peggio per lui. Anzi, un muro non basta. Una grande cupola infrangibile, come quella serie televisiva. Tutti al sicuro e che il resto del mondo vada pure a farsi fottere.”
“Ho capito, adesso, se non…”
“Cazzo, mi pento già di essere uscito di casa, ecco. Ci hanno fatto passare la voglia di andare a fare una passeggiata, ci hanno rovinato la vita, e poi ci dicono che dobbiamo aiutare quella massa di debosciati e criminali senza arte e né parte…”
“Le ho detto che ho capito!” urla l’altro con una veemenza da far tremare l’aria stessa, catturando così l’attenzione di tutti i passanti nei pressi.
“Ho capito come la pensa”, ripete l’uomo dal volto sfigurato dalla frustrazione, “e se non avesse emesso fiato avrei intuito comunque il suo punto di vista. Ma, come le dicevo poc’anzi, adesso, se non le dispiace dovrebbe nell’ordine: sollevare il piede con il quale sta schiacciando il mio, prelevare con l’apposito guanto lo sterco che il suo orrendo mastino ha lasciato sul marciapiede, già che c’è raccogliere da terra anche la plastica del pacchetto di sigarette che ha appena acquistato dal tabaccaio qui di fronte, chiedere scusa al giovane che ha urtato mentre entrava nel negozio, alla signora anziana entrante a cui non si è curato di dare la precedenza, a tutti i minori qui transitati nel frattempo per tutte le volgarità da lei pronunciate e all’immigrato che ha cercato di venderle i cd per averlo insultato, visto che, a differenza di lei, lui sta lavorando. Infine, visto che anch’io dovrei andare a guadagnarmi il pane, dovrebbe senza indugio spostare la sua auto in doppia fila che impedisce alla mia di uscire, facendo poi manovra a retromarcia, visto che è entrato contro mano in un senso unico. Poi, se vuole, potrà pure continuare.”
A farneticare…

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