28.5.15

Storie sulla penad i morte: Paula Cooper la più giovane condannata a morte

Storie e Notizie N. 1230

Negli stessi giorni in cui il repubblicano Nebraska ha abolito la pena di morte, Paula Cooper, la più giovane condannata a morte negli Stati Uniti per l’uccisione di un’anziana insegnante di religione, è deceduta. La sedicenne che vide la propria sentenza commutata in 60 anni e poi 28 per buona condotta, grazie anche ad un notevole sostegno internazionale, si è tolta la vita dopo due anni di libertà.

C’erano una volta quelli che avevano ragione.
Che l’hanno ancora.
Che, poi, sono tutti.
Perché tutti, nel profondo, sanno di aver ragione.

Quelli che oggi rinfacciano che allora la morte di stato la meritasse, eccome se la meritasse.
La donna che un tempo è stata un’adolescente.
Un’adolescente, ma pur sempre assassina.
E quando lo sei una volta per molti lo sarai per sempre.
Sia adolescente.
Che assassina.
Hai voglia a figurarti futuri redentivi e compensazioni di un inaspettato virtuoso agire.
La colpa è colpa.
Che lordi di sangue ancora caldo le mani, ovvero che urli trascinando assordanti catene come un sadico fantasma dall’interno del cuscino.
Non fa alcuna differenza.
Per coloro che avevano ragione.
Che l’hanno ancora, soprattutto ora.
Tutti, in effetti.

Come quelli che accorsero copiosi sul piatto scomodo della bilancia.
Soprattutto all’inizio, allorché il peso offerto ti renda più vulnerabile, che influente.
Ma che oggi, soprattutto oggi, leggono nell’insano gesto la prova definitiva.
Della sola inevitabile condanna umana.
Di un giudice e di una giuria giammai ignorabili.
Lì, perennemente seduti e con gli occhi fissi ad ogni ora.
Bianchi o neri che siano, la necessaria selezione cromatica che nulla cambia.
Dentro di te.
Hanno ragione, hanno ragione tutti.

Pure quelli che adesso accusano ogni crepa del dopo, che accoglie cinicamente le vite colpevoli sopravvissute alla ghigliottina.
E anche i fatalisti delle esistenze grame di nascita.
Da cui non potrà mai venir fuori qualcosa di buono.
Di sicuro non meglio di quel che era stato deciso per loro.
Hanno ragione tutti, sì.

Quelli che ora dedicano un pensiero alla vittima dell’omicida.
Che non hanno mai smesso di tenere occhio e cuore senza tregua incollati sulla vita strappata dal mondo dalla disumanità della rea.
Come se tutto ciò fosse sufficiente a riportare in vita entrambe.
Celebrando la prima e torturando la seconda ad libitum.

C’erano una volta quelli che hanno e avevano ragione.
Tutti, d’altra parte.
Poiché tutti, se ci pensi, pensano di avere la ragione in tasca.
E perché laddove avessero potuto scrivere la storia a loro piacimento.
La sola cosa che non avrebbe davvero cambiato il finale.
E’ proprio la 'necessaria' o 'disumana' pena di morte
 

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27.5.15

Festa della repubblica 2015 parata militare perché?

Storie e Notizie N. 1229

Del perché l’italico paese celebri la Festa della Repubblica con una passerella della propria forza bellica…

C’era una volta un paese di soli tre abitanti.
Almeno in apparenza.
E, come si dice, le apparenze ingannano.
Oh, se lo fanno.

Nel paese di soli tre abitanti vi erano ricchezze naturali.
Completamente a disposizione degli abitanti.
Acqua, terra e aria, per citare le tre che mi sovvengono.
Una volta all’anno i nostri si riunivano per celebrare tali gratuiti doni della natura.
La sola cosa pubblica che andrebbe davvero festeggiata.
Col tempo, come spesso accade nelle umane esistenze, la lieta convivenza tra i tre iniziò a vacillare.
Per una ragione tra le più prevedibili.
Soprattutto scorrendo al contrario il libro della storia con la esse maiuscola.
Uno degli abitanti si svegliò un bel mattino sentendosi il gigante dei propri sogni, prese fiato e informò gli altri due della novità: “Da oggi io sarò il guardiano dell’acqua e la difenderò con pugnali, pistole e fucili.”
Gli altri ritennero l’idea sensata, vista la preziosità del dono.
Quindi approvarono senza discutere, soprattutto innanzi alla più convincente delle argomentazioni del primo.
Pugnali, pistole e fucili.
Tempo dopo capitò l’inevitabile.
Soprattutto leggendo all’inverso il racconto della cosiddetta evoluzione umana.
Uno degli abitanti, un altro, si alzò una mattina desideroso di non esser da meno del primo, si fece coraggio e annunciò: “Da oggi io sarò il guardiano della terra e ne sorveglierò i confini con frecce, lance e mitragliatrici.”
Gli altri non ebbero nulla in contrario, dato il valore del dono.
Perciò acconsentirono senza protestare, soprattutto di fronte alla più persuasiva delle argomentazioni.
Frecce, lance e mitragliatrici.
Non trascorse tanto tempo, affinché il copione si completò.
Più che mai assistendo a ritroso allo spettacolo delle umane miserie.
Uno degli abitanti, il terzo, si levò dritto all’alba e bramoso di emulare gli altri due esclamò: “Da oggi io sarò il guardiano dell’aria e la proteggerò con asce, bombe a mano e bazooka.”
Gli altri non ebbero nulla da ridire, consapevoli dell’importanza del dono.
Pertanto lo assecondarono senza obiettare, soprattutto udendo la più efficace delle argomentazioni.
Asce, bombe a mano e bazooka.
Malgrado tali presunte coraggiose assunzioni di responsabilità, i nostri non persero l’abitudine di celebrare la fondamentale festa.
Della cosa pubblica, la sola degna di questo nome.
Acqua, terra e aria.
Nondimeno, in una sorta di proprietà transitiva dell’idiozia, si convinsero che ciò che andava festeggiato non fosse la cosa pubblica.
Bensì le più convincenti, persuasive ed efficaci tra le argomentazioni.
Pugnali, pistole, fucili e tutto il resto.

C’era una volta un paese di soli tre abitanti che celebravano la festa della cosa pubblica.
Almeno in apparenza.
Col tempo perpetrarono tale tradizione poiché i tre si resero conto che la cosa pubblica apparteneva a molte più persone.
Come si dice, le apparenze ingannano.
Oh, se lo fanno.
E che fare i guardiani del mondo sarebbe stato l’unico modo.
Per ammirare la festa.
Dal palco più in alto.

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22.5.15

Storie di guerra: Centenario prima guerra mondiale Italia

Storie e Notizie N. 1228

C’era una volta, cent’anni addietro, un mago.
Un beffardo e abile mago.
E’ il tempo, dicevano, guardate che è il tempo.
Per alcuni il trascorrere del tempo è magia.
Buona o malvagia che sia, dipende ogni volta dal pubblico.
Perché la magia è nelle intenzioni, nessuna novità, ma la luce dell’inganno brillerà sempre negli occhi di guarda.
Il 24 maggio del 1915 il mago beffardo e abile, che alcuni sostenevano essere il tempo, prese la propria bacchetta con una mano e con l’altra afferrò la prima parola che di lì transitasse.
Follia, scelse a caso.
Davvero, fu proprio una mera accidentalità che proprio siffatta parola fu invitata in scena.
Perché si dovrebbe essere proprio perdutamente dissennati per sceglierla con nitida consapevolezza.
La follia.
L’uomo agitò la magica arma di distrazione di massa e diede un colpo netto alla parola.
Alle lettere, certo.
Alla fonetica e alla semantica del lemma in questione, vennero tirati in ballo pure i sinonimi, dalla più comune pazzia alla meno nota insania, così come i verbi costruiti intorno ad esso, da folleggiare ad ammattire, per poi tornar di nuovo alla parola iniziale.
Follia.
E fu proprio questo il prodigio del mago e di tutti gli illusionisti di questa terra, di professione o meno.
Soprattutto meno.
La parola era rimasta intatta.
Ma da quell’istante il pubblico dagli occhi capienti e l’immaginazione debole iniziarono a leggere altro.
Orgoglio ed eroismo, patria e onore, dovere e valore, vittoria e già, morte, sì.
Perché il più delle volte le illusioni migliori sono talmente ciniche da mostrare briciole di vero nel fasullo calderone.
Trovando nell’inaspettata ingannevole alleanza la messa in scena perfetta.
Morire da eroi, morire per la patria, morire con onore e così via inneggiando.
Fino al termine dello spettacolo.
Ancora una volta per un decesso.
La morte del mago.
Dicono fosse il tempo, in realtà, alcuni ancora affermano che il mago non fosse altri che il tempo travestito.
Ma se fosse stato il tempo, be’, allora il tempo non muore mai davvero.
Un secondo dopo, ma che dico, anche un giorno più tardi, un mese, perfino un anno, guarda, prendi pure cento anni, il tempo riappare dal nulla e tutto ricomincia.
Come una magia.
Di un mago.
Esistono alcuni persuasi che il tempo sia un mago, particolarmente abile e beffardo.
Con la faccia così tosta da afferrare una parola smascherata più volte nell’arco di un secolo per quello che è e sempre sarà.
Follia.
Per poi salire sul palco, prendere la bacchetta e colpire la parola con un colpo secco.
A lettere e suoni, certo, ma anche a tutte le terrificanti narrazioni che la seguono come un’ombra schiava di se stessa.
E che magia sia di nuovo.
Con gli astanti convinti di vedere altro che altro non è, ma la solita vecchia illusione.
Eroismo e orgoglio, onore e patria, valore e dovere, vittoria anche se di sconfitta si trattò e già, morte, naturalmente.
Purché la sadica accoppiata funzioni ancora.
Che si vinca o meno, morire con onore, morire da eroi, morire per la patria e così via delirando.
Ecco il tempo, mormorano alcuni.
Un mago capace di rendere la follia non solo accettabile.
Ma perfino qualcosa da celebrare…

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21.5.15

Storie di immigrati in Italia: se Abdel Majid Touil fosse innocente

Storie e Notizie N. 1227


Leggo che secondo i PM il giovane arrestato fosse a Milano il giorno della strage al museo del Bardo…

C’era una volta il mostro.
Il mostro in prima pagina, sì, certo.
Ma non solo.
Sarebbe troppo facile.
Rimettere le cose a posto.
Impossibile, laddove il mostro sia ormai ovunque.
Scaricato direttamente nei cuori più o meno indifesi degli assetati di parole facili.
Con o senza il consenso del destinatario.
Soprattutto senza.
Con o senza il consenso del mostro stesso.
Sicuramente senza.
Ci vorranno ancora svariate generazioni per cancellare dalla mente degli umani dagli orizzonti miopi l’indissolubile matrimonio tra nero e nemico, malvagio e sporco.
Figuriamoci quanto ci vorrà per il connubio immigrato e tutto quel che di peggio si possa pensare del prossimo.
Ma se la fiera dallo sguardo truce e la voce sibilante fosse innocente?
E se truce stesse per mi rode, non hai idea di quanto mi arrovelli dentro?
Se lo sapessi saresti una persona diversa.
E se sibilante stesse per non ho più parole e laddove ce l’avessi tanto non capiresti?
Al contrario, vivresti in un mondo diverso.
Se fosse innocente, vai, forza, correggi l’articolo.
Non tanto, un aggettivo lì, un avverbio più avanti.
Ma non sia mai che la narrazione assuma sembianze inaspettate.
Umane tra lettera e lettera.
Disumane nei lemmi stessi di quest’ultime composte.
Se fosse innocente, coraggio, sbrigati, cambia la prima pagina.
Cioè, tutte, ovvero il sadico regno del copia in colla dall’alto.
In breve, la casa del mostro.
Che è di casa e, ammettiamolo, di comodo, che sia effettivamente presente.
O meno.
Se fosse innocente rimarrebbe sempre il dubbio.
Ah, come lo adoriamo, il benedetto figlio della nostrana diffidenza.
Ingannevole meretrice che, al contrario delle anime disgraziate massacrate per pochi euro sui giacigli degli orchi legalizzati, non vende se stessa, bensì la sua unica progenie.
Il dubbio, già, ancora lui, l’italico dubbio che permane come una condanna perenne sugli ultimi della terra.
Perché per manifestare altrettanti sospetti nei confronti delle linde e fulgide divinità, dalle chiome dorate e le pupille cristalline, graziate da un fato idiota che regala vittorie a tavolino al contendente più scorretto, ci vuole coraggio.
Amore.
E forse anche una buona dose di incoscienza.
C’era una volta il mostro in prima pagina.
O anche la seconda e la terza.
Fa lo stesso.
Perché allorché si scoprisse la sua innocenza.
Per molti, troppi ancora, non farebbe alcuna differenza…


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Giornata mondiale contro lavoro minorile 2015 video il resto di noi

Video da Storie e Notizie N. 945

C’era una volta il resto di noi.

Alcuni di noi giocano.

E sognano, con gli occhi chiusi o meno.
Sono coloro che nascono nella terra della normalità, che rimane tale solo per chi ci vive, purché non naufraghi nell’oceano chiamato realtà.
Il resto di noi immagina le fortunate esistenze che esistono rigorosamente al di là della parete, nella casa della finestra di fronte, in quella lontana città di cui parla la tv, su, in cima, all’ultimo piano del grattacielo nel mezzo dell’isola che c’è.
C’è, ma non per tutti...

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15.5.15

Storie di bambini: il lavoro di mio padre

Storie e Notizie N. 1226

Proprio in questo momento, in Colombia, i soccorritori stanno cercando di trarre in salvo diciassette minatori rimasti intrappolati in una miniera d’oro allagata.
Pare che abbiano non più di tre giorni di tempo...

C’era una volta una scuola.
Una scuola normale, tutt’altro che favorita.
Dal destino come dall’amministratore di turno della cosiddetta cosa pubblica.
Nella scuola normale c’era una classe altrettanto ordinaria.
D’altra parte, normale o d’eccellenza che sia, laddove vi sia una classe ecco che spunta una maestra e loro.
I figli dei grandi.
Di madri, è ovvio.
Della vita in genere, di ogni tinta e profilo, laddove riesca a sopravvivere alle ottenebrate briglie di sua altezza la morale imperante.
E ovviamente di padri.
“Che lavoro fa il vostro papà?” domandò l’insegnante.
“Nostro padre riempie il piatto del prossimo”, risposero baldanzosi i figli dei camerieri.
“Il nostro papà, invece, erige giaciglio e riparo alle vite altrui”, dichiararono con ardore i figli dei muratori.
“Nostro padre è un cacciatore di futuri possibili”, confessarono emozionati i figli dei migranti.
“Il nostro papà, invece, cerca di vincere la partita malgrado l’arbitro abbia già fischiato la fine e sancito la sconfitta”, asserirono con orgoglio i figli dei disoccupati.
“Nostro padre sta tornando, appena farà giorno sarà qui”, giurarono ottimisti i figli dei detenuti.
“Il nostro papà, invece, non tornerà, siamo noi altri a tornare da lui”, spiegarono con autorevolezza i figli dei divorziati.
“Nostro padre non tornerà mai a prescindere da quello che faremo noi altri, ma questo non vuol dire che resteremo in silenzio”, esclamarono coraggiosamente i figli orfani.
“Il nostro papà è meglio che non torni affatto, ovunque egli sia”, mormorarono lucidamente i figli dei padri molesti.
“Nostro padre siamo noi”, sostenerono i figli dei padri immaturi.
“Il nostro papà è il vero Robin Hood dell’umanità: ruba alla natura per sfamare i propri simili”, urlarono in coro i figli dei lavoratori della terra.
“Nostro padre, invece, è il Jack Sparrow più invincibile che esista: riesce a trovare tesori tra i flutti con una spada fatta di reti”, replicarono convinti i figli dei lavoratori del mare.
“E voi?” chiese la maestra all’ultimo gruppo di bambini. “Che lavoro fa vostro padre?”
Uno tra tutti si levò in piedi.
Lì in fondo.
Agli ultimi banchi.
Solitamente regione tra le più indisciplinate e al contempo misteriose.
Dove l’occhio al di là delle cattedre di questo mondo arriva solo per sgridare.
O, talvolta, per amore.
“Il nostro papà di lavoro muore”, disse speranzoso uno dei figli dei minatori, “ma forse oggi no.”
Stai a vedere che li salvano?


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14.5.15

Storie sulla diversità: il regno contro natura

Storie e Notizie N. 1225

Il 17 maggio si celebra la Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia.

C’era una volta un regno.

Essendo un regno, a capo di quest’ultimo, c’era un re.
Un re che aveva preso molto sul serio l’essere un re.
Diciamo pure moltissimo.
Infinitamente tanto.
Il re che aveva preso molto sul serio se stesso, diciamo pure moltissimamente tanto, decise un giorno di mettere la parola fine.
A che cosa, direte voi.
Ebbene, il sovrano non ne poteva più di tutto questo permissivista relativismo con l’ossessione per la deriva morale e la trasgressione lussuriosa, ecco.
Era il re e il regno è del re, fino a prova contraria, questo pensò guardandosi allo specchio quel mattino.
Così, fece un editto.
Qualunque cittadino venisse sorpreso nel compiere atti contro natura sarebbe stato giustiziato all’istante.
Il sommo giudice del regno, che era un tipo pignolo e integerrimo, casa tribunale casa, si impegnò a far rispettare l’editto in sei giorni.
Alla lettera.
Quello che seguì fu un vero genocidio.
Il primo giorno furono sterminati tutti gli aviatori e ciascun paracadutista, le hostess e gli steward, i piloti di aeromobili di ogni sorta e gli astronauti, quelli che si dilettavano con il deltaplano e anche quelli che preferivano mongolfiere e dirigibili ai velivoli a motore.
Perché gli umani non sono creature volatili.
Perché volare è contro natura.
Il secondo giorno vennero trucidati tutti gli atleti più incredibili, ovvero coloro che, a qualsiasi specialità si dedicassero, si erano distinti in record e primati mondiali.
Perché laddove l’uomo si arroghi il presunto diritto di superare l’umano confine.
Vuol dire che sta osando combattere contro la propria stessa natura.
Il terzo giorno furono ammazzati tutti gli artisti, qualunque fosse la disciplina con cui amassero esprimersi.
Narratori e poetesse, danzatrici e cantautori, pittori e perfino virtuose del graffito, ciascuna anima votata alla nobile invenzione fu spazzata via.
Perché l’arte è vita.
E perché creare vita non è roba da mortali.
Quindi estremamente contro natura.
Il quarto giorno toccò ai sognatori ad occhi aperti di venire assassinati, perlomeno quelli che erano sopravvissuti alle precedenti uccisioni.
Perché natura vuole che si sogni ad occhi chiusi, al riparo del sonno.
E perché immaginare alternative all’umana realtà, addirittura cambiando scenari, protagonisti ed esito della storia, è pericoloso.
Si finisce di voler cambiare troppo.
Con il rischio di smettere di sognare e pensare di cambiarlo davvero.
Il mondo.
Questo è un privilegio degli dei.
Ergo, contro natura.
Il quinto giorno fu il più difficile tra tutti, perché il sommo giudice si convinse che, seguendo la logica del suo stesso fare, avrebbe dovuto uccidere tutti i bambini.
Perché ciascuno di loro si macchiava di ogni peccato precedente.
Perché tutti i bambini desiderano volare e correre come il vento, creare il mondo che più li renda felici ammirandolo con occhi perennemente sognanti.
I bambini sono quindi contro natura.
Il sesto giorno, con le mani grondanti sangue dopo aver soppresso tutto il popolo, il giudice si recò dal re.
“Hai fatto quello che ti ho ordinato?” chiese il sovrano.
“Sì, mio re, ho quasi terminato.”
“E cosa ti manca?”
Il giudice uccise il re.
E poi si tolse la vita.
Perché si rammentò che c’era stato un tempo.
In cui entrambi avevano volato, o solo bramato di farlo, sconfitto la morte, o solo sognato altrettanto.
Cambiato il mondo, ovvero il regno, ma nel loro caso avendolo fatto davvero.
Tormentando e massacrando umanità.
L’unico vero atto contro natura.

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13.5.15

Storie di immigrati in Italia: cosa non puoi togliere

Storie e Notizie N. 1224

Leggo che Sobuj Khalifa, un uomo di 32 anni, ha salvato ieri una donna di 55 che si era gettata nel fiume Tevere.
Si da il caso che si tratti di un cittadino del Bangladesh.
Uno straniero, un extracomunitario, un immigrato.
Per giunta privo di documenti in regola.
Quindi anche un clandestino.
Quale premio la polizia gli ha rilasciato il permesso di soggiorno…

Dicevano.
Oh, quante ne dicevano.
Dicevano che una volta laggiù mi avrebbero tolto molto.
Il nome, per dirne una.
Sostituito da una marea di epiteti, il più delle volte oltraggianti.
Nelle intenzioni, se non nell’esatta accezione.
D’altra parte, come la magia, anche le storie nascono sempre nelle intenzioni.

Dicevano, davvero.
Ne dicevano a iosa.
Dicevano che finalmente arrivato mi avrebbero tolto i diritti.
Niente di speciale, il minimo umano.
Quel che rimane.
Che dovrebbe restare.
Malgrado teniate particolarmente ad appropriarvi di gran parte della mia vita.

Dicevano, mi rammento.
Dicevano eccome.
Che in tanti avrebbero cercato di offuscare il mio passato e, allorché mi fossi voltato per impedire l’abuso, avrebbero saccheggiato a mani basse l’opposto orizzonte.
Leggi pure come il più prezioso degli approdi per gli emigranti obbligati.
In breve, futuro.
Costringendomi al fine in una cella composta di sbarre indurite dal meno scalfibile tra i metalli moderni.
Il presente.
Che per te, solo per te, deve esser sempre lo stesso.
Affinché il tuo oggi nutra il nostro sempre, la sadica didascalia.

Dicevano, lo so bene.
Dicevano con premura, in effetti.
Che avrebbero fatto di tutto per sfinirmi con la peggiore illusione.
Quella che chiunque, addirittura il più debole e ottuso tra i persecutori di questo mondo, sarebbe stato capace di togliere.
Quel che non può esser tolto.
Se l’hai portato con te.
Da ovunque tu sia partito.

Dicevano e mi avevano quasi convinto.
Di non aver più nulla.
Per mia fortuna siamo sopravvissuti.
Il sottoscritto.
La mia umanità.
Il mio coraggio e l’amore per i miei simili.

Per mia fortuna.
E, ma tu guarda il caso, di una donna nel fiume.



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8.5.15

Storie di immigrati: Il bambino nascosto nel trolley

Storie e Notizie N. 1223

Leggo che un bimbo ivoriano di otto anni di nome Abou è stato fermato in Spagna alla frontiera della città di Ceuta.
Era nascosto in una valigia.
Un trolley…

C’era una volta un trolley.
Un trolley magico.
Che fa scomparire le cose.
E affinché la magia funzioni occorre fiducia.
Perché quando tutto riappare.
Il mondo deve per forza esser più bello di prima.
Nel trolley magico c’era nascosto un bambino.
E fin qui, sgomento negli occhi e nel cuore.
Al netto dell’ultimo scampolo di umanità rimasta.
Ma son qui a rivelarvi che nel bambino nascosto nel trolley vi era celato un altro bambino.
Una bimba, per la precisione.
Più piccola, indubbiamente.
Ma con aspirazioni non meno autorevoli.
Tra le molte la sola nelle vesti di sogno tra i più improbabili.
Quello di essere il bambino più grande.
Nascosto nel trolley.
Nondimeno, il racconto non è parco di confidenze ed ecco che mi ritrovo ad aggiungere l’inusitato.
Nella bimba che sognava di essere il bambino nascosto nel trolley si erano occultati altri due bimbi.
Ancora più piccoli, per soddisfare i fissati con le dimensioni in ascolto.
Due gemelli, a dirla tutta.
Ma non come i gemelli comuni.
Che non sono mai davvero precisi.
I nostri erano identici, letteralmente e mai tale parola fu più azzeccata.
Poiché, allorché occorresse una prova indiscutibile della loro uguaglianza, essa risiedeva proprio nelle parole.
In particolare, tutte quelle che avevano a che fare con il solo specchio in cui le tenere esistenze di questo mondo adorino guardarsi.
Ogni futuro, anteriore e soprattutto prossimo.
Tutti i domani plausibili, ma anche no.
La settimana ventura e il mese successivo.
L’anno che vivremo.
Io e te, fratello.
Tu ed io, sorella.
Che meraviglia laddove fossero sufficienti le medesime parole per sentirsi vicini.
Nondimeno, la narrazione ha ancora fame di pagine ed eccomi a confessare che si era nascosta un'altra vita all’interno dei due piccoli.
E’ inutile che dica quale dei due, tanto sono uguali.
Anzi, lo sapete che c’è?
Non vi dirò neppure di che tipo di vita si tratti.
Femmina, maschio, o quant’altro.
Occidentale, ovvero piovuto da ciascuno degli infiniti punti cardinali. Sì, infiniti, altro che quattro, perché nelle storie le destinazioni sono innumerabili.
Nero, ma anche no. E riempite pure quel no con ogni tonalità vi renderà più agevole guardare.
Umana, una parola per il tutto.
Nella creatura che vive in uno dei due bambini, ma non conta quale.
Nascosti nella bimba che sogna.
Di essere il primo bambino.
Vi basti sapere che da qualche parte c’è vita, là dentro.
Perfino nei trolley…



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7.5.15

Storie sugli alberi: Albero dei suicidi…

Storie e Notizie N. 1222

Pare che in India quattro ragazze di quindici anni, dopo aver lasciato un biglietto con il quale accusano il proprio allenatore di averle molestate, abbiano tentato di uccidersi.
Mangiando i frutti dell’albero dei suicidi...

C’era una volta l’albero dei suicidi
Dei suicidi? Chiese la giovane dal cuore sfrangiato e l’anima divelta.
Sì, l’albero dei suicidi…
Perfetto, è ciò che fa per me, disse lei.
Ovvero, mormorò con i rimasugli di fiato ancora in petto.
Dammi il frutto, aggiunse con tono altrettanto flebile, e mettiamo la parola fine al tutto.
Certo, come desideri, rispose l’albero.
Per averlo devi arrampicarti in cima perché i doni più letali li serbo in alto, sulle punte più impervie della chioma.
Perché?
Perché, sai, le narrazioni velenose sono le più leggere, le più rapide nel correre da ventre a ventre, e vanno di moda, quindi son merce a buon mercato.
Vanno poste lassù, nella vetrina nobile.
La giovane chiamò a raccolta l’ombra atrofizzata della vitale energia, sopravvissuta allo scempio della pavida fiera, e si accinse alla salita.
A metà strada si arrestò, con il respiro implorante compassione.
Manca ancora molto?
No, disse l’albero, ma nel frattempo puoi riposarti nell’incavo poco sopra il tuo capo.
La giovane levò quest’ultimo quanto l’esigua forza permise e vide il giaciglio promesso.
Il rifugio di robusto legno e amorevoli frasi foderato.
La giovane dormì.
E sognò.
Fu piacevole, indubbiamente piacevole.
Rammentare che il buio racconta anche storie differenti.
Dai soliti incubi.
Dopo un tempo indefinito sollevò le palpebre.
Si stiracchiò.
Ed emerse dall’inaspettata tana, per proseguire il viaggio.
L’ultimo.
Dopo un po’ vide i primi rami e foglie.
E man mano che assurgeva si ritrovò sempre più confusa tra questi ultimi.
Saliva, la fatica protestava, eppure era sempre più avvolta nei flutti vegetali.
Che lambivano le guance.
Rasentando capelli e frammenti di fronte da essi risparmiati.
Che il più delle volte sfioravano la cute scoperta.
Al massimo un tenero eppur significativo tocco.
Fu altresì gradevole.
Ricordare che l’incontro con le superfici vive talvolta mantiene la promessa.
Di lasciarti in vita.
E anche di più.
La giovane salì ancora e alla fine raggiunse la sospirata vetta.
E li vide.
I mortali medicamenti in polpa e buccia.
Posso? Chiese timorosa.
Prego, rispose l’albero.
La giovane prese il frutto e diede un solo piccolo morso.
Resta poco di me, pensò, basterà altrettanto per spegnermi.
Pochi istanti e la giovane sentì l’effetto del regalo conquistato.
La luce.
Per quanto sole si accenda, per quante stelle cadranno.
Per quanto amore ruberà, per quanto odio schiverai.
Per quanto buio pioverà sulle nudità indifese.
La tua luce aspetterà.
Di essere amata da te stessa.
Sono viva, sussurrò la giovane, non sono ancora morta.
Ma tu sei o non sei l’albero dei suicidi? Chiese perplessa.
Certo che lo sono, rispose lui, ma se vuoi davvero arrivare alla fine.
Tutta la storia devi ascoltare e dare tempo alle parole.
Così disse, l’albero dei suicidi
mancati.

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6.5.15

Emigranti italiani in Australia: salve, chi siete?

Storie e Notizie N. 1221

Pare che in Australia almeno quindicimila emigranti italiani lavorino undici ore a notte, subendo ricatti, abusi e addirittura violenze di natura sessuale.
Emigranti e immigrati, la solita storia.
Dipende sempre da dove inizi a leggerla…

C’era una volta il paese degli emigranti.
Il paese degli emigranti era cosiddetto non a caso.
Gli abitanti vivevano sempre con il classico piede sulla soglia.
Pronti a partire.
A fuggire.
Bastava un fischio.
Un dai, forza, si va!
O anche solo una via che fosse tale.
Un passaggio più o meno agevole, ma che conducesse da qualche parte.
Possibilmente laggiù.
E venne il giorno in cui gli emigranti partirono.
Qualcuno di voi si chiederà: ma se gli abitanti emigravano, chi restava nel paese degli emigranti?
Facile, restava il paese.
E tutti coloro che a forza di sognare un domani migliore.
Avevano lasciato indietro il presente.
Figuriamoci il passato.
Così gli emigranti senza il paese vecchio arrivarono in quello nuovo.
“Salve”, fecero gli abitanti di quest’ultimo, “cosa volete?”
“Lavoro”, risposero i nostri, “che altro? Sapete, noi siamo emigranti del paese vecchio.”
“Eh no”, corressero puntualmente gli altri, “casomai siete immigrati del paese nuovo.”
Nel frattempo, da un'altra parte del mondo, un altro paese di emigranti si accingeva a divenire paese menomato.
Di indomita speranza e cieco ardimento.
Accadde quindi che gli emigranti dell’altro paese vecchio giunsero nel paese nuovo.
Che altro non era che il paese vecchio di coloro che erano divenuti immigrati dell’altro paese nuovo.
“Salve”, fecero gli autoctoni rimasti, “chi siete voi?”
“Siamo in cerca di lavoro, in quanto emigranti del paese vecchio”, risposero loro.
“Be’, non è esatto. Il nostro è il paese vecchio. E malgrado abbiamo trascurato il presente, figuriamoci il passato, i nostri emigranti ce li ricordiamo ancora. Non siete voi, non vi assomigliano proprio, i nostri sono diversi, tutta un’altra cosa. Inoltre, in questo momento si trovano nel paese nuovo.”
“Davvero?” saltarono su gli altri emigranti del paese vecchio o qualsiasi altra cosa fosse. “Quindi sono tornati qui da voi?”
“In che senso?” fecero confusi gli abitanti del paese vecchio degli altri emigranti che ora erano diventati immigrati del paese nuovo, ovvero l’altro.
“Semplice: perché noi siamo gli emigranti del paese nuovo, cioè il vostro.”
“Allora”, esclamarono sbuffando gli abitanti, “se proprio volete fare i professorini con noi, per la precisione da ora voi siete i nostri immigrati del paese nuovo, che poi è quello vecchio.”
Il mondo sembrò trovare il proprio equilibrio tra sogni e bisogni, laddove gli abitanti di un altro paese ancora vide partire i suoi emigranti.
I quali, ma tu guarda il caso quanto è beffardo, approdarono sulle coste del paese nuovo dei vecchi emigranti del primo paese vecchio.
“Salve”, fecero i padroni di casa, “chi siete?”
“Cerchiamo lavoro, poiché siamo gli emigranti del paese vecchio.”
“Incredibile”, esclamarono gli altri. “Mai vista tanta menzogna in una sola frase.”
“Perché?”
“Primo perché gli emigranti del paese vecchio li conosciamo da tempo e non siete voi, sono del tutto differenti, proprio un altro mondo. E, oltretutto, sono già qui.”
“E chi sono?”
“Sono gli immigrati del paese nuovo, il nostro. Quindi, se non siete loro, non siete qui per lavoro, ma per portare criminalità e droga.”
“Ma no, davvero, non è così…”
“Sarà, ma allora vuol dire che siete qui per rubare il lavoro agli immigrati del paese nuovo che a loro volta lo tolgono a noi. E che facciamo noi? Emigriamo?”
“Buona idea”, pensarono gli emigranti del paese vecchio, l’altro ancora.
E partirono di nuovo, per giungere proprio nel primo paese.
“Salve”, fecero gli abitanti. “Chi siete?”
“Guardate, siamo gli emigranti del paese vecchio, ma anche gli immigrati del paese nuovo, se preferite. Anzi, potete chiamarci come volete, tanto le parole non possono farci nulla di peggio di quel che il destino scrive da sempre nei nostri personali diari di bordo. Sappiamo anche di non assomigliare ai vostri emigranti del vostro paese vecchio. Tutta un’altra cosa, loro, come vi aggrada, i vostri sono molto più belli e fighi. Ah, sapete che ora si chiamano immigrati del paese nuovo? Ad ogni modo, credeteci sulla parola, non siamo qui per portare criminalità e droga. Neppure per rubare il lavoro che gli emigranti dell’altro paese nuovo, ora immigrati del vostro paese vecchio, rubano a voi. Sapete una cosa? Non vogliamo lavoro.
“Vogliamo solo sopravvi…”
La frase fu troncata prima della fine.
Così come il viaggio e la storia.
Senza che i nostri se ne rendessero conto.
Perché stavano solo sognando il discorso che avrebbero fatto una volta giunti alla meta.
Prima di scomparire tra i flutti.
Forse, laddove ci si trovi lì, nell’attimo esatto dell’incontro, dovremmo riflettere bene su cosa valga davvero la pena di dire.
Come salve e, soprattutto, sappiamo perfettamente chi siete.
Siete noi.


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