31.5.17

Storie sulla diversità: di eroi, vittime e terroristi del dio minore

Storie e Notizie N. 1477

Ho atteso, riletto la notizia e pazientemente atteso, navigando e osservando, tra eventuali articoli e commenti, opinioni e reazioni.
Ora, in tempi decisamente non sospetti – o forse sì, dipende sempre dai punti di vista – mi accingo ad affrontare i fatti, che magari vi sono sfuggiti.
Lo scorso venerdì, Jeremy Joseph Christian ha ucciso due uomini con un coltello a bordo di un treno a Portland, Stati Uniti, mentre un altro è stato gravemente ferito.
I tre erano intervenuti a difesa di due giovani ragazze, bersaglio di insulti anti-islamici da parte di Christian.
Cognome quanto mai simbolico, non credete?
Voi lo chiamate terrorismo”, ha esclamato ieri l’assassino alla prima udienza in tribunale. “Io lo chiamo patriottismo.”
E voi come lo chiamate?


C’era una volta una storia.
Una di quelle tristemente comuni.
E altrettanto amaramente trascurate.
Ma non me ne vogliano gli autori solitamente frustrati e men che meno gli aspiranti tali, qualora insoddisfatti e delusi.
La sinossi, amiche e amici.

La sinossi è tutto.
E’ la vera chiave della porta per l’ambita firma in calce, che promette fantomatiche, luccicanti vetrine e quintali di autografi sino a sfinire polsi e vanità.
Nondimeno, in siffatti tempi, quanto mai ansiogeni e frettolosi, ancor prima del prezioso sunto, è il titolo a far la differenza.
Il primo sguardo di possibile, vero amore, l’auspicabile colpo di fulmine, l’imprinting divino che prelude all’unica via per il successo, al netto di una miriade di discese nell’infernale dimenticatoio.
Proviamo, quindi.
Tentiamo insieme di conquistarci platea e, soprattutto, i custodi di quest’ultima.
Attentato terroristico di chiara matrice 'cristiana' su un treno di Portland.
E via agli strali dei fanatici di mestiere, o solo per passione, i cinguettii intolleranti e gli irosi post puntualmente condivisi e poi cancellati da sua maestà Faccialibro.
No, eh?
Non succede neppure per scherzo, vero?
È ovvio, poiché anche i più abili spacciatori di satira devono vendere, giusto?
Ok, tentiamo di andare subito al sodo.
L’assassino è un 'bianco-americano' di 35 anni appartenente a una cellula… diciamo cancerogena.
E vai con le foto dell’omicida spiattellate ovunque, con arresti multipli di ogni parente o conoscente più o meno prossimo, per scoprire come si formino tali grumi di odio e in modo da far capire al mondo intero che non resteremo inerti innanzi al nemico.
Pura fantasia, non è così?
Delirio a costo zero, giusto?
Perché altrimenti, di questa farsesca società civile di cui facciamo tutti parte, solo in pochi resterebbero a piede libero.
Va bene, spostiamo l’inquadratura sulla parte nobile della vicenda.
Le vittime sono cittadini modello che con coraggio si sono sacrificati per proteggere i più deboli dalla follia razzista.
Di conseguenza, fiaccolate a destra e manca, profili solidali e virali con le immaginette degli eroi, concerti di piazza in onore dei prodi caduti e ronde sui treni contro i bianchi cattivi.
Nulla di tutto questo, già?
In caso contrario, sarebbe iniziativa necessaria quotidianamente, vero? Perché lo sappiamo tutti che l’eccezionalità del fatto in questione non è l’ennesima offesa a senso unico nei confronti delle religioni e delle carnagioni scomode, ma gli eroi.
Eppure, anche stavolta, nascondi, metti da parte, sposta le luci altrove.
Eccolo quindi il titolo perfetto e la sinossi ideale.
Niente di nuovo.
Perché non è successo nulla di straordinario.


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26.5.17

Storie con morale: Trump e il popolo che spinge

Storie e Notizie N. 1476

Il video di Trump che al G7 sposta bruscamente di lato Duško Marković, premier del Montenegro, ha già fatto il giro del mondo.
Non so voi, ma il film del presidente che si distingue tra i rispettivi colleghi internazionali per azioni o affermazioni imbarazzanti mi sembra di averlo già visto.
A ogni modo, ciò che risalta stavolta è la peculiarità dell’inopportuno gesto.
Mentre il premier nostrano interpretava il ruolo del clown, negli stessi giorni in cui il deputato repubblicano Greg Gianforte si libera con la forza di un reporter del Guardian, il nuovo capo del governo americano recita la parte del bullo, facendo lo stesso con coloro che osino frapporsi tra lui e la migliore inquadratura
.

Eccolo, il popolo che spinge.
Che ringhia e sbava, che urla e di collera ribolle, se non è lì.
Sulla prima fila, dove dicono che le poltrone siano più comode.

Là, dove puoi fare solo domande e puoi permetterti l’agognato lusso.
Di non rispondere.
Va di moda, l’uomo dal cervello con i bicipiti.
Dal cuore anabolizzato e l’anima pompata allo stremo, fino a far emergere le vene.
Che si veda il sangue e il suo scorrere imperterrito, indifferente a ogni ostacolo sulla via, soprattutto se malato di senno e fantasia.
La peggiore accoppiata per il guerriero dalla vista breve e le mani grandi, l’unione inammissibile per eccellenza, il vero matrimonio da bollar come incivile.
Perché laddove la propensione alla conoscenza delle cose si stringa in un abbraccio virtuoso con l’arte di disegnar castelli rigorosamente privi di gravità, l’antica formula si fa invincibile.
Non puoi spingere ciò che non puoi afferrare, in ogni senso.
Puoi solo ucciderlo, e la storia lo dimostra, oh se lo fa.
Perciò non è sufficiente allontanar con violenza la fastidiosa presenza.
Va fatto con clamore, sotto il coro di flash e microfoni assetati di trasgressione.
Tutti devono vederlo.
Tutti devono imparare.
E tutti devono ricordare.
Che si può fare.
Che si deve fare.
Altrimenti si rimane indietro.
A blaterar frasi sconclusionate e ridere senza ragione, a vantarsi con i bruti pari delle vili imprese e a condivider l’odio per gli altri. Leggi pure come coloro che non hanno bisogno di spingere i più deboli, per farsi largo nel mondo.
Eccolo, quindi.
Il popolo che spinge e, necessariamente, respinge.
Poiché non c’è pace, nel petto, per chi non ha altro modo per restare in sella.
Sol di guerra è il discorso, l’unico, con parole differenti, ma il monologo dell’uomo solo non muta.
E’ lo stesso dall’inizio dei tempi.
Io sono e voi tutti, se non obbedirete, siete.
Nemici.
Tuttavia il gioco ha le sue regole immutate.
Provate ad alzar la testa.
E il capo spingerà.
Cercate di dir la vostra.
Il capo tenderà le braccia ancor di più.
Unite il vostro grido a quello degli altri.
E vedrete, come è già accaduto, l’uomo che sa solo spingere perdere l’equilibrio e cadere.


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25.5.17

Storie di migranti: le regole del racconto virale

Storie e Notizie N. 1475

Più di 30 persone sono annegate, tra cui molti bambini, al largo della Libia, tra le circa 200 che sono cadute da un'imbarcazione sovraffollata, la quale trasportava dai 500 ai 700 passeggeri. Le navi di salvataggio sono ancora alla ricerca dei sopravvissuti.
Trattasi di sciagura divenuta ormai abituale aneddoto, confuso e confondibile nella narrazione globale, che ha le sue personali regole.
Forse le vittime trascurabili e trascurate di questo inquietante film a cui stiamo assistendo dovrebbero avvalersi anche loro della moderna e, soprattutto, virale formula narrativa.
Magari, ci aiuterebbe a comprendere quanto ogni tragedia sia connessa con l’altra e che la posticcia distanza che ingenuamente costruiamo dentro di noi, come quella tra il cuore e la testa, è il motivo principale della nostra impotenza…


Attentato.
C’è stato un altro attentato, signore e signori.
Ancora una volta il terrorismo ha colpito.
Ancora una volta i nemici del bene hanno aggredito la nostra pace.

Ci sono stati dei morti, altrimenti non saremmo qui, ora.
Alcuni molto giovani, motivo in più per esserci.
Per unirci al dolore.
E alla giusta indignazione.
Nessuna rivendicazione è giunta alle redazioni, finora.
Tuttavia, la dinamica pare inequivocabile.
Indi per cui, senza tema di smentita, possiamo affermare che si tratti di loro.
Le onde assassine.
Le cellule estremiste che con i loro crudeli flutti interrompono il viaggio degli innocenti.
Che sia per terra, o per mare, il risultato non cambia.
Non dovrebbe mutare, giusto?
Anime fragili con il futuro cancellato per colpa della disumanità e dell’odio del mondo.
Non è questo, forse, l’amaro soggetto con cui dar vita al multiforme spettacolo di morte?
Non fatevi distrarre da coloro che mirano soltanto a rendere la scena opaca e nebulosa.
Magari tirando in ballo fantomatiche suggestioni o, peggio, buoniste interpretazioni, secondo le quali non siano le stesse onde le responsabili del vile eccidio di imberbi vite.
Vi diranno che è stato il vento.
Vi racconteranno che dietro di esso si nasconda qualcun altro. Una sorta di maligno soffiatore di stragi, dai polmoni e più che mai il ventre sempre gonfi di livore per le umane genti.
O, addirittura, che al netto di una mera casualità particolarmente ostile alle speranze più vulnerabili, laggiù, nelle profondità degli oceani, ci siano degli inquietanti pescatori di destini grami, i quali fanno semplicemente il loro mestiere di mangia carogne.
Le onde kamikaze non vinceranno.
Questo diciamo insieme, ora.
Non riusciranno a condizionare il nostro stile di vita.
Perché, a dir la verità, per noi altri non è mai stata una questione di stile.
Solo di vita.
Continueremo a metterci in viaggio, senza paure in valigia.
Solo negli occhi, talvolta, di fronte all’imprevedibile orizzonte che ci attende, colorato di rovente asfalto e rumori metallici.
Il terrorismo non ci fermerà.
Perché il terrorismo e le risposte che davvero nasconde.
Sono ciò che ci costringe a partire…


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24.5.17

Storie per riflettere: ladri e derubati

Storie e Notizie N. 1474

Secondo l’ennesima ricerca internazionale, il mondo sta saccheggiando la ricchezza dell'Africa di miliardi di dollari all'anno. I fattori chiave che contribuiscono a questa disuguaglianza comprendono soprattutto l’ingiusto pagamento dei debiti delle multinazionali straniere, le quali nascondono i loro proventi attraverso l'evasione fiscale e la corruzione. Aisha Dodwell, attivista per Global Justice Now, ha dichiarato: "C'è una narrazione così potente nelle società occidentali che l'Africa è povera e ha bisogno del nostro aiuto. Questa ricerca dimostra che ciò di cui i paesi africani hanno davvero bisogno è che il resto del mondo la smetta di rapinarli sistematicamente.”

C’era una volta un ladro.
Uno di quelli antichi, che nascono siffatti e non smettono mai.
Per vocazione, o solo perché questo prevede la Storia.

Con la esse maiuscola, ovviamente, che a differenza di quelle con l’iniziale modesta, laddove racconti menzogne, lo fa sempre per un motivo ben preciso.
Il ladro era ladro e agiva in quanto tale.
Indi per cui, quale inevitabile conseguenza della sua presenza nel racconto, occorre spazio sulla pagina per altri due fondamentali elementi.
Senza i quali è davvero difficile capire cosa stia realmente accadendo.
Mi riferisco alla refurtiva e, soprattutto, al derubato.
Fin qui, la trama.
La sola degna di questa nome.
La prima bozza originale, fedele a ciò che un occhio attento e una coscienza in ordine rivelerebbero anche a un bambino.
Tuttavia, si sa come è andata e ancora va.
L’uomo che scrive e racconta gli eventi ai più, laddove lo scopo non sia l’arte, o una sincera affezione per chi ascolti, è un editor interessato alle vendite prima di ogni altra cosa.
Prima ancora che il manoscritto giunga in redazione, per rendere l’idea.
Cosicché il ladro divenne esploratore.
Ma puoi leggere anche mercante.
La refurtiva solo merce.
E il derubato il selvaggio.
C’era una volta, perciò, un esploratore mercante.
Uno di quelli di una volta, che non nascono davvero in cotal vesti, ma una volta in pista si balla, che diamine.
Lo spettacolo deve andare avanti e, soprattutto, ottenere successo a furor di popolo.
L’esploratore, o mercante, si comportava secondo copione.
Partiva, arrivava e scopriva, o prendeva, tutto ciò che trovava.
Poco contava se qualcun altro, da tempo immemore e senza muoversi di un millimetro da casa propria, fosse in grado di allungare la mano e afferrar tutto quel tutto.
Ecco la vera differenza tra l’uno e l’altro.
Il selvaggio apprezza le cose per quel che sono, l’esploratore per quel che saranno.
E’ così che l’acqua e i frutti della natura, da gratuite meraviglie, diventano merce.
Nondimeno, ormai è noto l’infido gioco di mano e di parole.
Che strappa volti ai protagonisti e incolla maschere di comodo.
Indi per cui, c’era una volta un ladro.
Un personaggio, a esser precisi.
Uno di quelli di un tempo, che diventano siffatti per astute esigenze di regia, sotto forma di presunta acclamazione popolare.
Il ladro, per esser ritenuto tale, necessitava di una ragione che avesse in qualche modo senso nella narrazione imposta.
Fu così che, per tale cruciale ruolo, fu scelto il selvaggio.
E quale candidato migliore di chi ormai non aveva più nulla in mano?
Perciò, trovato il nuovo ladro, le altre scelte risultarono logiche per esclusione.
Occorreva solo il nome adatto per collocare la scena principale nella giusta angolazione e più che mai vendibile ovunque.
Cancella ciò che un tempo era refurtiva, ovvero acqua e frutti della natura, e scrivi invece lavoro e opportunità, futuro e terra nostra, casa e diritti, vantaggi e privilegi.
Che l’uomo, oggigiorno chiamato ladro, vuole indietro.
E al posto del ladro che fu, solo ieri esploratore o mercante, metti senza vergogna cittadino e occidentale, civilizzato e moderno, proprietario e consumatore.
Ma, soprattutto, colui che nella farsa recita la parte.
Del derubato...


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19.5.17

Storie di razzismo: Il figlio dell’uomo nero

Storie e Notizie N. 1473

Se ne parlava, qualche mese fa, in tempi non sospetti.
Dicevo allora: “Sai che sono preveggente?”
“Ma dai…” rispondeva l’altro.
“No, sul serio”, insistevo. “Scommetti che sulle prime pagine dei giornali nostrani e sui profili social di molti politici e cosiddetti opinionisti, più o meno da fine gennaio/febbraio, aumenteranno ulteriormente, con andatura crescente, notizie terrorizzanti sui famigerati immigrati? E l’aggettivo non è casuale, cribbio.”
“Come fai a dirlo?” Chiedeva il mio interlocutore.
“Semplice”, rispondevo, “tra maggio e, soprattutto giugno 2017, ci sono le elezioni amministrative. Se togli migranti e terrorismo islamico ad alcuni partiti, di cosa parlano?”
“Vuoi forse intendere che alcuni giornalisti manipolano l’informazione per favorire uno schieramento piuttosto che un altro?” Domandava l’altro.
“No”, rispondevo, “ovvero è già successo e accade ancora, eccome se accade, ma la ragione è un’altra ed è ancora più grave.”
“Sarebbe?”
“Nel paese dove sapere non è un dovere, piuttosto parlar di tutto e subito, la paura è il prodotto che si vende meglio…”
Sull’autorevole Corriere della sera c’è oggi un esemplare articolo.
Parlando del ragazzo arrestato alla stazione di Milano per aggressione, cito testualmente: “Ismail Tommaso Ben Youssef Hosni, il 20enne Italo-tunisino… Negli ultimi mesi, fra gli stessi agenti che lo vedevano ogni giorno sostare nei mezzanini dello scalo ferroviario, il cambiamento era apparso netto: il ventenne aveva iniziato a farsi crescere la barba, forse un segnale dell’inizio di un nuovo «percorso».” Potrei andare oltre, ma mi fermo qui.
Primo, il giovane è nato in Italia ed è quindi italiano, così come Richard Rojas, la persona che di recente negli Stati Uniti si è lanciata con l’auto sui pedoni, come correttamente scrive The Guardian, è un uomo di New York. Nessuno dei cronisti britannici ha pensato di andare a scandagliare le origini del cognome, che di certo non sono di un ‘tranquillizzante’ anglosassone.
Secondo, vogliamo parlare di questa assurdità della barba? Ma lo volete capire che cosa state facendo? State dicendo a tutte le persone - compreso il sottoscritto - dalla carnagione meno chiara del solito di pensarci bene prima di smettere di radersi, perché i lettori del Corriere potrebbero considerarlo un indizio di radicalizzazione.
E questo è solo uno degli articoli di punta di uno dei quotidiani più letti nel paese, figuriamoci cosa scriveranno sulle pagine più destrorse barra paracule.
Roba nuova? Nient’affatto, dura da anni e continuerà, vedrete. Finché ci saranno elezioni in vista e ignoranza a buon mercato.
Per fortuna che mi restano le storie…


“Papà?”
“Sì?”
“Tu sei cattivo?”
“No che non lo sono, perché dici così?”

“Perché a scuola la maestra ci ha letto una storia dove i bambini cattivi venivano portati via dall’uomo nero. Perché li rapisci, papà, se non sei
cattivo?”
“Io non rapisco nessuno, figlio mio, quella è una solo una favola…”
“Ma tu non mi hai sempre detto che nelle favole ci

sono spesso più verità che nella realtà?”
“Sì, certo… ricordi tutto, tu, eh?”
“Ci provo. E io sono cattivo?”
“Neanche per sogno, figlio mio, che domande mi fai?”
“Papà, se i bambini cattivi vengono portati via dall’uomo nero, quest’ultimo dev’essere ancora più cattivo di loro. E se io sono suo figlio, cioè tuo…”
“Ascoltami bene, ora. La storia che ti ha letto la maestra racconta che un uomo nero porta via i bambini cattivi, non tutti. I bambini sono tutti cattivi?”
“No…”
“E neanche tutti gli uomini neri, ecco.”
“Ho capito. E il cavaliere?”
“Chi?”
“Il cavaliere nero, lui è sempre il cattivo, dai, questa la sanno tutti. Come mi dispiace per i figli…”
“Ma cosa dici, ti sbagli e te lo dimostro. Hai capito che io non sono cattivo, giusto?”
“Sì, ma io lo sapevo già, volevo solo una conferma…”
“D’accordo. Assodato che io non sono cattivo, se domani il re venisse da me…”
“Non c’è più il re, papà.”
“Mettiamo che ci sia, va bene? Stiamo comunque parlando di storie, giusto?”
“Okay.”
“Allora, viene il re e mi nomina cavaliere. Cosa divento, io?”
“Cosa diventi?”
“Il cavaliere nero, ecco cosa.”
“E tu non sei cattivo, papà!”
“Quindi sarei un cavaliere nero…”
“Buono!”
“Esatto.”
“E io sarei il figlio del cavaliere nero buono, che fico!”
“Già.”
“La sai una cosa, papà?”
“Cosa?”
“Ci vorrebbero più storie dove gli uomini e i cavalieri neri sono buoni invece di cattivi, sarebbe tutto più vero e giusto.”
“Ci sto provando, figlio mio, non hai idea di quanto ci stia provando a raccontarne...”


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18.5.17

Storie per riflettere: quando si uccide un giornalista

Storie e Notizie N. 1472

Il giornalista Javier Valdez è stato ucciso lo scorso lunedì a mezzogiorno nei pressi della sede del Ríodoce (Dodicesimo fiume), il giornale che ha co-fondato nel 2003. È stato ammazzato con ben 12 colpi, in quella che i colleghi considerano un’aggressione premeditata a causa del loro comune e coraggioso impegno contro i cartelli della droga.
Qualche settimana prima era stato triste premonitore della propria sorte, quando in seguito all'omicidio di un altro reporter, Miroslava Breach, aveva twittato: "Lasciate che uccidano tutti noi, se questa è la pena di morte per aver denunciato questo inferno. No al silenzio".
Secondo l'organizzazione per la difesa della libertà di stampa Articolo 19 almeno 104 giornalisti sono stati assassinati in Messico dal 2000 a oggi
.

Quando si uccide un giornalista.
Quando si uccide un giornalista, con lui, muoiono parole.
Quelle innocue e quelle che centrano il bersaglio.

Ma il suono di ogni singola lettera si propaga a prescindere dalla fine del discorso e si solleva ancora più in alto laddove il vento si nutra dell’ardimento di che le ascolta.
Quando si uccide un giornalista che raschiava via menzogne dal racconto imposto con la forza, o con l’inganno, gli spazi vuoti virtuosamente disegnati vengono all’istante riempiti di nuovo dagli usurpatori di orizzonti.
Quelli tradizionali, è chiaro, e anche quelli fantasiosi, che per la maggior parte del mondo sono vitali zattere per godere di almeno un giorno in più.
Ma il nobile gesto è incancellabile ed è sufficiente anche un sol prode, o perfino incosciente, imitatore, per gridare indietro, a favore dell’eroe sacrificato: “Ne è valsa la pena, amico di noi tutti.”
Quando si uccide un giornalista che raschiava via menzogne dal racconto imposto con la forza o con l’inganno, malgrado fosse stato lasciato solo ad affrontare i mostri, questi ultimi vincono due volte, osservando ghignanti il volto sconfitto di altrettanti, distinti tipi di vittime.
Quello dei fieri caduti, dagli occhi spenti, serrati da palpebre che solo una virulente viltà sarebbe stata in grado di sfiancare, e quello degli ignavi profittatori di comodi silenzi.
Ma la solitudine di questa storia è come la storia di una solitudine, finché il tempo scorrerà nessuno è in grado di prevederne il finale.
Quando si uccide un giornalista che raschiava via menzogne dal racconto imposto con la forza o con l’inganno, malgrado fosse stato lasciato solo ad affrontare i mostri, e tu sai che come lui ce ne stati tanti altri, vuol dire che a ogni morte la brutalità è diventata più umana.
Quell’illusorio insieme di caratteristiche che dovrebbe renderci la specie eletta sul pianeta, sebbene a questo punto del cammino sarebbe forse il caso di chiederci chi o cosa ha davvero fatto tale discutibile scelta.
Ma quella stessa, amara conta può esser enumerata al contrario, alimentando ammirazione e stupore innanzi a chi, con palese prova del pericolo, ha comunque intrapreso la via per il medesimo martirio.
Quando si uccide un giornalista, già.
Quando si uccide un giornalista, con lui, muoiono sogni.
Quelli ingenui, certo, ma tra essi anche il miracolo possibile.
Che rimane tale da qualche parte, basta saper dove guardare.
Perché quando si uccide un giornalista che raschiava via menzogne dal racconto imposto con la forza o con l’inganno, malgrado fosse stato lasciato solo ad affrontare i mostri, e tu sai che come lui ce ne stati tanti altri, vuol dire che qualcuno aveva ragione.
E qualcun altro, per quanto truce e crudele, ancora oggi, sta tremando dalla paura.
Di ciò che un giornalista scriverà.


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17.5.17

Storie sulla diversità: tema sulla giornata contro omofobia

Storie e Notizie N. 1471

Tema: Descrivi le tue sensazioni e le tue riflessioni sulla Giornata internazionale contro l'omofobia.

Svolgimento: …
 

Si fa presto a dire svolgimento, signora professoressa.
Cioè, con questo non voglio mancarle di rispetto, sia ben chiaro, soprattutto non dalle prime righe del compito, ecco.

Il fatto è che, con questo tema, mi mette proprio in difficoltà, sin dall’argomento stesso.
Intendo come viene posto, ecco.
Lo so, già dirà che scrivo troppi ecco e inizierà a sottolinearmeli in rosso…
Ha ragione, ma vogliamo restare sul punto, per una volta?
Lasciamo andare la forma e concentriamoci sui contenuti, ovvero, il significato reale delle cose, le va?
Allora, partiamo da omofobia.
Secondo il vocabolario Garzanti, consiste nell’avversione nei confronti degli omosessuali e dell’omosessualità, mentre il dizionario medico della Treccani lo specifica anche come timore ossessivo di essere o di scoprirsi omosessuale.
Be’, adesso le cose cambiano, no?
Cioè, io non vorrei offenderla, prof, ma alla luce delle suddette spiegazioni, potremmo enunciare il testo del tema in modo più chiaro, ecco.
Quindi, ricominciamo.

Tema: Descrivi le tue sensazioni e le tue riflessioni sulla Giornata internazionale contro l’avversione nei confronti degli omosessuali e la paura di scoprirsi tali.

Svolgimento: ecco…

Cara professoressa, prima di tutto perdoni l’ennesima apparizione della parola-che-non-

dev’essere-ripetuta, ma il sottoscritto non ha ancora superato del tutto il blocco di cui sopra.
Sì, perché ho come l’impressione che siamo ancora in superficie, fermi alla comune apparenza delle cose.
No, dico, non sta a me ricordarglielo, esimia docente, ma qui stiamo parlando di una giornata internazionale, mica una normale festa di paese, cribbio.
D’accordo, confesso, tanto mi avrà già sgamato.
L’esimia docente è un goffo tentativo di guadagnarmi la sua benevolenza in fase di giudizio, ma sono umano, professoressa, e quindi fallace.
Lei no, è chiaro, sublime torcia che illumina le grotte della mia ignoranza.
Okay, stavolta sono stato anche più ruffiano di prima, ma mi segua nel ragionamento e trascuriamo le chiacchiere, tutti e due.
Puntiamo la nostra attenzione, per esempio, sulla parola che ci ha condotto entrambi su questo foglio.
Omosessuali.
Dal Garzanti, si dice di coloro che provano attrazione sessuale per individui dello stesso sesso o, aggiunge la Treccani, hanno rapporti sessuali con essi.
Lungi dal voler essere tacciato di pignoleria, professoressa, ma detto ciò l’enunciato del tema va aggiornato.

Tema: Descrivi le tue sensazioni e le tue riflessioni sulla Giornata internazionale contro l’avversione nei confronti di coloro che provano attrazione sessuale per individui dello stesso sesso, o hanno rapporti con essi, e la paura di scoprirsi tali.

Svolgimento: Guardi, me ne tolgo un altro così non ci penso più: ecco
Facciamo, due: ecco, professoressa le devo confessare che la mia perplessità è aumentata, man mano che facciamo chiarezza.
In breve, con questo tema lei mi sta chiedendo cosa provo o penso di coloro che, alla fine di tutto, provano praticamente avversione per l’intera popolazione umana, a parte le più strette conoscenze e neppure tutte, a essere onesti. E tale insano sentimento ha un nome ben preciso, mi sembra.
Già, perché come si fa sapere davvero per cosa senta attrazione il prossimo?
Non esiste mica un censimento delle attrazioni, cavolo, che peraltro cambiano di continuo, diciamolo.
Fino a ieri io odiavo gli spinaci, ma lo sa che ora ne sono ghiotto? Li ha mai provati come sformatini con la crema al parmigiano sopra? Scusi, sto divagando.
Riguardo poi all’avversione per coloro che amoreggiano con persone dello stesso sesso, anche qui, l’elenco è sconfinato.
Va bene che viviamo nell’epoca dello spionaggio informatico e del pericolo di essere ascoltati o ripresi in ogni momento da computer e cellulari, ma osservare i passatempi intimi degli estranei ha un nome antico, prof, lei lo dovrebbe sapere meglio di me.
Non per ragioni anagrafiche o per esperienza personale, sia ben chiaro!
Mi riferisco alla sua immensa cultura, mia vate. E qui l’arruffianamento riparatore ci stava, me lo dove concedere.
In conclusione, rettifichiamo per l’ultima volta, in questo caso dicendo le cose come stanno.

Tema: Descrivi le tue sensazioni e le tue riflessioni sulla Giornata internazionale dei misantropi guardoni.

Svolgimento: Ecco – tanto uno più o uno meno poco cambia – non sarebbe il caso di smetterla di parlare di omosessuali e curare una volta per tutte i sopra detti, a cominciare dalla giornata a loro dedicata?


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12.5.17

Storie di donne: l’ultima festa di Miriam

Storie e Notizie N. 1470

Miriam Rodriguez, attivista e madre impegnata nella ricerca di persone scomparse nello Stato di Tamaulipas, Messico, è stata assassinata lo scorso mercoledì.
Nel giorno della ricorrenza messicana della festa della mamma.
Questa è la storia dell’ultima e di tutte le altre…


Auguri, madre.
Salute a te, nell’ultimo giorno a te dedicato.
E in quelli a venire.
Soprattutto questi ultimi.

Perché il pensiero che omaggi davvero il nome e la storia di qualcuno è composto di materia unica e speciale.
Vi trovi l’eco di una voce che vibra e si emoziona esclamando il giusto, laddove un moderato e accorato silenzio è il vestito più in voga nei compagni di viaggio.
Il riverbero della luce di uno sguardo attento e curioso, pronto a scandagliare i tratti ignorati dalla nostra posticcia dignità, malgrado siano spesso maggiormente in superficie.
Più di ogni altra cosa, i profondi solchi sulla via comune impressi da chi è disposto a rischiare ogni passo seguente pur di dare un senso a quelle stesse tracce.
Dopo tutto, cos’altro è la vita se non lasciare un segno che valga la pena il viaggio?
Onore, a te, mamma dei figli naturali e di quelli cancellati dall’orrenda sceneggiatura umana.
Il tuo abbraccio è stato un dono che non serve scartare.
Poiché colei che stringe al petto la verità, e da quest’ultima si lascia sopraffare, danza libera come anima senza veli in un teatro privo di porte.
Ci sono stati giorni in cui il coraggio e l’onestà erano sotto i nostri occhi.
E in uno di essi tu eri la diva della compagnia, amica mia.
Se solo i titoli sul cartellone fossero stati meno imprecisi.
Se solo ci fosse stata più attenzione per i personaggi dal profilo spigoloso e testardo, forse saresti ancora qua.
A ogni modo, celebriamo insieme la tua festa, Miriam.
L’ultima possibile.
Per una creatura dalla maternità cocciuta, nobile peculiarità delle donne che sono disposte a tutto finché al mondo ci saranno esistenze escluse da adottare.
E’ così, vero?
E’ così che lo sconosciuto diventa carne della carne.
E che il fratello lontano diviene l’istesso.
Che la vita fuori della porta entra direttamente dalla tua.
E che la vittima dalle ferite ancora sanguinanti la prima di una lista senza fine.
Da proteggere e vendicare.
Senza soluzione di continuità.
Perché proteggere è vendicare, nell’accezione migliore, peraltro.
E’ solo l’avvantaggiarsi sul lavoro tipico delle mamme.
Madre, felice festa, quindi.
Se ultima è stata, che tale sia per sempre, con tutta la musica e gli addobbi.
Senza il bisogno di toccar nulla, il giorno seguente.
Perché, da domani, sarà la festa di tutti i tuoi numerosi figli, legittimi o meno.
Con l’obbligo di continuare a lottare anche per te.


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11.5.17

Storie sull’ambiente: non vogliamo aver ragione

Storie e Notizie N. 1469

Il Dakota Access Pipeline, l’oleodotto che è costato 3,8 miliardi di dollari e che ha suscitato proteste in tutto il mondo l'anno scorso, non è ancora pienamente operativo e ha già subito la prima perdita.
Esattamente quel che temevano in particolare i Sioux di Standing Rock, fra i primi a segnalare il rischio di contaminare e così devastare l’ambiente con eventuali incidenti.
Ora potrebbe andare in scena la solita, amara e frustrata litania dal titolo “L’avevo detto”.
Tuttavia, mi piace pensare che il popolo della terra, che a quest’ultima è orgoglioso di appartenere più di ogni altra cosa, non viva di amarezze e frustrazioni, in attesa di godere del futile privilegio di poter vantare funeste profezie.
Mi immagino al contrario una strenua, nobile e dignitosa lotta coerente con quest’ultima, sino alla fine che nessuno dovrebbe volere…


Non vogliamo aver ragione.
Non vogliamo poter dire, domani, che eravamo dalla parte del giusto.

Vorremmo, piuttosto, che tu e noi, insieme, potessimo dirlo, oggi e per sempre.
Non vogliamo aver ragione sull’assurdità di ogni scelta che possa in qualche modo trascurare la sopravvivenza delle vite che verranno.
Perché hanno già dimostrato di averla coloro che hanno combattuto, qualche volta vinto, ma spesso perso per la nostra.
Parte di ciò che abbiamo lo dobbiamo ai nostri antenati.
Quel che non è ci è stato ancora restituito.
Lo dobbiamo ai vostri.
Non vogliamo aver ragione sull’evidenza.
Sulla guerra che il padre sta facendo ai propri stessi figli.
Ai figli di questi ultimi e ogni discendenza a venire.
Perché dal momento che la mano violenta il gratuito dono vivente, il quale scorre e respira, che disegna i confini delle meraviglie su cui danziamo, la condanna è già scritta.
Lì, oltre le nuvole del tempo, si ode il monito delle medesime, future vittime, involontari giudici delle malefatte paterne.
Non vogliamo aver ragione, quindi, perché sarebbe come accettare il mesto destino.
Sarebbe come essere un po’ complici del cieco, folle divoratore di bellezze.
Ecco perché siamo scesi in guerra.
Ecco perché abbiamo dissotterrato l’ascia.
Ed ecco perché, malgrado siam come spettri fuggiti da un vecchio film in bianco e nero, dove i cattivi si vestivano da buoni e tutti gli altri erano truccati da cattivi, siamo ancora sul campo di battaglia.
Perché, come ora, anche oggi è in gioco l’unica cosa che abbiamo.
La vita.
La terra.
Forse è questo ciò che l’uomo bianco non riesce proprio a capire.
Che vita e terra.
Sono e saranno per sempre.
La stessa cosa.
 

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10.5.17

Storie per riflettere: liquido infiammabile

Storie e Notizie N. 1468

Tre sorelle, rispettivamente di 4, 8 e 20 anni sono morte in un camper in sosta alla periferia di Roma a causa di un incendio doloso. Scoperti residui di liquido infiammabile nei pressi, la procura sta indagando con l’accusa di omicidio volontario.
Fin qui, le reazioni di chi apprende tale orrenda notizia tra la popolazione nostrana potrebbero essere relativamente identiche o molto simili, a meno che non si specifichi che si tratta di giovani Rom…


C’era una volta una sostanza.
Un liquido, già, ma non figurarti nulla di leggero o trasparente, minimamente paragonabile a sua perfezione l’acqua.

Immagina una quantità abnorme di tale miscuglio, una melma maleodorante.
Un mare, anzi, un oceano.
Ovvero, laddove esista da qualche parte, financo negli incubi meno censurati della psiche più traviata, una massa informe di maggior grandezza e al contempo nefandezza, fa’ che sia lei, dipingila come tale nella tua mente.
Affinché tu la tema per ciò che è.
Al punto da iniziare a preoccuparti e a darti da fare sin dal conclusivo punto di questa brutta storia.
Come massa informe, oceano, mare che dir si voglia, si nutre anch’essa dei suoi maledetti affluenti, più o meno consapevoli.
Fiumi dannati, che sgorgano di continuo, anche ora, ovunque, alla malata ricerca di unirsi agli altri in quest’orgia di celebrata disumanità.
Già, perché nel terzo millennio la vergogna è un valore e il valore, quello vero, qualcosa di cui vergognarsi.
Liquido è il peccato, signore e signori, come omicida è il gesto che ha materialmente ucciso, ma non si tratta di qualche goccia sull’asfalto.
Rendiamo almeno l’onore della franchezza a tre poverette e tutte le altre esistenze cancellate anzitempo dall’egoistico racconto comune.
La terribile miscela è ben più vasta.
Si alimenta con le penne lorde di sangue dei trucidatori di interi popoli, a colpi di incessanti, criminali generalizzazioni e discriminazioni, sotto forma di comode maschere, che puoi chiamare politici, opinionisti, giornalisti, titolisti, articolisti, reporter, redattori e quant’altro.
Si gonfia grazie alla fenomenale vigliaccheria di creature dalla statura infinitesimale, condannati dalla propria inguaribile ignoranza all’illusione di allontanarsi dalla propria miseria anche solo per una frazione di secondo, gettando il peggio che hanno nel petto addosso al bersaglio più fragile nello schermo.
Anche in questo preciso momento, se presti ascolto, coglierai il digitare frenetico sui tasti di entrambe le categorie, al medesimo ritmo del battito di un cuore che non riesce a smettere di aver paura.
Di se stesso.
Si imputridisce per merito del silenzio, dell’assordante silenzio dei buoni della domenica e dei paladini delle cause già vinte, dei turisti della campagna di sensibilizzazione a giorni alterni e dei manifestanti a condizione che si sia in tanti.
Perché ripetiamolo, ripetiamolo chiaro una volta per tutte: vi sono al mondo categorie di sconfitti che hai solo da perderci a metterti sulla linea di fuoco. Solo nel caso tu compia tale scomoda scelta riesci a capire chi sia davvero con te, chi c’era sul serio, prima, e chi ci sarà dopo, quando l’odore dei morti sarà solo un ricordo.
C’era una volta un liquido, quindi.
Un liquido infiammabile, certo.
Sembra scomparire quando prende fuoco.
Ma ce n’è così tanto, intorno a noi.
Che ci stiamo letteralmente.
Nuotando...


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5.5.17

Storie con morale: legittima difesa

Storie e Notizie N. 1467

Nel nostro paese gli attori politici si confrontano e si scontrano in questi giorni sui possibili emendamenti alla norma che sancisce la legittima difesa.
Sintetizzando, la spaccatura che trova maggiormente rilevanza sui giornali è quella tra chi vorrebbe limitarsi a estendere il diritto a sparare all’eventuale quanto presunto aggressore in condizioni di giustificata paura o che sia notte, e chi invece ambisce a facilitare ulteriormente l’uso del grilletto protettivo, sino alla libertà assoluta di fare fuoco ai propri incubi, più o meno reali, tipica delle urlanti frange guerrafondaie e destrorse.
Al contempo, dal primo luglio in Georgia, Stati Uniti, pare che gli studenti potranno recarsi all’università armati, purché nascondano le pistole. A condizione che non siano visibili, quindi.
Ancora una volta è quel che non si vede, o non si deve vedere, a dettar legge e decidere la rotta, vedi i produttori e i venditori di armi, i veri registi e autori di questa buffonata chiamata sicurezza.
Forse sarebbe ora di cominciare a difenderci davvero…


C’era una volta la legittima difesa.
Diritto sacrosanto, laddove il pericolo lo richieda.
Sotto forma di comprensibile reazione.
Proporzionale all’offesa.

Ma cosa accade se è quest’ultima a divenir normale?
Cosa succede a un popolo allorché sia l’offesa stessa a esser sancita dalla legge?
Dal silenzio e dall’ignoranza?
Dall’individualismo e dall’indifferenza?
Da una sfrenata passione per il cattivo gusto, coltivata sin dall’infanzia?
E da una diseducazione di Stato financo alla più semplice forma di empatia?
Accade che hai paura.
Che hai paura e non sai di che cosa.
Hai solo bisogno che arrivi qualcuno che ti rassicuri o finga di farlo.
Dicendoti, per esempio, di cosa devi aver paura.
Allora, laddove le domande insolute nascondano da qualche parte richieste d’aiuto, le risposte sono armi.
Sparano dal momento che le ascolti.
Non sei stato tu a prendere la mira e puntare il bersaglio.
Quello è ciò che racconta la pubblicità, è l’inganno del dépliant, è il trucco del commesso al bancone.
Perché dal momento che stringi la sputafuoco tra le mani sei già morto e sepolto.
Non sei più un obiettivo.
Sei solo un’altra tacca sulla cinta, ennesima vittima dei cacciatori di pavidi senza speranza.
C’era una volta, allora, la vera legittima difesa.
Il diritto dimenticato, laddove il pericolo non sia riconosciuto come tale.
Sotto forma di rara reazione.
Proporzionale all’offesa legalizzata.
Al punto che, laddove si palesi senza preavviso, ci si sorprende.
Come quando una donna fronteggia da sola i truci e bercianti masticatori di pace dal cranio disabitato.
Come quando uno dei sopravvissuti alla guerra dei pulsanti premuti da lontano si metta in testa di venire a chieder conto.
Lontano.
Come quando si decide, una volta per tutte, di dire le cose come stanno, anche a costo di non vederle ascoltate da nessuno.
Come quando, addirittura, si trova il coraggio di difenderci da noi stessi.
Dalla nostra ancestrale viltà travestita da fare civile e moderato.
Dalla nostra abitudine alla disumanità.
Dalla nostra assuefazione al peggio che ancora deve accadere, talmente radicata, da scegliere addirittura di impegnarci affinché ci raggiunga il prima possibile, così la smettiamo di pensarci.
Non abbiamo bisogno di pistole e fucili per difenderci.
Perché, forse, dobbiamo prima guardarci in faccia con onestà e intelligenza.
E dirci una volta per tutte.
Chi o cosa è il nemico.


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4.5.17

Storie di immigrati: di mondi e confini

Storie e Notizie N. 1466

Quando Paradzai Nkomo ha chiesto asilo in Gran Bretagna la sua domanda fu rifiutata. E quando ha chiesto di tornare a casa, nello Zimbabwe, la sua domanda è stata respinta.
La sua assurda storia va avanti da quindici anni
, ma forse da molto di più...

C’era una volta, all’inizio dei tempi, un mondo.
Il mondo era come una sfera.
Le sfere rotolano, cambiano posizione e orientamento, oscillano e rimbalzano.

Soprattutto laddove siano vive.
In quel caso danzano e vibrano, crescono e, prima o poi, muoiono.
Tuttavia, il suggestivo e continuo movimento che rendeva il mondo qualcosa che respiri e sogni, come tutte le cose viventi, raccontava storie e ne faceva vivere altrettante.
Definiva orizzonti e provocava incontri.
Più di ogni altra cosa generava viaggi, da un punto cardinale all’altro.
Nella maggior parte inevitabili, come la neve della palla di vetro, che non può fare a meno di cadere, qualora sua maestà la gravità lo esiga.
Cosicché, capitava sovente che gli abitanti di un lato del mondo precipitassero nell’altro e viceversa.
Il valzer proseguì più o meno serenamente, con picchi di crudeltà inaudita e rare sfumature di moderata empatia.
Finché qualcuno inventò l’illusione più grande che una creatura dalla pavida mente e il cuore ristretto possa immaginare.
Leggi pure come l’ennesimo tentativo di catturare un’onda con la rete da pesca.
In breve, il confine.
Da qui in poi la storia è nota.
Il mondo si divise in due, quindi tre, i tre mutarono in quattro, quest’ultimi ne aggiunsero un quinto e così via.
Tanti mondi, molti confini e altrettanti abitanti senza mondo, perennemente in viaggio.
Nel frattempo il mondo inziale, ovvero la sfera, continuava a sfrecciare lungo i sentieri concessi dalla mappa stellare.
E allora avvenne l’inaspettato.
Gli abitanti senza mondo, stanchi di esser respinti da tutti, cominciarono ad accettare l’unica alternativa possibile alla morte e iniziarono a vivere sui confini degli altri mondi.
Anche solo per avere un nome e una casa come gli altri.
Quale sorprendente conseguenza, i confini divennero mondi a tutti gli effetti.
E coloro che ci vivevano, gli abitanti dei confini.
Ma dato che, col tempo, sono più coloro i quali si dimostrano capaci di imparare le brutte abitudini che l’inverso, anche costoro decisero di coltivare illusioni.
E allora presero la sempre fertile quanto cieca matita che li crea e disegnarono anch’essi il loro sacro bordo, affinché i mondi chiamati confini ne avessero altrettanti.
Come risultato, il mondo originale si ritrovò frazionato in un numero ingente di altri mondi. Questi ultimi erano separati da confini, i quali erano a loro volta divenuti altrettanti mondi, divisi da ulteriori confini.
Tuttavia, anche gli abitanti senza confini si sentirono esclusi e, col passare degli anni, compresero di non avere altro luogo dove sopravvivere che i confini degli stessi confini che avevano creato gli abitanti senza mondo.
Non prima, però, di averli apostrofati in modo prevedibile: “Voi dovreste capire meglio di tutti le nostre esigenze…”
Nondimeno, è risaputo.
Come si imparano facilmente le brutte abitudini, con altrettanta agevolezza si dimenticano i brutti ricordi.
Ora, credo sia ormai evidente cosa accadde in seguito.
Col passare del tempo le cose si fecero dannatamente complicate.
Perché anche gli abitanti senza confini furono contagiati dall’illusione perfetta e decisero di marcare gli invalicabili contorni della propria terra come tutti i predecessori.
Di conseguenza, il mondo da dove tutto era partito fu suddiviso in moltissimi mondi, ognuno definito tale da un confine, che a sua volta era un mondo, distinto dagli altri da un ulteriore confine, ovvero un altro mondo, che era tale grazie a un confine, che qualcun altro chiamava mondo, e così via.
Al punto che ogni mondo era il confine di un altro e viceversa.
Se li vedessi dall’alto, tutto sarebbe più chiaro, adesso, come quando si arriva alla fine di una storia.
Miliardi di puntini che si respingono a vicenda, vittime dell’illusione di essere qualcosa di meglio di una sfera luminosa nel buio dell’universo.
C’erano una volta e, malgrado tutto, ci sono ancora.
Coloro che chiamiamo.
Gli esseri umani...


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3.5.17

Storie sui diritti umani: il peso dell’ignoranza

Storie e Notizie N. 1465

La quantità precisa di bambini non registrati in tutto il mondo è sconosciuta ma corrisponde a milioni, i quali non vengono considerati nelle statistiche o, in generale, nei ragionamenti e le analisi più concrete, quelle fondate sui numeri.
Leggi pure come un criterio di realtà in meno nella guerra contro i venditori di pre e post menzogne.
Ora, tramite la campagna All Children Count (Tutti i bambini contano), più di 250 ONG hanno invitato l'ONU a includere le infanzie dimenticate nella propria mappa statistica.
I bambini di serie aliena, la prole degli esclusi dalla tavola imbandita, i figli del famigerato mondo di troppo, il quale, come di recente le stesse Organizzazioni Non Governative, viene abitualmente assimilato nell’informe e comodo bersaglio quotidiano dal carnefice da poltrona con il dito rapido quanto leggero…


Il mio nome è nessuno.
Il mio nome è nessuno e per quanto l’ingegno possa risultar multiforme, ciò non mi salverà dal ciclope del terzo millennio.
Dacca, capitale del Bangladesh, 
un depuratore di fognature al lavoro 
in una multinazionale
Foto: Zakir Chowdhury/Barcroft Images

Poiché è orbo anche di cuore e di ogni scampolo di umanità.
Il mio nome è nessuno e niente è il mio lavoro.
Ovvero, scendere lì, dove nessuno va, proprio io, esatto, a permettere che lo schizofrenico mostro bifronte, psicotica multinazionale da un lato, bene imprescindibile da consumare, e da cui farsi consumare, dall’altro, possa proseguire il proprio perverso cammino su questa terra.
Nessuno è il mio nome, quindi, ma oggi è il mio giorno fortunato.
Perché nel buio di un destino gramo non ho mai smesso di aver fiducia nelle mie mani, perfino laddove l’unico scopo era quello di spalare melma dalle vene di un mostro, già.
E alla fine ho trovato una magia.
Una sola e mi basta.
Anche solo per un istante.
Il mio nome era ed è nessuno, ma per pochi secondi è diventato qualcuno.
Grazie a un sogno, perché serrare le palpebre e riuscire a immaginare un presente differente al punto da crederci, con il fango sino al collo, è roba da pazzi, prestigiatori particolarmente ostinati o ingenui raccontatori di storie.
E per un fuggevole attimo il miracolo si è compiuto, poiché in quel medesimo frammento di tempo disumano sono stato tutti e tre.
Ho avuto potere.
Potere che nessuno ha, per una volta nelle mani di qualcuno.
Quello di cambiare il peso delle cose.
Fino a capovolgerlo, se la voglia è tanta.
Be’, qui di voglia ne abbiamo da regalare all’universo intero, sai?
Allora, ecco il portento a occhi aperti.
Guarda con me le dita.
Osserva attentamente i polpastrelli che, sin dal giorno in cui gli fu donata una tastiera e tempo da gettare, saltellano sulle lettere come moscerini in preda al panico irretiti da una mosca in vena di burle travestita da ragno famelico.
E immagina che, invece di esser agevolati dall’ottusa levità e dall’ignoranza più assoluta, si trovino esattamente nella condizione opposta.
Al punto che ciascuna delle logorroiche dieci dita, le quali formano le mani vomitatrici di deliri puntualmente rimangiabili, si ritrovino all’improvviso, tutte, con l’ingombrante peso della conoscenza.
Delle cose di cui si parla e straparla.
Sapendo davvero, letteralmente, cosa voglia dire essere un immigrato clandestino o un profugo di guerra, un perseguitato per diritti civili o un rifugiato per motivi politici, una creatura in fuga dalla fame o solo da un destino senza destino.
Fallo con me.
E, come è giusto che sia, sulle pagine e le bacheche perennemente affollate vedrai ciò che conosco meglio.

Un dignitoso niente e un rispettoso silenzio.

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