31.5.18

Un'insolita ragazza

È pazza.
Questo è quel che si dicono quasi tutti, a una prima occhiata.
E sarebbero in grado di finirla lì, in tanti, poiché questa è la moda più diffusa, oggi, nel paese delle ansie digitali.
Un solo sguardo è appena sufficiente per scrivere il personale futuro e anche oltre.
Poi qualcuno si approssima alla giovane immobile oramai da un po’, assorta quanto assente, catturata da qualcosa di incomprensibile a prima vista, come premesso.
Il meno pavido tenta di ottenere la sua attenzione chiamandola, ma è azione vana.
Quasi tutto lo è, qualora quel che rimanga sia tutto per te, pare rispondere lei con le membra silenti e rapite.
Sta guardando il telefonino? Domanda qualcun altro facendosi largo.
Un comune sghignazzo irridente sotterra l’ultimo venuto.
Pensi sul serio di essere il primo ad averlo ipotizzato?
Dove credi esser stato, fino a oggi?
In mezzo a gente talmente ardimentosa da prediligere l’ignoto alla popolare accettazione?

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30.5.18

La regola di Viktor Orbán

Storie e Notizie N. 1579

Il governo di Orbán ha proposto una serie di leggi al parlamento ungherese che giustificheranno la detenzione di persone e organizzazioni ritenute favorevoli all'immigrazione clandestina, per esempio, responsabili di offrire sostegno legale, medico o di ogni tipo a individui privi di cittadinanza.

Egregi patrioti ungheresi,
E anche voi tutti, cittadini doc in ogni parte del globo, che baldanzosamente difendete i sacri confini dagli inquinatori di sangue puro.
La matematica dell'inverosimile si arricchisce di un’ulteriore fondamentale assioma.
Trattasi di materia nuova, in effetti, ed è quindi soggetta di continuo a paradossali aggiornamenti.
Come tutti voi ben sapete, la vecchia, nonché radical chic, scienza dei numeri, basava le sue formule su uno schema ormai sopravvalutato.
Leggi pure come la buonista sequenza ipotesi, dimostrazione e tesi.
Al contrario, grazie soprattutto a un’assidua semplificazione a mezzo social, l’aritmetica del delirio scrive i suoi principi attraverso l’approvazione popolare.

Difatti, come recita il primo principio della termodinamica populista, se due più due uguale cinque ha migliaia di like, e altrettante condivisioni, diviene slogan, quindi propaganda elettorale e, laddove occorra, programma di governo.
E’ così che abbiamo vinto.
E’ così che continuano a perdere.
Perché noi altri crediamo più alle nostre menzogne di quanto i nostri avversari si fidino delle loro verità.
D’altra parte, abbiamo preso il loro posto da un pezzo e l’abbiamo trasformato nel nostro.
Impegnandoci alacremente in un’opera di revisione delle discipline umane.
Anzi, togli pure l’inutile aggettivo e lascia pure solo discipline.
Nella scuola dei bulli, facilitare è la chiave del tutto.
La grammatica non serve, perché complica i concetti, vieta le preziose contraddizioni ed è di intralcio alla virile volgarità.
La letteratura va bandita, perché nasconde morali nelle trame più insospettabili e civili coscienze perfino nei personaggi più trascurabili.
La scienza ha senso solo qualora divenga tecnica e la tecnica vale il tempo dello studio unicamente allorché prometta profitto.
E poi c’è lei, l’approssimazione illogica al potere, con l’algebra dell’imparzialità, la geometria del muro e la fisica dello sparo legalizzato.
I numeri, ora, li abbiamo noi, in mano.
E non conta affatto se siano tutti, o la maggioranza.
L’unica variabile che pesi sulla bilancia del futuro è la viralità della voce urlante nel monitor.
Nondimeno, cari baluardi del suolo natio, si era parlato di una novella norma.
La regola di Orbán, come da titolo, si semplifica in tale suggestiva istantanea: immagina di trovarti al confine che separi la tua amata terra da quella straniera e che oltre suddetto limite si trovi una generica tipologia di creatura priva di legittime credenziali. Mettiamo che lo sconosciuto perda l’equilibro per un qualsivoglia motivo e che il caso, ovvero la sua malevola astuzia, voglia che cada dal tuo lato. Ebbene, non ci saranno eccezioni, perfino qualora si tratti di un anziano colpito da infarto, una madre in preda alle doglie o un bambino febbricitante, il tuo dovere è di spostarti di lato e mai, ripeto, mai osare sorreggere il presunto malcapitato.
Da cui, il breve corollario della disumanità.
Aiutare gli altri, laddove gli altri siano loro, è reato...


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25.5.18

Cantico delle creature migranti

Storie e Notizie N. 1578

Grottesca contingenza vuole che i governi più intolleranti sul tema dell’immigrazione si dichiarino spesso e volentieri come i più religiosi, compreso il nascente esecutivo nostrano e il suo possibile premier.
Qualche giorno addietro, sono entrato nel Santuario di Rivotorto, in Umbria, e all’interno del cosiddetto Tugurio di San Francesco, malgrado lo conoscessi, mi sono ritrovato a leggere di nuovo, con gli occhi attuali, il Cantico delle creature.
Non sono credente, lo dico da subito, ma quelle parole mi sono sembrate ulteriormente sante, allorché adattate alla bisogna, anzi, al bisogno di molte, troppe esistenze sistematicamente dimenticate…


Che tu sia lodato, mio Signore, e altrettanto ciascuna delle umane creature, specialmente lo straniero, il quale è nostro fratello alla luce del giorno come della notte, e tramite lui ci arricchisci. Sicché lui è prezioso e portatore di un grande dono: simboleggia il valore di non essere i soli favoriti di un padre straordinariamente ingiusto.

Che tu sia lodato, mio Signore, per le sorelle immigrate e le loro figlie: sulle nostre rive le hai condotte, speranzose e mirabilmente coraggiose.

Che tu sia lodato, mio Signore, per colui che non ancora nascituro lo stolto chiama clandestino, e per il presente e il futuro; quello triste, quello sereno, e ogni orizzonte che non avrà luogo senza il suo contributo.

Che tu sia lodato, mio Signore, per la madre di quel bimbo, la quale è tutto ciò che ha superato per averlo, in breve, lei è tutto.

Che tu sia perdonato, stavolta, mio Signore, per il fratello rifugiato scomparso tra i flutti, attraverso il quale avresti regalato ulteriore chiarore alla notte. Forse sarebbe stato bello, magari giocondo, robusto e forte, o forse no, ma di sicuro, sarebbe stato contento di esser vivo.

Che tu sia lodato, mio Signore, per nostra sorella e madre terra, la quale a ognuno di noi dovrebbe dar nutrimento e mantenimento: producendo frutti differenti, con fiori ed erba variopinte come le creature a cui spettano.

Che tu sia lodato, mio Signore, per i milioni di migranti, che magari non riescono proprio a perdonare in nome del tuo amore, ma sopportano comunque malattie e sofferenze.

Fortunati quelli tra loro che tollereranno ciò serenamente, se in vita saranno premiati per la loro pazienza.

Che tu sia lodato, mio Signore, per coloro tra quei maltrattati viandanti a cui avrai risparmiato la morte, dalla quale nessun essere umano può scappare, ma guai a quei meschini che si approfitteranno dell’altrui amara sorte.

Grati ti saranno quelli che la troveranno dopo aver portato in salvo i propri figli. La loro prematura scomparsa, farà loro meno male.

Se proprio dovete, lodate e benedite il Signore, ringraziatelo pure, servitelo con grande umiltà e, soprattutto, coerenza anche per queste elencate ragioni.

Perché se è un Signore diverso da questo, colui che pregate, e con esse non concordate, allora vuol dire che c’è qualcosa di incredibilmente sbagliato nel cielo e nella specie che rivendica di esser stata creata a sua immagine e somiglianza...



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24.5.18

Storie di assassine mancate

Perfetto, è giunta l’ora.
Ancora un istante, poco tempo, ci vuole franchezza, adesso.
Lo ammetto, sono una mancata assassina, ma sono sfuggita alla prigione per fortuna, e magari, grazie a un brandello di tenacia propriamente femminile.
Ecco fatto, sono felice.
Ma non è sufficiente, giusto?
Devo dire tutto, ho l’obbligo di farlo, ho la necessità di rammentare e confessare tutto.
Volevo ammazzarti, è così, ho tentato in un’infinità di occasioni di farlo e sono stata a un passo dal cancellarti dalla mia esistenza…

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23.5.18

Ricorda Savita Halappanavar

Storie e Notizie N. 1577

Ricorda Savita Halappanavar.
Ricordala, già, in quel di Irlanda, laddove potrai e dovrai decidere di scrivere la parola fine alla disumana, ingiusta e paradossale parabola che pretende di anteporre il nascente futuro a colei che in tempi non sospetti l’ha scritto con assoluta fiducia e incontenibile amore.
Soprattutto, derubandola del materno – ma tu leggi pure sacrosanto - diritto di scelta...



Ricorda, altresì, il significato delle parole che emisero crudele sentenza: “Non possiamo effettuare l’aborto… - ovvero, donna nel dolore moriraiperché questo ci impone il nostro credo.”
Questa è la legge, codesto il senso del principio.
Il domani va protetto in ogni caso, anche a costo di torturare e al fin trucidare il passato. Perfino allorché quel fatidico, atteso giorno non vedrà mai luce.
Ricorda tutto questo, cara Irlanda, e già che sei in ascolto, unisciti a noi, spettatore interessato.
Ciò malgrado, non fermarti a questo, sicché non è solo il presente, a essere in gioco.
Tutt’altro, poiché si da il caso che tale ottusa radicata violenza, incredibilmente tollerata come tassello di una società auto definitasi civile, trae alimento da un’assoluta mancanza di una visione completa della storia.
Indi per cui, ricorda e al contempo immagina.
Immagina una giovane ragazza che a differenza dei suoi giustizianti sorrideva al sol pensiero di quanta felicità ancora l’attendeva…
 



Ricorda, ma nel medesimo frangente, immagina, con coraggio.
Immagina quell’istante dove tutto era ancora possibile, dove furono sancite promesse e legami, ma gli occhi vedevano una sola luce all’orizzonte, quella sui cui qualcuno avrebbe mostrato, un maledetto giorno, l’inaccettabile sfrontatezza di accampare diritti di precedenza…





Ricordala, quella giovane madre, e contemporaneamente immagina.
Immagina le vibrazioni di una sapienza antica come il mondo stesso, mentre esplodevano di una passione che sa di meravigliosa regalità, conquistata con pazienza e tenacia, altro che royal wedding




Ricorda Savita Halappanavar, cittadino d’Irlanda, un attimo prima di chiudere una volta per tutte l’ennesimo, medievale capitolo sopravvissuto all’umano progresso.
Nondimeno, laddove una brutale resistenza si ostini a stritolarti cuore e coscienza, come un cieco pitone dalle spire di incancrenita moralità gonfiate, prova anche a immaginare.
Immagina Savita, il cui nome contiene già la risposta.
Immagina la sua vita, proprio così.
Anzi, tutte le vite che avrebbe potuto partorire e nutrire.
Se solo chi di dovere avesse trovato la forza per affrancarsi dall’infernale giogo confuso con incrollabile purezza.
Immagina, e adesso, se vuoi.
Ricorda




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17.5.18

Storie di adolescenti: le scarpe nuove

“Stai ridendo?” domanda lei.
No, pare rispondere lui.
Sto ricordando.
Rammento i compagni di scuola, avevo tredici anni, che non sono ancora quattordici, ma ci vuol poco, sempre troppo per esser ritenuti adulti, mai abbastanza da venir considerati uno di loro.
Rammento le scarpe.
“Oggi usciamo insieme per acquistare quelle nuove, che sono di moda adesso, quelle che tutti indosseranno, quelle che tu non avrai mai”, sembrano esclamare all’unisono i più accorti ai preziosi simboli che separano le anime destinate al pubblico trionfo dalle trascurabili comparse dei banchi nelle retrovie.
“Corrado, sei dei nostri?”
Perché quel maledetto richiamo fa male ancora oggi?
Perché quella benedetta richiesta è un regalo solo adesso?
“Sì”, la bugia, “no”, la verità, in altre parole, “sì”, la menzogna ben peggiore, che è solo un no mascherato da assenza a causa della solita, inaspettata febbre alta del perdente di professione.
“Cos’hai?” la seconda domanda, ancor più intollerabile, a quei tempi, la sola meritevole di esser ricordata, ora.
Nulla, mamma, l’inevitabile spiegazione.
Poi, ecco che si manifesta la solerzia dell’adolescente spiantato: “A dir la verità, ci sarebbe qualcosa… mi presteresti i soldi per acquistare delle scarpe nuove?”
Eccoci, Corrado, questo è tutto ciò che avrai, penso rimirando le poche monete che quell’adorabile donna dai molteplici mestieri riesce a raccattare...

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16.5.18

Dove c’è nulla

Storie e Notizie N. 1576

Dove c’è nulla.
Dove c’è il nulla, Wesal Sheikh Khalil è morta a quattordici anni.
È stata una delle oltre 60 vittime a Gaza lo scorso lunedì mentre cecchini israeliani hanno sparato su decine di migliaia di manifestanti lungo la recinzione perimetrale.
Dove c’è ancora adesso, il nulla, una giovane ragazza aveva già fatto piani per il suo funerale: “Se dovessero spararmi durante le proteste al confine, mamma, seppelliscimi nel punto esatto in cui morirò, o magari, accanto alla tomba di nonno.”

Perché dove c’è nulla, Wesal pensava che la morte fosse meglio di questa vita, è l’orrenda conclusione a cui è giunta sua madre il giorno seguente alla scomparsa della figlia più piccola.
Questo accade dove c’è e persevera il niente, già.
Poiché laddove ci sia solo, il nulla, con una facilità inaudita potresti regalare amore.
Quasi quanto quella che ti permette di vendere odio e rancore, mascherandoli per il precedente.
Difatti, il potere del niente nelle mani degli altri è immenso.
Tutti possono scrivere del nulla, tanto nessuno reclamerà diritti.
Si può mentire senza ritegno, sul niente, tanto nessuno capirà l’errore.
Chiunque può approfittarsi di quello stesso nulla, poiché non c’è reato e né pena per questo.
Eppure, dal niente si può venire alla luce, per poi crescere con l’illusione di esser figli di quest’ultima, oltre che della carne, composti della medesima capacità di arrivare ovunque con la velocità che le speranze meritano.
Tutto, fuorché il nulla.
Davvero tutto, salvo assistere all’innalzarsi di barriere dettate da una logica che solo la follia può partorire, e nel medesimo istante vedere i confini della propria anima dissolversi, per divenire una cosa sola con la propria ombra.
Perché dove c’è nulla, nessuno deve aspirare ad altro.
Giacché c’è un piano, per il niente.
C’è sempre stato e sempre ci sarà.
In breve, convincere i suoi abitanti di non esistere sul serio.
Nel contempo, quale monotono e incessante refrain da trasmettere agli apparentemente inermi spettatori, non è accaduto nulla, ovvero tutto, finché le negazioni si annienteranno a vicenda e si perderà definitivamente il filo che conduce all’uscita di questo diabolico labirinto in cui abbiamo nascosto vita e verità.
È faticoso e quanto mai dispendioso mettere su siffatto, farsesco quanto tragico gioco di carte, geografiche o bollate che siano.
Ci vogliono sponsor importanti, coreografie suggestive al limite dell’ipnotico e sceneggiatori dallo stomaco forte e dalla penna supportata dai critici di regime.
Affinché chi osi ergersi a difesa del niente, possa venire accusato di tutto, le regole devono esser scritte con parole semplici e, specialmente, imposte con maniacale assiduità al punto da sembrare ragionevoli financo alla mente più dubbiosa.
Dove c’è il nulla, è inutile che guardi.
Dove c’è il nulla, andare è superfluo.
Dove c’è il nulla, nessuno vive.
E tutti non devono far altro che morire...


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11.5.18

Oltre i confini della follia del mondo

Storie e Notizie N. 1575

Terra, qui Jalousie, baraccopoli di Haiti.
Oltre i confini della follia, viviamo per vocazione, sopravviviamo per necessità.
Scriviamo storie vere, per amore di chi ci aspetta, oltre l’orizzonte che avrà la fortuna di vedere l’alba.
Dopo il terremoto, dopo tutto il male che la faccia

peggiore del crudele dado chiamato destino ci ha mostrato, siamo qui, insieme.
E così, mentre dalle vostre parti vi ritrovate governi che non riescono a mettersi d’accordo neppure sul potere conquistato sull’odio e le bugie, noi cerchiamo di imparare come cambiare le regole del gioco.
Quando accadrà, perché accadrà, non ringraziateci.
Aiutateci ora.
Siamo ottantamila, in case fatiscenti e fragili che si tengono su a fatica, un po’ come l’empatia che ancora vi lega l’un l’altro.
L’igiene dei luoghi destinati al vivere è carente.
E fiumi di plastica scorrono indifferenti, accompagnando il nostro andare come se fosse normale.

Le stanze sono svuotate di tutto, tranne che di speranza.
Eppure, malgrado alle vostre latitudini vi sentiate inermi di fronte all’ennesimo aggravarsi del conflitto tra i soliti nemici, a loro volta manovrati come eterne marionette dal famigerato mostro mangiapetrolio, noi balliamo, sì, balliamo sul nulla.
Che paradossalmente, non sempre, ma almeno per un giorno, diviene meglio di tutto.
Ciò malgrado, non crediate sia facile, conquistare l’indomani.
Non lucriamo sulle menzogne, noi altri.
Il tempo per la verità delle cose è prezioso come l’acqua, qui.
Ecco perché ancora oggi non riusciamo a comprendere come non vediate che il peso che scegliamo di portare sul capo, trascurando
pettinature e pensieri futili, è a rischio ovunque.
Nessuno si senta dissetato a tempo indeterminato.
Nondimeno, mentre nel lato più gradevole del quadro vi gettate quotidianamente nella mischia, sperando di raggiungere i cinque secondi di viralità, a forza di incessanti upload delle vostre più personali intimità, noi scegliamo invece di farci carico solo dell’essenziale.
Che questo sì, davvero sempre, ogni sacrosanto istante della nostra esistenza.
E’ tutto.
Poi cala la notte, e con essa la naturale conseguenza, ovvero sua maestà il buio, sovrano volubile, il quale, ogni volta gli aggradi, ci costringe ad avvalerci del combustibile più
economico sul mercato, per farci luce.
Leggi pure come il bruciante desiderio di vedere l’altro, al termine di un altro viaggio insieme.
E sebbene al di là del recinto innalzato a protezione della vostra sicurezza, vi sentiate ogni tramonto più in pericolo, ci riempiamo il cuore di gioia innanzi a una lampadina che fa solo il suo dovere.
Quindi, nel silenzio che man mano si fa padrone del tempo del riposo, riusciamo finalmente a comprendere.
Che non siamo solo ombre e comparse, su questo assurdo pianeta.
E a meno che non lo si scelga volontariamente.
Nessuno di noi lo è mai.


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10.5.18

Racconto di un bambino con gli occhi chiusi

Esiste un momento, come una sorta di giorno dedicato a noi altre, madri di famiglie diversamente normali, in cui è il resto del mondo che deve sforzarsi?
Facciamo che sia questo, allora, nello spazio di questa breve storia, che trova il suo favorevole esito nell’istante in cui sono entrata nello studio del dottore per prendere il mio Mattia e ho trovato lo specialista in piedi sulla scrivania a tentare di fare il giocoliere con le penne biro.
Ma non era il mio bambino ad avere dei problemi?
E che problemi…
Cos’ha il piccolo? La domanda più frequente.
E’ cieco? Quella più scontata.
Ha paura? La meno fondata.
Non ha alcun problema, non è malato, signori miei.
Semplicemente, mio figlio ha gli occhi chiusi. Ci vede perfettamente, forse anche troppo, ma tiene le palpebre abbassate nella maggior parte del tempo...

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9.5.18

Cosa sono le armi nucleari

Storie e Notizie N. 1574

Cosa sono le armi nucleari?
Non ne avete idea.
Sono roba pericolosissima, in grado di annientare tutto e tutti, sostengono le anime pavide.
Sono la via del non ritorno e dell’eterno precipitare, tra polvere e buio, aggiungono i timorosi di professione.
Sono i figli maledetti della chimica ingenua e della scienza serva e sorda innanzi alla sola nobiltà che le doni senso compiuto.

In breve, preservare.
È questo l’unico motivo per mettere a frutto meningi e tecnica: salvaguardare i gratuiti doni scartati all’arrivo su questo povero pianeta.

Questo declamano i profeti dalla pelle morbida intorno al cuore.
Belle parole, già, ma la vita è un editor di crudeltà inaudita e impone
impietosa revisione a ogni nostra poetica interpretazione del mondo.
Ecco perché c’è bisogno di mano grande e ferma.
Che abbia conosciuto la leggerezza di una nascita fortunata, ma che abbia altresì mostrato una netta tempra per farsi ferro innanzi al marrano di turno.
Ecco perché servono occhi freddi e dalla veduta ampia.
Che sappiano riconoscere le opportunità nei teneri virgulti, ma che non abbiano alcuna esitazione, laddove occorra sradicarli dal terreno per proteggere i prescelti.
Ecco perché non possiamo permettere una democrazia dell’atomo.
Quest’ultimo è un dio di forme semplici, innocuo solo per dimensioni, e di potenziale inversamente proporzionale a queste ultime, i cui favori andrebbero concessi soltanto agli eletti.
E chi sono, costoro?

Quale caratteristica dovrebbe contraddistinguerli?
Semplice.
Consapevolezza di sapere, questa è la prerogativa delle creature designate, giammai del suo contrario, antesignano, buonista vezzo socratico.
Perché diciamolo a viva voce.
La gestione delle diaboliche creazioni umane non è, e mai sarà, roba per filosofi.
Capaci solo di rallentare la trasformazione del pianeta in un sistema ordinato, all’insegna della praticità.
Insistono, nondimeno, con le loro illusioni di un quieto e tollerante convivere, riuscendo saltuariamente a illudere un numero maggioritario di persone.
Ciò malgrado, vi siete chiesti come mai, quando il fiato di codesti, sognanti cantori si esaurisce, noi torniamo in sella, perfino più sfrontati e rabbiosi di prima?
Non lo sapete, vero?
Ve lo diciamo noi altri.
La pace tra una guerra e l’altra sarà sempre più faticosa e logorante di una bel conflitto mondiale, rigorosamente combattuto oltre i nostri confini.
Quindi, rilassatevi pure sulle vostre poltroncine sintetiche e lasciatevi drogare dalle nostre fantasmagoriche app.
Armi nucleari?
Noi sappiamo cosa sono, non voi.
Lasciateci il potere di decidere chi le meriti.
Perché noi sappiamo meglio di tutti cosa voglia dire possederle.
E, soprattutto, lanciarle su cittadini inermi…



Bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, 6 e 9 agosto 1945

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4.5.18

Le polpette svedesi sono turche e altre scoperte

Storie e Notizie N. 1573

Il paradosso del nazionalista…

Dice, io sono un uomo di destra, e strilla pure.
Sono per ognuno al paese suo, rimarca subito dopo.
Difendo il prodotto locale, aggiunge con rinnovato vigore, visti i risultati delle recenti tornate elettorali.
I nostri valori e la nostra cultura vengono prima di tutto, chiosa con enfasi.
Magari al riparo di una rassicurante tastiera e al comodo di una poltroncina di Ikea.
Come il tavolo in cucina, i comodini in camera da letto e tutte le nuove mensoline che sono tanto carine per metterci su le graziose cosine.
Giammai dei libri, non sia mai.
Ikea è peraltro svedese, osserva lui, nordica, ariana e bionda come noi, a noi… eccetera.

Ma hanno mentito, gli si fa notare, le polpette che hanno venduto fino a oggi come piatto tipico sono turche…
Lui rimane interdetto, con l’espressione e il cervello in sospeso, come la clessidra del pc laddove la richiesta dell’utente gli imponga un surplus di lavoro.
Quindi, secondo le regole dialettiche del moderno destrorso, prende coraggio e non si arrende neppure all’evidenza.
E allora? Esclama con decisa sfrontatezza.
Poi, di seguito, a totale briglia sciolta.
I numeri sono arabi, okay.
E pure ‘okay’ è inglese.
Il mio cellulare è cinese.
Così come i giocattoli di mia figlia e tanta, tanta roba che c'è in casa.
La tv è coreana, va bene.
Ma il ‘va bene’ è nostro, cribbio.
L’auto nel box è tedesca, confesso.
E il caffè di stamattina viene dal Brasile.
Le banane del consueto frullato a merenda sono del Senegal.
Google, Facebook e Twitter sono americani, come dici tu.
Ma io preferisco Instagram, tie’.
Che è… è americano pure lui, ok… va bene!
Pensi che non lo sappia?
Pensi che non sappia che le mani che puliscono la mia casa vengono dalla Romania?
Che quelle che si prendono cura di mia madre sono polacche?
E che quelle che si ricordano di andare a prendere mio figlio a scuola sono marocchine?
Sì, certo, anche quelle che mi puliscono il parabrezza e che mi riforniscono di benzina al mattino.
E quelle che mi pesano la frutta? Sbagliato, non sono marocchine, bensì, egiziane!
Ma quelle che mi cuciono le Nike sono filippine.
E sono mani piccole, contano pure quelle?
In questo caso ci sono anche tutte le minuscole e innocenti dita che in Africa si occupano di smaltire l’abnorme quantità di roba elettronica di cui mi disfo.
Ma io insisto: e allora?
Il mio cappotto è spagnolo.
E il prete che ascolto a messa è peruviano, cosa c’è di strano?
La birra che ha comprato mia moglie per la partita di domenica è belga.
E le mie mutande sono francesi, ho capito, lo ammetto!
Dove vuoi arrivare, con questo?!
L’uomo si sforza strenuamente di rimanere tutto d’un pezzo, ovvero orgoglioso e testardo come un dito che sostenga di possedere una stella, soltanto per averla puntata in una notte d'agosto.
Quindi, col fiato corto e con l’ultimo residuo di energie, conclude.
Io rimango un cittadino di destra e fiero mi ergo a baluardo della mia terra e dei suoi frutti, affinché la mia nazione non venga contaminata dall’invasione straniera.
Poi, romanamente mi saluta, perché sul gruppo di WhatsApp lo informano che stasera c’è il Bowling e dopo un veloce Spritz tutti a mangiare il Sushi.


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3.5.18

Storia di una ragazza troppo bella

Dopo essersi asciugata il viso, Caterina riprende a fissarne l’immagine riflessa nello specchio.
“Va meglio, vero?”
“No, mamma, non va meglio per niente… sono ore che provo trucchi su trucchi per la festa di domani, dopo aver passato mesi a studiare quegli stramaledetti video tutorial di Youtube. Mi ci vorrebbero degli effetti speciali… o magari qualcosa di magico…”
“Sei troppo dura con te stessa, Caterina, devi apprezzarti di più, ti devi accettare per ciò che sei.”
“La fai facile, tu…”
“Cosa intendi?”
“Tu sei brutta, lo sei sempre stata, mamma.”

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2.5.18

Quando i canguri si incazzano

Storie e Notizie N. 1572

Lo dicevate delle formiche, sì.
Che nel loro piccolo, pure queste ultime si inalberano.
E’ un fenomeno inevitabile quanto non trascurabile, la perdita delle staffe, sapete? Come la glaciazione e il tramonto.
Riguarda tutti, umani e noi, creature viventi e ogni sottovalutato, apparentemente inerte, frammento di madre terra, che tutti ospita.
Che tutti tollera.

Ciò nonostante, c’è un ma, ovvero un congenito limite, punto di ebollizione di una seppur ferrea pazienza.
E non si dica che noi altri, ambiguamente definite bestie, non ne abbiamo avuta sino a ora.
Spesso e volentieri confusa per banale remissività, così come accade da tempo immemore alla nostra, comune propensione a rispettare senza discutere l’armonia della naturale costituzione.
Codice sorgente del quale, fino a prova contraria, ne siete parte anche voi altri.
Non ci nascondiamo dietro un artiglio, in questa sede e occasione, e vi confessiamo che iniziamo ad avere seri dubbi in proposito.
Non ne abbiamo ancora fatta pubblica rivendicazione, poiché non sarebbe altro che un clamoroso assist a quei complottisti dei criceti, tra i più ferventi sostenitori delle origini aliene del sadico bipede dagli occhi cattivi.
Esatto, vi chiamano così, ma cercate di capirli. Dopo generazioni intere in quelle maledette gabbiette a correre sulla ruota il risentimento cresce a ogni giro di quest’ultima.
Nondimeno, abbiamo fin qui seguito pedissequamente le norme suggerite da sua maestà l’istinto, assecondando ogni vezzo della vostra folle, crociata umanizzante del regno vivente.
Se questo è ciò che natura chiede, a essa ci affidiamo con devozione, ci siamo detti, di fronte alla dedizione nel trasformare pianeta e contenuto a vostra immagine e somiglianza.
Quanto siam cambiati, sino a oggi.
Per esser come voi, ci avete fatte combattere l’un l’altro senza una ragione valida.
E ci avete obbligati a migrare dalla nostra terra d’origine contro la nostra stessa volontà, ma voi leggete pure scappare.
Ci avete insegnato a non aver più fiducia nella coerenza del sole e della pioggia, del vento e del freddo.
E ci avete fatto conoscere la paradossale solitudine in mezzo al branco.
Ci avete fatto abituare a vivere in cattività.
E ci avete trasmesso la paura di liberarsi da essa.
Ci avete spinto a diffidare delle altre specie, non solo la vostra.
E ci avete indotto a dimenticare che un tempo ce n’erano molte di più.
Ci avete fatto adattare anche al male, non solo alla natura in sé.
E ci avete convinto che non vi sia differenza tra i due.
Ci avete fatto considerare l’acqua non più come un dono, bensì come un bene da difendere.
E non mancherà molto che faremo lo stesso anche con l’aria.
La terra e tutto quel che condividiamo.
Per non esser più come noi.
Ciò malgrado, per sfortuna o buona sorte, esiste una soglia di rottura per tutti.
E’ indubbio che ci stiate rendendo più simili a voi di quanto lo siamo mai stati, ma era solo questione di tempo, dopo averci fatto pure mangiare la spazzatura, che qualcuno di noi si arrabbiasse e ve le suonasse di santa ragione…


I canguri hanno preso a calci e ferito sul corpo e al volto con artigli i turisti che usano dar da mangiare agli animali cibo inappropriato, come patatine e avanzi di Mac Donald (Nuovo Galles del Sud, in Australia)
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