15.7.16

A presto

Come di consueto, il blog chiude per l’estate.
Anche quest’anno, da settembre scorso a oggi, ne abbiamo lette di notizie, voi ed io.
Non sempre, perché anche la condivisione sul web è ormai un meccanismo come un altro, ma talvolta abbiamo scelto.
La notizia, come la storia a cui dare maggior risalto.
Perché qualcosa, dentro, guidava le nostre dita sul mouse o sulla tastiera di turno.
Di morti ce ne sono stati tanti, troppi.
Di morti ignorati e sottovalutati, addirittura di più.
E di gesti di un’umanità inaspettata, una quantità sorprendente.
Al punto da ritenerli improbabili.
Figuriamoci degni della prima pagina.
Nondimeno, qui, ora, pure in questo spazio del quale tutti noi siamo partecipi, finché il respiro lo permette abbiamo la possibilità di decidere.
Cosa guardare e per cosa lottare.
Cosa ricordare.
E cosa approfondire.
Nessuno di noi nasce semplice utente e silente lettore, passivo mipiacitore e fedele fan, puntuale indossatore di avatar ad hoc e assiduo condivisore di trend più o meno nobili.
Siamo nati e possiamo tornare a essere, in qualsiasi istante.
Qualcosa di meglio.

Vi lascio con la top 10 delle storie più lette da settembre 2015.
Buona estate.











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14.7.16

La corsa di Mangar Makur Chuot e i suoi frammenti

Storie e Notizie N. 1377

Mangar Makur Chuot è partito dal Sudan da bambino, dopo che il suo papà era stato ucciso durante la guerra civile quando aveva solo quattro anni.
Ne ha trascorsi almeno otto in un campo profughi in Kenya.
Quindi la svolta, il giorno in cui gli è stato concesso asilo in Australia.
Il paese per il quale correrà alle prossime olimpiadi
Foto da The Guardian

Eccola, la metafora.
E’ tutta lì.
Una corsa.
Tante corse.
Tutte le corse di ciascuno di noi, intrecciate l’una nell’altra, con le velocità più disparate.
Gente che sfreccia, gente che cade, gente che arriva prima ed esulta con garbo o non esulta affatto, colpevolmente ignara della propria fortuna.
Gente che perde.
Quasi tutti, del resto.
La tanto sottovalutata maggior parte.
Perché solo il primo vince, lo sappiamo tutti, eppure capita spesso che il secondo e perfino il terzo e il quarto si voltino indietro.
Guardando tutti gli altri con un patetico senso di superbia.
Nondimeno, trattandosi di metafora, in tale immenso e confuso groviglio di gambe che danzano, piedi che calpestano e sgambettano, mani e braccia che spingono, ma che talvolta accarezzano, ognuno di noi può essere qualcosa nella corsa dell’altro.
Non è un caso.
Credimi, non lo è.
Un mondo di roba è frutto accidentale, certo.
Come avere le scarpe o meno alla partenza, anche se ci sono molti che fanno addirittura gli schizzinosi tra un paio e l’altro.
Come partire in prima fila o meno, anche se ce ne sono altrettanti che fanno perfino gli schizzinosi tra un giro e l’altro.
Ma quel qualcosa, che è parte della storia altrui, dipende da te.
Solo da te.
Tu non c’eri il giorno che il dio delle corse impossibili ha messo in pista il corridore sopravvissuto.
Tu non c’eri il giorno prima.
Tutti gli attimi che hanno preceduto lo sparo.
Tu non hai visto con i tuoi occhi qual è il prezzo che il compagno che ti affianca ha dovuto pagare solo per essere lì, con te.
Sì, lo so, capisco tutto.
Potrebbe vincere.
Potrebbe essere lui, il fortunato ad arrivare primo.
Potrebbe diventare ciò che tu hai sempre sognato.
Ma è così che funziona, perché siamo tutti frammenti delle corse degli altri.
Non puoi essere ciò da cui è fuggito per lottare verso la possibile vittoria esattamente come te.
Puoi solo essere il paese per il quale ha provato a vincere, magari riuscendoci.
O quello che ha stroncato il suo sogno...

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13.7.16

Puglia scontro fra treni: incidente in casa Rossi

Storie e Notizie N. 1376

Siamo sempre tutti sul pezzo, in punta di notizia, sulla cresta dell’onda anomala.
In breve, immancabilmente, sull’emergenza.
Allorché la frittata sia ormai fatta.
E’ questo il perenne, italico racconto.
Allora, immaginiamone lo svolgimento a misura di una nostrana famiglia come tante…


Ultime notizie.
Grave incidente in cucina, a casa Rossi.
I fratellini, Giulio e Mattia, hanno fatto cadere in terra l’ultima cosa che dovrebbe cadere in terra.
Una bottiglia d’olio.
Piena fino all’orlo, per giunta.
E, sempre per giunta, i due scellerati hanno anche camminato impunemente sulla densa macchia sul pavimento, diffondendo nel resto dell’appartamento appiccicose tracce di unto e pericolosi frammenti di vetro.
Il sottoscritto, gatto siamese domestico unicamente prima dei pasti e il collega canarino dalla postazione sopraelevata, sistemato – a mio modesto parere – troppo in alto, siamo qui, sulla scena, a raccontarvi l’ennesima sciagura.
Non conosciamo ancora la reale dinamica dei fatti che hanno portato alla caduta della bottiglia e siamo in attesa dell’unica persona in grado di riportare ordine, pulizia e luce.
Non è il papà dei due, nel caso qualche illuso difensore della comune categoria voglia azzardare tale improbabile ipotesi.
Se è per questo, non si tratta neppure della creatura nota con i soprannomi di colei che pesta code senza nemmeno accorgersene, o anche stai attento ingenuo volatile che quella ti riempie la vaschetta col detersivo invece del mangime, in breve nonna Alzheimer.
Neppure della giovane chiamata per esteso domatrice di orchetti imberbi dalle mani piccole ma arrivano anche sopra il frigorifero stai a vedere, altrettanto in breve babysitter.
No, lei non è ancora rincasata, altrimenti…
Altrimenti, non vedremmo più quel lago ingiallito impiastricciato di cocci in cucina e quel sorrisetto beffardo sui visi di voi sapete chi, loro meglio di voi.
D’altra parte, non è la prima volta che il pennuto ed io ci ritroviamo a far da messaggeri di siffatti incidenti.
Incidenti
A dirla tutta, non è che la prima volta che ho depositato la mia cacchina nel mezzo del salotto buono mi sia giustificato dicendo: “Chiedo scusa, ma è stato un incidente, il sedere si è aperto da solo e plop.”
Al contrario, nella nostra cucina accade di tutto.
Le mosche accorrono a frotte attraverso la finestra e aggiungono alla già incresciosa scena la loro fastidiosa presenza.
Il caldo, sempre più afoso, riscalda ulteriormente il tappeto d’olio, trasformandolo in una sorta di lava pronta per la frittura.
E i due mascalzoni hanno messo su la play come se niente fosse.
Finché arriva lei, l’unica, la sola.
La mamma dei marrani si accorge dell’accaduto e, chiamati costoro sulla scena del delitto, recita le tre frasi magiche, le uniche degne di esser pronunciate in momenti come questo, perché il resto sono solo chiacchiere e menzogne.
Come è successo?
Chi è stato?
E, soprattutto, che non si ripeta.
Ma, sfortunatamente, di mamma ce n'è una sola...

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8.7.16

Storie sull'ambiente: Il popolo del lago

Storie e Notizie N. 1375

A causa dei cambiamenti climatici, provocati anche dal riscaldamento globale, il Lago Poopó, il secondo più grande della Bolivia, si è prosciugato del tutto a dicembre.
Di conseguenza, la comunità indigena degli Uru-Muratos, vivendo essenzialmente di pesca, è stata costretta ad abbandonare le proprie case e diventare in pratica dei rifugiati. Non per un conflitto militare o una persecuzione, bensì il cambiamento del clima.
Perdendo così di fatto la propria identità, perché da migliaia di anni gli Uru-Muratos erano chiamati con un altro nome.
Il popolo del lago

C’era una volta.
Così iniziano le storie, tutte, anche quelle che hanno dimenticato.
Che qualcosa c’era.
Una volta.
Il bosco, si diceva spesso c’era una volta in un bosco, rammenti?
Il luogo è fondamentale.
Dev’esserci, altrimenti non sappiamo dove guardare.
Dove immaginare.
Già, immaginare è tutto, ma occorre un riferimento.
Un posto riconoscibile e, preferibilmente, che abbia senso per tutti.
A prescindere dal frammento di vita dal quale ascolti il racconto.
Ecco perché, oltre a essere roba indispensabile, le ambientazioni naturali sono le migliori.
C’era una volta un bosco, quindi, ma anche una montagna o un’isola, un fiume e ovviamente lui.
Il lago.
Lo spazio dove i personaggi vibrano e rendono credibili le loro esistenze è sovrano e divino.
Perché noi gli apparteniamo, questa è la sola, sottovalutata verità.
Poi ci sono loro, i protagonisti.
Il popolo.
Selvaggio, d’accordo, ingenuo, è probabile e talvolta brutale, me ne rendo conto.
Ma, guarda un po’ come è attuale ancora oggi, se il popolo appartiene al lago e non il contrario, come potrebbe vietarlo al viandante di più o meno prolungato passaggio?
Non puoi negare ad alcuna persona ciò che non è tuo.
Puoi solo condividerlo al meglio.
Bene, scena disegnata e attori scelti, il racconto è quasi fatto.
Chi sei, dove sei e perché sei lì, dicevano le tre fondamenta del narrabile.
Allora lascia andare pure le meningi appesantite dal tempo sprecato e dalle parole vuote.
Perché gettare lenze e tirare su reti per nutrire ventre e spirito completa davvero il paradiso in terra.
La storia normale.
Semplice di un’elementarità che sa di perfezione.
C’era una volta.
C’era una volta un lago e il suo popolo.
Poi arriva il momento in cui la storia finisce.
Perché finisce il lago e chi gli appartiene.
Amico dalla civiltà superiore.
Credi forse che la tua storia avrà una fine diversa?

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7.7.16

Storie di razzismo in Italia: esiste un luogo

Storie e Notizie N. 1374

Emmanuel Chidi Namdi, un richiedente asilo nigeriano, è stato picchiato a morte dopo aver tentato di difendere la moglie da un aggressione razzista da parte di un estremista di destra a Fermo.


Esiste un luogo.
So che esiste.
E anche tu lo sai.
Esiste un luogo dove un uomo viene ucciso per il colore della sua pelle, punto.
Senza ulteriori parole, chiacchiere, o addirittura menzogne.
Un luogo dove il colpevole è l’assassino.
Ma non è il solo.
Lo è anche chi ogni giorno sfrutta e offende, abusa e manipola, per il solo personale tornaconto o anche unicamente per un semplice sfogo del momento, le carnagioni sulla carta, anzi, sulla pelle, più vulnerabili.
Insieme al marrano e tutti costoro, sono colpevoli pure quelli che non fanno nulla per opporsi, vedi il famigerato silenzio dei buoni.
E lo sono forse anche di più quelli che fingono di fare qualcosa, con il solo scopo di continuare ad approfittarsi del caso a loro favorevole.
Perché questo è il colore della pelle.
Solo un fortunato, o tutto l’opposto, frutto del caso.
Su questa stessa via, vi dico che quel luogo esiste anche per coloro che a suo tempo dichiararono guerre sbagliate.
Ovvero, il solo tipo possibile.
Crimini di guerra, li chiamano.
Ma non sono i soli, vero?
Perché esiste un luogo dove sono colpevoli tutti quelli che in tempi sospetti intonarono il coro dei guerrafondai.
Quelli che, in tempi ancora più responsabili, irresponsabilmente diedero il loro voto ai venditori di morte.
Sono colpevoli quelli dalla scheda bianca facile.
Sono colpevoli coloro i quali non sono scesi in piazza quando serviva la loro voce.
Sono colpevoli tutti, nessuno si senta meno additabile, quelli che l’hanno fatto.
Ma poi se ne sono dimenticati o, perfino, vergognati.
E’ luogo grande e affollato, lo so.
Per quello so che esiste.
E per lo stesso motivo lo sai anche tu.
Perché ci vivono gli uomini che usano violenza sulle donne e sui bambini.
Sono tanti, un numero imbarazzante, se non consideri soltanto la mano prepotente e depravata.
Ma anche parole e allusioni, frasi ingannevoli e una marea di gesti silenziosi, quasi invisibili.
Tali ovunque, certo.
Non lì.
Lì si vede tutto.
Esiste un luogo, io so che c’è.
Un luogo dove i colpevoli sono tanti di più di quelli che vengono ritratti sui giornali per un giorno o due.
Io lo conosco e lo conosci anche tu.
Perché quel luogo si chiama coscienza.
Coscienza civile, se ti è più familiare.
Beato quel popolo che ogni tanto gli fa visita…

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6.7.16

Storie di guerra in Iraq: rapporto Chilcot ultima possibilità

Storie e Notizie N. 1373

Durante la conferenza stampa in occasione dell’inchiesta sulla guerra in Iraq condotta da John Chilcot, quest’ultimo ha dichiarato poco fa che la soluzione militare non era affatto l’ultima disponibile e che l’allora primo ministro britannico Tony Blair esagerò le motivazioni per l’intervento del 2003.
Tutto questo a tredici anni dalla guerra che, secondo Iraq Body Count, provocò durante l’invasione la morte di 7.500 persone solo per quanto riguarda i civili, fino ad arrivare a più di 600.000 nel 2006 per la rivista The Lancet.
Tutto questo nei giorni in cui gli attentati a Baghdad hanno causato la cifra record di 250 morti, tra cui molti bambini.
Tutto questo e molto altro.

L’ultima possibilità.
Eccola, l’ultima.
Ecco cos’è, l’ultima possibilità.
E’ come un punto cardinale, una costante, un segno sulla via che definisce noi.
Come l’orizzonte che tutti, volenti o nolenti, possiamo al meglio immaginare.
E allora, stabilito il fulcro della storia, decise le regole di base, che il gioco inizi.
Ci sono quelli, beati loro.
Ci sono quelli che l’ultima possibilità la ignorano.
La ignorano perché non conoscono neppure le parole.
Ultima possibilità.
Da soli i termini sono familiari, ma insieme divengono tutt’altro.
Come morti civili e fortunati sopravvissuti, per capirci.
Ci sono altresì coloro che hanno la sfortuna di dover imparare a maneggiarli fin da piccoli, a pronunciarli senza paura con il cuore, ancor prima che con la mente.
Nondimeno, il destino è incerto e talvolta lo scoramento prende il sopravvento, poiché avere presente l’ultima possibilità nel modo più esatto, come nel caso ti riguardi personalmente, non implica affatto di avere in qualche modo facoltà di impedire il peggio.
Narrazione beffarda vuole, difatti, che il telecomando sia in mano ad altri.
Spesso, addirittura a quelli del primo caso.
Ci sono poi le persone che vivono rigorosamente a un soffio da lei.
E in quel breve e affollato pezzettino di sentiero accade di tutto.
Trattasi comunque di descrizione simile.
L’ultima cena tra un digiuno e l’altro e l’ultimo abbraccio tra un addio e l’altro.
L’ultimo sorriso tra un sorriso e l’altro, perché non dovrebbero mancare mai.
Prima che l’ultima possibilità spazzi via ogni cosa.
Pausa, ora.
Prendiamo fiato, serriamo pensieri inutili e distrazioni dei sensi meno nobili.
Quindi andiamo oltre il suddetto riferimento.
E guardiamoli.
Quelli che l’ultima possibilità la guardano solo voltandosi.
Quando la storia è stata già scritta, malgrado manchi colui che davvero l’ha vissuta.
Quando la storia è già stata raccontata, sebbene non vi sia traccia di coloro che vogliano davvero comprendere cosa voglia dire.
Averla vissuta.
Il tempo passa, da qui in poi.
Di parole e parole.
Un cumulo immenso, montagna maleodorante di vocaboli ormai privi di senso.
Come ultima possibilità.
Per coloro i quali, un tempo, tale lo era davvero...

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1.7.16

Donna messicana muore a 117 anni senza certificato: quelli che aspettano

Storie e Notizie N. 1372

Trinidad Alvarez Lira è morta lo scorso mercoledì a 117 anni, dopo aver atteso senza fortuna di ottenere la prova di esser nata nel 1898, in modo che potesse ricevere ogni beneficio per l’anzianità.
Tuttavia il fatidico certificato di nascita le è stato recapitato solo ore dopo il suo decesso…


Foto da Sinembargo.mx
Che volete farci.
Capita, davvero.
Capita molto di più di quel che crediate.
Che quelli che aspettano si stanchino e vadano oltre.
Tu arrivi fingendoti trafelato o chiedendo venia per il ritardo con posticcia cenere sul capo e la scena è sempre la stessa.
Una stanza vuota, un marciapiede vuoto, uno spazio vuoto nel vuoto.
Peccato per lei, mi dispiace per lui, ti dici.
E ti sbagli, caro amico dal personalissimo concetto del tempo.
Il peccato è tutto tuo.
Sai? Non hai idea di quanti ne incontriamo, noi altre, lungo il viaggio.
Incorreggibili compagni di quest’ultimo, malati di una quanto mai perniciosa lentezza nel riconoscere l’ovvio.
Cento e diciassette anni, hai presente?
Quante ne ho attese di banali verità.
Quante ne ho attese invano.
Che sono una donna, orgogliosamente nulla di meno di qualsiasi altra meraviglia umana, per dirne una.
Che anche noi Messicani siamo americani, così come i brasiliani, gli argentini e anche i boliviani, guarda un po’.
E che malgrado si dica che sono i vincitori a scrivere la Storia, le storie che la compongono le raccontiamo noi, anime minori.
Perché siamo noi a viverle.
Ho aspettato, è vero, ma è sempre stata una questione di cortesia.
Spesso qualcosa di più.
Talvolta perfino amore.
Celato da una tenera pazienza.
Ma poi il bacio è arrivato e tutto è andato per il meglio.
Pensa pure quel che ti pare.
Anche questo fa parte del mio dono.
Lasciarti credere che sia stato tu farlo a me.
Che volete farci, è storia vecchia, molto più di me, quindi roba lunga.
Cento più diciassette anni, ricordi?
Già, ricordi.
L’album della mia vita è ricolmo di istantanee contraddittorie.
La via, gli alberi sullo sfondo e io lì a fissare l’orologio.
Trinidad, colei che aspetta.
Che poi prende e se ne va.
Ma adesso che sei rimasto solo, sei sicuro di aver capito come è andata?
Sei proprio sicuro che fossi io ad aspettare te?

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