5.10.18

Nobel mancati

Storie e Notizie N. 1604

Il premio Nobel per la pace è stato assegnato quest’anno a Denis Mukwege, un medico e attivista congolese considerato il massimo esperto mondiale nella cura di danni fisici interni causati da stupro, e Nadia Murad, un’attivista per i diritti umani irachena.
Nell'agosto del 2014, allora giovane studentessa, Nadia fu fatta prigioniera dall'Isis, in seguito a un attacco ai danni del villaggio di Kocho. Almeno 600 persone della comunità yazida furono assassinate, tra loro 6 suoi fratelli.
In seguito, con oltre più di 6700 donne, Nadia fu resa schiava, subendo percosse, bruciature di sigarette e abusi di ogni tipo.
Tre mesi dopo è riuscita a sfuggire ai suoi carcerieri e a raggiungere Stoccarda, in Germania, divenendo di fatto un’immigrata, una clandestina, una rifugiata e, quattro anni più tardi, un premio Nobel…


C’era una volta, quindi il primo mostro che ha violato la tenerezza del futuro nobile.
L’aguzzino che ha dato il via agli altri.
Quelli che hanno agito o anche solo guardato, in una miserrima classifica di truce viltà, semmai ce ne sia davvero una.
C’erano una volta 6699 ragazze che non sono mai scappate, se non al riparo del proprio stesso corpo derubato, con la disperata necessità di rimpicciolire allo spasimo l’anima e soprattutto la capacità di ferirla.
Sei volte mille, sei volte cento, e quasi cento ancora vite da odiare e discriminare dalle nostre parti, da respingere e isolare nelle nostre prigioni, da marchiare come indesiderate nei discorsi da social bar.

Come se il gramo destino non avesse fatto abbastanza per ripudiarle.
Ma anche da abbracciare e omaggiare con il più prestigioso degli elogi.
Giammai quali attiviste dei diritti umani, poiché costoro lo sono esse stesse, umani diritti viventi.
Da quello di non essere violentate a quello di veder le ferite lenite con tutta la cura possibile, a monito dei marrani di questa terra.
C’erano una volta sei fratelli che non hanno avuto neppure il tempo di sognare di poter evadere dall’incubo chiamato realtà.
Insieme a sei volte cento disgraziate esistenze e, a dir la verità, vergognosamente di più, laddove si consideri nella misura totale le cosiddette perdite civili, in questo immorale conflitto della cieca e grassa minoranza contro i numerosi non invitati alla cena dei signori.
Coloro che non esportarono affatto democrazia e, in cambio di nulla, oltre alle solite ruberie dei cannibali dei futuri altrui, donarono il più terribile dei presenti.
Cancellare speranza dai cuori degli innocenti e, al contempo, vender fuoco e lampi alle creature immonde.
Perché ce ne sono, ce ne sono eccome, oltre l'orizzonte o al di là della soglia del tuo vivere, e da quando esiste il tempo e l’uomo, esse si spalleggiano a una confusa distanza, nemici amici seduti a banchettare intorno ai resti dei martiri sconosciuti.
C’era una volta, quindi, il giorno in cui una tra questi ultimi diede vita al miracolo.
Sicché tale si dimostra, qualora la ragazza finita nella pressa dell’orrore, opportunamente occultato sotto il tappeto occidentale, scivoli via tra le sbarre dell’ipocrita confine mediatico.
Per raccontare, mostrare e dimostrare che tra le migliaia e migliaia di creature ferite mortalmente dalla Storia che noi tutti stiamo scrivendo ci sono premi Nobel mancati.
E, soprattutto, una massa enorme di sfortunate sorelle e fratelli che si accontenterebbero di molto meno per ricominciare a sorridere...



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