30.10.18

Su e giù

Storie e Notizie N. 1612

Come è già stato spiegato ampiamente da molti esperti e anche dall’Onu riguardo al legame tra migrazioni e cambiamenti climatici, queste ultime sono anche tra le ragioni che hanno spinto gli agricoltori sudamericani a mettersi in marcia verso gli USA.
È l’atavico conflitto tra su e giù...


C’era una volta un pianeta.
Ma non la terra, così possiamo forzare i confini del possibile e del timore di sognare.
Il pianeta, non la terra, era fatto di due parti.
La zona di sopra e quella di sotto.
Su di esse vivevano rispettivamente due uomini.
Che poi, avrei potuto pure dire due donne.
Sarebbe stato comunque un degno inizio di storia.
Anzi, assai più meritevole di pagina e inchiostro.
Tuttavia, trattasi non solo di mero racconto, ma anche problema, conflitto e ulteriori, molteplici quanto sgradevoli complicazioni.
Indi per cui, parlerò degli uomini, due per la precisione.
Uno viveva nel lato superiore, a nord, in alto, ed era per semplicità detto quello di su.

L’altro, per coerenza e narrativa convenienza, chiamato quello di giù, viveva al piano inferiore, di sotto, a sud.
Ora, si sa com’è fatta la natura. Non c’è qualcosa di personale, o preventivo.
Da che mondo è vita su vuol dire vantaggi e vale il viceversa per quelli di giù.
Esempi a casuale grappolo: l’acqua del fiume è più fresca alla sorgente che a valle, sopra gli alberi vi sono i frutti più sani, mentre caduti diventano preda dei vermi, in cima al monte l’aria è più pulita che in pianura e osservando le cose al di sopra delle nuvole il valore delle umane creature è assai più reale che sulla superficie, dove i mediocri sembrano giganti e le anime eccelse vengono schiacciate da questi ultimi.
Perciò, diciamolo.
Quello di su se la passava meglio di quello di giù.
Ora, il facile ottimismo che alberga in voi vi indurrebbe a pensare che il primo si rendesse conto della propria immeritata buona sorte e che si dimostrasse comprensivo delle necessità dell’altro.
Tuttavia, forse è il caso di prendere il suddetto candore e di aggiornarlo alla cruda realtà, poiché il favorito dal destino non solo era al contrario convinto di essersi guadagnato la posizione privilegiata per diritto divino, ma anche che avesse altresì facoltà di derubare il dirimpettaio di sotto di quel poco che aveva.
Quindi, ormai assuefatto all’ingiusto corso della storia e al suo beffardo cinismo, quello di sopra prese a soddisfare la propria ingordigia per i doni della natura in modo a dir poco pantagruelico, palesando una sconsiderata mancanza di rispetto per i principi alla base dell’equilibrio planetario.
Per lungo tempo non accadde nulla.
Ciò, malgrado, col trascorrere degli anni, le prime conseguenze di tale egoista atteggiamento si fecero vedere.
Ma non per lui, bensì per l’altro, quello di giù.
Perché il fato, qualora scelga una narrazione iniqua per i suoi protagonisti, fa le cose per bene. Per giunta, quando la giustizia dell’uomo latita, l’unico a dimostrarsi coerente è proprio il caso.
E il caso volle che l’uomo che viveva a sud di questa vicenda iniziò a pagare salato il debito giammai contratto.
Per un anno intero devastanti temporali aggredirono la sua casa e spaventose grandinate distrussero i suoi raccolti.
E durante quello seguente una tremenda siccità ne seccò i terreni, mentre stenti e malattie sterminarono il bestiame.
L’anno dopo ancora la pioggia si dimostrò sconvolgente e gli uragani si avventarono sui possedimenti.
E così via, di anno in anno, fino a sbriciolare ogni ipotesi di futuro a quell’infausta latitudine.
Quello di giù non riuscì a trovare altra soluzione che risalire la corrente dell’avversa fatalità, e si incamminò a ritroso, verso l’unica alternativa alla fine.
Ovvero, l’inizio di tutti i mali e anche di questa storia.
Ora, laddove l’ottimismo sia stato giustamente bandito, una spiccata fiducia nell’umana capacità di far uso della ragione vi porterebbe a immaginare quello di su reagire con solidarietà innanzi all’arrivo del vicino di sotto.
Tuttavia, magari è il caso di prendere la suddetta fiducia e riporla nel baule delle sopravvalutate qualità del presunto bipede dalla mente superiore, poiché la risposta del nostro fu costruire un muro enorme, altissimo e impenetrabile per impedire all’altro di entrare.
Nondimeno, come già detto, si sa come è la natura.
Niente di personale, o premeditato.
Da che mondo è storia, quello che va giù prima o poi arriva su.
Indi per cui, anche sulle parti di sopra iniziarono ad abbattersi acquazzoni e nubifragi sempre più insistenti e violenti.
Ciò malgrado, dove il destino aveva favorito solo uno tra i protagonisti, quest’ultimo si era ritrovato a capovolgere egli stesso le sorti di entrambi, per quanto inconsapevolmente.
Perché da che mondo è natura, quel che vien da su prima o poi deve andar giù.
A meno che non ci sia di mezzo un incredibilmente minuscolo, quanto misero e ottuso cervello.
Fu così che quello di su si ritrovò sommerso dall’acqua, mentre quello di giù, protetto inaspettatamente dal colossale e infrangibile muro, poté ricostruire con calma la sua casa e coltivare con serenità il proprio terreno.


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28.10.18

Noi non siamo come voi

Questa non è una storia, è una notizia.
Anzi, è la notizia.
Ieri, sabato 27 ottobre, un uomo di 46 anni, Robert D. Bowers, è entrato in una sinagoga di Pittsburgh, in Pennsylvania, dove si stavano tenendo le funzioni religiose, per poi uccidere undici persone e ferirne sei, delle quali due sono ancora in gravi condizioni.
L’assassino è un militante di destra, dichiaratamente antisemita e ostile verso l’accoglienza dei migranti richiedenti asilo.
Eppure, lo dico a chiare lettere, affinché orecchio intenda una volta per tutte.
Noi non siamo come voi.
Parlo di Salvini e delle coalizioni complici, de Il giornale, di Libero, e di tutte le pubblicazioni cartacee e online di destra più o meno estrema, della stampa che si nutre dello sterco condiviso per un clic di pubblicità, dei profili e delle pagine social anti migranti a orologeria, in vista di elezioni, ovvero non appena il crimine di turno venga compiuto dal nemico fabbricato a tavolino.
Noi altri, non appena letto della suddetta tragedia, non iniziamo a spron battuto a diffondere ovunque l’idea che tutti quelli di destra siano degli assassini, che andrebbero cacciati e imprigionati, che non sono degni di vivere nella nostra società.
Noi non urliamo stracciandoci le vesti additando la destra come responsabile delle morti, di tutte le morti innocenti.
Noi non usiamo il dolore altrui per costruire consenso.
Noi non approfittiamo della paura e lo sgomento innanzi a tali terribili eventi, per creare il favorevole clima delle prossime tornate elettorali.
Noi non siamo come i governi attuali, in Italia, come negli Usa, in Ungheria, come in Inghilterra, in Austria, come in molte, troppe altre nazioni, che hanno vinto le elezioni in questo modo.
Questa è la realtà e va detta, ogni giorno, va ricordata a chi guida questi paesi e soprattutto a coloro che li hanno votati.
Questa gente è al potere solo grazie a questo maledetto inganno, è tutto lì.
Gli è bastato fare quello che noi non facciamo e mai faremo.
Sfruttare ogni, ripeto, ciascuna notizia che in qualche modo dipinga l’immigrato come pericoloso e cattivo, brutale e crudele, per renderla la notizia.
E a un certo punto la cosa funzionava così bene che molti tra loro hanno cominciato perfino a inventarne, di notizie.
Ebbene, io non sono come voi.
Voi che profittate della sofferenza del mondo e voi che la sostenete, che continuate a farlo, dal voto ai servili mi piace e gli inquietanti cuoricini sui social.
Io non scriverò, né oggi e né mai, che tutti quelli di destra uccidono gli ebrei.
Anche se in passato l’hanno fatto, eccome se l’hanno fatto.
Pure se in questo momento guidano il mio paese e l’hanno reso diviso e intollerante quasi come all’inizio del secolo scorso.
Ecco perché dobbiamo scrivere e gridare, facendoci sentire il più possibile.
Noi non siamo come loro.

26.10.18

La Nazione è in pericolo

Storie e Notizie N. 1611

La Nazione è in pericolo, urla il comandante in capo.
E quando la Nazione è in pericolo, essa va difesa a costo della morte.
Del nemico stesso.

Ancor prima che diventi tale.
Ancora prima che si dimostri, tale.
La Nazione è in pericolo, avverte il dittatore democratico.
Messaggio ricevuto, risponde il responsabile della sicurezza interna, la quale va garantita a ogni prezzo, perfino qualora si tratti della vita del nemico.
Malgrado non sia ancora tale.
Malgrado non abbia ancora dimostrato di esserlo, un nemico.
Che siano mandati immediatamente al confine ottocento uomini.
Ottocento valorosi servitori della Nazione.
Otto volte cento ragazzini travestiti da guerrieri, che non sia mai si intraveda l’innocenza sotto l’armatura.
Perché il nemico ascolta, quindi, taci.
Altrimenti, potrebbe approfittarne e scoprire che ci son creature obbligate ad avanzare verso il confine anche dall’altro lato di quest’ultimo.
Nondimeno, la Nazione è in pericolo perché il nemico è vicino.
Si vede quasi a occhio nudo.
Senza il bisogno, ovvero l’opportunismo, di venderne l’ambigua immagine in differita.
E sebbene il suo essere nemico non sia ancora evidente, sebbene le prove siano solo negli strali del supremo condottiero che bercia a perdifiato dalla cima del monte più alto, il pericolo è reale.
Se non altro per lui e quelli come lui.
Perché il presunto nemico è composto da donne e bambini uniti dal desiderio di misurare il futuro in mesi, anni, perfino generazioni intere, e non solo al massimo il giorno dopo.
Perché tra le file del cosiddetto nemico ci sono padri e figli che sono sopravvissuti a povertà e stenti. E, a differenza dei cittadini della Nazione, non si fanno certo spaventare da un delirante imbonitore dai capelli arancioni.
Perché il popolo che chiamano nemico è un’enorme
famiglia allargata alimentata da affezione condivisa per la terra e il cielo come spazio comune, e allorché tu possa camminare sulla prima, sicuro che il secondo ti proteggerà, camminerai e all’orizzonte sorriderai.
Perché coloro che in questa assurda favola recitano la parte del nemico sono pervasi da un portentoso tipo di euforia che dalle parti della Nazione è stata ormai dimenticata.
Quella di chi si metta finalmente in viaggio insieme a tutti, per il bene di tutti.
Quella di chi sa di essere sulla strada giusta, a prescindere da quanto grande sarà l’ostacolo sulla via.
Quella di chi sa già che non vincerà né la guerra e tantomeno la battaglia.
Perché la guerra e la battaglia le hanno inventate la Nazione e il suo sovrano.
Ecco perché, in questo eccezionale giorno di panico e coraggio egli non può fare a meno di gridare, sbavante di collera.
La Nazione è in pericolo.
E finché ci saranno nemici come questi pronti a sfidare la sua meschinità.
Gioite, abitanti del pianeta umano.
Vuol dire che non tutto è perduto.


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25.10.18

Il ministro contro i neri

Storie e Notizie N. 1610
  
Il ministro è contro i neri.
Per questo è divenuto tale.
Ministro, ovvero nemico giurato di costoro.
Gli illegali e immorali usurpatori del patrio suolo.
Potremmo dire che è proprio grazie ai neri e alle loro nefandezze, più o meno presunte, che il nostro oggi gode di flash servili e
immediate condivisioni virali di discorsi coerenti, quanto di sconclusionati deliri.
Il ministro è pronto, lo è sempre.
Ancora prima di diventarlo, ministro.
È lì, come un falco, anzi, alla stregua di un particolare tipo di avvoltoio, dotato di perspicace e, soprattutto, selettivo olfatto, micidiale nell’intercettare l’obiettivo.
In una parola, i neri.
Che siano benedetti, questi ultimi, confessa a cuor sereno e al riparo dai cronisti al finir della giornata.
Perché danno vigore alla lotta e più che mai carburante per la macchina che lo affianca, lo sostiene e da lui stesso trae profitto di rimando.
Il rito, anche stavolta, si celebra identico, stantio, come l’orribile ripetizione dell’atto nell’immaginario infernale.
La notizia non fa in tempo a entrare nel mirino del ministro che i peli gli si rizzano eccitati sulla cute.
I neri sono di nuovo in prima pagina.
Ma non solo.
Hanno altresì l’ardire di soggiornare impunemente nel tessuto cittadino a cui il ministro tiene molto e quando si tratta dei neri non può evitare di farlo notare.
Così, la bestia nera dei suddetti si getta lancia in resta verso il luogo del crimine preferito.
Lungo il tragitto, il prode condottiero si prodiga nel diffondere la succulenta novella sui giornali amici e quelli servi, i social manovrati e quelli manovrabili.
Poi si carica di rancorosa bava pronta a esplodere e di quintali di proclami astiosi, lavorati in tempi assai sospetti, ma ormai è troppo tardi per indagare.
Terribile è quell'epoca in cui anche il reato d’odio goda della prescrizione.

Il ministro giunge alla meta preventivata, attende che la folla adorante sciami al suo cospetto e, non appena verifica l’attenzione di microfoni e telecamere, mette in scena il solito vecchio spettacolo.
“Basta con i neri, è una vergogna che si permetta che facciano il loro comodo nella capitale del nostro paese. Questo palazzo va sgomberato immediatamente dagli occupanti senza diritto.”
I volti si fanno sorpresi come non mai.
Gli occhi sgranati.
E le espressioni a dir poco sgomente.
C’è qualcosa di sbagliato, o forse giusto, ma dipende sempre dall’angolazione della personale coscienza.
“Domani tornerò con le ruspe e cacceremo via i neri che vivono in questo edificio senza pagare le tasse, alle spalle dei cittadini per bene costretti invece a sborsare affitti esorbitanti.”
A quel punto il ministro inizia finalmente a osservare con la necessaria attenzione le facce dei presenti e, prima di continuare con gli strali, esita.
Un attimo dopo, un ossequioso sostenitore si fa coraggio e si avvicina a portata d’orecchi del leader.
“Ministro, guardi che ha sbagliato palazzo...”
La perplessità invade il petto del grande capo, il quale, guardandosi in giro si rende conto della totale assenza dell'esotico pretesto con cui ingrassa quotidianamente il conto in banca.
Alla fine, intuisce che non ha soltanto sbagliato palazzo, ma anche tipo di neri.
C’è qualcosa di giusto, e al contempo sbagliato.
E, più che mai oggi, è il colore della pelle a distinguere l’amico dal nemico dei ministri di questo disgraziato pianeta...



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23.10.18

Perché lo vuole la gente

Storie e Notizie N. 1609

Ovunque, nel mondo, ci sono oggi paesi che si ritrovano a convivere con le conseguenze dell’aver mandato al governo coalizioni populiste, tra gli strascichi della Brexit in Inghilterra, le continue divisioni interne negli USA dovute alla presidenza Trump e la pericolosa strada anti europeista presa dall’amministrazione italiana.
Tutto in nome di ciò che vuole la gente...


C’era una volta la gente.
Di norma, il popolo.
Per esteso, gli abitanti.
Sulla carta, i cittadini.
Nella realtà dei fatti, noi, qualora voi non concordiate.
Voi, in caso il vento cambi, e allora, noi chi?
C’era una volta, altresì, la gente dalla parte della gente.
Di norma, pochi.
Per esteso, i leader del popolo.
Sulla carta, gli eletti.
Nella realtà dei fatti, loro, allorché mantengano la parola data.
Quelli, nell’eventualità che tutto cambi, e quindi, loro chi?

C’era una volta, infine, ciò che vuole la gente.
Di norma, le domande del popolo.
Per esteso, le aspirazioni di ogni abitante.
Sulla carta, i diritti dei cittadini.
Ma nella realtà dei fatti, cos’è che vuole davvero, la gente?
La storia insegna e, laddove orecchio ascolti, spesso racconta.
Ci narra che la gente vuole tutto, lo esige subito, e non ha alcun interesse verso il modo con il quale lo otterrai.
La gente, facendosi folla e caos, spesso uccide, travolge, e calpesta ogni cosa senza guardarsi alle spalle.
La gente inquina se stessa e il resto del pianeta vivente.
La gente disumanizza le trame più vulnerabili della propria ragione come i tessuti più fragili del cuore.
La storia ci ha mostrato che la gente è in grado di condannare a morte certa intere generazioni, sacrificando altrettanta gente per il proprio tornaconto.
La gente ha distrutto perfezioni naturali o artificiali con la stessa leggerezza.
La gente ha votato assassini e assassinato anime pure con la medesima crudeltà.
La gente ha bruciato il candore dei propri figli con la mostruosa pretesa di sopravvivere a loro.
Negandogli il beneficio del sogno presente e la libertà dell’azzardo sul futuro.
La gente, in ogni epoca, ha creato nemici dal nulla e li ha resi martiri senza speranza.
La gente, in ogni epoca, ha silenziato l’infelicità di miliardi di esistenze ai margini del mondo favorito dal destino.
La gente ha creato confini, giammai comunità.
La gente ha costruito prigioni, giammai redenzioni.
La gente ha punito masse sconfinate di colpevoli dall’innocenza troppo difficile da comprendere e negato giustizia ad altrettanti innocenti, colpevoli di esser nati con l’orologio in anticipo.
La gente di oggi è figlia di quella di ieri.
Ovvero, la gente delle guerre di sterminio planetario e dei mostruosi ordigni.
La gente che ha innalzato grattacieli sulle tombe dei nativi e che, al meglio, li ha resi schiavi delle proprie conquiste.
C’erano una volta, perciò, la gente e coloro i quali son qui per soddisfare le brame di entrambi.
Personaggi e scenari già incontrati tra le pagine della storia e nell’eco del suo sottovalutato narrare.
Ebbene, com’è stato in passato, che qualcuno ci protegga.
Da ciò che vuole la gente...


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19.10.18

Il treno dei folli

Storie e Notizie N. 1608

Pare che Jair Bolsonaro, il candidato di estrema destra alle attuali elezioni aspramente contestate in Brasile, sia stato accusato di beneficiare della fabbricazione a livello industriale e criminale di fake news.
Storia già vista ovunque, in questi ultimi anni, con il nostro mondo lanciato a velocità inusitata su binari privi di senso...


C’è un treno.
Non c’era.
Il tempo è ora.
E non una volta.
Tante, troppe, ovunque, anche adesso.
Accanto a te.
Sul treno, c'è gente.
O, forse, dovrei dire popolo.
Che piace, la parola è gradita, non la specie, leggi pure distrattamente come umana, poiché comporta roba a cui e, soprattutto, di cui dover rispondere.
Tra la gente, ovvero il popolo, ci sono due.
Seduti vicini, fermi, ignari, persi dentro se stessi.
In altre parole, il senso dell’uno tra i molti in viaggio.
Su questo sciagurato treno.

“Scusi”, fa uno dei nostri. “Ma lei non è...”
“Chi?” replica l’altro, come se non fosse uso a siffatta scena.
“Lui, quello...”
“Ah, quello.”
“Ebbene?”
“Ebbene cosa?”
“È lei, quello?”
“Sì.”
Ritorna il silenzio tra loro, il nulla della normalità, o l’abitudine al niente, che non so cosa sia peggio.
Solo un attimo, però, perché il primo ritorna alla carica, facendo mente locale sull’essenziale.
“Io l’ho votata, sa?”
“Bravo.”
“Sì, bravo. Ma, prima di essere eletto, lei non aveva promesso che avrebbe fatto arrivare i treni in orario? Ho aspettato un’ora a gelarmi il didietro sulla banchina...”
“Non l’ho mai detto, l’ha scritto su Facebook il mio portavoce, un deficiente, l’ho già licenziato.”
“Ah, capisco.”
Altra pausa, meno breve della precedente.
“Ma lei non aveva anche scritto un cinguettio in cui diceva che avrebbe fatto abbassare il prezzo del biglietto? È addirittura raddoppiato, invece...”
“Non sono stato io, ma mia suocera, è lei che gestiva il mio profilo Twitter. Ma non si preoccupi, me ne sono liberato.”
“L’ha uccisa?!”
“No, cosa va a pensare? Da quando sono stato eletto mia moglie mi ha lasciato. Sa, le corna adesso sarebbero troppo visibili per entrambi, e allora...”
“Ah, certo.”
Pochi secondi e il tizio insiste.
“Adesso che mi ricordo… lei ha anche fatto una diretta streaming in cui ha dichiarato che avrebbe fatto acquistare vagoni nuovi di zecca. Solo che qui cade tutto a pezzi ed è un porcile...”
“Oh”, si lamenta l’altro, “il virus...”
“Si sente male?”
“Mai stato meglio. Mi riferivo al virus informatico con cui mi hanno infettato quelli del PiDi.”
“Maledetti comunisti...”
“No... ma che ha capito? Che poi, quelli non sono mai stati comunisti. Intendevo i Pirati Democratici, che mandano virus a tutti. Non fanno
mica distinzione, sa?”
“Quindi non era lei nel video, ma il virus.”
“Esatto.”
Ennesimo intervallo e l’elettore deluso tenta l’ultima rivendicazione.
“Scusi, ma lei, e dico proprio lei, non ha scritto un post sul suo blog, ripeto, il suo sito personale, nel quale disse che non si sarebbe alleato con i ladri e la vecchia politica fannullona, che avrebbe tolto i partiti dalla TV di stato e ci avrebbe messo gente pulita e preparata, e che i cittadini avrebbero avuto un'amministrazione abile e trasparente? Invece, una volta ottenuta la poltrona, si è messo con i più loschi della banda, a capo della televisione ci manda i caccia balle e il governo pare un’accozzaglia di incompetenti allo sbaraglio che non fanno altro che contraddirsi a vicenda…”
“Guardi, voglio essere sincero, con lei. Io sono e sarò sempre a sua disposizione, sono una persona semplice, un cittadino normale, come lei, ed è giusto che lei sappia la verità. Posso davvero confidarmi?”
“Certo, deve, mi dica pure.”
“Alieni.”
“Che?”
“Quel post che ha letto è stato manipolato da forze extraterrestri che, insieme alla CIA, i migranti di Riace e le lobby omosessuali delle organizzazioni non governative buoniste e anti italiane, vogliono fermare il movimento del cambiamento.”
“Sono stati gli alieni, quindi.”
“Proprio così.”
“Scusi...”
“Prego?”
“Ma mi sta prendendo per il culo?”
“Certamente, ma in realtà non vorrei proprio, sono posseduto dagli elfi del Madagascar, che grazie all’anello del potere clandestino vogliono cancellare la nostra identità nazionale...”
E avanti così, di stazione in stazione.


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18.10.18

Mamma

La badante era angosciata e perplessa.
Vi era un che di errato, in tutto quello, questo le mormorava la sua voce più lucida.
Tuttavia, è risaputo. Per tanti, troppi, su questa terra, la ragione è una valigia troppo scomoda da portarsi dietro.
Il bambino continuava a mostrarle l’ampio sorriso, mentre gattonava nella cameretta, sebbene il termine non le paresse adatto, come molti della lingua che era stata costretta a far propria per sopravvivere al passato quanto al presente.
Paolo, il bimbo di circa dieci mesi, insieme al quale condivideva quasi tutte le ore del giorno, non le sembrava proprio un gatto, mentre ispezionava a suo modo la stanza.
Le sue movenze non possedevano la grazia e l’agilità dei felini. Non le riteneva neppure altezzose e diffidenti, tratto tipico dell'animale in questione.
Il bambino che le garantiva il quotidiano pasto, in una completa e reciproca donazione, era piacevolmente disarmonico nei movimenti, ma perché spinto da un quanto mai vitale interesse per le zone inesplorate oltre il confine che lo separava dall’infinito…

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16.10.18

Immondizia del mondo

Storie e Notizie N. 1607

C’erano una volta un italiano e un francese.
Trattasi di una storia, quindi.
Ma potremmo anche dire ci sono un italiano, un francese, ecc.
Come una barzelletta, perciò.
Forse parliamo di entrambe, anche se non ce ne rendiamo conto.
L’italiano e il francese abitavano in due case confinanti.
Già, esattamente come le rispettive nazioni.
Vicine, ma talvolta divise dall’astio.
Simili, per certi versi, malgrado sovente in disaccordo.
Analogamente viscerali, a tratti, sebbene spesso in conflitto a causa di una congenita rivalità.
Nondimeno, come afferma Lancillotto nel suo celebre saggio “Scusami Artù”, di chiari intenti riparatori , è ciò per cui si contende che misura il reale valore dei duellanti.

Vedi Ginevra, in breve.
I nostri, esemplari rappresentanti dei suddetti Stati d’appartenenza, si ritrovarono in un pernicioso scontro.
Si da il caso che il francese, in una notte buia e senza stelle – propizia per le azioni indecorose – scavalcò il sacro recinto separatore delle proprietà private, conquistate con la forza o sottratte con l’inganno, causando morti e sofferenze a generazioni dopo generazioni di popolazioni innocenti, per esteso.
In una sola parola, il confine.
E per far cosa?
Per gettare non un uno, ma ben due sacchi di spazzatura nel giardino altrui.
Ebbene, l’italiano non ci mise molto ad accorgersi dell’oltraggio, anche perché era uno che all’ordine e alla pulizia, nonché al rispetto delle regole stabilite, ci teneva assai e avrebbe speso perfino 49 milioni di euro per vederle rispettate, ma siccome se li era già pappati, andiamo avanti.
Il colpevole tentò di giustificarsi: “Sono rammaricato per quello che è accaduto, è stato un errore, sono arrivato in zona da pochi giorni e non conosco bene il posto...”
“È una vergogna internazionale”, ribatté l’italiano. “Il francese non può far finta di nulla. Non accettiamo le scuse. Abbandonare del pattume nel mio giardino non può essere considerato un errore o un incidente. Quanto successo è un’offesa senza precedenti nei confronti della mia casa, e mi chiedo se gli organismi internazionali, a partire dall’Onu fino all’Europa, non trovino vomitevole che si lascino i propri rifiuti in una zona isolata del prato degli altri, senza assistenza e senza segnalazioni. Che so, un cartello, un semplice avviso: qui c’è l’umido e qui l’indifferenziato.”
A questo proposito, la parte lesa affondò il colpo: “Cosa c’era davvero in quei sacchi di immondizia? Da dove venivano? E perché sono stati abbandonati?”
Questo fu solo l’inizio.
O, magari, è la fine stessa del racconto, che si ripete, in forme sempre più rancide, quotidianamente.
A dimostrazione di dove possa portare, anzi, trascinare una grottesca faida intorno a quanto mai marcite motivazioni, che corrodono se stesse quanto i litiganti in campo.
E non mi riferisco all’oggetto del contendere, reso tale – ovvero trascurabile cosa inerte – dalla crescente atrofizzazione di ogni minima capacità di raziocinio.
Sto parlando di un virus che col tempo è divenuto epidemia e ogni giorno si diffonde ovunque a vista d’occhio.
C’erano una volta, perciò, un italiano, un francese e il mondo intero.
Prigionieri di una storia e una barzelletta al contempo.
O, forse, di una farsa.
Al punto che potremmo pure sostituire il casus belli, la famigerata immondizia con delle vite umane, e l’assurda morale sarebbe la stessa.
Per il niente ci facciamo guerra l’un l’altro, poiché ciò per cui varrebbe la pena lottare, che dovremmo difendere e curare.
Per noi, vale niente.
È semplice spazzatura...



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12.10.18

Scusa Stefano Cucchi

Storie e Notizie N. 1606

Scusa, Stefano.
Scusaci.
Scusa me, sicché la cosa che più mi riguardava da vicino – ovvero che frequentasti le comunità del CEIS quando ancora ci lavoravo – l’ho scoperta solo dopo la tua morte.
Scusa altresì il sottoscritto, e ogni abitante di questo frammentato paese, se non abbiamo ancora compreso che ciò che della tua vita riguardava noi tutti era tutto.
Tutto quel che osserviamo, di vite come la tua, ma dimentichiamo con estrema facilità, e quel che non vediamo perché scegliamo di guardare il lato gradevole del monitor.
Scusa, davvero, per coloro che ancora non ti hanno domandato scusa.
E scusa anche per quelli che insistono a usare la droga come il peccato che spesso assolve tutti, perfino i veri colpevoli.
Stefano Cucchi
Per questa ragione, tu e tutti gli altri, anime fraintese, scusateci, per aver scambiato la vostra fragilità per una maledetta siringa o un pugno di polvere miracolosa.
Al punto che gli incurabili dipendenti dalla roba proibita sono coloro che la vendono, ne parlano, ci guadagnano, ma giammai la usano, approfittandosi dell’ingenuità delle vittime sulla via.
Scusa, Stefano, se in molti hanno avuto bisogno di vedere un film, per riflettere sulla tua storia.
Scusa, allora, per la verità che molti di noi non dicono.
Che tutto quel che abbiamo letto sui giornali, visto sulle prove inconfutabili delle tue carni impunemente deturpate, e vergognosamente infamate dai governanti che nel tempo si sono succeduti, lo sapevamo già.
Scusaci, Stefano, perché sei nato in una nazione che nega l’evidenza fino alla morte, e per alcuni – come nel tuo caso – anche anni dopo.
Scusa, perché malgrado quel che ti è accaduto, osservando la classe politica attuale ho la netta impressione che succederà ancora ad altri.
Scusaci, poiché ho paura che stia avvenendo proprio ora, dove intervenire richiede una coscienza civile e una semplice empatia umana che ancora non abbiamo.
Scusaci con tua sorella e la tua famiglia intera, non per il silenzio di oggi, ma per l’indifferenza e addirittura l’ostilità di ieri.
Scusa per i tuoi fratelli di sorte grama martirizzati sotto un velo di amara ingiustizia ancora più spesso.
Scusa perché le parole, ora, servono a poco.
Persino quando chiedono scusa.
Scusaci, Stefano, semmai un giorno riusciremo a mettere le basi per una società di una civiltà sufficiente acciocché la tua vicenda risulti inammissibile.
Perché in quel caso ci renderemo conto che non ci sarebbe voluto molto a salvare la tua vita e quella di altri, troppi, come te.
Scusa, perciò, per ogni istante della tua discesa verso la fine in cui qualcuno avrebbe potuto afferrare la tua mano e riportarti in superficie.
Scusa per la violenza legalizzata, Stefano, scusa per tutti coloro che ancora oggi, in questo preciso istante, lavorano incessantemente a ogni livello, con gesti e parole, leggi e proclami per tenere vivo il fuoco dell’odio tra di noi.
Scusa per il futuro che non hai avuto.
Scusa se in tanti non hanno ancora compreso che quando è lo Stato a uccidere vuol dire che siamo tutti colpevoli, che non è solo compito dei familiari o degli amici della vittima, rimediare, dare un senso all’inaccettabile lutto e impiegare ogni sforzo affinché il crimine sociale non si ripeta.
Potrei e potremmo andare avanti a scusarci con te finché avremo respiro e forse dovremmo farlo.
Anche questo vuol dire ricordare.
Perché la conservazione e la difesa della memoria deve cominciare con i fatti dei quali più ci vergogniamo.
Quindi, caro Stefano.
Da oggi in poi.
Ricominceremo da qui.
Scusa.


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11.10.18

L’uomo che creò Internet senza saperlo

Quante verità della Storia con la esse nobile conserviamo.
E di quante menzogne dovremmo privarci.
Nel medesimo tempo, quanti minuscoli, improbabili, ma reali racconti ignoriamo.
Così come i volti di tutti coloro che, inconsciamente, intuirono qualcosa di straordinario.
Nel tempo e nel posto sbagliato.
Come l’uomo che creò Internet non sapendo di averlo fatto.
C’era una volta, perciò, tanto tempo addietro, un’isola lontana nell’oceano pacifico.
Nell’isola lontana abitava una comunità di esseri umani.
Non entriamo nello specifico, così tutti verranno accolti e nessuno verrà rispedito al di là del confine.
La comunità di esseri umani dell’isola lontana amava chiamarsi tribù.
Io avrei desiderato dichiararlo fin dall’inizio, ma avevo paura di invocare i soliti denigranti luoghi comuni, ovvero i selvaggi seminudi con le capanne tutte attorno al fuoco che scoppietta.
A dirla tutta, le cose stavano esattamente così, ma non nella nota svalutante accezione…

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10.10.18

Ci siamo estinti

Storie e Notizie N. 1605

Questo è il tempo.
Ora.
Il tempo in cui Yann Aguila, presidente della commissione ambientale del Club des Juristes, Antonio Herman Benjamin, magistrato presso l'Alta corte nazionale del Brasile, il presidente della commissione mondiale IUCN sulla legge ambientale Laurent Fabius, nonché Ex presidente della COP 21 e 128 altri chiedono l'adozione di un terzo patto che sancisca una nuova generazione di impegni fondamentali: i diritti e i doveri degli Stati, degli enti pubblici e privati e delle persone che si occupano di protezione ambientale.
Ciò nonostante, questo è il momento, adesso.

Il momento in cui il presidente del paese più potente e tra i più inquinanti al mondo, che in passato aveva definito il cambiamento climatico una "bufala", ha dichiarato che al recente quanto allarmante rapporto delle Nazioni Unite darà solo un’occhiata.
Questo è altresì l’istante in cui gli abitanti della Florida si preparano ad affrontare un uragano spaventoso come non hanno mai visto. Con terribili alluvioni ovunque nel mondo, vedi l’isola di Maiorca e la Calabria, in Italia, e incendi devastanti e inusitati che stanno cancellando il pianeta come avevamo imparato a immaginarlo.
Questo è, ovvero, era il tempo delle parole e dei silenzi.
Pensa.
Con me, pensaci.
Concentra ogni attenzione su questo sottovalutato, maltrattato e manipolato.
Tempo.
E continuiamo come abbiam fatto sino alla fine.
A rilassarci innanzi all’enorme monitor di carne e menzogne, dove eravamo tutti protagonisti e tutti spettatori, senza soluzione di continuità.
Pensiamoci, davvero.
Perché è proprio così che ci siamo estinti.
Guardiamo il lato pieno dell’immagine, ora, che si espande oltre i limiti della nostra miopia empatica, lì, al di fuori di quello stesso schermo.
Contempliamo cosa abbiamo perso di vista, o semplicemente calpestato.
È finita, basta gridare, basta turarsi le orecchie.
Finiamola di fingere di dormire per non vedere la diretta della vita, qualora sia la vita stessa a trasmettere storie e speranze, libera dai soliti interessati intermediari.
Ci siamo estinti, esatto.
Non più io, prima di te.
Non più te, al di sopra di noi.
Giammai più perfino noi, come se fosse davvero qualcosa di diverso da voi.
Oggi siamo zero, come all’alba del tutto, al quale abbiamo rinunciato accecati dal delirante desiderio di essere addirittura qualcosa di più.
Del tutto.
In una parola, basta.
Basta voltare il capo verso il lato morbido del sentire e basta spegner pancia e cuore, di fronte alla realtà finita per errore nell’inquadratura.
Tutto è distrutto, altro che compiuto e, per la prima volta nella nostra storia, non possiamo scaricare colpe su qualcuno che non sia al nostro stesso posto.
Perché ci siamo estinti e non abbiamo più motivo di temere la vendetta di sorelle e fratelli colpevoli di innocenza, così come non abbiamo più alcuna necessità di sterminarli prima che facciano giustizia della nostra disumana miseria.
Siamo stati tutti sconfitti da colei che rappresenta la madre più amorevole e al contempo paziente che si possa concepire, ma che prima o poi presenta il conto e reagisce con la medesima moneta contro la prole più ingrata dell’universo intero.
Ci siamo estinti, davvero.
E lei, la terra, ha vinto, ancora.
Pensaci, a questa fine.
Pensa, con me, al capitolo conclusivo di noi tutti, prima dell’inevitabile dissolvenza.
E immagina cosa potremmo fare se ne avessimo ancora.
Di tempo...


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5.10.18

Nobel mancati

Storie e Notizie N. 1604

Il premio Nobel per la pace è stato assegnato quest’anno a Denis Mukwege, un medico e attivista congolese considerato il massimo esperto mondiale nella cura di danni fisici interni causati da stupro, e Nadia Murad, un’attivista per i diritti umani irachena.
Nell'agosto del 2014, allora giovane studentessa, Nadia fu fatta prigioniera dall'Isis, in seguito a un attacco ai danni del villaggio di Kocho. Almeno 600 persone della comunità yazida furono assassinate, tra loro 6 suoi fratelli.
In seguito, con oltre più di 6700 donne, Nadia fu resa schiava, subendo percosse, bruciature di sigarette e abusi di ogni tipo.
Tre mesi dopo è riuscita a sfuggire ai suoi carcerieri e a raggiungere Stoccarda, in Germania, divenendo di fatto un’immigrata, una clandestina, una rifugiata e, quattro anni più tardi, un premio Nobel…


C’era una volta, quindi il primo mostro che ha violato la tenerezza del futuro nobile.
L’aguzzino che ha dato il via agli altri.
Quelli che hanno agito o anche solo guardato, in una miserrima classifica di truce viltà, semmai ce ne sia davvero una.
C’erano una volta 6699 ragazze che non sono mai scappate, se non al riparo del proprio stesso corpo derubato, con la disperata necessità di rimpicciolire allo spasimo l’anima e soprattutto la capacità di ferirla.
Sei volte mille, sei volte cento, e quasi cento ancora vite da odiare e discriminare dalle nostre parti, da respingere e isolare nelle nostre prigioni, da marchiare come indesiderate nei discorsi da social bar.

Come se il gramo destino non avesse fatto abbastanza per ripudiarle.
Ma anche da abbracciare e omaggiare con il più prestigioso degli elogi.
Giammai quali attiviste dei diritti umani, poiché costoro lo sono esse stesse, umani diritti viventi.
Da quello di non essere violentate a quello di veder le ferite lenite con tutta la cura possibile, a monito dei marrani di questa terra.
C’erano una volta sei fratelli che non hanno avuto neppure il tempo di sognare di poter evadere dall’incubo chiamato realtà.
Insieme a sei volte cento disgraziate esistenze e, a dir la verità, vergognosamente di più, laddove si consideri nella misura totale le cosiddette perdite civili, in questo immorale conflitto della cieca e grassa minoranza contro i numerosi non invitati alla cena dei signori.
Coloro che non esportarono affatto democrazia e, in cambio di nulla, oltre alle solite ruberie dei cannibali dei futuri altrui, donarono il più terribile dei presenti.
Cancellare speranza dai cuori degli innocenti e, al contempo, vender fuoco e lampi alle creature immonde.
Perché ce ne sono, ce ne sono eccome, oltre l'orizzonte o al di là della soglia del tuo vivere, e da quando esiste il tempo e l’uomo, esse si spalleggiano a una confusa distanza, nemici amici seduti a banchettare intorno ai resti dei martiri sconosciuti.
C’era una volta, quindi, il giorno in cui una tra questi ultimi diede vita al miracolo.
Sicché tale si dimostra, qualora la ragazza finita nella pressa dell’orrore, opportunamente occultato sotto il tappeto occidentale, scivoli via tra le sbarre dell’ipocrita confine mediatico.
Per raccontare, mostrare e dimostrare che tra le migliaia e migliaia di creature ferite mortalmente dalla Storia che noi tutti stiamo scrivendo ci sono premi Nobel mancati.
E, soprattutto, una massa enorme di sfortunate sorelle e fratelli che si accontenterebbero di molto meno per ricominciare a sorridere...



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