29.9.17

C’era una volta il niente

Storie e Notizie N. 1505

Una nave carica di rifugiati Rohingya è affondata. Si parla di più di 60 morti, anche se i dati sulle cifre non sono ancora ufficiali. Secondo l'Agenzia per la migrazione delle Nazioni Unite stavano cercando di sfuggire alle persecuzioni in Birmania, quando la nave si è capovolta in mare aperto.

Siamo niente.
Davvero, è così.
Credici, almeno ora, guardaci.
Come se fossimo davvero qui.
Prendi le elezioni, prendi la Germania, prendila con la destra e rifletti su cosa è accaduto sul lato mancino del paese.
Gente che osserva i corpi dei rifugiati Rohingya pronti per un funerale vicino al Cox's Bazar.
Fotografia: Damir Sagolj / Reuters
E’ proprio lì che la gente ha votato contro.
Il nulla.
Per paura.
Del vuoto.
Eppure, trattasi di regione dove siamo meno presenti.
Perché siamo niente.
E all’improvviso diventiamo tutto.
E’ uno strano tipo di magia, vero?
Ovvero, un sortilegio ambiguo, che strega voi, ma sacrifica noi.
Non siamo il problema imminente, esistiamo in altro universo rispetto a esso, ma diventiamo il problema comunque, nella stessa frase.
Gioco di mano e di parola talmente lento che dovrebbe essere svelato all’istante.
Nondimeno, è difficile trovare riscontro nell’occhio per ciò che non esista sul serio.
Che non dovrebbe esistere.
Siamo niente, sì.
Forse sarebbe un bene che il nulla non ci fosse.
Via il patimento, via tutto.
E forse sarebbe peggio.
Perché senza quel tutto, anche voi sareste niente.
Nulla sul serio, però, con il monitor spento, a telecamere silenziate, nel buio della camera da letto, sotto la doccia e più che mai davanti allo specchio.
E allora, diamoci dentro e andiamo in scena.
Come niente.
Essendolo ogni giorno di più.
Fino al consueto attimo in cui lo siamo così tanto da esplodere di zeri, in un boato silente, invisibilmente colorato sull’orizzonte rigorosamente alle spalle.
Eccoli, i famosi cinque minuti di notorietà.
Ovvero, di nullità.
Il preciso secondo durante il quale il sipario di onde e vento ci ricopre del tutto e scrive la parola fine in calce a ogni nostra rimostranza verso il destino.
E così che il niente affonda e muore.
Mettendo a nudo il tutto.
Ciò malgrado, neanche il tempo di onorare i lutti che altre futili comparse vengono scelte per l’ingrato compito.
Di essere il prezioso niente.
Del mondo.


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Giornata Internazionale Nonviolenza 2017 video

Come molti sanno, il 15 giugno del 2007 le Nazioni Unite hanno indicato il 2 ottobre come la Giornata Internazionale della Non Violenza, che è anche il compleanno del Mahatma Gandhi, per celebrare questo evento "in modo appropriato e diffondere il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l'educazione e la comune consapevolezza".
Dopo la poesia Se, di Rudyard Kipling, il progetto Imagine per la Giornata internazionale della pace, il video per la Giornata mondiale dei diritti umani e quello per il World Storytelling Day, ecco il nuovo lavoro degli Storytellers for Peace (Narratori per la pace).
Come può l’arte del racconto diffondere e sostenere la non violenza?
I narratori, come consueto artisti provenienti da diversi paesi, ci regalano le loro storie nella rispettiva lingua d’origine (con sottotitoli in Italiano e Inglese):



Artisti e storie in ordine di apparizione:

Shahrazād è la nuova sposa del sultano. Come tutte le altre, Shahrazād all’alba morirà. Per permettere al sultano di sposarsi di nuovo. Ma Shahrazād è intelligente e, soprattutto, ha una sorella. Che la sera delle nozze, prima di andare a dormire, chiede a Shahrazād di raccontarle una storia. Shahrazād ottiene il permesso del sultano e inizia a raccontare. All’alba la storia non è finita e il sultano decide di non uccidere Shahrazād perché vuole sapere come va avanti. Così, per un’altra notte e per tante notti ancora Shahrazād racconta. E quando finalmente finisce la storia il sultano non ha più cuore di ucciderla perché si è innamorato di lei nel frattempo, e della sua capacità di raccontare storie.
Cecilia Moreschi (Italia)

Probabilmente il più interessante detto sulla non violenza è stato ispirato da un filosofo cinese. Egli disse che solo qualora una zanzara atterri sui tuoi testicoli, allora ti rendi conto che c'è sempre un modo per risolvere i problemi senza utilizzare la violenza.
Se tutti capissero questo motto, lui o lei, dovrebbero ridere come un Buddha.
Mahatma Gandhi ha affermato che la non violenza è un'arma tra le più forti.
La prova ce la offre Martin Luther King, il quale ha affermato che al centro della non violenza vi è il principio dell'amore.
Così, amiamo tutte le creature. Perché il cuore degli esseri umani è più grande dell'universo. Quindi, se vogliamo, possiamo vivere reciprocamente senza danneggiare alcuno.
Dite no alla violenza. Parliamo e camminiamo sulla via dell'amore. Rendiamo il pianeta pacifico.
Mahfuz Jewel (Bangladesh)

Ciao, caro nemico - Nessuna violenza contro niente o nessuno.
Katharina Ritter (Germania)

La corruzione, il terrore, la fustigazione, l'oppressione, la violenza, non voglio.
Amore, gentilezza, misericordia, non-violenza, coesistenza, pace, mi piacciono molto.
D.M.S. Ariyrathne (Sri Lanka)

C'è una favola di Gandhi che mi piace molto e che vorrei condivider qui. Si racconta che quando Mahatma Gandhi viveva a Londra, mentre studiava in una università inglese, c'era un professore, di nome di Peters, che contraddiceva Gandhi.
Ogni volta che lo incontrava, quando erano tra i corridoi, nella sala da pranzo universitaria e in classe.
In un'occasione, Gandhi si recò a pranzo e incontrò il suo insegnante nella sala.
Gandhi si sedette accanto all'insegnante. Il professor Peters lo guardò e disse:
- Studente Gandhi, ancora non capisci.
- Cosa, professore?
- Non sai che un maiale non può sedersi accanto a un uccello?
- Oh, scusi, professore, mi scusi. Volo via immediatamente!
L'insegnante era così arrabbiato con Gandhi che decise di vendicarsi al prossimo esame. Il giorno dell'esame, Gandhi rispose perfettamente a tutte le domande. Senza alcun errore. Quando l'insegnante riesaminò la prova e si rese conto che tutte le risposte erano corrette, decise di fargli una domanda:
- Studente Gandhi, se dovessi camminare per la strada e incontrassi due borse, una piena di saggezza e un'altra di soldi, quale sceglieresti?
- Naturalmente sceglierei i soldi!
- Ah! Se fossi stato al tuo posto, avrei scelto la borsa saggia.
Gandhi rispose:
- Be', professore, tutti prendono ciò che non hanno.
Il professore era molto più arrabbiato di prima. L'insegnante prese le pagine dell'esame di Gandhi e scrisse in fondo: IDIOTA.
Poi restituì le pagine al suo studente. Gandhi osservò l'intero esame. Non c'era alcuna correzione. Nessun voto o nota. Niente, tranne la parola: IDIOTA.
Gandhi fissò l'insegnante e disse:
- Professore! Mi scusi, ma lei ha firmato il mio foglio… e poi, qui manca il voto...
Sandra Burmeister G. (Cile)

Solo con una storia puoi mostrare gli orrori del mondo con precisione e onestà assolute, come se accadessero esattamente innanzi ai tuoi occhi, e così prevenirli.
Solo con una storia sei in grado di dare un volto, nel giusto tempo, ai carnefici e le vittime, facendo sì che non ci sia alcun modo per confonderli tra loro.
Solo con una storia puoi far comprendere quanto la pace e i suoi doni siano possibili.
Perché ciò che può entrare in una storia, da essa e con essa, può arrivare ovunque.
Alessandro Ghebreigziabiher (Italia)

"Storytellers per la Pace" (Narratori per la Pace) è una rete internazionale di narratori che creano storie collettive attraverso i video. Artisti e racconti provengono da tutto il mondo e parlano di pace, giustizia, l'uguaglianza e diritti umani. Tutti i partecipanti recitano uno o più versi della storia nella loro lingua madre. Il progetto è stato creato ed è coordinato da Alessandro Ghebreigziabiher, scrittore, narratore, attore e regista teatrale.
Sito web: http://www.storytellersforpeace.com
Facebook: https://www.facebook.com/StorytellersforPeace

28.9.17

Quando l’acqua sale

Storie e Notizie N. 1504

Il Fondo Monetario Internazionale ha invitato i paesi più ricchi a fare di più per aiutare le nazioni povere ad affrontare i cambiamenti climatici – dei quali sono il più delle volte primi responsabili – altrimenti, una crescita globale più debole e flussi migratori più elevati saranno inevitabili.
Nel frattempo, in luoghi come il Bangladesh, le leggi della natura perdono il senno e sconvolgono famiglie e case.
La porta è aria, il soffitto è cielo e il pavimento è acqua…




Guardiamolo insieme, il quadro temporaneamente rubato.
Chintan osserva di rimando oltre i confini di quest’ultimo ed è giustamente preoccupato.
La mamma di tutti e tutto, Dhara, continua come se niente fosse a occuparsi di nutrire affetti e speranze.
La figlia più grande, Sati, studia sua madre, studia da madre, studia come sopravvivere a se stessa.
Il piccolo di casa, Ahir, fissa anch’egli il mondo al di là del lato deformato dello specchio, così come la sorellina maggiore Padma.
Nondimeno, di stati d’animo e luce differenti è intessuto il loro sguardo.
Tocca a Chintan il fondamentale compito di aggiungere la decisiva dimensione all’apparente inerzia dell’immagine.
A ricordarci che la foto racconta vita vera, malgrado la scarsa risoluzione dell’empatia vigente.
“Cosa facciamo se l’acqua sale?”
Dhara ascolta, ma sceglie di non rispondere.
Ovvero, lo fa nell’unico agire che le sembra sensato, lezione di genitore e umano consapevole, leggi pure come non smettere mai di perseguire le quotidiane priorità.
Anche Sati replica a suo modo.
La ragazza che studia il passato conferma la scelta, poiché confida in esso per affrontare ogni ostacolo che potrà mettere in dubbio presente e futuro. Tu sei via maestra, madre, e il tuo cibo è scuola eterna.
Padma sembra proprio ignorare la comprensibile domanda.
Forse è proprio così, magari no.
Non conta, sai?
Perché è probabile che ogni quesito, tutti i dubbi dell’umanità maggiore di numero e minore di valuta corrente, si fondano insieme nel bruciante interrogativo con il quale oltrepassa fiera lo schermo che da lei ci divide.
Io vi vedo, in breve.
L’unico a unire parola a parola, nel rituale silenzio di quella meravigliosa dimostrazione di tenacia familiare, è il più giovane.
“Se l’acqua sale mangeremo in cima alla casa”, risponde Ahir senza smettere di confondere la disperazione dell’attimo con un sorriso.
Magia preziosa che un giorno gli salverà la vita, il giorno dopo e l’altro pure.
“E se l’acqua sale ancora?” insiste Chintan accettando la sfida.
“Mangeremo sulle nuvole”, spiega puntuale il primo, come se fosse domanda perfino più facile.
“E se le nuvole si infrangono e divengono pioggia?”
“Mangeremo dove la pioggia ci porterà.”
“E se il vento la spazza via?”
“Mangeremo volando.”
“E se il vento non si ferma più?”
“Allora, vorrà dire che mangeremo per sempre.”
Il leggiadro disegno di labbra sul volto di Ahir si fa più intenso, sicuro di aver vinto la contesa, e il fratello ne asseconda il trionfo, premuroso di non frantumare la metà piena della sua fantasia.
Qualità preziosa che un giorno gli salverà la vita dal moderno cinismo da poltrona.
In ogni caso, la goliardica diatriba viene interrotta dalla madre.
Il pasto è pronto per esser consumato e presto dimenticato, per essere immuni ai dispetti del giorno che seguirà.
Tuttavia, oggi, rendiamo grazie a questi doni.
Che sia benedetto il tavolo e quella parte di terra che ancora ci sorregge.


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27.9.17

Diritto a guidare per le donne fino a volare

Storie e Notizie N. 1503

Leggo che la decisione del governatore saudita di consentire alle donne di guidare rappresenta un punto di svolta in una società in cui i ruoli di genere sono da tempo rigidamente e tutt’altro che parimenti distribuiti.
In modo inevitabile si leveranno spontanei tutti i comprensibili ridimensionamenti della presunta conquista, relativi alla strada che c’è ancora da fare per realizzare un’idea moderna di pari opportunità, miraggio non solo da quelle parti, in tutta onestà.
Nondimeno, in un faticoso e impervio tragitto, il viaggio per la sospirata meta deve per forza contare sui parziali successi, che sommati uno a uno come luminosi puntini nel buio più buio del cielo, son essi stessi la via…


Io.
Sì, però…
Io posso.
D’accordo, ma…
Io posso guidare.
Certamente è così, tuttavia…
Tuttavia, prima che butti fiato e rubi tempo e pagina, io metto in moto e sfreccio all’orizzonte ancora da riempire.
Con un occhio al domani, all’oasi sognata, alla riva sol con la mente sfiorata.
Al contempo, l’altra metà del mio cuore esulta, fissando il resto che fa vibrar petto e scompigliar capelli.

Io posso pensare quello che tu non hai il coraggio di guardare.
Respirare a tempo con le mie stesse aspirazioni e aspirare al tempo in cui respirerò vittorie e sconfitte all’ombra della mia sola sfrontatezza.
Io posso esclamare a volume volubile quel che ieri potevo al meglio sussurrare.
Guardare i passaggi più oscuri delle paure del passato e passare tra le oscurità di oggi senza paura alcuna.
Di essere guardata.
Io posso guidare, sì.
Posso guidare l’auto e con essa financo il corpo dove il corpo troverà destino.
Attraversare il solco che divideva il prima dal dopo come se fosse giusto e solcare l'unico giusto attraverso il quale il prima dovrebbe mutar in dopo.
Io posso toccare ciò che sento vivo alla luce dei miei occhi e dei tuoi.
Indossare il niente del mondo che scandalizzava il nulla in superficie e annientare le superficialità che i veri scandali del mondo addossavano a noi altre.
Guidare, esatto.
Io posso guidare.
Potevo anche prima, se è per questo.
Pagandone un prezzo inaccettabile.
Di valuta comune nei luoghi ove il diritto sacrosanto viene travestito da reato.
E prima che tu possa abbassar musica e offuscar luci.
Io sarò già lontana.
Irraggiungibile e libera.
Da ogni pusillanimità del tempo presente.
Perché io potevo.
Posso e potrò.
Volare.


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22.9.17

Le molte facce della smemorata umanità

Storie e Notizie N. 1502

Eccola, l’umanità.
Ecco una delle sue facce, ovvero maschere.
Eccone molte.
Disseminate a miriadi su altrettanti volti di anime schizofreniche, mutando con illogico cinismo da un estremo all’altro di una scivolosa moralità.
Guarda e osserva.
Guarda The Lady.
Il premio Nobel per la pace, paladina dei diritti

umani e della non violenza, la donna che ha combattuto le ingiustizie e i soprusi peggiori, quelli legalizzati.
Guarda Aung San Suu Kyi.
E osservala contraddire se stessa e ogni principio che l'ha resa simbolo per il mondo intero, mostrando un’insensibilità degna del peggior politicante innanzi alle sofferenze dei Rohingya, ennesima minoranza sfortunata stretta nella morsa di un’ottusa, brutale maggioranza.
Credi forse che sia un caso?
Pensi magari che sia soltanto un incredibile paradosso?
Sarebbe bello, sempre paradossalmente, è ovvio, perché trattasi di trama scontata e stoltamente ripetuta nella sceneggiatura della specie cosiddetta superiore.
Guarda, difatti, e osserva.
Guarda i milioni di defunti e di esuli, di famiglie distrutte e corpi martoriati, di affetti privati di luoghi di riferimento e oggetti cari, di esistenze discriminate per follia mascherato da odio, di vite innocenti marchiate a fuoco vivo per sempre.
Guarda, e ora osserva quel che accade da un tempo ormai marcito tra il governo di Israele e la striscia di Gaza, guarda come affrontano gli ebrei di oggi le ragioni dei palestinesi di un domani quanto mai a rischio.
Guarda come è facile dimenticare così tanto in così poco tempo.
Guarda un popolo di stranieri e di migranti che non hanno mai trovato casa davvero, se non in una bandiera intessuta d'orgoglio e opportunità per tutti, cittadini rifiutati dal proprio stesso sangue e sopravvissuti a viaggi per l’ignoto, che è solo un altro nome che in passato davano al nuovo.
Guarda coloro che han trovato l’America e se la tengono ben stretta.
Guardali tutti, voltandoti quanto basta, e osservali adesso innalzare come ebeti i vessilli a stelle e strisce in giornate prive di vento, convinti che la propria idiozia possa far da muro invalicabile a chi è già passato oltre.
A chi è già parte di te.
Guarda il vecchio, di mondo.
Guarda i padri e le madri di tutti i ladri della storia, che costruirono confini e accumularono ricchezze derubando le creature ignare del racconto globale che le avrebbe divorate, che stracciarono atlanti e imbrogliarono letteratura, a dispetto delle proprie stesse religioni e leggi.
Guardala, l’Europa unita.
Guardala e osserva quegli stessi rapinatori di futuro, mentre or ora son passati ad azzannare il presente delle vittime preferite, mentre concentrano ogni sforzo e politica comune per difendere il Mediterraneo da chi osi venire a chieder conto ai banditi.
Guardiamola con attenzione, l’umanità, prendiamoci il giusto tempo per osservarla.
E, malgrado sia insito nella nostra natura, proviamo a non macchiarci delle medesime colpe dei nostri passati carnefici.


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21.9.17

Gioca canta e leggi

Storie e Notizie N. 1501

Secondo un recente rapporto dell’Unicef il 25% dei bambini nei paesi in via di sviluppo non ha la possibilità di giocare, cantare o leggere insieme ai propri genitori, il più delle volte impossibilitati da orari di lavoro a dir poco massacranti.
Giocare, cantare e leggere insieme alle persone che ti hanno messo al mondo, è qualcosa spesso raro anche nelle nazioni più industrializzate, ricche e moderne, malgrado il tempo e le occasioni sarebbero molteplici.
Tuttavia, privare di ciò un essere umano, fin dai primi anni di vita, ne costruisce un altro con dei vuoti che in qualche modo dovrà colmare, così come vale il viceversa…


Togli e vedrai.
Cancella e spera.
Spegni e aspetta.
Avanti e indietro, come una danza che ruba vita o la illumina.
Diritto e dovere di ogni anima all’inizio del viaggio.
Magia di una mano che può creare e distruggere, senza alcuna garanzia d’eternità.

Togli il gioco a chi avrebbe tutta la serietà del mondo per apprezzarlo e rispettarlo, e vedrai. Vedrai un giorno qualcuno che non avrà considerazione alcuna per ogni presunta concretezza del tuo vivere, perché non ha mai potuto dargli delicata forma nella sua mente.
Cancella le storie recitate dalla voce perfetta, che tale rimarrà anche nell'attimo in cui i fragili eroi dei giorni lieti si paleseranno come tali, soprattutto in quei momenti, più che mai dopo, e spera. Spera con tutto te stesso che non verrà l'istante in cui le vittime innocenti di siffatta mancanza, ignorando la vitale differenza tra realtà e illusione, confonderanno il più pericoloso dei venditori di paura per un innocuo, audace narratore.
Spegni la voce che insegue note e vibrazioni del petto come se fossero la dimostrazione, una volta raggiunte, di poter essere qualcosa di più che una felicità a termine, e aspetta. Aspettati creature fuori tempo, con inutili, vuoti spartiti a occupare il cuore, incapaci di riconoscere anche le più semplici armonie al mero suono del tatto.
Al contempo, ovunque, per chi sembra spacciato o per coloro i quali tutto è ancora da scrivere.
Dona e guarda.
Racconta e indietreggia.
Accendi e abbi fiducia.
Dona il gioco a chi possiede l’innato vocabolario per tradurlo alla lettera e i colori per ravvivarlo, anche agli occhi di chi ha smesso di vedere il meglio, ovvero il senso di un’ora leggera come un secondo e un volto sciolto in un sorriso, e guarda. Guarda come sarebbe stato e ancora sarà.
Racconta tutto, con onestà e franchezza, mostrando per la morale della favola la stessa considerazione che hai per la parola segreta del tuo conto in banca, e indietreggia. Fai un passo indietro e lascia che la fantasia del tuo più prezioso spettatore cresca in ogni direzione e dimensione figurabile. Ne è riprova e sempre ne sarà ciò che di straordinario sopravvive ancora sulla terra.
Infine, accendi l’amplificatore naturale delle strofe e i ritornelli che uniscono affetti e ricordi comuni, lascia che le stonature affiorino sulla superficie, perché questo sono, superfluità incapaci di affievolire l’amorevole coro, e abbi fiducia. Abbi fiducia che la melodia sopravviva a qualsiasi patimento, ciascun livore e ogni tipo di ruga.
Perché questo meraviglioso gioco di cantare e leggere la vita altrui è la sola umanità che ci resta.


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20.9.17

Trump discorso all’ONU davanti allo specchio

Storie e Notizie N. 1500

E’ oramai sulle pagine dei principali media buona parte del primo discorso tenuto dal presidente USA alle Nazioni Unite.
Nondimeno, siamo umani, cribbio.
L’esordio al palazzo di vetro di New York di fronte alla platea autorevolmente gremita per l’occasione farebbe tremare le gambe a chiunque, per quanto abile nel dissimulare il fremito.
A riprova di ciò, eccovi una fedele cronaca di ciò che è avvenuto nel camerino dell’attor presidenziale, innanzi all’amico di sempre, spesso il solo, per chi sia perennemente costretto a celare se stesso dietro una maschera.
L’inseparabile, silente e rivelatorio specchio…


Ci siamo.
Ci siamo, Donny, è il tuo momento.
Goditelo, godi fino in fondo ogni secondo.
Chi l’avrebbe mai detto, eh?
Non ci credo ancora.
Se me l’avessero raccontato, che so, una decina d’anni fa li avrei presi per pazzi.

Proprio così, è una cosa folle ed è tutta mia.
E’ il mondo a essere fuori di testa e io ne approfitto.
Calmo, Don, stai calmo, rimani calmo.
Non ridere, mi raccomando.
Sorridi, ma come sai fare tu.
Fammelo vedere… ora, coraggio…
Di più, più teso… più intenso… ah!
Eccolo, il tuo proverbiale ghigno.
Dosalo, non abusarne.
Se sapessero…
Se solo sapessero, ma sono troppo boriosi nei loro sguardi sprezzanti, razza di politicanti senza spina dorsale.
Allora, ripassiamo la solita solfa.
Non devi dire tanto, basta ripeterti, okay?
Tanto lo sanno già quello che dirai.
Tanto non è per i presenti, che sei lì.
Quelli là fuori, coloro a cui devi tutto, non vogliono sorprese.
La roba semplice è quella che si vende meglio, dicevano i vecchi.
Già, se poi è anche demenziale, il prodotto è un best seller assicurato.
Prima noi, poi gli altri.
Com’è facile dirlo.
Noi, gli altri.
Semplice.
E tra gli altri, loro.
E’ sempre stato facile e semplice.
Tranquillo, Donald, stai tranquillo.
Ci sei solo tu, sul palco.
Sei solo.
Sei sempre stato solo.
Se solo capissero, se solo potessero vederti, ora.
E ricordati: non parlare del muro, oggi, non è il caso, visto quello che è successo, okay?
Lo sai come va a finire, si attaccano a quello che dici, e poi sei costretto a licenziare qualcuno a caso.
Ci siamo, manca poco.
Fra non molto tutto sarà compiuto, ancora una volta.
Perché non è la prima e non sarà di certo l’ultima che uno come me si prenda la scena.
Io lo so alla perfezione, per questo ho vinto.
Perché il sottoscritto si è fidato dei suoi incubi.
Più di quanto i miei avversari abbiano fatto con i loro sogni.
Tuttavia, una volta fuori di qua, sotto le luci e i flash.
Che lo spettacolo continui.
Che l’incubo sembri un sogno.
E viceversa...


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15.9.17

Il bisogno del terrorismo

Storie e Notizie N. 1499

Eccomi.
Eccoci.
E’ proprio lì, che provo a figurarmi.
Esattamente in quel punto, dove immagino i molti.
Nell’attimo in cui scrivo.
Nel momento in cui si sa poco o niente.
Istante che sarà pressoché identico alla fine della storia, malgrado le parole saranno state vomitate del tutto e le immagini più cruente avranno

ricoperto per intero occhi e virtuali bacheche, monitor e porzioni di memoria ancora violentabili.
La bomba, certo, quella c’è.
Le vittime pure, ovviamente, defunte o solo ferite, altrimenti non saremmo qui, adesso.
Ovvero, al meglio, il motivo sarebbe molto meno triste.
Altrimenti, presumo che in tanti si guarderebbero bene dall'allargare la finestra della loro curiosità sull’ennesima scintilla di inferno piovuta sul lato favorevole del mappamondo.
Nondimeno, più di ogni altra cosa, c’è la scena familiare.
Esplosione, esistenze cancellate o messe a rischio e quest’ultima, l’ambientazione amica.
Eccola, la miscela amaramente ideale per catturare immediatamente l’attenzione dei più.
Ma è solo l’introduzione, no?
Il trailer perfetto per condurci in sala.
A pagare il biglietto dell’immondo spettacolo.
Lo sconvolgente incipit che deve portarci inevitabilmente alle conclusioni attese.
Le più tranquillizzanti, paradosso tra i paradossi della narrazione contemporanea.
Eccomi, quindi.
Eccoci, allora.
E’ a questa riga del tragico racconto in diretta che iniziamo a provarlo.
Un apparentemente segreto, inconfessato bisogno.
Non è stato solo un incidente, vero?
Non ditelo, vi prego.
Non lasciate che anche il destriero di ferro e ritardi, che al massimo suscita frustrazioni e ansia, rientri nei nostri incubi sociali.
No, il treno no.
Il pericolo di vita non può essere lasciato al caso, non dalle nostre parti.
Il colpevole è fondamentale, deve esser reso noto, altrimenti l’insopportabile giallo sopravvive a se stesso e corrode da dentro un cuore già messo a dura prova dalle medesime parole con cui viene raccontato.
Terrorismo, vero?
Lo sapevo.
Lo sapevamo.
Perché, in fondo, lo speravamo laggiù, nella zona più oscura della nostra coscienza, ottenebrata ad arte dai produttori di angosce digitali.
Ma non è finita qui, giusto? Non siamo neanche a metà del maledetto film.
Mancano le risposte, le solite, indispensabili per riaccendere finalmente le luci.
Non importa come, non conta chi, va bene ogni mezzo.
Ma diteci che si tratta di musulmani.
Ditelo, e finiamola anche stavolta.
Scrivetelo quel nome assurdo, impronunciabile, sbagliato nella lingua nostrana, eppure perfetto nel rassicurante quadro generale.
Per favore, fate in fretta, tanto un secondo dopo l’avremo dimenticato.
Così come faremo con il suo volto.
Mostratelo al più presto, su ogni prima pagina, in testa ovunque, a monito dei buonisti del giorno prima e degli ingenui fautori di società minimamente socchiuse, figuriamoci aperte.
Vi prego, arriviamo alla consueta sigla e agli abituali titoli di coda.
Non sia mai che si sospetti sia accaduto qualcosa di diverso dall’ennesimo attentato di chiara matrice islamica.
Qui, come ieri, oggi.
E in ogni altra parte del mondo.


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14.9.17

Sul pianeta di metà cioccolata

Storie e Notizie N. 1498

L'industria del cioccolato mondiale è responsabile di una deforestazione devastante in Africa occidentale (della serie “aiutiamoli a casa loro”). I maggiori produttori sul pianeta acquistano cacao coltivato illegalmente all'interno di aree protette, in particolare della Costa d'Avorio, dove la foresta pluviale è stata ridotta di oltre l'80% sin dal 1960.

C’era una volta un pianeta diviso a metà.
Dove la metà di sopra era più piccola, ma molto più piccola.
Sarà forse perché stava sopra, nell’elegante attico con vista sull’orizzonte più fortunato?
In effetti, si sarebbe dovuto dire di metà diverse, ovvero, non esattamente diviso a metà, caspiterina.
Tanto a me e tanto a te, uguale per entrambe,

eccetera, ma in questo caso si dovrebbe riconoscere che è la storia per prima a esser sbagliata e allora non ci sarebbe alcun bisogno di scrivere quella giusta.
Tornando al racconto che urge, la metà di sopra che metà non era, ma fingiamo di sì, era composta interamente di cioccolata.
Fondente per gli incisivi più affilati o al latte per le dentature più tenere, al peperoncino per i palati coraggiosi o al sushi per i fuori di testa, perché dico io, come si fa mangiare la cioccolata con il pesce crudo? Neanche i giapponesi lo fanno, ne sono certo.
Ma sto divagando, pardon, mi succede spesso con chi a mio modesto parere esageri con le stravaganze culinarie, caspiterina.
Dicevo, immaginatevi sul lato minore di questo mondo fiumi di budino per spuntini a merenda e torrenti di cioccolata calda per le sere più gelide o quelle giornate che sono andate così male che le provi tutte pur di riscaldare il cuore passando per lo stomaco.
O prendendolo per la gola, caspiterina.
In breve, tutto era di cioccolato, dai muri dei palazzi alle mutande invernali, dalle fedi nuziali ai tappi per le orecchie.
Solo la cioccolata vera e propria, quella che si mangia, non era fatta di cioccolata, malgrado gli abitanti lo ignorassero.
Indi per cui, nel comune archivio dei gusti, alla voce cacao avevano memorizzato un sapore del tutto sballato, come del resto tutto il racconto, caspiterina.
Sarebbe come se uno fosse convinto che gli spaghetti sapessero di liquerizia.
E se quell’uno fossero tutti, chi potrebbe contraddire gli altri?
Questa è una delle controindicazioni delle storie sbagliate: qualora siano in molti a ritenerle esatte, se dovessi dissentire seguirebbero due sole possibilità.
Uno, ti prendono per scemo e iniziano a guardarti dall’alto in basso.
Due, sei un abitante della metà di sotto ed è anche comprensibile che ti guardino dall’alto in basso, caspiterina.
Difatti, il cambio o capovolgimento di scena viene or ora proprio a fagiolo.
Anzi, a cioccolatino.
A differenza della metà di sopra, che metà non era, ma assai più piccola dell’altra, la metà di sotto, ovvero la maggioranza del pianeta, non era fatta di cioccolata.
Non più.
Un tempo le cose erano ben diverse, ma vai a ricordarti qualcosa qui, all’interno della storia sbagliata? Non è proprio il luogo giusto, caspiterina. Sarebbe come cercare un saggio sulla generosità nella biblioteca di zio paperone.
Quello che posso dirvi è che la metà di sotto era composta di una sostanza indefinibile e varia, una miscela variopinta di colori rubati.
Di sogni maltrattati e speranze indomite, di doni primigeni e risentimenti atavici, di geniali ingenuità e anime sopravvissute a se stesse, di ali tranciate e ferite non rimarginabili.
Di cose dal sapore giusto, del ricordo di quest’ultimo ancora nitido nella coscienza dei singoli, più che la memoria collettiva.
E all’ingresso di quest’ultima, a monito di ognuno degli abitanti di sotto e, soprattutto, di quelli di sopra, v’era scritto: le cose che sono del mondo hanno un prezzo per tutti i viventi e finché per te, solo per te, sarà dolcissimo, per tutti gli altri non lo sarà affatto...


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13.9.17

Storie di razzismo e di come viene insegnato

Storie e Notizie N. 1497

Non si nasce razzisti, poiché da tempo immemore a discriminare in base alle origini e, spesso e volentieri il colore della pelle, ci viene insegnato sin da piccoli, non solo a scuola, ovunque, con ogni modo plausibile, opportunamente manipolato.

Con l'Aritmetica:
Cento, mille, diecimila, e via contando, vittime si approssimano per difetto, sino a valere zero, in proporzione inversa alla distanza dal nostro paese delle loro rispettive nazioni di nascita.

In breve, più le morti sono lontane, e meno
significative sulla bilancia della nostra empatia.
Al contempo, una sola vita persa da parte di un nostro concittadino vale cento, mille, diecimila, e via moltiplicando, vite al di là dei confini della nostra carta di identità.

Con la Geografia:
Si dice e si scrive extracomunitario, immigrato, clandestino, migrante, straniero, in breve diverso, eppure, malgrado tutti i seguenti possano rientrare in almeno una delle suddette categorie, non v’è immaginazione che si figuri gli occhi azzurri di uno svedese o i capelli rossi di una signora irlandese, la bionda chioma di un giovane tedesco o la pallida carnagione di un norvegese, men che meno la sbiascicata parlata pseudo inglese di un americano del sud degli USA.
Perché da queste parti, ci basta chiudere gli occhi e le suddette definizioni evocano una ben definita e univoca immagine di essere umano, la più facile da disegnare e, più di ogni altra cosa, incolpare di ogni nostra sfortuna.

Con la Logica, ovvero, versione adattata della formula If… Then…, Else… (Se… allora…, altrimenti…):
Se lo stupro viene compiuto da extracomunitari, clandestini, eccetera, allora, in ordine sparso e un po’ paraculo, ci sono troppi immigrati, gli stranieri sono tutti criminali, è colpa della religione, è colpa del buonismo, in mancanza d’altro è colpa della Boldrini, votateci a destra, ci pensiamo noi, votateci a sinistra, da oggi ci pensiamo noi pure, rivotateci a destra, perché loro ci copiano, rivotateci a sinistra, altrimenti vincono i cinque stelle, votateci, perché noi cinque stelle non siamo né di destra e né di sinistra, ma quando si tratta di migranti, adesso siamo tutti d’accordo.

(Segue il corollario: tutti i partiti razzisti si somigliano, ma ciascuno lo è a modo suo). Altrimenti, laddove la violenza venga compiuta dai carabinieri, si dice presunta, ci sono buchi nelle versioni delle ragazze, se la sono cercata, le studentesse non dovrebbero venire nel nostro paese per ubriacarsi e sballarsi, erano pure assicurate, è una balla, ma tu intanto pubblica e condividi, sposta la notizia in basso e metti in prima pagina altre notizie di stupri stranieri, pure senza fonti, tanto, c’è sempre tempo per rettificare, tutto sta a volerlo trovare.

Con la Narrativa:
C’era una volta una storia assurda, quella del paese dei tristi primati, il più vecchio del mondo e con il maggior numero di analfabeti funzionali, dove non si leggono libri, dove ci si informa su Facebook e WhatsApp, abitato da un popolo incredibilmente maschilista e campanilista, capace di dividersi praticamente su ogni cosa, dove regna corruzione e mancanza di meritocrazia, il paese della mafia e della mancanza di rispetto della cosa pubblica, il paese, infine, dove per venti degli ultimi trent’anni a capo del governo c’è stato un pregiudicato, pluri condannato, con una concezione dell’altro sesso e delle leggi a dir poco criminale, ma dove – udite, udite - il problema della sicurezza delle città e delle donne sono gli immigrati.
Sì, lo so, dovrebbe far ridere o piangere e, difatti, la tragedia e la commedia sono tra i punti di forza della cultura di questa nazione, a meno che non siano prese per oro colato.

Non si nasce razzisti, lo si diventa, perché fin da bambini così si viene educati. Ecco perché, soprattutto a queste latitudini, nessuno si dovrebbe sentire escluso.
Non esiste distinzione tra buoni e cattivi, non in questo.
Ed ecco perché, piccoli o grandi, laddove si desideri cambiare davvero, si dovrebbe cominciare ad accettarlo, come primo, indispensabile e propedeutico passo: io sono razzista.
Secondo, capire chi sono i miei maestri, del passato e di oggi.
Terzo, non meno importante, conoscere quali sono le materie e le regole di questa immonda lezione continua
...


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7.9.17

Storie sull’ambiente: il popolo degli effetti e quello delle cause

Storie e Notizie N. 1496

C’era una volta il popolo degli effetti.
A seguire, tra parentesi, senza cause, che in fase di revisione è stato cancellato.
Perché son fatti così, costoro.
Quel che confonde – loro – e costringe a porsi domande – quelle degli altri – va bandito all’istante, eliminato sul posto.

Difatti, essi vanno sempre in giro con una gomma da cancellare stretta nelle mani e il pulsante della tastiera che preferiscono è ovviamente il Canc.
Sono educati alle parole e i concetti facili sin da piccoli.
Cibo altamente digeribile per menti dalla capienza moderna, modello Ikea, con pensieri e aspirazioni che potrebbe montare – o smontare – anche un bambino.
Indi per cui, non v’è posto nella loro cervice per le ragioni delle cose.
Prendi, a esempio su tutti, questa roba del cambiamento climatico, parole loro.
A parte il fatto che tra tutte le cause innominabili è forse quella che oggigiorno maggiormente richieda una presa di responsabilità personale, e basterebbe questo per condannarla all’esilio dal loro vocabolario, ignorandola sono al contempo in grado di esibirsi in paradossali e tragicomici pindarici voli. Ovvero, più che un volo trattasi di un inesorabile precipitare nel vuoto, ma procediamo oltre.
Sicché ogni accadimento è una conseguenza priva di movente, gli uragani sempre più devastanti, la siccità e la carestia, le migrazioni umane, l’innalzamento del livello dei mari, la scomparsa di laghi e fiumi, le stagioni sballate, l’ormai quotidiana estinzione di specie animali e vegetali, ciascuna di tali terribili eventualità, avvengono, punto.
Ecco, hanno il punto facile, i nostri, rapidi ad andare a capo una frazione di secondo prima dei possibili dubbi.
Via ogni tipologia ragionevole di questi ultimi dall’orizzonte, così come le domande che al contempo puntino il dito sull’interrogato.
Alla larga dalle strade che richiedano un’anima nuova e le soluzioni che comportino delle scuse per quella vecchia.
Facile, perciò, figurarsi la giornata tipo dell’individuo medio, affrancato dalle ragioni del vivere.
Tutto è certo.
Il sole sorge ed è scontato.
Così come l’acqua potabile che scorre e la luce che obbedisca al comando del presunto padrone.
Il caldo o il freddo artificiale qualora il corpo li pretenda e, soprattutto, l’auto.
Sì, lei, la fedele amica, ovvero l’infantile mostro che succhia vita direttamente alla tetta della terra, con cui sfrecciare il più possibile lontano da ciò che resta della coscienza.
Adesso, tutto diviene più comprensibile, no?
Al netto di una follia congenita, o semplicemente nutrita sin dalla nascita, è semplice capire la scelta del pretestuale nemico, vero?
Perché è così che fa, il popolo degli effetti.
Laddove sia costretto a individuare una causa di quale tra essi lo disturbi di più, sceglie esattamente secondo la sua primitiva logica.
E quale miglior colpevole del popolo delle cause, ovvero coloro che non possono fare a meno di ignorarle, perché son quelli che gli effetti li pagano con la propria stessa vita?
C’erano una volta, quindi il popolo degli effetti e quello delle cause.
Nati per coesistere sul medesimo pianeta.
Che, come pianta e seme, son parti del medesimo ciclo vitale.
Ma, da che mondo è mondo, solo chi ha in tasca il seme.
Vedrà l’alba seguente.


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6.9.17

Lettera ai migranti del futuro

Storie e Notizie N. 1495

Ovvero, una lettera.

Caro te,
che vivi laggiù, oltre i limiti della nostra dissennata esistenza.
Tieni duro.
Non arrenderti, ti prego, resisti.
Non sei solo, sai?

Non sei solo, in questa storia.
In tanti hanno condiviso il tuo gramo destino.
In ordine sparso, poveri, donne, omosessuali, ebrei, schiavi, contadini, nativi americani, indios e tutti i figli di un dio scomodo, ancorché minore, che sono stati sacrificati all’altare degli agnelli facili.
Chi ti scrive, abita nel tempo in cui ai migranti è toccato questo infame ruolo.
Sì, lo so, adesso ti sarai inalberato e hai ragione.
Non è il destino a esser avverso e men che meno il ruolo, ma coloro che si arrogano il diritto di scriverlo per te.
Di importi i loro sgrammaticati e crudeli deliri come se fossero indiscutibili verità piovute dal cielo.
Nondimeno, si sa, quest’ultimo al peggio dona pioggia e neve, perfino fulmini.
Miracolosamente comete e stelle cadenti.
Al contrario, le brucianti ottusità del cuore, che dolore infliggono infierendo impunemente più volte sulla stessa ferita, provengono sempre dai tuoi simili.
Amico all’orizzonte, non ho idea quale sia il tuo nome.
Magari hai la pelle blu, tre occhi o fiamme al posto dei capelli.

Non ho idea di quale sia la tua diversità, agli occhi del prossimo.
Non conosco le tue fattezze, la profondità del tuo essere, ma soprattutto ignoro le ragioni che spingeranno i tuoi contemporanei a usarti come capro espiatorio di ogni male del mondo.
Nondimeno, credo di sapere cosa provi.
Non cedere alla paura, promettimelo.
Ma, più di ogni altra cosa, non lasciarti mai sopraffare dalla rabbia.
Per quanto sia giustificata e comprensibile.
Perché, credimi sulla parola, saranno capaci di approfittare anche di essa.
E’ già successo, sta accadendo anche ora, e probabilmente avverrà anche domani.
Ciò malgrado, quest’ultimo deve per forza di cose imparar qualcosa dai giorni che l’hanno preceduto, per quanto si presentino come racconti dal finale inaccettabile.
Non sarà facile.
Non ti dirò bugie, quindi non farlo anche tu con te stesso.
In molti non ce la faranno.
E non tutti coloro che ti sembreranno amici lo saranno quando davvero la loro solidarietà sarà fondamentale.
Ma ti dirò una cosa che è forse la sola verità che è stata in grado finora di superare il peso del tempo e dell’idiozia umana.
Si può sopravvivere.
Si può perché si deve e si deve.
Perché si può.
E nonostante le narrazioni più squillanti e tracotanti di una cieca e opulenta minoranza, unica e sola responsabile delle tue disgrazie, è esattamente così che la stragrande maggioranza dell’umanità ha finora camminato e resistito.
Perciò, fratello, cammina e resisti.
Che prima o poi, anche per te arriverà.
Una vita normale.


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