24.2.17

Storie sullo sfruttamento minorile: le gambe del mostro

Storie e Notizie N. 1440

La mica è uno dei minerali più diffusi a livello globale, di grande valore per la sua capacità di riflettere e rifrangere la luce ed è utilizzata in una moltitudine di prodotti e industrie. Circa un quarto della mica del mondo è estratta nelle zone più povere dell’India e si parla di almeno 20.000 bambini impegnati a lavorare ogni giorno nelle miniere.
Alcuni dei più grandi fornitori di vernice per auto hanno di recente aderito a un'iniziativa globale per eliminare il lavoro minorile nell'industria della mica, merito di un’inchiesta del Guardian.
Purtroppo a oggi, malgrado facciano uso della vernice prodotta dai fornitori di cui sopra, tutti i marchi automobilistici tra Volkswagen, BMW e Vauxhall (General Motors) hanno rifiutato di aderire.
Da cui la storia.
O favola…

C’era una volta un mostro.
Un mostro terribile, talmente terrificante e al

contempo invincibile che ormai più nessuno osava fronteggiarlo ad alta voce, sulla pubblica piazza.
Talmente grande e potente da ottenere la più stracciante delle vittorie sul mondo.
Quella dell’abitudine.
E quando i mostri divengono personaggi normali, come gli altri, imprescindibile parte dell’immagine, chiunque si sente in diritto di entrare nell’inquadratura.
Dicendo e soprattutto facendo ogni cosa gli passi per la testa o la pancia.
Un giorno, alcune tra le creature più sottovalutate sulla terra, decisero di alzare la testa.
Evento trascurabile, in effetti, vista l’altezza dei nostri.
Fermiamo il mostro, gridò il leader.
Sì, facciamolo, strillò di rimando l’amico di una vita.
Evviva, urlò un altro svegliandosi proprio in quel momento da un bel sogno, ma contento comunque di essere della partita.
Perché non capita tutti i giorni di alzare la testa, laggiù, e quando succede non vuoi essere quello a cui un giorno diranno: non sai cosa ti sei perso.
Come fermiamo il mostro? Domandò giustamente il più pratico.
Semplice, rispose il leader e con voce ispirata si lanciò nel carismatico monologo accendi folla che da tempo aveva in serbo.
Tagliamo le gambe al mostro, tronchiamo di netto le colonne che reggono la sua orrenda figura, seghiamo via quegli arti putrefatti e crudeli, quelle ginocchia sbagliate e quelle cosce avariate, quelle rotule puzzolenti e quelle tibie brutte, bruttissime, che fanno vomitare gli spaventapasseri…
Andiamo al sodo, chiese uno tra i molti, per quanto condividesse come tutti l’antipatia per la sadica fiera.
Dicevo, proseguì il fomentatore, tagliamo tutte le gambe del mostro, che gli permettono di camminare sulle nostre vite e le nostre case, calpestando il nostro presente e cancellando il nostro futuro.
Ma proprio tutte le gambe? Domandò un altro, con evidente scetticismo nel tono della voce.
Ora, ciò che non si è detto all’inizio, chiedo venia per questo, è che trattasi di mostro mille zampe, ecco.
Tuttavia, il leader l’aveva studiata bene e la sua replica non si fece attendere.
Ecco il mio piano, disse con una sicurezza a dir poco sfacciata. Convinciamo le gambe a staccarsi da lui.
All’inizio ci fu qualche risatina di scherno e molta sfiducia nell’assurda idea, ma il nostro non si perse d’animo. Sapeva che per farsi seguire nell’utopica impresa non c’era altro modo che fare il primo passo.
Così, si tirò sulle maniche e si mise al lavoro.
Altro evento di poco conto sulle alte vette, viste le dimensioni del protagonista, ma misure irrilevanti talvolta celano voci così assordanti da far paura, come dimostra il noto teorema della zanzara soprano.
La prima gamba fu convinta proprio dal leader e la reazione a catena fu come una ola di arti disertori, uno dopo l’altro dissuaso dall’ingrato compito di servire il maligno essere.
La cosa più sorprendente per i piccoli ribelli fu scoprire che le gambe non aspettavano altro che qualcuno le invitasse a liberarsi.
Tuttavia, l’inaspettato li attendeva sull’ultimo frammento della storia.
L’ultima gamba era pronta ad abbandonare il mostro e così fece.
I nostri esultarono di gioia e presero a cantare e ballare, decisi a rendere la festa degna di cotanta vittoria.
Nondimeno, un ruggito orrendo si levò nel cielo alle loro spalle.
Si voltarono e videro il mostro ancora lì, deciso a continuare a rovinare la loro esistenza.
Fu in quel momento che capirono che non erano le gambe a tenerlo in vita.
Ma tutti coloro che, più o meno consapevolmente.
Gli danno da mangiare.
 

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23.2.17

Diversità spiegata ai bambini

Storie e Notizie N. 1439

C’era una volta un regno.
Grande, se ci pensi, molto più grande di quello che si crede, allorché lo si guardi dall’alto, da lontano.

Al meglio se ne proietti dimensioni e opportunità all’interno della tua fantasia o di quel che di essa è finora sopravvissuto.
Nel regno grande, molto di più della semplice apparenza, c’era tutto per tutti.
Ogni cosa era stata studiata e programmata per ciascun essere vivente.


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 Lo era altresì per le cose inanimate, figuriamoci per la materia che respira e ama, che nasce e se ne va.
C’era cibo per tutti, a seconda dell’apparato digerente e dei gusti, della modalità di ingestione dello stesso e delle vie per procacciarselo.
E c’era anche riparo per ogni vita, con giaciglio da realizzare o pronto alla bisogna, difesa dalle intemperie e dai capricci del fato, spazio per trascorrere tempo e costruire legami con simili e non.
C’era luce, tutta quella di cui davvero si ha bisogno nell’arco di un’esistenza.
E c’era buio, tutto quello del quale si ha altrettanta necessità.
Per apprezzare pienamente la prima.
C’erano miliardi di creature, ciascuna differente dall’altra, unica per ragioni altrettanto speciali, tutte con una ragione d’esistere, tutte con un motivo per andare e tornare.
E v’erano non meno incontri tra esse, intimi o solo accennati, casuali o inevitabili, perfetti o distruttivi.
C’era il libero arbitrio e c’erano scelte infinite, c’erano innumerevoli colori e incalcolabili molteplicità di suoni.
C’era musica, quindi.
E c’era danza.
C’era ogni tipo di arte plausibile.
Inarrivabile allorché non lo fosse affatto.
C’erano possibilità illimitate.
E c’era un tempo finito.
Come questo racconto, come è giusto che sia.
Ce n’erano mille e mille altre, di storie, ognuna dal finale aperto.
E c’era un numero non trascrivibile, per quanto immenso, non pensabile, per quanto assordante, giammai narrabile, per quanto bello, di vie per amare il prossimo.
C’era una volta questo regno.
E c’è ancora, per nostra ingrata fortuna.
Si chiama natura...


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22.2.17

Storie di immigrati: di che colore sono?

Storie e Notizie N. 1438

I corpi di almeno 74 persone, che si ritengono essere migranti, sono stati trovati sulla costa libica in seguito all’ennesima tragedia del mare per la gente in fuga verso l'Europa per sfuggire alla guerra e alla povertà.
Secondo consuetudine, i defunti sono stati coperti.
Come si fa con le storie ingombranti, a meno che la vicenda o i personaggi decidano di spiazzare il lettore...


C’era una volta una notizia.
Costei si fece avanti timidamente, come era accaduto alle precedenti.

Nessuna novità, allorché la corsa sia di solito vinta per arroganza e utilità.
E’ normale che i corridori denudati dal destino, e quindi privi di borsello, rimangano indietro.
Nondimeno, alla fine della gara ci si arriva tutti.
E’ quel che succede dopo che può cambiar tutto, perfino l’ordine sul podio.
Ci sono 74 cadaveri sulla spiaggia, batté l’agenzia.
Ciò malgrado, non diceva altro.
Ma quale spiaggia? Domandò il primo curioso.
E’ importante? Chiese un altro.
In effetti, ammise l’altro.
Saranno migranti, osservò l’esperto di professione.
Sono migranti? Chiese conferma direttamente all’interessata.
Non lo sappiamo, rispose l’agenzia.
Perché? Domandò qualcuno a nome di tutti gli altri.
Perché non si capisce, spiegò la latrice della triste novella.
Perché è dannatamente triste, anzi, è pure orribile, è terrificante e inaccettabile che ciò avvenga, alla stregua di ogni sacrificio inutile di creature nel pieno della vita. Qui lo diciamo e non ci torniamo più.
Come sarebbe a dire che non si capisce? Fu l’inevitabile quesito a seguire.
Se sono neri, sono migranti, spiegò il patito delle fondamentali tonalità cutanee.
Marroni, casomai, precisò un collega, solamente più pignolo.
Non sono marroni, chiarì il diverbio l’agenzia.
Di che colore sono? Intonarono a cappella in molti.
Non si capisce, rispose la funesta messaggera.
Come sarebbe a dire che non si capisce? Recitò il conseguente e monotono interrogativo.
E’ un colore mai visto prima, dichiarò l’agenzia.
Un silenzio interdetto e anche leggermente agitato invase la scena spettatrice, lettrice o solo ascoltatrice.
Alieni? Ipotizzò uno di quelli con la testa perennemente levata verso le stelle, mal celando una crescente emozione.
See, adesso ci mancavano pure i migranti da Marte, fu la battuta del momento.
Alziamo un bel muro intorno all’orbita, fu la proposta del più espulsivo tra i presenti, erroneamente presa per una facezia.
Sono umani, tagliò corto di nuovo la portatrice di disgrazie.
Come fai a dirlo? Chiese il polemico di turno.
Perché hanno cercato di sopravvivere a morte certa, perché non si sono arresi al fato, per quanto crudele e ingiusto, perché hanno deciso di rischiare tutto, pur di restare aggrappati alla propria esistenza, perché hanno scelto l’unica via possibile, perché si sono fidati del mare e del proprio coraggio, perché hanno cercato aiuto dai propri simili, perché di sicuro hanno gioito una volta vista terra e certamente alcuni di loro hanno pianto o solo urlato dentro, di dolore e rabbia, per l’esito amaro quanto l’inizio del racconto, il loro, perché si sono spenti lasciandosi andare sul pianeta che hanno amato in ogni caso, perché malgrado lontana da quella d’origine, la terra accoglie e non respinge, abbraccia e non giudica, perché da umani sono morti.
Sotto gli occhi di altri umani.


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17.2.17

Storie sui diritti umani: giustizia per Adama Traoré e altri

Storie e Notizie N. 1437

Leggo che la morte del giovane Adama Traoré in custodia della polizia francese è diventato uno dei più discussi casi in Europa sulla presunta o accertata brutalità degli agenti, tema che diventa ogni giorno di più di estrema attualità ovunque, anche da noi.
Si domanda giustamente giustizia, se mi lasciate passare il ridondante accostamento e in questi giorni le manifestazioni a Parigi sono molto numerose.
Tuttavia, a mio modesto parere, la paradossale aberrazione secondo la quale chi, a spese dei cittadini dovrebbe proteggere e garantire la sicurezza di questi ultimi, finisce al contrario per toglier loro la vita, rende urgente ancor prima una semplice richiesta di normalità

C’era una volta un paese pazzo.
Un luogo del tutto scombinato, stravolto nella
Assa, sorella di Adama durante una manifestazione
ragionevole logica e la mera fisica delle cose.
Nel paese pazzo viveva lei, la signorina Semplice.
Una tipa davvero a modo, ma niente di bigotto, sia ben chiaro.
Solo una giovane con una visione comprensibile della vita, con le emozioni al posto giusto e una spontanea propensione per l’armonia con i beni del mondo.
Niente di speciale, va ricordato, ma nel regno dei folli, ella fungeva da prova del nove, anzi dell’otto, visto che siamo nella terra dissennata.
Leggi pure come l’umana eccezione alla regola sbagliata.
La signorina non capiva e fin qui era solo banale reazione agli eventi.
Ma Semplice era tutt’altro che tale e quindi non si limitava a rispondere.
Voleva risposte a sua volta e lottava con ogni mezzo contro le astrusità travestite da linee dritte e imprescindibili.
Come una sorta di Don Chisciotte al contrario, ma senza alcun Sancho a sostegno, sola e fiera si lanciava con la lancia in resta contro i draghi dagli occhi assenti e la bava alla bocca.
E diceva no a ogni anormalità accettata, recitando a squarciagola le storture tollerate dai suoi simili.
Una sciarpa dovrebbe proteggere la tua gola dalle correnti fredde, giammai strangolarti, diceva.
E un ombrello dovrebbe salvarti dalla pioggia, meno che mai attirar fulmini a profusione.
La ciambella in mare è lì per evitare il tuo annegamento, perché vi è aria all’interno, non pietre assassine pesanti come ottuso odio.
E un semaforo esiste in quanto ultimo baluardo tra l’automobilista e i suoi simili, uno dei rari casi in cui i colori siano davvero indispensabili nel nostro comune cammino, dovrebbero quindi cambiare con criterio e non per una mera casualità.
Come se le vite in gioco non contassero affatto.
Come se tutto fosse solo un gioco.
Di vite.
Allo stesso modo, il paracadute dovrebbe essere la via più emozionante per tornare alla terra coraggiosamente e temporaneamente salutata, per nulla al mondo il modo più veloce per farlo.
Magari rifiutandosi di fare quel che è scritto che faccia, ovvero aprirsi a comando e accompagnare il viaggiatore sano e salvo a casa.
Queste e molte altre, troppe, erano le contraddittorie crepe che la signorina Semplice vedeva e rifiutava nel suo paese.
Non smetteva mai di farlo.
Perché sapeva che gridare, dal proprio punto di vista, la semplice normalità era suo diritto.
E magari anche dovere.


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16.2.17

Storie sull’ambiente: uno di noi alberi

Storie e Notizie N. 1436

In Cambogia i magnati del legname, in combutta con gli amministratori locali, stanno seriamente minando la sopravvivenza della foresta di Prey Lang.
A difesa di quest’ultima c’è Leng Ouch, il quale rivela di temere per la sua vita e per quella dei suoi cari, ma questo non lo fermerà.
Perché Leng è uno di loro…


In Cambogia ci sono alberi.
In Cambogia vi sono alberi pazzi.
Perché è così ovunque, se ci pensi.

Se ci pensi attentamente, al giorno d’oggi devi essere davvero folle per scegliere di nascere albero, a questo mondo.
Pure fiume o lago, sarebbero scelte quanto meno azzardate.
Per non dire masochistiche.
Ma si sa come sono le menti vulnerabili, pronte a esser attraversate da ogni cosa vivente lo desideri, al netto di un cuore in lega instancabile, che rende il tutto degno di nota.
E di racconto.
Così, laddove siano gli alberi a perdere il senno e a convincersi di esser loro il centro dell’universo, sono loro stessi a narrar vicende e sogni.
A veder tutto e tutti come anime composte di pianta e radice.
Immobili solo alla nascita e alla morte.
Ora, figurati la versione tradizionale, vittima sacrificale del tuo regno, leggi pure come l’illusione dal punto di vista umano.
Ebbene, quelli che nel tempo hai imparato a chiamare semplicemente alberi, sono solo i testimoni, gli spettatori silenti, coloro che non hanno ancora imparato a correre e gridare.
Ma questo non vuol dire che non muovano respiro e volontà verso l’orizzonte a cui tutti, alberi o meno, tendiamo.
Questo non vuol dire che non vedano e ascoltino la vita ammirevole.
Di alberi, certo.
Perché s’è detto all’inizio, la follia è la chiave, nell’accezione più ostinata, diciamolo, l’unica che ha mai davvero avuto la chance di far crollare il castello dei cattivi.
Eccolo, il protagonista delle loro bizzarre visioni.
Uno di loro... o di noi, dipende sempre da quale verso si legga la storia.
Un albero straordinario, con occhi e orecchie, tatto e gusto, fino ai sensi più speciali, tutti devoti alla cura di un pianeta fondamentale.
Ovvero, l’unico che abbiamo.
Il solo di cui davvero siamo.
Un albero che è disposto a perdere linfa e ossigeno, luce e futuro per i suoi simili, le tanto sottovalutate creature terrestri.
Un tipo di albero che, proprio sul più bello, svela l’errore, l’ingenua svista del popolo verde.
Io sono uno di voi, afferma con parole e soprattutto gesti.
Perché io, per voi, darei me stesso.
E perché so che senza di voi, me stesso.
Non sarei più.
Loro, che siano maledetti, sono solo umani...


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15.2.17

Storie di donne e di parole censurate in Spagna

Storie e Notizie N. 1435

In questi giorni la città di Madrid ha deciso di commemorare una generazione perduta di scrittrici, artiste, scienziate e pensatrici messe a tacere dal governo di Franco.
Questa è una storia tutta al femminile


Una storia fatta di frasi e parole, come tutte le altre, sia chiaro.
Ma dove nulla è lasciato al caso.

Perché quando il genere conta sul serio, ovvero laddove sia motivo di odio e repressione, le lettere son tutte maiuscole, le vocali si fanno assordanti e le consonanti mordono a vista.
La sintassi brilla di luce propria e il senso del racconto prende vita.
Di femminile energia.
Dello stesso genere di ogni parola, quindi.
Che da sola vale il prezzo della strofa.
Giammai il verso.
Bensì frammento di canzone priva del solito, inutile ritornello, a sollevare gli animi e far canticchiare le orecchie facili.
La musica è conseguenza di una magia ostinata, senza trucco e asso nella manica, che proprio quando sembra morire del tutto, inarca il sopracciglio e ti guarda.
Da lontano ti scruta, con femminile affezione per la memoria.
Quindi del medesimo genere della voce stessa che ne ha scritto gioie e dolori.
Ballerina inafferrabile, colei che partorisce solo coraggio.
Ti sembra di sfiorarla, lì, sul palco, oltre lo schermo trasparente dei giorni andati.
Ti sembra vera, ancora oggi.
E proprio allorché ti convinci che lo spettacolo sia ormai finito, la vedi abbracciata all’amore della sua vita e della tua.
Indignazione è la sua sposa, nel matrimonio più bandito sulla terra tra generi siamesi eppur perfettamente compatibili.
La collera divina per eccellenza, madre di tutte le sane reazioni allo scempio degli umani diritti, in tempi in cui la natura testimone ha pianto lacrime incredule.
Sì, arriverà la pace.
Certo, la Storia, quella con l’iniziale autorevole, prima o poi cercherà di porvi rimedio.
Eppure lei sapeva.
Con femminile pazienza accettò gli amari limiti del tempo e dei suoi dittatori.
Che con ingenuo e cieco furore fecero di tutto per far piegar schiena e cuore.
Alle storie e alle parole, alle frasi e alle lettere, alla musica e alle voci, all’indignazione e più che mai alla fantasia.
Se non l'hai capito, son tutte di un genere di donne.
Che malgrado la morte, per fortuna del mondo.
Oggi, adesso.
Sono ancora qui...


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10.2.17

Racconti sull'accoglienza: il piano di Babatunde

Storie e Notizie N. 1434

Centinaia di balene sono morte durante la notte sulle rive della Nuova Zelanda dopo uno spiaggiamento di massa considerato il più grande degli ultimi decenni.
La notizia ha fatto il giro del mondo, ovunque si sono diffuse immagini e partecipazione per la tragedia, mentre il personale del Dipartimento della Conservazione e circa 500 volontari sono ora concentrati su come mantenere le balene sopravvissute più sane possibile fino alla prossima alta marea di domani.
Tuttavia, come è sempre stato e altrettanto sarà, non tutti reagiamo alle notizie allo stesso modo…

Di notte, in un’affollata stanza, da qualche parte, in Africa…

“Ragazzi, ho un piano”, fa il piccolo Babatunde,

soli cinque anni, ma una quantità industriale di idee sfornate a più non posso, raramente gradite dai suoi fratellini.
“Un altro?” fa uno di essi, quello più vicino, tra quelli che tentano di riuscire ad addormentarsi. “Ma non ti stanchi mai?”
“Stavolta è buono.”
“Pure l’altra volta”, fa un altro dei ragazzini. “Poi per fortuna hai capito che costruire un sommergibile è roba da fantascienza.”
“No, qui non c’entrano le macchine, è tutto naturale.”
“Fagliela raccontare”, dice il maggiore, “altrimenti stanotte non si dorme.”
“Grazie, fratello.”
“Non mi ringraziare e sbrigati, che ho sonno.”
“Avete presente le balene?”
“Cos’è? Un quiz?” fa il fratellino fissato con gli indovinelli. “Dai, che mi piace.”
“Non è un quiz…”
“Lo fate parlare e soprattutto finire?” salta su nevrastenico il maggiore.
“Magari stavolta è una buona idea…” osserva l’unica sorellina.
“Grazie!”
“Non mi ringraziare”, fa lei. “E’ che io sono ottimista di natura.”
“Ah, capisco.”
“Non capire: racconta!” ordina il più grande.
“Dicevo… cioè, vi chiedevo se avete presente le balene e diamo per scontato di sì.”
“Balene o squali balena?” osserva puntiglioso il vicino di letto. “Perché non sono la stessa cosa…”
“Genio?!” perde del tutto le staffe il più anziano dei fratelli. “Se avesse voluto parlare degli squali balena avrebbe detto squali balena, no?”
“Giustissimo, grazie… e ho capito, non ti devo ringraziare.”
“Bravo, arriviamo al sodo.”
“Ecco, dovete sapere che quando le balene raggiungono le coste degli uomini rosa – i bambini identificano i colori con maggior precisione anche da quelle parti – invece di lasciarle morire o addirittura commentare la disgrazia con odio e indifferenza, arrivano in tanti in soccorso ad aiutarle a sopravvivere e tutti sono solidali e compassionevoli.”
“E quale sarebbe il piano?” chiede la sorellina.
“Semplice. Domani mattina ci tuffiamo e ci facciamo mangiare da una balena. Quindi aspettiamo che arrivi su una spiaggia più fortunata della nostra e mentre gli abitanti sono tutti a cercare di salvarla noi usciamo di nascosto dal…”
“Dal?” chiedono tutti in coro.
“Dalle orecchie, ecco.”
“Da quando in qua le balene hanno le orecchie?” domanda il fratello subito accanto.
“Ce l’hanno per forza”, risponde la sorellina. “Altrimenti come fanno ad ascoltarsi quando cantano?”
“Orecchie o non orecchie, le balene non mangiano bambini”, sentenzia il maggiore. “Questo piano è scemo.”
“Ma il mare sì”, replica l’ideatore del medesimo.
Un silenzio profondo e consapevole segue l’amara risposta.
I fratelli si sforzano quindi di non cedere alla tristezza e ognuno tenta di prendere sonno aggrappandosi all’arma migliore che hanno, ovvero una traballante e incosciente strana forma di immaginazione.
Così, quella notte, partirono dall’Africa bambini con la testa di pesce martello e la coda di delfino, veloci e capaci di rompere ogni muro.
Bambini polipo, in grado di afferrare tutti i doni del mondo dimenticati nel mare.
Bambini medusa belli e urticanti, a cui nessuno potrà più far del male.
Bambini leggeri come l’acqua stessa delle onde, che toccheranno riva ovunque, senza che nessuno possa impedirlo.
Anzi, in molti saranno lì ad ammirarle.
Perché sarebbero soltanto un altro degli infiniti, meravigliosi.
Fragili doni della natura.


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9.2.17

Nicholas Green storia

Racconto pubblicato nell'antologia: Italian short stories, a dual language book: True short stories collection to understand contemporary Italy (2017)

8.2.17

Filippine incendio a Manila: io contro il fuoco

Storie e Notizie N. 1432

A Manila un incendio ha distrutto le case di 15.000 abitanti delle baraccopoli. Le famiglie sono state costrette a setacciare i resti delle loro abitazioni di fortuna in cerca dei propri effetti personali mentre i roghi infuriavano fuori controllo, provocando molti feriti.
Tali vicende sfortunate, tra le vite già nate travagliate, compongono uno sfondo tristemente noto. Tuttavia, la piccola storia di chi solo, nel cuore della notte non si arrende e continua a lottare, è molto meno scontata di quel che sembra…


Io contro il fuoco.
Io, da solo, ricoperto di stracci, in piedi.

A lottare contro il fuoco.
Sembrerò ridicolo, a te, rigorosamente alle mie spalle.
In modo che ascolti le tue parole.
Ma non veda i tuoi occhi.
Soprattutto, evitando che tu scorga i miei.
Solo contro il fuoco, con un solo secchio d’acqua, che in pochi secondi diverrà uno dei tanti contenitori vuoti della mia difficile esistenza.
Le tasche come l’armadio e i cassetti, un fantomatico conto in banca e le pagine che mancano al mio addio al racconto globale, leggi pure come quel che resta da scrivere.
Ti sembrerò un pazzo, in totale balia di una follia inaccettabile, al giorno d’oggi. Perché il matto moderno il fuoco lo appicca, mica cerca di spegnerlo, vero?
Eppure io sono qua, in piedi contro il fuoco.
Mentre tutto quel che avevo brucia.
Mentre tutto quel che ho è la forza delle braccia che reggono il secchio.
E’ malgrado la mia unica arma lo abbandonerà a breve, rimane intatto il consiglio migliore che ho avuto dalla vita, probabilmente l’unico.
Se hai un secchio e puoi riempirlo, il fuoco avrà sempre paura di te.
Ecco perché sono qui, ora.
Solo contro di lui, l’ottuso mostro che si nutre di forme e tempo.
Lo so, mi riterrai un ingenuo, ma credimi, per una volta.
Credimi almeno ora, mentre combatto il mio nemico.
E’ incredibilmente forte e ruggisce con altrettanta veemenza, ma non è in grado di rubarci altro che il modo con le quale le cose sono disegnate e ogni secondo che abbiamo speso per conoscerle e imparare ad amarle.
Qualora non si avventi su noi stessi, è chiaro.
Il fuoco non avrà mai i nostri ricordi.
Il fuoco non potrà mai intaccare quel che ci lega l’uno con l’altro.
Perché il fuoco è addirittura più solo di noi e solo distruggendo trova un senso alla sua esistenza.
Per questo non ho paura di affrontarlo.
Forse sono in grado di capirlo meglio di chiunque altro.
Solo, contro di lui, difficilmente vincerò.
Nondimeno, stanotte sono qui e ancora qui mi troverai, dopo il prossimo tramonto, con le fiamme ovunque.
Finché non potrò scrivere.
Abbiamo vinto.
Perché contro il fuoco.
C’eravamo.
Noi.


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3.2.17

Attacco Moschea Quebec City: uno scherzo

Storie e Notizie N. 1431

La scorsa domenica ha avuto luogo un attentato presso la moschea di Quebec City, in Canada, dove sono state uccise sei persone e ferite diciannove.
Nei giorni seguenti è stato arrestato e accusato di omicidio premeditato Alexandre Bissonnette, 27enne studente universitario con simpatie di estrema destra, in particolare per Trump e Marine Le Pen.
Meccanismo ormai scontato per gli attentati diversamente terroristici, in poche ore la notizia è praticamente divenuta minoritaria tra le maggiori, cosiddette fonti di informazione, per non parlare dell’assoluta assenza delle solite manifestazioni social-virtuali di solidarietà con le vittime, tipo siamo tutti canadesi o, addirittura, musulmani.
Tuttavia, in un piccolo giornale di provincia con ambizioni alte, Il Corriere Ambidestro, accade qualcosa di insolito…

“Direttore?” fa il più giovane tra i redattori, ultimo acquisto del quotidiano, free lance e soprattutto free money, ovvero non pensare ai soldi, stare da noi ti

serve da esperienza, così impari come lavorano i professionisti, ecc.
“Chi è?” domanda il comandante in capo, nonché genero dell’editore. Fu lui a dare il nome al giornale, convinto che ne sottolineasse ulteriormente l’orientamento. Nondimeno, solo una volta registrata la testata, si ritrovò a sbattere la versione cranica di quest’ultima contro la parete dell’ufficio, allorché lo informarono che ambidestro non vuol dire affatto con due mani destre.
“Scusi per l’ora, sono Dario…”
“Dario chi?”
“Il nuovo…”
“Chi?”
“Il ragazzino…”
“Che?”
“Quello che porta i caffè.”
“Ah, te. Cosa vuoi? Sono… sono le due del mattino, cavolo…”
“Mi perdoni, direttore, ma è stato lei…”
“Ti ho chiamato io? Non mi sembra.”
“No, dicevo, è stato lei a dire che, cito, i giornalisti ogni tanto si fermano ma le notizie non lo fanno mai.”
“Quando l’ho detto?”
“Stamattina.”
“Dove?”
“Durante la riunione di redazione.”
“Che?”
“Ho capito: quando le ho portato il caffè.”
“Ah, giusto. Be’? Quale sarebbe la notizia?”
“Ecco, più che una notizia, è una rettifica.”
“Cosa? E tu mi svegli in piena notte per comunicarmi una banale rettifica? Sei licenziato.”
“Veramente, non mi ha mai assunto.”
“Come sarebbe a dire? Non lavori da noi? Chi ti ha dato il mio numero?”
“Me l’ha dato lei.”
“Perché?”
“Perché faccio parte della redazione…”
“Chi?”
“Ok, tagliamo corto: perché le ho portato il caffè.”
“Ah, certo, il brufoloso, adesso ti ho messo a fuoco. A ogni modo, visto che è l’ultima volta che ci sentiamo, di quale rettifica si tratta?”
“Ecco, vede, ha presente l’attentato di qualche giorno fa?”
“Che?”
“Quello in Canada…”
“Chi?”
“Chiaro, quello di cui abbiamo parlato al giornale lunedì mattina, quando le ho portato il caffè.”
“Ah, quello. Ebbene?”
“Ebbene, c’è un’autorevole agenzia che ci informa di un errore. Non si tratta di una moschea, bensì di una chiesa.”
Silenzio repentinamente condito da agitazione ed eccitazione.
“Hai detto chiesa?”
“Sì, direttore.”
“Mi stai dicendo che l’attentato in Canada è stato fatto a una chiesa e che i morti sono cristiani?”
“Esatto.”
“Chiama tutti, presto! Tra massimo venti minuti voglio la redazione al completo in ufficio.
 
“No, direttore.”
“Come sarebbe a dire no?!”
“Perché è appena arrivata una contro rettifica.”
“Ma… quale?”
“Era una moschea.”
“Una moschea?”
“No, una chiesa.”
“Una chiesa o una moschea, razza di deficiente?”
Il giovane si lascia andare a una risata fragorosa, con un’evidente nota di amarezza.
“Cosa ridi? Sai cos’è questo? Uno scherzo di pessimo gusto.”
“Si sbaglia, direttore”, risponde quello dei caffè.
Questo è razzismo.


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2.2.17

Film di paura 2017: and the winner is...

Storie e Notizie N. 1430

In seguito all’elezione e soprattutto l’insediamento sulla poltrona più potente del mondo del Re Rosso – per chi ha letto la saga della Torre Nera – una serie di notizie sempre più inquietanti provengono dall’ormai ex terra delle opportunità, ribattezzata or ora paese dei grandi muri.
Tra le più recenti, quella del possibile invio di truppe in Messico, il probabile smantellamento dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente e l’ennesimo capitolo della crociata contro i rifugiati.
E’ storia vecchia, no? Il mega schermo è sotto gli occhi di tutti, protagonisti e comprimari sono nel bel mezzo della scena, la musica e le luci creano tensione e suspense e il film globale entra nel vivo.
Un film di paura.
Tuttavia, come è sempre stato e sempre sarà.
Sono gli spettatori che ne decretano il successo…


Vieni, sediamoci, sta per iniziare.
Anzi, no, siamo arrivati tardi, è già buio.
Troviamo posto, allora, e speriamo di non esserci persi niente di fondamentale.
Silenzio, fa qualcuno alle nostre spalle e ha ragione, in fondo.
Ha pagato il biglietto, vuole vedere come va a finire.
Se il mostro vincerà o la vittima, proprio in punta di pellicola, la farà franca.
Ecco, ci siamo, la fiera si avvicina, spalanca le fauci e sbava di indicibile collera.
Sono laghi di pura cattiveria, quelli in cui galleggiano le gelide pupille.
E la vittima, be’, è roba già vista.

Facci caso, i mostri sono ogni volta differenti, nella maschera come nel feroce verso.
Ma le esistenze sacrificate per soddisfare l’insopprimibile, umano bisogno di esorcizzare violenza e odi repressi, hanno sempre la stessa espressione.
Di terrore, certo, ma spesso anche di nobile e fiera rassegnazione.
Faremo la nostra parte, sembrano pensare prima di soccombere, finché voi altri farete la vostra.
Ma qual è la nostra? Mi chiedo.
Silenzio, ripete ancora qualcuno nelle file più indietro.
Ha ragione, ma è più forte di me.
Non voglio solo vedere il film, vorrei anche capirlo.
Così cerco di rispondere alla suddetta domanda, mi volto e osservo.
Noi.
Quelli che seduti guardano il tutto, fotogramma dopo fotogramma, convinti dal buio artificiale e gli effetti digitali, di essere qualcosa di più di semplici testimoni.
Come se il livore dell’infame creatura e il patimento del martire di turno fossero davvero nostri.
Come se la paura del film in questione fosse reale.
E’ allora che scopro lo spettacolo che si cela tra platea e galleria.
Quelli con gli occhi sgranati e il cuore a mille e coloro che portano puntualmente le mani sul volto, ma mai coprendolo del tutto, coloro che cercano di alleviare l’agitazione con il pop corn e quelli che fanno lo stesso, ma con le unghie, quelli che ridono forzatamente per sembrare indifferenti e quelli che tali lo sono ma fingono tremore e timore, quelli che godono nutrendosi di forti emozioni e quelli che non aspettano altro che le morti a due dimensioni per soffocarla nel petto.
Lei, ancora lei, l’ineffabile paura.
Attento, ora, prepariamoci ad andarcene.
Sta per finire.
Siamo arrivati in tempo per vedere chi l’avrà vinta.
Tra il mostro o la vittima.
E anche stavolta, con i titoli di coda che scorrono, la tenebrosa sigla nelle orecchie e la luce che torna in sala, qualunque sarà stato l’esito finale, proveremo il solito sollievo.
Illudendoci che non saremo stati noi.
A uccidere o morire


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1.2.17

Racconti sull'accoglienza: Libertà di espressione spiegata agli alieni

Storie e Notizie N. 1429

In tempi di fake news, post verità e pre balle, diritto all’insulto e professionisti del commento, Storie e Notizie non poteva rimanere indifferente alla mischia.
Anzi, diciamo pure che il seguente è un tentativo di rimanerne fuori…


Siamo nel futuro, signore e signori.
Qui, ora, su questa pagina.
Certo, rammento anch’io che in altre epoche si iniziava una storia in ben altri modi.

C’era una volta, per esempio, ovvero, tanto tempo fa e pure in un regno lontano, lontano, eccetera.
Noi gente del domani cominciamo tutti a raccontare dicendo…
Siamo nel futuro, signore e signori.
Lo facciamo per ricordarci che, per nostra buona sorte, non siamo più nel passato, ecco.
Con tutto il rispetto, ma qua le cose sono ben diverse, cappero, e se sapeste quanto poco basterebbe per… ma non voglio e posso dir nulla, perdonate, altrimenti si ingarbuglia il flusso temporale e noi scompariamo, peraltro il mio terrore infantile mai sconfitto.
Mia madre me lo diceva sempre per ammonirmi.
Mangia tutto, altrimenti ti cambio il passato e scompari.
Una volta stava per farlo sul serio con papà, quando ha scoperto che la tradiva, ma poi ha capito che avrei seguito stessa sorte e allora ha preferito farci sparire entrambi nella maniera tradizionale e hanno divorziato.
Dicevo, siamo nel futuro, signore e signori, ma perdonate, la vicenda che vado a illustrarvi dimostra che noi altri, gente della pagina successiva, abbiamo ancora da imparare.
D’altra parte, malgrado abbiam fatto passi da veri giganti nell’ambito della discriminazione razziale e del rapporto con le diversità, nessuno avrebbe potuto prevedere cosa sarebbe accaduto all’indomani dell’arrivo di lui.
Il primo extraterrestre atterrato sul nostro pianeta.
Ecco, prima che iniziate a dipingere nella vostra arcaica cervice l’usuale istantanea, con l’astronave grigio metallizzata che emerge tra la nuvole e si staglia nel cielo di una città a caso, basta che sia negli Stati Uniti, con il solito alieno spilungone dal testone pelato, gli occhi a mandorla e le grandi mani protese su di voi, vi fermo subito.
Il primo atterrerà, ovvero precipiterà in quel di Karakorum in Mongolia, con una navicella davvero scarsa, di una tonalità sul giallo paglierino che fa subito pensare al tipico colore dell’urina molto diluita.
Scusate la similitudine forse inopportuna, ma di lavoro faccio il medico e mi occupo prevalentemente di robot incontinenti, una brutta piaga, credetemi, vanno subito in corto, lasciamo perdere, lasciamo.
A ogni modo, il pioniere tra i visitatori delle stelle sarà molto diverso dai cugini letterari e cinematografici, ve lo dico subito.
Una creatura bassotta e obesa, dalla carnagione scura anche più della notte stessa, la sessualità multipla e per giunta confusa, senza documenti e diario di bordo, devoto al dio pulviscolo interstellare, con evidenti segni di squilibrio mentale ma simpatico, di questo gli va reso merito.
Passo al presente, per rendere la cronaca più suggestiva: il tizio, peraltro caratteristica tipica della sua specie, mostra sul volto un’espressione a dir poco sorridente, con occhi e bocca, ma anche orecchie, naso e capelli, mani e gomiti, fianchi e talloni, perché questi esseri esprimono emozioni con ogni singola parte del corpo.
Ora, nel caso specifico, al momento dell’impatto il nostro è stato vittima di un ictus e la paresi allegrotta è solo una delle conseguenze, ma il risultato non cambia, ovvero l’effetto che ha avuto su di me quella faccia sempre contenta.
Tuttavia, come dicevo, anche laggiù, oltre i limiti dei vostri calendari, dobbiamo ancora fare dei passi in avanti per dirci pienamente maturi.
Difatti, non appena le immagini dello straniero venuto dallo spazio si diffondono dappertutto, ovunque la gente possa esprimere il proprio parere compare un numero impressionante e preoccupante di offese e ingiurie nei confronti del nuovo arrivato, soprattutto riguardo al suo aspetto fisico, le sue credenze religiose e le sue intime preferenze, invitandolo a tornare al pianeta suo, cito testualmente.
L’alieno viene a conoscenza delle sgradevoli osservazioni nei suoi confronti e un ambasciatore incaricato di accoglierlo tiene subito a rammentargli che lui per primo, essendo un extraterrestre molto più evoluto di noi, così dicono molti film e altrettante storie di fantascienza, potrà comprendere una delle conseguenze della libertà di espressione.
La creatura, piuttosto perplessa, aggrotta la fronte e smette di sorridere, guarendo all’istante dalla paresi.
Siamo venuti poi a sapere che per loro un dubbio molto acceso è uno dei rimedi più vincenti nei casi di ictus.
Quindi fa un cenno di diniego con la testa, come dire non capisco.
O forse, non è proprio come dici te, umano, traducendo a senso, insomma.
Sempre riportando il succo del messaggio, l’essere risponde di sapere perfettamente cosa sia la libertà di espressione, soprattutto quest’ultima.
Che anche sul suo pianeta gli abitanti si esprimono in miliardi di modi e ognuno ha diritto a farlo in ogni ambito.
Tuttavia, si premura di precisare di non avere idea come la cosa funzioni per noi, ma quando dalle sue parti qualcuno si tira giù i calzoni, libera gli intestini dei personali rifiuti organici e invece che agevolarne lo smaltimento in maniera auspicabilmente silenziosa e inodore, si diletti nello gettare questi ultimi sul primo che gli capiti davanti, non è assolutamente da considerarla una forma di espressione.
Men che meno libera


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