29.11.13

Posta più piccola del mondo: storia del bacio

Storie e Notizie N. 1022

Grazie a The World's Smallest Post Service di Lea Redmond, il servizio postale più piccolo del mondo, si possono inviare lettere e pacchi delle dimensioni di un francobollo.
Ed ecco la storia che ne consegue.
Se non altro al riparo della mia immaginazione.
Di piccoli messaggi e grandi aspirazioni…


“Allora?” scrive lui.
“Allora che?” risponde lei.
“Dai, che hai capito…” invia lui.
“Cosa?” ribatte lei.
“Devo ripetere tutto ogni volta?” chiede lui.
“No, solo questa”, replica lei.
“E cos’ha di particolare, questa?” domanda lui.
“Indovina”, dice lei.
“Non sono bravo con gli indovinelli”, ammette lui.
“Questo non è difficile”, spiega lei.
“La fai facile tu”, obietta lui.
“Perché?” chiede lei.
“Perché tu sai già la risposta”, osserva lui.
“Guarda che la sai anche tu”, sostiene lei.
“Mi arrendo”, esclama lui.
“Fai male”, afferma lei.
“E cosa dovrei fare, secondo te?” la interroga lui.
“Insistere”, fa lei.
“Io ho insistito”, si difende lui.
“Non mi sembra”, dissente lei.
“Ma se sono giorni che ti scrivo…” si lamenta lui.
“Senza dire nulla”, affonda il colpo lei.
Pausa postale di riflessione.
“Forse ho capito”, rompe il ghiaccio lui.
“Alla buon’ora”, si congratula lei.
“Ho capito perché questa è la volta buona”, tiene a precisare lui.
“Questo l’avevo compreso”, commenta con un esile pizzico di sarcasmo lei.
“Perché se lo chiedo come si deve…” ipotizza lui.
“…stavolta la risposta arriverà”, completa lei.
“E non posso cavarmela con un: allora?” considera lui.
“Caspita, migliori di lettera in lettera”, lo canzona lei.
“Vado?” domanda lui.
“Cosa aspetti?” lo invita lei.
“Posso darti il primo bacio?” osa lui.
“No”, risponde lei.
Perché te l’ho già dato io…

Vieni ad ascoltarmi:
Amori diversi
Domani alle 18, Teatro Planet, Via Crema 14, Roma




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28.11.13

Storie sui libri: sto leggendo ancora

Storie e Notizie N. 1021

Il libro più caro al mondo, sì.
E’ proprio così, finalmente potrò guardarlo con la calma che merita.
Di nuovo.
E potrò soffermarmi a piacimento su una pagina piuttosto che un’altra.
In barba al tempo altrui.
Perché sono volutamente sola, stasera.
E cosa si potrebbe chiedere di più allorché tale prezioso dono sia pronto a regalarsi ai tuoi occhi?

D’altra parte, è questo uno dei veri vantaggi di un bel libro.
Non hai bisogno d’altro, fuorché di quest’ultimo.
Nonché buoni occhi.
Fatta eccezione di un possibilmente elegante sostegno per entrambi, aggiungo io.
Se poi non di volume qualsiasi si tratti, comprendi or ora quanto tutto il quadro sia eccezionale?
Dagli estremi bordi della cornice sino al centro perfetto della tela.
Laddove sia un pezzo unico, è ovvio.
Be’, allora zitti tutti che ho da fare.

Tapparelle giù, niente rumori in strada, oggi.
Dormi pure, telefono.
O fai quel che ti pare, tanto per me è l’istesso.
E tu, muori pure in silenzio, invadente miscela di sgraziate voci e immagini.
Leggi anche tv.
E’ il mio tempo, ora.
Il nostro, ovvero quel che di esso rimane in questo sacro libro.
Di religiosamente laiche narrazioni.

Sì, so bene quanto valga.
Starò attenta, lo sfoglierò con cura.
Credetemi, non c’è persona più consapevole della sottoscritta.
L’infinita ricchezza di questo oggetto ha una stima che io stessa ho calcolato.
Ci ho messo una vita.
Letteralmente.
Con il piacere e la passione che solo i lettori sinceri riescono a mettere in gioco.

E se per il miliardario David Rubenstein il Bay Psalm Book, comprato all’asta da Sotheby’s a New York, meriti più 14 milioni di dollari, sappiate che il mio libro non ha prezzo.
Per questo è il più caro.
Il libro che mi è più caro al mondo.
Il primo che ho letto…


Vieni ad ascoltarmi:
Sabato 30 Novembre ore 18, Teatro Planet, Via Crema 14, Roma




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27.11.13

Cometa Ison Ufo video fine del mondo come lo conosciamo

Storie e Notizie N. 1020

Il 28 novembre 2013 verrà ricordato come un gran giorno, senza scherzi.
Perché solo i grandi giorni sono quelli che rischiarano l’oscurità di cui la nostra miope memoria è affetta.
E luce sarà.
Ovvero, un sollievo in più per molti.
Leggi pure un nemico in meno per troppi.

I preliminari erano stati da trama di prim’ordine, ciò è indubbio.
Curiosità estrema.
Diffidenza al calor bianco.
E più che mai inconsapevole paura.
La peggiore da sradicare.
Perché quando il lontano incontra il vicino, non puoi aspettarti altro.
Irrimediabilmente prima.

Eppure di comete ne abbiamo viste.
Se non nel cielo ad occhio nudo.
Sul divano ipnotizzati da quell’immancabile scatola magica.
Evocate dalla penna di un coltivatore di storie.
Perfino in fuga da un megaschermo grazie all’omaggio o l’inganno, dipende dai punti di vista, di un’illusoria dimensione in più.
Ma la paura è rimasta intatta, all’accendersi delle luci in sala.

Che volete farci, è uno dei classici limiti della luce artificiale.
Scaccia il buio, ma mai del tutto.
E tra le pieghe di quel nero si cela inevitabilmente lui.
Colui che da lontano giunge.
L’UFO, anzi, no: l’UMO.
L’oggetto migrante non identificato.
E dall’istante che l’incubo inizia a prendere forma, le prove della sua pericolosità si diffondono.

Che sia Nostradamus, i Maya o il peggior profittatore delle timorate ignoranze altrui a certificarle, poco importa.
Il lontano aggredirà il vicino, ecco la breve narrazione che dilaga.
Lo inquinerà con la sua micidiale… lontananza.
Il vicino, il nostro, non sarà più lo stesso.
E il mondo, come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi, farà la medesima fine.
O almeno questo è quel che si teme.
Prima.

Poi è arrivato il 28 novembre del 2013.
Sotto gli sguardi attenti dei telescopi, il lontano ha finalmente raggiunto il vicino.
Come una cometa che abbracci il sole.
E nonostante in molti si chiedano se l’alieno frammento si sia disintegrato o abbia proseguito il viaggio, una certezza ha illuminato gli occhi di chi ha avuto il coraggio di guardare.
Il cielo, quel giorno, ha brillato di più.
Infinitamente di più.
Ecco perché vale la pena incontrarsi.
Vicini e lontani.

Il video:

https://www.youtube.com/watch?v=Ck6fF5Hba9c

Vieni ad ascoltarmi:
Sabato 30 Novembre ore 18, Teatro Planet, Via Crema 14, Roma
 



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26.11.13

Aspirina previene cancro: la macchina del tempo

Storie e Notizie N. 1019

Leggo or ora che secondo esperti che fanno parte della SIMG, Società Italiana di Medicina Generale, l’assunzione dell’aspirina con continuità è in grado di difendere l’organismo dal cancro.
Or ora, l’ho letto.
Ah, se l’avessi saputo prima.
A questo punto della storia, la mia, solo un’invenzione a dir poco straordinaria potrebbe mutare la natura degli eventi che in essa si sono susseguiti.
Un tale prodigio che, per quanta fantasia possa venirmi in aiuto, non potrei mai dare alla luce.
Il massimo che mi è concesso è scrivere.
E non mi lamento, questo è certo.
Perché almeno qui, su questa pagina, posso riprendere il racconto da dove desidero, correggere, sottrarre e perfino cancellare interi capitoli.
Talvolta, anzi spesso, è mio dovere farlo.
Poiché tempo addietro qualcuno o qualcosa mi ha insegnato che scrivere storie è come sussurrare qualcosa di davvero importante alle persone che si amano.
Indi per cui, le parole vanno scelte con cura.
Estrema cura.
L’aspirina salva dal cancro?
E allora ne prendo una confezione gigante e faccio un balzo indietro.
Laggiù, nel secolo scorso.
Lui si volta e ne metto una nel caffè.
Inizio così, ogni giorno.
Come in un imperdibile rituale.
Perlomeno da quando sono abbastanza grande da arrampicarmi sulla sedia e poi sul tavolo per raggiungere la tazzina, preferibilmente non visto.
Tutte le mattine compirò la medesima ardita missione.
Impossibile, è vero.
Ovunque.
Ma qui sì, perché qui le cose non vanno mai come dovrebbe andare.
Altrimenti, per quale assurda ragione non manca dì che mi ritrovi a far correre le dita su questa tastiera?
Un’aspirina al giorno nel caffè.
Così il tempo scorre di nuovo, ma con una novella colonna sonora.
Il pezzo si chiama consapevolezza.
La consapevolezza di un necessario gesto che, come una magica gomma da cancellare, riporta i fogli di questa spietata narrazione al bianco primigenio.
Coraggio, fuori i festoni, chiamate la banda, tutti in piazza, si balla e si canta.
Si riscrive l’essenziale.
Leggi pure l’irreversibile quanto crudele destino.
Che si cela dietro il classico angolo.
O polmoni.
Tu prendi il caffè ogni giorno e sarai ancora qui.
Adesso.
Mio caro papà.

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Sabato 30 Novembre ore 18, Teatro Planet, Via Crema 14, Roma




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25.11.13

Storie d'amore: Saudita e Yemenita a processo per amore

Storie e Notizie N. 1018

Li chiamano già i Romeo e Giulietta d’Arabia.
World Shakespeare Festival

Houda al-Niran, ragazza 22enne saudita, e Arafat Mohamed Tahar, giovane 25enne yemenita, si amano, nonostante il parere avverso della famiglia di lei.
Cosicché Houda e fuggita nello Yemen a cavallo del proprio cuore ed è stata arrestata per essere entrata illegalmente.
In attesa del processo che la vede imputata a San'a', vi propongo una quanto mai ipotetica arringa difensiva del suo avvocato, Me Abdel Rakib al-Qadi:

Vostro onore,
Signore e signori della giuria,
E più che mai voi altri, platea silente, ma non meno importante.
Eccovi il sentito discorso che ho ier sera preparato a vantaggio del mio assistito.
No, l’accusa non si affanni ad opporsi.
Nessun errore.
Non v’è alcun refuso nella mia introduzione.
Se al maschile ho coniugato il lemma che in qualche modo dovrebbe rappresentare la giovane, la cui presunta colpa siamo qui, oggi, ad esaminare, è per una ragione fondamentale.
Centrale, in ultima analisi, nell’essenza del mio ragionamento.
Dovrebbe, ho detto, e questo non è stato affatto frutto del caso.
Presunta, ho aggiunto, e anche questo è aggettivo quanto mai scelto con cura.
Sì, perché la giovane Houda non ha alcun bisogno del mio appoggio.
In breve assistere.
A meno che il suddetto verbo non si riferisca a tutt’altro sinonimo.
Ovvero, assistere nel senso di essere presente.
Per meglio dire, starle accanto limitandosi ad ammirarla.
L’oggetto del mio accudimento siete in realtà voi, vostro onore.
Questo assurdo processo.
Il tribunale dove ora ci troviamo.
E l’intero cosiddetto ordinamento, tradizionale o legislativo che sia, che ha costretto una giovane innamorata a sacrificare la propria famiglia d’origine per quella dei suoi sogni.
Ecco, colleghi dell’accusa, opporsi in questo frangente risulterebbe piuttosto opportuno, in quanto avrei dovuto per grammaticale coerenza usare il plurale.
Cioè, assistiti.
Tuttavia, per me l’uno vale l’altro e ho ridotto all’osso per un eccesso di economia.
Siamo in tempo di crisi, dopo tutto.
D’altra parte, l’arringa rimane la medesima per ciascuno di essi.
Quale sarebbe la colpa?
La suddetta obiezione sarebbe giustificata in ogni aula del mondo, or ora.
E la risposta arriverebbe puntuale, nel medesimo mondo, ovunque si conservi un briciolo di buon senso nell’animo.
A motivare l’aggettivo di cui sopra.
Presunta, per i deboli di memoria.
Ingenuità, questo è il reato.
Sì, signore e signori.
Un’inaccettabile ingenuità.
Come si fa, mi chiedo?
Come si può essere così ingenui, dopo un numero così immenso, calcolabile solo con l’ausilio di molteplici eternità, di storie d’amore scritte, narrate e recitate, sulla scena o al di sotto di essa?
Nemmeno un infante per età o un infermo di mente potrebbero dimostrarsi capaci di rimanere indifferenti innanzi a tale forza della natura.
Leggi pure quando due creature si amano davvero.
E se c’è una giovane donna di mezzo, vostro onore, l’ingenuità è davvero imperdonabile.
Un processo con tutti i crismi sarebbe più che mai dovuto.
Se non è chiaro, ribadisco la mia disponibilità a difendervi tutti.
Nondimeno, a scanso di equivoci, devo informarvi che non posso fare promesse sul buon esito della causa…

Vieni ad ascoltarmi:
Sabato 30 Novembre ore 18, Teatro Planet, Via Crema 14, Roma




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22.11.13

Russia Catalogo Ikea coppia gay: una ragione

Storie e Notizie N. 1017

Leggo che Ikea ha deciso di auto censurare la versione russa del proprio catalogo promozionale togliendo la foto con la coppia di due donne, Clara e Kirsty, e Isaac, il bambino che vive con loro a Londra.
La ragione ufficiale da parte dell’azienda è che hanno come linea inderogabile il rispetto delle leggi dei paesi in cui vendono i loro prodotti.
Potrei far osservare a lor signori che se in altri tempi Ikea avesse esportato mobili, che so, nella Germania nazista o l’America schiavista, come si sarebbe regolata?
Avrebbe venduto funzionali letti a castello per lager super affollati e pali super accessoriati per bruciare i neri più ribelli?
Ad ogni modo, come diceva mio nonno, la storia ha i suoi tempi ma prima o poi le ragioni le mette a posto lei.
Nel frattempo…

Una ragione.
Ce ne faremo un ragione, sì.
Non è ancora il nostro tempo.
Perché la dittatura degli uguali è alla fine dei suoi giorni.
Sì che lo è.
Ma non è ancora spirata del tutto.
E allora scalcia, strilla e strepita.
Come un infante restio alla crescita.

Niente di grave.
Nulla di più doloroso di quel che si è già patito fin qui.
I russi non avranno la chance di ammirarci raffigurate tra un tavolino e un armadio?
Be’, potrà sembrare un palliativo, ma siete sicuri che sia stata nostra, la sconfitta?
In ultima analisi, chi sta veramente perdendo in questa ridicola contesa?
L’elefante che danza sospeso sulla corda o l’invidiosa formica che non sa più chi pregare di farlo cadere?
Se alla fine precipiterà, chi credete spiaccicherà sul pavimento?
E chi verrà applaudito?

Non è nuova, questa storia, già.
Quante volte gli spettatori silenti di questo paradossale pianeta hanno assistito a questo spettacolo.
Leggi pure stelle.
Come alberi e montagne.
Paziente platea di una farsa a tratti meravigliosa.
Perché ogni volta che il sipario chiude, riesce sempre ad emozionarsi.
Ce l’hanno fatta, finalmente ce l’hanno fatta ad ottenere giustizia.
Libertà.
E rispetto.
E’ sempre bello addormentarsi così.
Con tali finali.

Nel frattempo, una ragione.
Una ragione, sì.
Ce ne faremo una ragione.
Perché, prima o poi, saranno i nostri nemici a fare i conti con essa.
La meritata ragione.

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(Libri sulla diversità, libri sul razzismo, libri sulla diversità per ragazzi e bambini, libri sul razzismo per ragazzi e bambini)


  
 



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21.11.13

Storie di bambini nati morti: l’aveva detto

Storie e Notizie N. 1016

Aggiornamento: questo racconto è contenuto nel libro Roba da bambini, (Tempesta Editore - 2014)

In Cina, capita che un bimbo appena nato venga dichiarato morto a causa di congenite difficoltà respiratorie.
Solo che una volta condannato a perire cremato, il piccolo sbotta a piangere e si salva la vita.
Pare che le sue prime parole siano state…

L’avevo detto, io.

Non dite che non l’avevo detto.
Ah, ma adesso mi sentono.
Adesso…
Diciamo tra un po’.
Ma che dico, tra molto di più.
Diciamo pure non prima che mi sia tolto qualche sfizio quaggiù.
Diciamo pure tutti gli sfizi del mondo.

Eppure mi avevano convinto, senza scherzi.
Fai il bravo, mi ripetevano lassù.
Voi sapete dove.
Voi sapete chi.
Beati voi e di sicuro loro.
Mi raccomando, si premurava uno dei boss, sii gentile.
D’accordo, obiettavo io, ma all’inizio potrei farmi…?

Una canna? Ah, cominciamo bene, cominciamo, si adiravano.
Niente, non riuscivo a terminare la frase.
Non far stancare la mamma, piuttosto, esclamavano in coro.
E non far stressare il babbo, aggiungevano di contrappunto.
Prometti che mangerai sempre tutto, mi ordinavano.
Che le farai a tempo debito.
Sia la piccola che la grossa.
Soprattutto quest’ultima.
Certo, lo giuro, rispondevo.
Ma appena arrivo, posso farmi un…?

Un goccetto, magari? Strillavano stracciandosi le vesti, ma allora sei proprio un vizioso.
Idem come sopra, mi interrompevano sempre.
Riga dritto e fai le ninne a tempo debito, mi intimavano.
Altrimenti si scombina tutto.
Sì, però, tentavo di ribattere.
Ah, sei un sovversivo? Si adirarono in quel mentre.
Un anarchico? O, peggio, un relativista agnostico con il feticismo per la ragione?
Che?! Saltai su confuso.
Ad ogni modo, farò come dite, li assecondai.
Ma una volta arrivato, che ne pensate se mi faccio un bel…?

Dopo, dopo, mi stopparono.
Fai il bravo e preparati, annunciarono quindi più eccitati del sottoscritto.
Tocca a te.
Cioè a me.
Fai il bravo, rimarcarono per l’ennesima volta.
Chiudi gli occhi.
E a presto.
A più tardi, casomai, gridai precipitando sulla vita senza paracadute.
Con una cruciale domanda senza risposta nel cuore.
Ovvero un desiderio.

Quando sarò arrivato, pensavo cadendo, mi piacerebbe farmi quel liberatorio…
Rumoroso quanto basta.
Magari in do maggiore, come hanno esordito i più grandi scassatimpani del cielo.
In breve, pianto.

L’avevo detto io, che era cosa buona e giusta.
Perché il pianto allunga la vita, altro che il riso.
E adesso, se proprio volete, farò il bravo…

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20.11.13

Storie d'amore: il sogno della vedova

Storie e Notizie N. 1015

Pare che in Belgio, ad Anderlecht, una signora di 69 anni abbia vissuto per un anno con il cadavere del marito nel letto e il cane, anch’esso defunto, accanto al tavolo dove di solito consumava i pasti.
Una sorta di irrinunciabile prolungamento della vita coniugale, in barba al tempo che passa.
Leggo che la poveretta è stata condotta in un ospedale psichiatrico.
Eppure, come molti sanno, tra le pieghe della follia si nascondono talvolta meravigliosi intenti.
Sentimenti assurdi ed inammissibili emozioni.
Degni solo di piccoli storie…

Dormi, marito mio.
Dormi e riposa.
Sogna tranquillo, ma non troppo.
Si sa come fanno i sogni, lo sappiamo bene, tu ed io.
Sono come gli attori.
Talmente desiderosi d’applausi, sono capaci di tutto pur di mantenere il sipario aperto.

L’ultimo sogno, poi, è il più vanesio tra di essi.
Una trappola sotto forma di paradiso su misura per il protagonista di turno.
C’è tempo, amore mio.
C’è ancora tempo.
Un’eternità, dicono.
Ed io non sono ancora pronta per così tanto.

Sì, so bene quel che vuoi dirmi.
Non prendermi per folle anche tu.
Almeno tu.
So tutto.
E’ per questo che ho messo il mondo in pausa.
Quel che so mi basta.
Ed è così facile amare quel che ti è sufficiente.

Domani arriverà.
Non mi faccio illusioni, credimi.
Il domani arriva sempre.
Anche quando ti volti verso un giorno qualsiasi alle tue spalle.
Una foto rubata con astuzia.
Una lettera fortunata perché scritta senza pensare a come concluderla.
Un perfetto regalo frutto del caso.

Assecondami, compagno.
Amico.
Ovvero, gli occhi che hanno saputo guardare.
Dove non vedevo.
Non potevo.
E forse non volevo.
Proviamo a non morire.

E se non ci riusciamo, ne sarà valsa comunque la pena.
Vivere di follia.
Leggi pure amore senza fine.

Il video:






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19.11.13

Maltempo in arrivo al sud nord centro: il film record in Italia

Storie e Notizie N. 1014

Questa è la storia di un film.
Un film che si svolge in un anno.
Dodici mesi in un’ora e mezza. Due al massimo.
Dove, come spesso capita, la pubblicità è quel che conta davvero.

Sigla iniziale.

Gennaio, titoli di testa.
Ricomincia il campionato, evvai. A quando il derby? E i saldi? Quando iniziano?
Febbraio, finalmente Sanremo. I big e le nuove promesse, le polemiche, soprattutto quelle. Gli ospiti rigorosamente stranieri, più che mai. Cosa? Extracomunitari? No, per stranieri intendo americani. Ricchi divi americani da adorare. E da rendere ancora più tali. Ricchi.
A Marzo di primavera manco a parlarne. E’ il carnevale che conta? No, ci sono le elezioni. Via con la minestra dei voti. Par condicio, politically correct, talk show ed exit poll. Ingoiamo tutto. E andiamo a dormire. Domani sarà un altro giorno. Nuove sigle, nuovi inni, nuovi proclami. Vecchio il resto.
Niente elezioni? Solo carnevale e maschere?
E dov’è la differenza?
Okay, ma il derby quando c’è?
Aprile spostati e dai spazio a lei, la primavera. Delle manifestazioni e dei cortei.
Degli insulti e delle eresie. Dal 25 al primo del nuovo mese.
Tra il vituperato orgoglio del passato che scompare ogni giorno di più e uno psicodramma di piazza sotto forma di anestetizzante concerto giovanile.
A Maggio finalmente il primo mare.
La finale di Champions, la Coppa Italia.
Ma il derby quando c’è?
Va be’, per fortuna ci sono i mondiali.
A Giugno, già.
Balotelli, mettila dentro! Certo che se non fosse così scuro… tutto sarebbe più facile.
Per lui o per noi?
Luglio, sempre più mare. Gli ufo al tg. Lo sciopero dei treni, dei voli, ma perché proprio ora? Indovina?
Ma quando ricomincia il campionato?
Agosto solo mare. Amichevoli estive. Cavolo, non ha mai fatto così caldo, ti giuro.
E’ uscito il calendario? Quando c’è il derby?
Abboniamoci, iscriviamoci, cambiamo pacchetto, rinnoviamo tutto!
A Settembre tutti in piazza. In tv. Sui giornali. Abbronzati ma presenti.
Perché non abbiamo mai smesso di avere a cuore il paese.
Anche in Sardegna. Sì, a mollo in Sardegna. Già, a bordo di ville galleggianti a largo della Sardegna. Più che altro quando l’inferno deve ancora arrivare.
Ottobre, ma che caldo, eh? Insolito, davvero.
Quando hai detto che c’è il derby? Per fortuna che inizia X Factor.
No, mercoledì non posso, c’è la prima di Champions.

Novembre, maltempo.
Morti, alluvioni, morti, frane, morti, crolli, morti.
Morti.

A Dicembre si piange e si promette.
Si commemora, si solidarizza.
Con esse emme esse generosi e maratone virtuali.
Si promette, soprattutto.
Mai più. E’ una vergogna. Mai più.
Lo prometto.
31 Dicembre, sera. Tutti a contare fino a zero. Cancelliamo tutto.
Titoli di coda.

Sigla finale.

E ricomincia.
Ancora.
Ancora…
E ancora.

Quando saremo stanchi di vedere sempre lo stesso film?
Quanti morti occorrono?

 



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15.11.13

Storie sulla diversità: la famiglia naturale

Storie e Notizie N. 1013

All’indomani dell’apertura del sindaco di Roma Ignazio Marino alle adozioni da parte di coppie omosessuali, sembra destinata a far discutere la sentenza di Bologna che ha affidato temporaneamente una bimba di tre anni ad una coppia di signori.
A difesa della famiglia cosiddetta naturale, le 'autorevoli' voci di Gasparri e La Russa (aspetto con fiducia Giovanardi) si sono già levate veementi.
Dal canto mio, propongo come d’abitudine solo una storia…

C’era una volta un paese.
Un paese di cui non ricordo il nome.
Così può essere ovunque.
Anche il nostro.
Ma anche no.

Nel paese di cui non ricordo il nome, così può essere anche il nostro ma anche no, non esisteva la famiglia naturale.
Eh sì, incredibile a dirsi, di quest’ultima non v’era alcuna traccia.
Capisco l’orrore dei moderati tra voi.
Quale girone infernale sarà mai, questo lascivo luogo.
Si da il caso, però, che in questo paese non è che non esistesse affatto.
La famiglia, intendo.
E’ solo che l’aggettivo naturale era assente.
Tutto qui.
Anzi, molto più di tutto.

Difatti, la famiglia ne era totalmente priva.
Di cosa? Di aggettivi, mi sembra chiaro.
Era altresì piena di altro.
Dedizione, va’.
Ne dico una a caso, la prima che mi viene in mente.
Quella radicale abnegazione nel concentrarsi senza interruzioni di sorta sulla vita di qualcun altro.
Uno sconosciuto, in ultima analisi.
Che potrà essere simpatico e divertente, come odioso e irritante.
Potrà essere chiunque.
A suo completo piacimento.
Qualcuno che sin dal primo reciproco incontro ce la metterà tutta nel far emergere le tue difficoltà.
Che impiegherà un po’ a mostrare gratitudine per la tua fatica.
Fatica che è un lavoro a tempo pieno e indeterminato.
Perché nessuno è in grado di quantificare se e quando arriverà la meritata pensione.
Mi riferisco all’essere genitore, ovviamente.

La famiglia che non era naturale, perché non aveva aggettivi, era piena di dedizione e anche di maturità.
E non mi riferisco al diploma.
Maturità.
Ovvero quel soddisfacente livello di equilibrio, sana centratura tra sentimenti e scopi, realizzazione personale e capacità di accompagnare l’altro al medesimo obiettivo, propensione completa all’ascolto e all’osservazione della vita altrui.
Sin da fungere da approdo sicuro a cui appoggiarsi se si è all’inizio della navigazione con al massimo due braccioli.
Leggete pure genitore e figli.

In quel paese la famiglia non naturale, in quanto priva di aggettivi, era colma di dedizione, maturità e ne cito un’altra a caso.
Amore.
Giammai nel romantico e passionale intendimento.
Pure, ma non solo.
Parlo di quel prezioso frutto proprio della dedizione e della maturità che permette a qualcuno di donarsi completamente all’altro.
Mettendo da parte del tutto se stesso.
Finché all’altro servirà.
Chiunque egli sia.
Per il solo fatto di essere giunto in quella famiglia.

Ecco, quel che credo, dico davvero, è che forse potrebbe essere una fortuna che quel paese, dove la famiglia non è naturale, perché non ha aggettivi, non sia il nostro.
Perché in quel caso, molti, sfacciatamente molti tra noi, non avrebbero alcun diritto a diventare genitori.
La fortuna è tutta dei figli.
Che in quel paese vivono.
Con dedizione e maturità.
Amati.

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14.11.13

Storie di animali e inquinamento: gli occhi imparano

Storie e Notizie N. 1012

11 anni fa.
Un incidente.
Sì, chiamiamolo così.
Una nave petroliera si spezza in due.
E una nera marea ricopre millesettecento chilometri di costa, tra il Portogallo e la Francia meridionale.
Settantasette mila tonnellate di greggio in acqua.
Coltivazioni distrutte e più di quattro miliardi di euro di danni.
Ma soprattutto 17.000 uccelli morti.
Dipende dai punti di vista, il soprattutto.
Me ne rendo conto.
Amico mio, guarda e impara.
Questo mi dicesti mentre incredulo affondavi nel fango alieno.
Vedrai, risposi.
E’ tragedia di tutti.
Flora e fauna.
Ci sono i soldi di mezzo.
Tanti.
Rimedieranno.
Puliranno.
E i colpevoli…
Oh, non voglio essere nei panni loro.
Così replicai.
Guarda, ripetesti. Guarda e impara.
Ho guardato e ti ho visto morire.
E con te in tanti se ne sono andati.
Nessuna lacrima e particolari sceneggiate da funerale accorato.
Siamo dignitosi, noi altri, e più che mai consapevoli.
Si arriva e si va via.
Punto.
Ciò che conta, obiettasti prima di spirare, è trarne insegnamento.
Osserva e impara, aggiungesti sfruttando il poco fiato rimasto.
Ho osservato.
Sono anni che osservo.
Ti ho odiato, per questo.
Per aver seguito il tuo consiglio.
Forse sarebbe stato meglio non vedere.
Questo è quel che provo.
Ma so che è stato giusto.
Questo è quel che so.
Undici anni sono molti, magari troppi, per capire.
Si fa quel che si può, da questa parte del cosiddetto creato.
Ma alla fine ci sono arrivato anch’io.
Nessun colpevole è scritto sui titoli di coda.
E’ stato un caso?
Bene.
Ne parleremo tra noi.
Siamo tanti, ancora tanti.
E faremo pure noi il nostro film.
Perché gli occhi imparano.
La prossima volta qualcuno pagherà.
E non saremo noi.
E’ una promessa.





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13.11.13

Storie di donne: grattacielo più alto d'America e Duma ride

Storie e Notizie N. 1011

Qual è il palazzo più alto d'America? Il One World Trade Center, ovvero la Freedom Tower, diviene ufficialmente il grattacielo più alto degli USA.
A decretarlo è il Council of Tall Buildings and Urban Habitat, un’organizzazione no-profit internazionale che si occupa proprio di queste classifiche.
541 metri compresa l'antenna, questo sarà il nuovo record americano.
Dico sarà, perché l’enorme palazzo non è stato ancora inaugurato.
Il record è comunque suo.
E Duma ride.
Sì, ride.
Duma ha 79 anni e vive nel villaggio di Thame, in Nepal.
La vecchina non ha una laurea.
E neppure un lavoro.
Nel senso di uscire da casa tutti i giorni inseguendo auto che sfrecciano di indifferenza, sadici treni che scappano e folle di pendolari professionisti della calca.
Con in palio la floridezza di un’indispensabile busta.
Per uno scatto in avanti nelle gerarchie.
E un’ulteriore abbocco nella busta di cui sopra.

Ma Duma ride.
Già, è proprio questo quel che fa.
E la sua non è la solita storia da esotica saggia orientale che ci guarda da lassù.
Qualcosa di vero c’è, in quest’ultima affermazione, ma non è affatto la prima parte.
D’altra parte non arrivi a 79 anni con ancora la forza di sorridere senza aver visto il peggio che la vita possa offrire.
Quella luce negli occhi costa, costa assai.
Ecco perché ride.

Nondimeno, Duma non ha la tv al plasma.
Neanche quella via cavo.
Non ha proprio cavi, ecco.
Non ha uno smartphone.
Di smart ha il suo cervello e le basta e avanza.
Questo non vuol dire che sia un genio.
Non le serve neppure questo.
Perché non ci vuole un genio per arrivare lassù.
A 79 anni, intendo.
Devi volerlo, davvero.
Poche chiacchiere e occhi sulla cima.

Duma sente la radio.
Questo sì.
E quel giorno la voce che balla nella scatola racconta di un primato.
La Torre della libertà è la più alta d’America.
Cinquecento e quarantuno metri, osanna la voce.
Duma prima sorride.
Ci pensa su.
E ride.
Perché, anche se sa che la radio non ne parlerà, Duma è una vita che cammina, dorme e sogna dalla casa più in alto del villaggio di Thame, sui monti dell’Himalaya.
A 3800 metri.

Questa è la mia torre, pensa.
La torre della felicità…

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12.11.13

Storie sui diritti umani: la favola di Rajia

Storie e Notizie N. 1010

Leggo che un ricercatore sardo, Franco Lisi, ha inventato il motore ad urina, peraltro approvato da Legambiente, con un netto risparmio sui corrispettivi a benzina.
Sembra una favola…

E’ finita, Fuad.
Stavolta è davvero finita.
La guerra.
Scrivilo pure, ma traduci missione.
Di pace per tutti tranne che per noi.

Basta piangere, amore mio.
E’ finita.
Stavolta è finita e lo dobbiamo proprio agli alleati.
Spesso sono i peggiori tra i nemici, perché gli basterebbe schierarsi per una volta dalla parte giusta e quella volta darebbe vita a un’altra storia.
Una favola.

Ridi, figlio mio.
Perché oggi ti racconto proprio una favola.
Sono sicuro che la amerai.
Uno di quei racconti assurdi, dove tutto sembra impossibile ma vorresti disperatamente che fosse vero.
Non ogni cosa.
Anche solo una pagina.

Caro Fuad, ascoltala.
Perché solo l’inizio vale il prezzo del biglietto.
Anzi, è gratis.
Come la pipì.
Sì, ridi, lo so.
Fa ridere.
Eppure questo dice la fiaba.

C’era una volta un mondo dove le auto andavano a pipì.
Già, sul serio.
La macchina si fermava? Allora il papà prendeva la bottiglia con l’acqua.
Poi beveva, tanto, tantissimo.
Abbastanza da fermarsi e riempire il serbatoio.
E via, di nuovo in viaggio.

No, non piangere, Fuad.
So bene che il tuo papà non c’è più.
Dannato petrolio.
Pensa alla favola e immagina se fosse vera.
La nostra terra smetterebbe all’istante di far gola al mondo.
Perché chi sarebbe capace di bruciare milioni di vite per un pieno di pipì?

Sorridi, figlio mio.
E fate lo stesso anche voi, anime in pericolo volteggianti su terreni gravidi di carburante.
E’ finita.
Torniamo ad essere quello che eravamo.
Non più ribelli, terroristi, vittime.
Ma civili.
No, non più.
Solo gente che desidera vivere.

Almeno nelle favole va così.

Leggi altre storie di guerra
 

Visita le pagine dedicate ai libri di Alessandro: 
(Libri sulla diversità, libri sul razzismo, libri sulla diversità per ragazzi e bambini, libri sul razzismo per ragazzi e bambini, libri sull'adolescenza e romanzi surreali per ragazzi )

 



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11.11.13

Filippine tifone Haiyan: Bea Joy bimba miracolo in Italia

Storie e Notizie N. 1009

11 Novembre 2013.
Mi chiamo Beatriz Joy, in breve Bea, e sono nata oggi.
Eccomi qui, nella foto accanto, tra le braccia di mia madre.
Un’immagine, la mia, che si è guadagnata molte prime pagine sui maggiori quotidiani.
Un miracolo, dicono.
E’ per il tifone, ovvero nonostante quest’ultimo, sottintendono.
Eppure lo sarei stata comunque.
Se non altro per mia madre.
Perché ditemi voi se sia qualcosa di diverso da un incredibile prodigio tutto lo spettacolo che precede, tra magica metamorfosi di un corpo, e più che mai quel che segue, sino all’apertura del sipario chiamato vita.
So quel che pensate.
Sono di parte.
E’ un fatto personale, il mio.
Ma, d’altra parte, di cosa stiamo parlando se non di qualcosa che mi appartiene?
Ciò nonostante, tutta questa attenzione mi riscalda il cuore.
E il cielo solo sa quanto ne abbia bisogno, in questo particolare istante.
Soprattutto da questo momento in poi, a dirla tutta.
Perché, come diceva la nonna a cui devo il nome, è quando l’incendio si è spento che servono davvero i pompieri.
Quando la casa non c’è più, per dirne una a caso.
Nondimeno, mi godo i vostri occhi.
La tenerezza che in essi disegna la mia coraggiosa nascita.
La commozione che si accende al solo conoscere i dettagli del mio arrivo al mondo.
Prendo tutto e ringrazio.
Stringo ogni dono nelle mie piccole mani.

Siete ancora lì?
Ecco, ora provate a immaginare un 11 novembre.
Un altro.
Laggiù, all’orizzonte, non lontanissimo.
Diciamo tra una decina d’anni.
11 novembre 2023, per essere precisi.
Sono qua, nella foto a sinistra.
A casa vostra, nel vostro paese, in una delle vostre città.
Una straniera.
Un’extracomunitaria, immigrata e clandestina.
Sono ancora un miracolo?
La mia esistenza è rimasta il frutto di una meraviglia?
Io credo di sì.
Anzi, no.
Ne sono sicura.
Vi prego.
Non dimenticatelo.
Non dimenticatemi.
Non dimenticate.
Che un miracolo lo siamo stati tutti.
E lo saremo per sempre.

Il video:



 



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8.11.13

Storie d'amore: lo zombie fortunato

Storie e Notizie N. 1008

In Brasile, sepolto vivo nel cimitero, un uomo è stato salvato da una donna che pregava nei pressi, dopo aver scorto la mano emergere da sotto terra.

Questo non è un film horror, credetemi.
Anche se lo sembra.
E’ qualcos’altro e mi perdonerete se non so definirne il genere.
Di sicuro è una storia.
Da ascoltare o meno, sta a voi deciderlo.
Uno zombie, sì, sono uno zombie.
Uno zombie fortunato, però.
Perché diventando tale – uno zombie, intendo – ho capito ben tre cose.
Le fondamenta della mia novella buona sorte.
Già, novella, poiché fino ad oggi mi ero così abituato alla sventura da ritenerla l’unico orizzonte possibile.
Come qualcuno che si convince di non poter aspirare ad una classe politica degna di questo nome.
Ad una vita, non dico felice, ma anche solo gradevole a tratti.
A un sogno realizzato. Pure uno solo, ma che vale la pena costruirci un’esistenza attorno.
Dal canto mio, ero lì, nel cimitero di Ferraz de Vasconcelos, nello Stato di San Paolo, in Brasile.
Sepolto vivo.
Ditemi voi se si possa cadere più in basso di così.
Sotto terra, pestato a sangue, moribondo.
Forse peggio che morto.
Anzi, qualcosa di più.
Di oltre.
Ma sufficiente a farmi condannare all’esclusione dall’aula dei viventi.
In castigo anticipato, nell’oltretomba dei bocciati senza rimandi.
Non potrò mai dimenticare il tempo che è trascorso prima dell’arrivo di lei.
La mia salvatrice.
Un tempo dilaniato da una fiera spietata.
Un mostro crudele sotto forma di consapevolezza di meritare la sentenza.
Vivo, ma trascurabile.
Con il cuore che batte, ma fuori giri.
I polmoni respiranti e per questo da sopprimere.
Perché l’aria non è per quelli come me, zombie reietti, ovvero rifiuti non riciclabili dalla società piramidale.
Mi correggo, non era.
Perché sarò pure uno zombie, ma da oggi non me ne vergogno più.
Anzi, me ne vanto.
E lo devo alla mia neonata fortuna, un vascello sospinto da ben tre vele.
O salvifici motivi.
Primo, il più banale: finché non sei morto davvero, c’è sempre un’alternativa.
Perfino agli antipodi del mondo che si crede più vivo di te.
Secondo, il meno facile da accettare: la luce arriva ovunque, pure sotto terra.
Addirittura in un luogo a cui il canto della morte e il pianto dei rimasti fanno da colonna sonora.
Terzo, il motivo veramente decisivo: devi alzare la mano, se vuoi aiuto.
Per quest’ultimo, dico grazie a te, donna di passaggio.
Non smetterò mai di amare la tua generosità.
Come uno zombie.
Fortunato.
E finalmente vivo.
 



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7.11.13

Treno contro Ambulanza immagini di un paese

Storie e Notizie N. 1007

Leggi un articolo come tanti, tra la sanguinosa cronaca quotidiana.
Di feriti e morti.
Soprattutto il conto di questi ultimi, al tramonto, rappresenta il peso della notizia.
Ma non sempre.
Perché se il deceduto era un nome e un cognome dalle iniziali cubitali, be’, allora cambia tutto.
Questo però non ti impedisce di trarne le tue conclusioni.
Questo però non ti permette di ignorare quel che le emozioni ti suggeriscono.
Ma che dico.
Suggeriscono? Ti obbligano a sentire.
E allora capita che il fatto in questione, morti e feriti a causa del malfunzionamento della sbarra di un passaggio a livello, offra un’immagine diversa dal mero accaduto.
Come un’eco distorta che rimescola gli ingredienti e aggiunge un altro spunto al quadro generale.
Metafora di un paese, dice la didascalia.
Un paese dove un treno e un’ambulanza sono destinati a scontrarsi l’uno con l’altro.
Il treno parte e corre.
Di viaggiatori spensierati e non.
Soprattutto non.
Perché il capo aspetta, perché i figli seduti a tavola aspettano, perché la banca ha smesso di aspettare e sta già divorando la tua vita.
L’ambulanza parte anch’essa e corre.
Deve farlo.
Via dal dolore, lontano dal pericolo peggiore, l’irreversibile fine.
Leggi pure morte, senza malanimo.
Anzi, tutt'altro.
Dico bene? Non è spesso questo che si prova vedendola sfrecciare urlante di fretta?
Uff… che fortuna non essere a bordo.
Il treno continua a correre.
E’ in ritardo.
I treni di questo paese sono sempre in ritardo, anche laddove siano in perfetto orario, perfino allorché partano in anticipo.
Ti basta prestare orecchio all’inquietante rumore delle mascelle della banca di cui sopra.
L’ambulanza accelera.
Deve farlo.
Altrimenti cosa è valso salire a bordo?
Perché vivere quei tremendi attimi sospesi tra un semaforo e l’altro con la speranza nelle mani al volante?
Il treno non vuole sfigurare e spinge a tavoletta.
L’ambulanza c’era già al massimo.
A chi dare la precedenza?
Quale passeggero merita di più il traguardo?
Quale sofferenza deve prevalere sull'altra?
Questa è la domanda che attanaglia un paese e la risposta è ciò che lo definisce.
Ma se poi lasci la responsabilità di scelta a quello che non è altro che un ottuso congegno senz’anima, come qualcuno che al massimo sa fare solo una cosa e quando la sbaglia la gente rischia la vita, forse dovresti fermarti a riflettere.
E magari, ripeto magari, treno e ambulanza non dovrebbero incrociarsi sulla stessa strada…

 



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6.11.13

Storie di donne: Nonna Joy cade e corre

Storie e Notizie N. 1006

Una donna anziana alla maratona di New York.
La vecchina cade, corre e muore.
C’è un errore, mi dicono.

Joy Johnson a 86 anni ha corso la sua ultima maratona.
Durante quest’ultima è caduta al 20esimo chilometro e ha battuto la testa.
Le hanno chiesto se volesse fermarsi e andare all’ospedale, ma è stato inutile.
L’infaticabile nonnina, dalla tempra inossidabile come l’acciaio delle pubblicità, si è rialzata e ha continuato a correre sino al traguardo.
Il giorno dopo è stata ospite di un noto programma televisivo americano.
Quindi è andata a riposare.
Ed è morta nel sonno.

So cosa pensate.
L’errore è quello di non essersi recata all’ospedale dopo la caduta.
No, mi dicono che l’errore non sia stato quello.
La più che ottuagenaria signora cade alla maratona di New York.
Corre e poi muore.
C’è un errore, mi continuano a dire.

Ah, giusto.
Se non al momento della caduta, Joy avrebbe dovuto farsi vedere dai medici perlomeno dopo aver tagliato il traguardo.
Una visita di controllo, che magari le avrebbe salvato la vita.
E questo l’errore?
Mi dicono di no.

Così rivedo la notizia, nelle parole essenziali.
Durante la maratona di New York una 86enne cade ma continua a correre.
Muore il giorno dopo.
C’è sempre un errore, mi dicono.

Aspetta…
Forse ci sono: la signora non avrebbe dovuto intervenire come ospite allo show televisivo.
Il colpo di grazia allo stress e l’eccitazione per l’evento hanno probabilmente aggravato le conseguenze della caduta.
No?
No, mi dicono che sono lontano dal vero.
Che non sia quello l’errore.
Così mi dicono.
La morte è un particolare trascurabile nell’economia del racconto, aggiungono.
Vedila con questo spirito e la nebbia si diraderà.
Rendendo visibile l’errore.

Ci provo.
E’ una vita che ci provo.
Sì… intravedo qualcosa.
Joy, in Italiano gioia, corre.
Anche Maratona di New York è un’indicazione trascurabile.
La nonna chiamata gioia cade, si rialza e ricomincia la corsa.
E corre, senza fermarsi più.
Sta correndo ancora, anche adesso.
Altro che morte.

Nessun errore, finalmente, dicono.
Joy, per vederla con chiarezza bisogna correrle dietro e sognare di raggiungerla.
Come hanno fatto dall’inizio loro.
Coloro che all’inizio della storia mi hanno fatto notare l’errore.
I miei inseparabili suggeritori.
Cuore e fantasia.
Uniti da una particolare ammirazione per la forza della gioia.

Il video:


http://www.youtube.com/watch?v=iyZ9wmQkagA




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5.11.13

Pianeti abitabili nell'universo miliardi di sogni

Storie e Notizie N. 1005

E’ sera.
E’ sera e apro il giornale.
Apro il giornale e leggo che la Nasa ha scoperto che solo nella nostra galassia ci sono 8,8 miliardi di pianeti simili al nostro.
Ovvero, abitabili.
Vivibili.
Chiudo il giornale.
E alzo gli occhi al cielo.
Su, coraggio, fatelo con me.
E’ gratis.
Eccoli, li vedete?
8,8 miliardi di sfere vorticanti.
Di vita.
Insieme, osiamo.
8,8 miliardi di sfere vorticanti abitabili.
E abitate.
Ognuna con un sogno realizzato, aggiungo io.
8,8 miliardi di sogni.
Sì, lo so, esagero sempre, ingordo di fantasia che sono.
Assecondatemi come si fa con gli ebbri di immaginazione.
Guardate ora quel pianeta, sì, quello che sto indicando ora.
Su quella terra, lontana cugina di colei che ci sorregge tutti con paziente democrazia, donne e uomini hanno pari diritti, da ogni latitudine la si guardi.
Su quella accanto le guerre sono davvero solo guerre, ovvero morte e distruzione, e le missioni di pace, incredibile a dirsi, sono sul serio quel che il dizionario racconta.
Letteralmente missioni di pace.
Senza se e senza ma.
Su un altro pianeta nessuno vuol fare il politico, perché laggiù vuol dire lavorare unicamente per il bene degli elettori.
Talvolta perfino a scapito del proprio tornaconto.
Ecco perché quei pochi che lo fanno si meritano ogni voto guadagnato.
Su un altro pianeta ancora non esistono confini geografici.
Ci sono tutti gli altri, però.
Quelli che delimitano e quindi tutelano i sentimenti e i diritti di ognuno, quelli che danno a tutti lo spazio necessario per vivere decentemente, quelli altresì che consentono la scrittura delle proprie aspirazioni senza ledere quelle degli altri.
Ma di linee geografiche, spesse o sottili che siano, neanche a parlarne.
Si nasce, si vive e si muore.
Attraverso una miriade di viaggi rigorosamente senza biglietto.
Figuriamoci i documenti.
E poi c’è quel pianetino, piccolo, lo vedete?
No, non quello.
Quello più piccolo.
Sì, quello lì.
Sapete quale sogno vi ha trovato casa e si è realizzato esattamente come è stato disegnato la prima volta?
Il vostro.
Ora.

 



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4.11.13

Storie di bambini: i diritti d’asilo

Storie e Notizie N. 1004

Autumn Elgersma, una bambina di tre anni, è stata uccisa dalla maestra perché si rifiutava di togliersi il cappotto.
E’ accaduto ad Orange City, negli Stati Uniti, per mano di Rochelle Sapp, sua insegnante e direttrice dell’asilo nido.
Asilo, ovvero ricovero, rifugio.
Forse dovremmo ri-scriverne i diritti

Aggiornamento: questo racconto è contenuto nel libro Roba da bambini, (Tempesta Editore - 2014)

I bambini, tutti, allorché usufruiscano d’asilo, qualsiasi asilo, meritano al contempo un numero indefinito di diritti.
Ce l’avevano prima di entrarci, figuriamoci dopo.
Altrimenti dovremmo trovare un’altra parola.
Asilo sarebbe vergognosamente contraddittorio.
E’ probabile che parcheggio sarebbe più onesto.

Raccontiamoli così, senza un ordine preciso.
Pensiamo, che so, ad una bimba di tre anni, concentriamoci su di lei e andiamo a braccio.
Anzi, a cuore.
Il primo che da quest’ultimo mi balza in testa, il diritto di sorridere.
Ma che dico, ridere, a squarciagola, più o meno sguaiatamente, di una risata irriverente e buffa, fragorosa e contagiosa.
Che interrompe un discorso come il pensiero di qualsiasi adulto nei paraggi.
Perfino la maestra o il maestro.
Soprattutto costoro.

Per un senso di equilibrata equità, ovvero a bilanciare l’equazione per eccellenza nelle emozioni infantili, ecco il diritto di piangere.
Nelle forme preferite.
Lagna, piagnucolio, sommesso lamento o strepitio rompi timpani rientrano, nessuno escluso, nelle possibilità lecite.
Capisco, credetemi, capisco alla perfezione le conseguenze per udito quanto per il sistema nervoso.
Tuttavia, responsabilità del cammino di una vita all’inizio della via diviene sinonimo di una sola parola.
Conseguenze, piacevoli e più che mai non.
Altrimenti, a questo mondo c’è molto altro da fare, nessuno si senta obbligato a prendersi l’impegno.

Il diritto di giocare.
In qualsiasi momento e per qualunque ragione.
Con chiunque e ogni cosa.
Anche quando il programma prevede altro.
Perché, in realtà, è sempre stato quello il vero programma.
Ovvero un foglio in bianco.
Pronto ad accogliere il frutto dell’immaginazione dell’attimo.
Il colore, l’idea, il desiderio.
Poiché anche nel più enigmatico scarabocchio può celarsi un’irripetibile opera d’arte.
Di fantasia e tecnica purissime.
Sfido chiunque a dissentire, se di arte vive.

Se così procedessi, di diritto in diritto, questa pagina non potrebbe mai essere abbastanza grande.
Per nostra fortuna, non serve ricordarli tutti.
E’ sufficiente ascoltarli quando vengono reclamati dagli interessati.
Come il diritto a tenere indosso il cappotto.

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