31.1.14

Storie di donne: in manette in Russia a -20 gradi

Storie e Notizie N. 1051

Ecco la storia della ballerina che danza in un giardino di Mosca contro le leggi che mortificano i diritti umani e civili in Russia...

Zero.
Fa freddo.
A zero gradi fa freddo, senza scherzi.
D’accordo, magari potrebbe non piovere, magari se ci fosse il sole.
Magari, sì.
Ma se a zero l’acqua ghiaccia ci sarà un motivo, no?
O perlomeno conseguenze.
A casa, a casa.

Meno uno.
Se a zero fa freddo, figuriamoci…
Nondimeno, sarebbe troppo facile, finirla qui.
Perché parli bene te, che te ne stai al caldo al di qua del monitor.
Per chi vive agli antipodi della rete un grado fa la differenza, eccome.
A casa, presto a casa.

Meno due.
Soprassedendo quindi sullo scontato, ribadire che fa freddo ha un suo perché.
Lo senti tutto, diciamo le cose come stanno, sulla punta del naso e le dita e i piedi e ovunque.
Un punto in meno lo senti tutto.
A casa, torniamo a casa.

Meno tre.
Stavolta nevica, è chiaro.
Meglio per i bambini, d’accordo, ma noi altri che lavoriamo a cottimo?
Con la neve si gioca, va bene, è bella da vedere, non è il massimo da bere, una volta sciolta, in condizioni estreme, ma non ci si mangia.
No, dannata neve, no.
A casa, restiamocene a casa.

Meno quattro.
Accendi la stufa, anzi no, spegnila.
Subito a letto che si sta caldi.
Una volta a casa, chiusi in casa.

Meno cinque.
Ci pensi quando in pieno agosto ti lamenti per il caldo?
Ecco, pensaci ora.
In casa, entra in casa.

Meno sei.
Le coperte sono finite, è inutile che cerchi nell’armadio.
Arrenditi e non ci pensare.
E non tremare, ti prego.
A casa.

Meno sette, otto e nove.
Qui si accelera, per forza.
Altrimenti la storia glaciale si affloscia come il canotto che tenti di gonfiare al mare.
Rientra in casa, adesso.

Meno dieci, undici, dodici.
E tredici.
Mai lasciarlo solo, a congelarsi.
In casa, la tua.

Meno quattordici, quindici e sedici.
Diciassette e diciotto.
T’avevo detto che veniva il freddo tutto assieme e tu che non mi ascolti mai.
Hai visto che le previsioni servono?
A sapere che viene il freddo.
Stando in casa.

Meno diciannove.
E’ ora di chiudere le persiane e abbassare le serrande.
Staremo più caldi.
No… aspetta. C’è qualcosa, la fuori…

Meno venti.
Eccola, lei che danza.
Nonostante il freddo delle manette, l’unico a cui ha permesso di baciarla.
Solo sui polsi, però.
Perché il resto puoi solo ammirarlo.
E’ libero tanto quanto dovrebbe essere il paese in cui si libra…


 


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30.1.14

Vince un milione di dollari alla lotteria e non lo sa: ecco chi è

Storie e Notizie N. 1050

Leggo che negli USA gli organizzatori della lotteria Powerball sono alla ricerca del proprietario del biglietto vincitore del premio da 1 milione di dollari, acquistato nel Bronx lo scorso anno. Il “Missing Millionaire” sarà atteso sino a domenica e se non si presenta rimarrà a bocca asciutta.
Chi è il misterioso vincitore? Mille sono le ipotesi considerate.
Eccone una plausibile.
O almeno credo…

Mi chiamo Jeff.
Ma potete chiamarmi anche Tom o Mike.
Tanto non cambia nulla.
Tanto non cambia mai nulla.
Perché qui è tutto uno schifo.
E io non credo più a niente.

No? Ma guardatevi intorno, dico io.
Da dove cominciamo? Dal governo, dai.
Sono tutti dei raccomandati, un magna magna generale che si arricchisce alla faccia dei cittadini.
Ce ne fosse uno che pensi al bene degli elettori, prima promettono e poi si fanno le ville, le barche e le belle donne.
Con i nostri soldi.
Ci spremono con le tasse per pagare la piscina e le macchine di lusso a qualche ministro.
Anzi, no, alla sciacquetta del ministro.
E’ tutto uno schifo, questa è la verità.
E io non credo più a niente.
Al lavoro è lo stesso, eh?
I colleghi pensano solo a se stessi e a far carriera.
E tutti sono pronti a far le scarpe a tutti per guadagnare un punto con il capo.
Eh dai, che è così.
Una manica di infami, questo è quel che trovi in ufficio, oggi.
In ufficio?
Perché sulla metro? Nel traffico? In fila alla posta?
Spinte e calci, una corsa continua ad arrivare primi.
Primo al semaforo, primo a sedersi, primo a scendere.
E gli altri che muoiano tutti.
Dai, che è così.
E’ tutto uno schifo.
E io non credo più a nulla.
Vogliamo parlare di parenti e amici?
Diciamola tutta, allora.
Se ti fai sentire con maniacale continuità, senza mancare mai una ricorrenza, okay, ma appena c’hai i cavoli tuoi, perché succede, ecco che tutti spariscono.
Se ci sei e mi servi, bene, altrimenti ti cancello dalla rubrica, da WhatsApp e da Facebook con un unico clic.
E’ così che fanno tutti, dai.
E non c’è differenza di genere.
Le femmine, quando sono giovani guardano solo quelli belli e quando crescono li continuano a guardare ma poi sposano quelli ricchi, per poi tradirli con i primi.
I maschi tradiscono e basta, con belle o brutte, non fa differenza.
I vecchi, vogliamo parlare dei vecchi?
Ma chi ha costruito questo mondo bastardo?
Sono loro i peggiori, cattivi esempi ambulanti, ignoranti e maleducati.
I bambini sanno solo frignare e rompere tutto.
E gli immigrati? No, dico, con un paese così orrendo ci mettiamo pure ad accogliere la gentaccia che viene da fuori.
E’ tutto uno schifo, lo sapete meglio di me.
E io non credo più a nessuno.
Come quel deficiente di negoziante cinese che un anno fa mi ha convinto a comprare un biglietto della lotteria.
Fesso io che gli ho dato ascolto.
Per fortuna che è stata l’ultima volta.
Da allora mi fido solo di me stesso…
 


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29.1.14

Figlia lesbica padre offre milioni testo lettera Don Giovanni

Storie e Notizie N. 1049

Dopo che il magnate di Hong Kong, Cecil Chao Sze-tsung, è arrivato ad offrire più di cento milioni di dollari all’uomo in grado di sedurre e riportare sulla 'giusta' strada Gigi, la figlia lesbica, quest’ultima ha scritto una lettera al genitore, pubblicata sul South China Morning Post, in cui ha ribadito l’amore che la lega alla sua compagna da almeno nove anni, Sean Eav.
Ma se tutto ciò non bastasse, ecco una missiva dal più grande seduttore della storia.

Egregio signor Cecil,
voi siete un sadico.
Un immane sadico, in fede mia.
Al punto che, laddove il sottoscritto eccella nell’arte della seduzione, voi fate altrettanto nella più fastidiosa delle attività. Ovviamente per le vittime, s’intende.
Mi riferisco, malgrado presuma sia palese, al godere dell’altrui patire.
Mi spiego?
No?
Or dunque, ecco ulteriori delucidazioni.
Come voi ben sapete, corteggiare il cosiddetto sesso debole è per me la più adorata delle passioni.
Vi basterebbe considerare che in cima ai miei pensieri l’atto stesso della conquista precede l’oggetto della medesima.
Che volete, amico orientale, noi altri è di questo che ci cibiamo.
Del mangiare in se stesso, a prescindere del piatto.
E del danzare intrinseco, qualunque sia la melodia di supporto.
Del viaggio in quanto tale, qualsiasi meta ci attenda.
E dell’ammirare e basta, senza prestar attenzione alcuna all’immagine di turno.
Donna ha senso se il mia è sottinteso.
Questo potrebbe essere il sotto testo alla mia natura.
Indi per cui, allorché mi è giunta voce della vostra sfida alla categoria, nella quale mi onoro di primeggiare, non ho potuto evitare di informarmi al meglio nel dettaglio.
Come è sempre stata mia prassi, mi sono premurato di ottenere il maggior numero di aneddoti sulla fanciulla in gioco e più capivo e altrettanto cresceva in me un sentimento debordante.
Risentimento sarebbe il vocabolo più adatto.
Voi, Cecil, è di voi che parlo.
Come potete farci questo? Parlo, è naturale, anche a nome dei miei colleghi.
In tempi siffatti, di crisi nera e di ogni altro colore tinta, voi ci allettate con la suddetta, a dir poco considerevole, somma e poi ponete innanzi tale crudele cima?
E immagino già cosa voi penserete riguardo a questo preciso paragrafo di questa mia.
Siete in errore, non è il fatto che la ragazza sia impegnata a fungere da imprescindibile ostacolo.
Il mio curriculum è altresì ricolmo di coniugali vincoli infranti, sebbene non me ne faccia tutto questo vanto.
Non è neppure la di lei predilezione per il medesimo genere a frustrare le mie aspettative, sia ben chiaro. Ovverosia, l’impedimento sarebbe notevole per chiunque, ma il mio nome deve pur dir qualcosa di eccezionale sulle mie capacità.
Nondimeno, laddove ogni muraglia valga uno se affrontata in un unico quadro, la somma delle barriere che vostra figlia pone sul cammino financo del più grande seduttore che la storia ricordi si erge come un superbo valico perfettamente impenetrabile.
Un valico sugellato, inoltre, da parole che ella stessa ha scritto sulla pubblica pagina, spillando vermiglio inchiostro direttamente dalle carni che per qualcun altro hanno finora vibrato.
Non mi riferisco a voi, signore.
E a nessun altro uomo al mondo.
Ecco perché siete un sadico, caro padre immeritevole di cotanto amore.
Perché mi avete illuso quasi quanto avete fatto con voi stesso…

Don Giovanni

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28.1.14

Lavatrice con internet e frigorifero intelligente: elogio del tempo

Storie e Notizie N. 1048

Leggo che ci attendono la lavatrice connessa al web e lo smart frigo, ed ecco una sorta di spot da parte dei primi utilizzatori...

Eccoci, siamo noi.
La donna del futuro.
L’uomo del domani.
L’umanità all’orizzonte.
In breve i fortunati che godranno del premio più ambito.
Il tempo.
Tanto tempo.

Come? Semplice, con la lavatrice collegata a internet.
Lavaggi in Wi-Fi programmati a distanza e panni distesi in balcone con un semplice click di mouse. Vuoi mettere?
In cambio la ricompensa di cui sopra.
Già, il tempo.

Non basta? Ecco il frigo intelligente.
Stop con quei dementi trabiccoli che voi gente del passato vi ostinate a tenere in cucina.
Il frigorifero sapiente saprà già quale cibo scongelare ancora prima che voi altri decidiate di inserirlo nel menu.
Connesso H24 con il vostro palato saprà leggere tra le papille il gusto che vi aggraderà nelle successive ore pasti e vi farà trovare la pietanza a temperatura ambiente, pronta per essere cucinata o consumata all’istante.
Ci credete?
Credeteci, perché questo è quel che vi aspetta.
Oltre, è ovvio, al vero ricavo di tutto ciò.
Il tempo, è chiaro.

Non è sufficiente? Bene, perché ne abbiamo da vendere, noi altri, di roba.
Signore e signori, noi del futuro abbiamo il water in full hd.
Trattasi dell’ultimo ritrovato di wc di ultima generazione.
Basta con quelle scialbe evacuazioni a singhiozzo.
Grazie al gabinetto ad alta risoluzione ogni appuntamento con quella grossa renderà leggera la vostra giornata e non solo.
Il guadagno è ormai scontato.
Tempo, ancora tempo.

Ancora? Eccovi accontentati.
Noi, gli umani del terzo millennio, saremo i primi a dormire sul web letto.
I giacigli 2.0 saranno tutti collegati in rete tra di loro attraverso i cuscini, dotati di quintali di giga di memoria.
Quest’ultima immagazzinerà i nostri sogni, i quali verranno diffusi in rete e ognuno potrà curiosare nell’inconscio dell’altro.
Sapendo finalmente tutto di tutti.
Con un conseguente risparmio di domande.
Un’infinità di dubbi in meno sul prossimo.
E altrettanta fatica cancellata nelle risposte.
A dirla tutta, che gusto ci sarà ad incontrarci quando nulla di nuovo potremo trovare?
E così avremo veramente tutto il tempo del mondo.
Giorni in più.
Ore e ore libere.
Una miriade di attimi finalmente nostri.
Per fare cosa?
Ecco, è difficile rispondere a questa domanda.
Perché abbiamo utilizzato così tanto tempo per risparmiarlo che ci siamo dimenticati cosa farne…
 


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27.1.14

Storie di razzismo: razzisti primitivi


Storie e Notizie N. 1047


Leggo che, secondo uno studio pubblicato su Nature, gli uomini Europei di 7000 anni fa avevano la pelle scura e gli occhi blu.
Ma ciò che lo studio non dice è che anche allora gli immigrati trovavano nel nostro continente vita difficile, come emerge difatti dalla traduzione di un apocrifo graffito sintetizzata qui di seguito.
Dipende come sempre - da prendere alla lettera - dai punti di vista…

Noi uomini primitivi Europei eravamo razzisti, ma cercate di capirci.
E’ che dovevamo prima pensare alle nostre pellicce.
Questi qua arrivavano a bordo dei loro stegosauri e pretendevano di cacciare i nostri mammut e raccogliere le nostre felci.
Le feci, casomai.
http://www.youtube.com/watch?v=y_le0ZItX60
Guarda il video
Eh, mica potevamo fare tutto noi, ma oltre a questo si esagerava.
D’altra parte, è la natura che aveva deciso così. Natura con la a e non la e, è chiaro, altrimenti ci si confonde con la nota rivista che nel lontano futuro ci scoprirà, ma non la dirà tutta su di noi per mere beghe di redazione.
Costoro erano diversi da noi altri, diciamola tutta.
Potremmo citare il pelo sulle spalle, ovvero ovunque, ispidamente arricciato anziché forzatamente allisciato, la fronte sporgente a terrazzo verandato invece che balconata angolare, la camminata ciondolante tipo orso ubriaco piuttosto che quella oscillante tipo balena spiaggiata causa overdose di plancton.
Ma sarebbero bazzecole.
Ciò che ci distingueva dall’uomo primitivo migrante era sotto gli occhi di tutti e mai tale espressione era stata più ad hoc.
Difatti, laddove i sottoscritti avevano la pelle scura e gli occhi chiari, il primitivo ramingo aveva la pelle scura e gli occhi scuri.
Certo, ci provavano talvolta a sviare i controlli al confine, presentandosi con le palpebre abbassate per i più fantasiosi motivi.
C’erano ovviamente i ciechi improvvisati e quelli bendati a causa di fantomatiche infezioni alla cornea, gli allergici cronici ai raggi del sole e i narcolettici perenni.
Tuttavia, ci avevamo fatto il callo e se non mostravi gli occhi da noi non si entrava.
Ed era inutile, poi, avvalersi di provvidenziali lenti a contatto colorate, perché oramai li avevamo sgamati.
Gli unici a farla franca erano gli affetti da cataratta ed erano i casi più difficili da stanare, ma ci stavamo attrezzando anche per questo.
Qualche progressista dell’ultim’ora se ne uscì rammentandoci di quando eravamo noi ad essere discriminati, nella fattispecie dagli uomini primitivi d’oltre oceano.
Costoro avevano anch’essi la pelle scura ma gli occhi verdi e ci canzonavano per il blu delle nostre pupille.
D’altra parte, gli uomini primitivi d’oltre oceano non è che potevano fare gli schizzinosi, visto che anche loro erano arrivati dopo poiché sulla loro terra ci abitavano gli uomini primitivi cosiddetti nativi, che avevano pure loro la pelle scura, ma gli occhi rossi.
Li chiamavano pelle rossa e loro si arrabbiavano perché preferivano essere definiti nativi. E, casomai, occhi rossi e non pelle, ma sono dettagli.
Ovvero, sembrano tali.
Come disse l’uomo di Cro-Magnon, gli occhi sono la caverna dell’anima, perché lo specchio non l’avevano ancora inventato.
D’altra parte, ai nostri tempi la pelle scura ce l’avevamo tutti.
E l’unica cosa a cui potevamo attaccarci era il colore degli occhi.
Ma che volete farci, eravamo primitivi.
A quei tempi non avevamo l’intelligenza e la maturità sufficienti per andare oltre alle apparenze.
Beati voi che vivete nel futuro.


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24.1.14

Ragazza indiana violentata: io sono Batman

Storie e Notizie N. 1046

Leggo che in India una giovane di vent’anni è stata costretta a subire uno stupro di gruppo dagli anziani del villaggio poiché, essendo stata condannata a pagare una multa di 25mila rupie per essere uscita con un ragazzo straniero, si è rifiutata di sborsare la somma.
In molti inorridiscono, pare una vicenda lontana, eppure, ovunque nel mondo, molto più vicino di quanto si pensi, ci sono in ogni istante persone che si sentono in diritto di abusare dei propri simili in quanto ritenuti inferiori e più deboli.
Ci sono e, a mio avviso, sempre ci saranno.
Ecco chi può cambiare il corso della storia…

Io sono Batman.
Sì, sono lui, il cavaliere oscuro.
E vi giuro che la prossima volta che vedo un prepotente che tenti di approfittarsi degli indifesi lo agguanto e lo scaravento in terra.
No, non sei Batman.
Ah no? E allora… allora io sono Hulk.
Già, se mi incavolo i vestiti si strappano e divento un gigante verde tutto muscoli.
E se capiterà ancora che qualche vigliacco si azzardi a sfogare sugli inermi di turno la propria codardia lo prendo su e lo lancio nell’aere.
Non sei nemmeno Hulk.
Davvero? Be’, non lo volevo dire, ma io sono Ercole.
Certo, il figlio di Zeus.
E quando il farabutto di turno si metterà in testa di aggredire gli ultimi di questo mondo ci sarò io a tempestarlo di pugni.
Non sei neanche Ercole.
In effetti… ma in realtà volevo sviarvi dalla mia reale identità.
Io sono Luke Skywalker.
Quello vero, eh? Non il biondino che è poi scomparso dalla serie.
La forza è con me.
E allorché il vile marrano si sognerà di far soffrire il prossimo, il sottoscritto, con l’ausilio della sola mente lo spingerà nell’atmosfera e da qui nella ionosfera e fuori dall’orbita terrestre, spedendolo a vagare nell’universo ad libitum.
Non sei Luke e la forza non è affatto con te.
Ho capito, ho capito, era solo un esempio.
La verità è che io sono Diego De La Vega.
In arte Zorro.
E nel preciso istante che il cattivo di turno si ergerà minaccioso sui poveri cristi lo infilzerò puntuale con la mia lama e firmerò nella sua carne con la nota iniziale.
Non sei e mai sarai Zorro.
E va bene, non dico il contrario, ma così mi costringete a scoprire una volta per tutte le carte.
Io sono Harry Potter.
Ecco, l’ho detto.
Da grande, però. I capelli grigi vengono pure ai maghi, cosa credete?
Ed è proprio grazie alla magia della mia arci famosa bacchetta che impedirò ai malvagi di provocare dolore nelle impotenti vittime di questa terra.
Non sei Harry Potter e neppure ci assomigli.
Okay, mi arrendo.
Non sono Batman e neppure Zorro e tutti gli altri.
Non sono neanche l’Uomo Ragno, giusto per chiarire.
Sono solo uno come i tanti che in questo momento si trovano tra il vile aguzzino e le sue prede.
In mezzo tra coraggio e altra vigliaccheria.
E ognuno di quei disperati ha solo me.
L’unica possibilità di salvezza.
Siamo tutti noi.
E voi.
Il meglio o il peggio che avrà in aiuto.
Ora.

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23.1.14

Storie di bambini eroi: ballata di quelli che tornano

Storie e Notizie N. 1045

Capita che un bambino che dormiva dai nonni si accorga di un incendio e salvi la vita a sei persone, tra cuginetti e parenti, rientrando ogni volta in casa per salvare il prossimo.
Questa ballata è per lui.

Tyler Doohan aveva otto anni ed era uno di loro.
Pochi, in effetti.
Nondimeno, laddove la musica giusta li colga, financo nel sonno, si arrestano sul posto.
E iniziano a danzare.
Questa è per loro.
La ballata.
Di quelli che tornano.

Sui propri passi, è chiaro.
O forse non lo è per la maggior parte di noi.
Qual è la cosa giusta da fare? Cosa rende merito all’attimo e cosa lo cancella dalla storia? Come si può continuare il viaggio con dignità? E al contempo abbandonarlo?
Scena già vista. Istante già vissuto. Momento già scritto.
Un tremendo boato, la bomba è finalmente esplosa.
Alle nostre spalle.
Le grida di rabbia e violenza si ergono veementi.
Dietro di noi.
I veleni del mondo e le fiere della guerra si apprestano a divorare gli inermi.
A sud dei nostri occhi.
Via, scappiamo. Salviamoci, noi e chi ci precede. E' per loro, che lo facciamo, mica per noi. Dobbiamo prima pensare a quel che è innanzi ai nostri occhi. Chi potrebbe biasimarci?
D’altra parte, non si era detto di aver fede? E il domani, dove viene proiettato se non su quello schermo da enne dimensioni sempre acceso?
D’accordo, l’orizzonte può essere anche un pretesto, ma chi prenderebbe l’altra strada?
Ed ecco che il miglior racconto della storia, la vita, ruba con prepotenza la scena e ti costringe a fermarti.
Per aver il minimo coraggio di ammirare chi non solo si è voltato molto prima di te.
Ma ha accolto nel cuore i suoni che meglio si accordavano con l’anima e ha iniziato a ballare.
Non vale la pena, dice la strofa muta per chiunque tranne il nostro.
Non vale la pena esserci e lasciare indietro il resto.
Esso merita il meglio.
Tutti lo meritano.
E, al contrario, questo vale la pena dimostrarlo.
Perché il meglio sono loro.
Quelli che tornano.

Tyler aveva solo otto anni ed era uno tra questi.
Non tanti, peccato.
Ciò nonostante, allorché la melodia adatta li avvolga, perfino in un sogno, il tempo si ferma.
E iniziano la danza.
Questa è per loro.
La storia.
Di quelli che si voltano.
E tornano.
Per noi.

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22.1.14

Racconti sull'accoglienza: anti spiegazione

Storie e Notizie N. 1044

Pare che a Ginevra il Cern, l’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare, abbia catturato l’antimateria.
Ma cos’è l’antimateria? Com’è fatta? Come si crea? E cosa ci mostra laddove la si guardi?
Ecco un’improbabile anti spiegazione…

L’antimateria?
E’ facile, è il contrario della materia.
Non ci vuole uno scienziato.
E’ una parola come un’altra.
Ovvero, un’anti parola.
Basta mettere l’anti e forse ottieni il contrario.
Di sicuro qualcosa di diverso.
Leggila pure come un’anti storia.

C’era una volta un anti paese davvero unico.
Nell’anti paese vivevano, come è ovvio, degli anti abitanti, che fa pure rima.
Anzi, anti rima.
E perciò, in quanto tale, la rima non dovrebbero farla, ma non complichiamoci troppo la anti vita.
O la anti morte.
Che è la vera vita.
Gli anti abitanti dell’anti paese erano noti come i più anti accoglienti dell’anti mondo.
D’altra parte, l’anti accoglienza non è che sia proprio un vanto, ecco.
E’ però un anti vanto.
Come essere anti patico.
Al contrario di anti antipatico.
Che invece ha un suo perché, quando esci con una anti ragazza.
Sebbene un’anti femmina dovrebbe essere un maschio, da non confondersi però con l’anti maschio che è una femmina.
Principalmente non mischiare il tutto con l’anti gay.
D’altra parte, a chi verrebbe mai in mente di uscire con quest’ultimo?
Solo qualcuno che si dimostri anti folle.
Che non è un respingente per densi agglomerati di individui, bensì un pazzo dell’anti paese nell’anti mondo dell’anti materia.
Qualcuno obietterà: ma seguendo la logica del racconto, un anti pazzo dovrebbe essere al contrario un savio.
Sbagliato, o anti corretto.
In accordo alla logica, può essere, ma l’anti logica va tutta per i capperi suoi ed è imprevedibile.
Come le anti storie.
E forse anche qualche storia delle nostre.
Difatti, sul pianeta canonico, ce n’è una che inizia con una bambina che racconta al fratellino di un
paese in cui vivono abitanti noti nel mondo per la loro spiccata accoglienza.
Nondimeno, il libro è capovolto e allora i due appaiono seduti sul soffitto della cameretta.
Tuttavia, guardando la cosa di sfuggita, potrebbe anche sembrare di trovarsi in un anti libro.
Allora, parleremmo di un’anti favola e il soffitto sarebbe un anti pavimento e tutto avrebbe un senso.
Che sarebbe un anti senso nel nostro mondo.
Leggi come assurdo.
Non qui, però.
Sulla anti pagina di questo anti blog.
Dove le storie e le anti storie si confondono.
E quello stesso paese diventerà  in entrambi famoso nel mondo.
Per la sua accoglienza.

 



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21.1.14

Storie d'amore: La gioia di Saverio

Racconto pubblicato nell'antologia: Italian short stories, a dual language book: True short stories collection to understand contemporary Italy (2017)



 


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20.1.14

Storie di fantascienza: la storia della paura

Storie e Notizie N. 1042

Pare che alla Nasa si stiano scervellando, poiché sembra che raffrontando due fotografie realizzate dalla sonda Opportunity, a distanza di 12 giorni, sia comparsa una misteriosa roccia.
Una nuova roccia, sulle cui origini molteplici ipotesi, più o meno scientifiche, si stanno diffondendo.
Ecco la mia. Tra le meno supportate, ovviamente…

“Papà, scusami”, fa il piccolo.
“Scusami, scusami, si fa presto a dire scusami”, si lamenta il padre. “Tu non li conosci, quelli là…”
“Ma papà, tutto per un sasso?”
“Un sasso? Un sasso?! Quante volte ti ho detto di non lasciare cose in giro? Ci sono le sonde, per Giove.”
“Parolaccia, papà, hai detto la parolaccia!”
“Sei tu che me le tiri fuori. Ma lo sai che cosa rischiamo, qua?”
“Lo so, papà, lo so. Lo ripeti tutti i giorni.”
“Ripetilo tu, vediamo se te lo ricordi.”
“Che quelli là vengono qui, che non rispettano niente e nessuno, che sporcano e rovinano tutto, che sono incivili e ignoranti, che si approfitteranno delle nostre femmine e che ci ruberanno il lavoro.”
“E soprattutto?”
“E soprattutto che noi non siamo razzisti ma dobbiamo prima pensare alla nostra specie.”
“Esatto. E tu cosa fai? Ti dimentichi una pietra…”
“Papà, ho capito, ti ho chiesto scusa. Però... capirai, rimettere ogni volta tutto in ordine esattamente com’era prima del ritorno di queste sonde non è mica facile. Può capitare di scordarsi qualcosa…”
“Qualcosa?! E tu una roccia me la chiami qualcosa? Quelli si attaccano a tutto. Ma hai capito o no a cosa andiamo incontro, porco Saturno?”
“Altra parolaccia, papà…”
“Sei tu che me le strappi dalla bocca, non è colpa mia.”
“E se ti sbagliassi?”
“In che senso?”
“E se ti sbagliassi su quelli là?”
“Spiegati meglio.”
“Dico, e se ti sbagliassi e quelli là non fossero come dici. Se invece risultassero creature ammodo?”
“Chi ti ha messo queste idee in testa? Tua madre?”
“No, facevo così per dire, ipotizzavo…”
“Ipotizzavi? Ma come parli? Questa viene sicuro da tua madre. Colpa di quelle cose che tiene in mano la sera prima di dormire.”
“Si chiamano libri, papà.”
“Non fare il maestrino con me.”
“Scusami, ma…”
“Ma cosa?”
“Ma tu come fai ad essere così sicuro che quelli là siano come li descrivi?”
“Lo so, basta guardarsi in giro. Che ne vuoi sapere te? Questa è roba da adulti.”
“Papà?”
“Dimmi.”
“Ne hai mai incontrato uno?”
“Di che?”
“Uno di quelli là.”
“No.”
“Ora capisco.”
“Che cosa capisci?”
“Niente, niente.”
“Non fare più il saputello con me e metti a posto la roccia dove l’hai presa.”
“Certo, papà, farò come vuoi.”
Però tu rilassati, pensa il piccolo. Non agitarti più, va tutto bene. Anche questa passerà. E anch’essa si dissolverà nell’invisibile polvere dello spazio come tutte le altre maledettamente inutili paure.

 


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17.1.14

Storie di guerra: Hiroo Onoda ultimo soldato giapponese

Storie e Notizie N. 1041

Nonostante la fine della guerra dichiarata nel 1945, ha continuato a combattere nella giungla sino al 1974…

Mi chiamo Hiroo Onoda e non mi arrendo.
Questo si potrebbe scrivere ora, sulla mia lapide.
Monumento a memoria di una storia che oggi si conclude.
La storia di un soldato.
Di Hiroo Onoda e la sua guerra.

Questo potrebbe esserne il sottotitolo.
Nondimeno, c’è guerra e guerra, e ciò che la contraddistingue sono più che mai le cause. Le reali cause.
Soprattutto contro chi. Il nemico. Quello vero.
Tuttavia, come spesso accade, in ogni storia se ne celano altre.
Invisibili ai più. Tranne che al protagonista.
Sono le gioie e al contempo i dolori del prim’attore. Occupando perennemente il copione, non può azzardarsi a sostenere di non aver visto. Di non aver capito. Perché magari era voltato dall’altra parte.
Sì, certo, capita talvolta che una scelta ci obblighi con tale veemenza a fissare un orizzonte tra i molti che non si possa considerare altro.
Nondimeno, obbedire a un ordine non è e mai sarà una vera scelta.
Casomai, lo è il contrario.
E così, in un cammino inerte, sempre dritto e privo di alcuna svolta, sordo e cieco ad ogni richiamo, onorando una altrettanto alienata promessa di morte, succede che altra storia si dipani ai bordi dello schermo principale.
Un racconto lungo ventinove anni.
Un racconto? Una saga da centinaia di volumi, a dir poco.
Con una miriade di personaggi.
Tra essi, ecco una ragazza nella folla, che si trasforma in compagna di vita.
E un desiderio di carne e sogni, sotto forma di un figlio.
Un progetto che cresce in barba al cinico disincanto degli astanti.
E che magari cambi le cose in meglio. Per tutti, o almeno molti.
Una carrellata di cattive azioni, certo, siamo sempre nell’umana letteratura.
Ma tra le tante, vuoi che non ne scappi una decente?
E se quest’ultima fosse quella giusta?
Come il gesto meraviglioso che rimane, ad esempio.
Oppure, presta attenzione solo a quel capitolo della suddetta saga, quello apparentemente insignificante, melensa appendice alla parte essenziale dell’opera intera.
Gli abbracci.
Tutti gli abbracci in un solo libro, magari corredato da foto.
Ventinove anni, ovvero trecento e quarantotto mesi, di unioni tra corpi in molteplici stili. L’abbraccio distratto e quello convinto, quello appassionato e quello affettuoso, d’eccitazione acceso e al sapor di tregua.
O i baci.
Ventinove anni, trecento e quarantotto mesi, cento ventisettemila e venti giorni di reciproci atterraggi di labbra. E anche in questo caso, con tutto il campionario di significati, unici e irripetibili.
Fai lo stesso con gli scambi di sguardi, le discussioni accese e quelle fugaci. Tutte le volte che si è fatto all’amore. Ciascun istante che riesca a guadagnarsi il proscenio. E quindi un ruolo nella storia.
Quella che non verrà citata negli annali. Ma che da sola si è scritta. Nel frattempo.

Mi chiamo Hiroo Onoda e non mi arrendo.
Queste parole si potrebbero incidere adesso, sulla mia lapide.
Ricordo di un racconto che oggi trova la sua fine.
Il racconto di un soldato.
Di Hiroo Onoda e la sua guerra.
Contro se stesso.
E contro ventinove anni di vita che posso solo immaginare.
Una storia di fantasmi che mi è mancata.
E che mi mancherà per sempre…


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16.1.14

Storie di donne: il primo sorriso

Storie e Notizie N. 1040

Stefanie Grant è una ragazza di Londra che, grazie alla 'chirurgia dei sentimenti', come l’ha definita lei, a 25 anni ha ricominciato a sorridere, dopo aver vissuto impossibilitata a farlo a causa di una malformazione che a 13 anni le ha fatto perdere ben 7 denti. Costretta a portare l’apparecchio sino a due anni fa, racconta di aver sofferto anche perché, a causa della sua immobilità nell’espressione, veniva derisa e chiamata mostro (freak).
Dedico le seguenti parole ai meravigliosi mostri di questo mondo.
E al loro primo sorriso…

Eccoci.
Siamo qui, in scena.
In strada, in piazza.
Sul metrò.
Ci chiamano mostri.
Così ci rappresentano, ovvero, in tal guisa ci catalogano.
Abnormi e diversi, anormali e strani, orrendi e sbagliati, sgraziati e più che mai fuori luogo.
Colpevolmente fuori luogo.
Niente di nuovo, via aggettivando, tra imbarazzanti sinonimi e spiacevoli ridondanze.
Certo, c’è la favola, il film e il romanzo che stravolgono gli equilibri.
D’accordo, sappiamo come vanno le cose.
Colpo di bacchetta e l’orco diventa l'eroe, il ranocchio un adone, la bestia è più bella di quello che si pensi e non tutti i bei faccini sono il buono della storia.
La fantasia è un adorabile balsamo e chi tra noi potrebbe negarlo?
Ma la realtà è lì.
La più spietata delle narrazioni è sempre lì, fuori della finestra della camera.
Al di là della porta di casa.
Leggi pure ovunque.
L’unica in cui non puoi chiedere asilo neppure se ne avresti diritto.
Perché sei un mostro.
O ti hanno sempre trattato come tale, visto che differenza non c’è.
Nondimeno, anche se fiaba non è, pure nell’universo reale, di tangibili verità composto, vi è il rimedio al peggiore dei malefici.
Quello di nascere mostro.
O di essere così additato, dato che uguale riverbero hanno entrambi in un cuore ferito, seppur di tradizionale forma e colore. Ahinoi, invisibile come quello di tutti.
E hai voglia a cercare di far notare il resto, per far cadere il crudele castello di carte in cui sei imprigionato.
Sì, però sono intelligente.
Sì, però sono anche una brava ballerina.
Sì, però ho una bella voce.
Sì, però…
Sì, però sei sempre un mostro.
Sempre?
No, non per sempre.
Anche noi abbiamo il nostro bacio liberatore.
E non abbiamo bisogno del soccorso di principesche labbra, guarda un po’.
Non serve l’intervento di una comprensiva maga o di un paterno stregone, malgrado sarebbero stati graditi assai, in passato.
Tuttavia, visto che mai si son fatti vedere, noi mostri abbiamo compreso che per liberarci di questa condanna del dio delle forme vi è una sola via.
Incredibilmente ardua da percorrere, immensamente a prova di tempra e carattere.
Ma è l’unica strada ed è questo, forse, l’unico aiuto.
Non capita spesso, ma laddove giunga l’attimo non dobbiamo lasciarcelo scappare.
Ecco, è ora.
Coraggio, alziamo la testa.
Forza, apriamo gli occhi allo spasimo.
Facciamolo insieme, adesso e guardiamolo.
Anzi, ammiriamolo in silenzio.
Il sorriso di colei che come noi fu disegnata.
Mostro.
E alla luce di tale inaspettato prodigio osserviamo con la retta chiarezza quel che immeritatamente ci ruotava attorno.
L’orribile e pestilente girotondo delle prepotenti normalità.

Al prossimo sorriso...


 


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15.1.14

Storie di bambini: lettera del piccolo Tommy

Storie e Notizie N. 1039

Dopo cinque anni di coma, se n’è andato il padre di Tommy, il bimbo di 18 mesi affetto da epilessia, sottratto ai genitori nel 2006 ed ucciso da uno dei rapitori perché, a suo dire, non ne sopportava il pianto.
Ecco, nella mia immaginazione, le parole che in qualche modo uniscono i due…

Caro papà,
dicono che quando si muore si smetta di soffrire.
Nulla di più sbagliato.
Esempi?
Eccotene in quantità, sotto forma di retoriche domande.
Quando il viaggio è finito e finalmente si scende dal treno si finisce forse di sognare disperatamente un domani migliore? Per te e più che mai per coloro a cui tieni?
E laddove termini uno spettacolo e il sipario chiuda, credi magari che con gli attori scompaia anche l’emozione che li ha attraversati in scena? Dalla rabbia alla gioia passando inevitabilmente per il dolore?
Quando chiudi gli occhi e spegni la luce su questi ultimi, puoi dirmi che ciò a cui tieni davvero verrà cancellato?
Potrei andare avanti, ma rischierei di risultare monotono.
Così, passo a sfatare altro tabù.
Dicono che quando si muore si va da qualche altra parte.
Altrettanto errato.
E qui non ho bisogno di esempio alcuno.
Perlomeno con te.
Perché malgrado quel che la triste notizia provocò più che mai nel tuo cuore, in quel maledetto giorno di otto anni addietro, sono sempre stato qui, vero?
Come prima.
E forse più.
A dirla tutta, chi vorrebbe andare da qualche altra parte che non sia accanto al fuoco per cui vale la pena qualsiasi cosa, perfino morire.
Fiamme che bruciano sul serio solo per quelli come noi.
Separati con violenza.
Sebbene per un attimo.
Già, un attimo.
Difatti, dicono che quando si muore la vita intera ti passi davanti.
Sarà, ma costoro non sono affatto precisi.
Non è una vita qualsiasi, quella che viene proiettata sullo schermo del cinema chiamato inconscio.
Puoi dargli il titolo che vuoi, ma il film è solo uno.
La vita di coloro che hai amato, varrebbe per tutti.
Dicono altresì che quando si muore l’anima sopravviva al corpo.
Anche qui, può essere.
Ma di sicuro c’è qualcosa che a sua volta sopravvive ad entrambi.
Quanto mai sopravvaluti carne e spirito.
E’ la magia che ci dipinge abbracciati stretti su un’indelebile tela.
Il miracolo che mette in scena il nostro giocare insieme, di nuovo.
La poesia che racconterà di noi.
Con le parole che mancavano.
Sì, questo sopravvive ad anima e corpo.
In breve, l’amore...

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14.1.14

Storie di bambini: Il ragazzo che invecchia troppo in fretta

Storie e Notizie N. 1038

Ogni qual volta viene a mancare qualcuno che assurga a grande popolarità a causa di un’eccezionale malattia, mi piace considerare quest’ultima come un particolare tra i tanti della sua speciale vita.
O storia…

Mi chiamo Sam e sono stato unico.
Capirai, direte voi.
Tutti lo siamo, in qualche modo.
Davvero? Allora, trovatevi la vostra pagina e parlatene.
Se ne avete il coraggio.
Sì, coraggio.
Di mettere al centro dello scrivere l’essenza di una vita.
Senza pudore.
Privi di vergogna.
Con amore di tutto l’insieme, più che mai delle irregolarità dell’anima.
Che tanto ci rendono degni di occhiate.
Stupite e talvolta inorridite.
Io?
Io ero uno che correva.
No, niente sport.
Nessun maratoneta o centometrista, qui.
Eh, capirai, non v’è niente di originale in un racconto che lodi i velocisti da pista.
Sono già abbastanza raffigurati e celebrati dalle grasse penne dei top media.
Il mio aggredire il secondo era nello scorrere del sangue.
Scorrere? Diciamo pure uno sfrecciare convulso di globuli e piastrine.
Nel battito cardiaco che rombava stile techno a ritmi degni del più eccitato rave della terra.
Colonna sonora di un organismo intero lanciato all’impazzata verso il traguardo.
Leggi pure la fine di questa storia.
Un frenetico slide show di pensieri, una sconvolgente coreografia di emozioni e soprattutto un’apparentemente caotica successione di ricordi.
Questa è stata la meravigliosa danza nel mio corpo.
All’interno del mio rugoso e aspro corpo.
Al riparo di quel che la pelle evocava.
Dove, il più delle volte, accade il meglio e chi ha avuto la fortuna di guardare oltre tali confini sa perfettamente a cosa mi riferisco.
Ah, se lo sa.
Gli altri non sanno cosa si perdono.
Perché corri così? Non sarebbe meglio rallentare? Non rischi di trascurare qualcosa lungo la via?
Domande lecite, me ne rendo conto.
Domande inutili, so ancora meglio.
Io ho dovuto correre, perché questo ha ordinato un giorno il grande mazziere.
Questa è la carta che ho avuto in dono all’inizio del viaggio.
Tu correrai.
Questo c’era scritto sulla mia.
Tu correrai.
Senza fermarti.
Fino alla fine.
Di questa storia.
Mi chiamo Sam e sono stato unico.
Non perché correvo.
Bensì, perché quando è arrivato il mio turno ho preso il mio biglietto e sono salito a bordo senza fiatare.
Per godermi ogni istante della traversata.
Accettando il ruolo che il copione prevedeva.
Dando il meglio di me per la storia.
Di un vecchio adolescente con gli occhi da bambino…

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13.1.14

Reato di clandestinità cos’è veramente

Storie e Notizie N. 1037

Pare che il reato di clandestinità sia stato abolito.
Ma cos'è, veramente?
Se entro illegalmente in un paese, come l’Italia, compio un reato.
Sono colpevole.
Questo diceva la legge, o forse lo dice ancora.
Ma, vedremo.
Ad ogni modo, se lo dice la legge, lo sono.
Colpevole.
Ho sbagliato.
Ho fatto una cosa che non si fa.
Che non deve esser fatta.
E che deve essere punita.
Io devo esser punito.
A monito del sottoscritto e della popolazione più o meno circostante.
Acciocché la rea azione non venga giammai ripetuta.
Non sono ironico o sarcastico, non v'è sottinteso nelle mie parole.
Di esse sono convinto.
Però…
C’è un però, dai.
Siamo onesti, su.
Franchi.
Almeno qui, coraggio.
Tanto poi, chi lo desideri, può continuare a cantilenare come tanti dischi rotti: dobbiamo prima pensare a noi, non possiamo accogliere tutti, io non sono razzista ma ognuno deve starsene al paese suo e così via recitando.
Ma qua, su questa pagina, diciamo che se io fossi una top model bionda e occhi cristallini, anche mora o rossa ma con misure da capogiro ed oltrepassassi i confini senza documenti, un permessino si troverebbe, dai.
Permessino? Come minimo rimedierei una parte in qualche fiction o cine pattone rigorosamente in deshabillé.
E se io mi trovassi per caso a sbarcare con il mio canottino di fortuna sulle rive di qualsivoglia costa nostrana e al contempo dimostrassi di calciare il pallone con veemenza fuori dal comune, centrando la porta dritto sotto il sette con precisione chirurgica, vuoi che un qualche avo di origine locale non si troverebbe?
Nel frattempo tesseriamo, tesseriamo il talento prima che ce lo soffiano all’estero.
Leggi come paradosso pallonaro del clandestino.
Se poi, mi presentassi financo dalla pelle olivastra, islamico e con un minaccioso barbone appeso al mento, privo di documento alcuno, ma in qualche modo provassi di essere uno sceicco petroliere deciso ad investire i miei danari per comprare gli assi del football alla prima squadra fortunata, pensate forse che qualcuno si sognerebbe di denunciarmi alla forza pubblica?
Vale l'istesso per l'imprenditore cinese o il faccendiere russo, è ovvio.
Se in generale aggirassi furbescamente la dogana, ma dotato di un portafogli a fisarmonica, come diceva mia nonna, ripieno di pecunia sino a farlo scoppiare, tranne che di una carta identificatrice, chi si dimostrerebbe intollerante nei miei confronti?
E se fossi un attore famoso direttamente da Hollywood?
Un extracomunitario a stelle e strisce, ma comunque uno straniero senza permesso di soggiorno?
Chi, ripeto, chi si straccerebbe le vesti innanzi allo yankee immigrato?
Potrei andare avanti, ma presumo sia chiaro dove voglia andare a parare.
Io sono un clandestino.
Sono colpevole.
Perché sono entrato illegalmente in un paese straniero.
Ma la mia vera colpa è un'altra, vero?
Di questo vi chiedo scusa.
Perdonatemi se al momento posso offrirvi solo la mia povertà.
Perché quando vi lamentate di me, so bene che è questo che vi offende.
Se solo fossi nato meno povero…


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10.1.14

Storie di guerra: la vera bomba

Storie e Notizie N. 1036

Eccola, la bomba.
Questa è la vera bomba, signori miei.
Altro che minacce sotto forma di pistolotti in farseschi video pseudo intimidatori.
Questo è lo scoppio che distrugge il circo.
Di fanatici deliri e astute strumentalizzazioni.
Questo è quello che accade di rado, è vero.
In effetti è così.
Ma che volete farci: la bomba che conta davvero si fa pregare.
Verbo quanto mai azzeccato, stavolta.
E se considerassimo per un istante gli ingredienti che danno vita, giammai morte, a tale pericolosa miscela, rimarremmo stupiti.
Non v’è alcunché di chimico in gioco e già questo è un miracolo.
Tutto naturale.
Tutto pulsante e vivo.
Umano.
Sì, è una bomba umana, la vera.
E gli agenti in campo sono due.
Divisi da uno specchio intessuto di tasselli di quotidiana quanto pericolosa banalità.
Fanatismo, decisione, coraggio, mossa, religione, impegno, libertà, diritti, politica, guerra, pacifismo, scelto, scelta, scelti…
Potrei andare avanti con tutte le forme e i sinonimi di un lemma che ha a che fare con un'unica terra.
La terra dell’agire, più o meno consapevole.
In breve scegliere.
Lo specchio è lì, davanti ai nostri occhi, ogni giorno almeno una volta.
E talvolta testimone oculare dell’incontro perfetto.
Tra le due metà della medesima verità.
Eroi e martiri.
Martiri ed eroi.
Il film dura poco, di sicuro non quanto i polpettoni hollywoodiani, ma quanto basta per farti discutere con gli amici dopo, a cena, e il mattino seguente, e il giorno successivo e molti altri ancora.
La sceneggiatura, o script, è altrettanto essenziale.
Aitzaz Hassan è un adolescente e, nel preciso attimo in cui i suoi occhi intercettano in quel suddetto
specchio il riflesso della sua nemesi, egli non vede altra via per continuare il viaggio.
Ovvero interromperlo.
Ho una vita davanti, sono solo un ragazzino, perché proprio io, tanto non cambierà nulla, tanto il mondo fa schifo, tanto l’umanità è comunque spacciata, tanto…
Tali pensieri, comuni a molti tra noi, troppi, vengono spazzati via con una facilità impressionante.
Incredibile, non è così?
Tuttavia, sebbene al riparo di una modesta storia come questa, il fatto è tale.
Notizia degna della pagina nobile.
Il martire e l’eroe si sono guardati negli occhi.
L’uno ha abbracciato l’altro.
Fino a confondersi.
E lo specchio è andato in pezzi.
Ora sì che vediamo con chiarezza, giusto?
Adesso anche i ciechi comprendono la differenza tra i due.
Eroe e martire.
Solo uno era entrambi.
L’altro è stato cancellato.
Beato quel paese che non ha bisogno di tutti e due.

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9.1.14

Storie sull'ambiente: La tempesta solare e i danni per l’uomo

Storie e Notizie N. 1035

L’uomo.
Che parolona. Diciamo un uomo. Uno come tanti.
O anche una donna, eh?
Si fa così, per dire. Anzi, per raccontare.
La tempesta geomagnetica arriva e sconvolge tutto.
Cioè, diciamo tutto per noi. Ovvero, per uno.
Io.
Radiazioni solari a gogò e la frittata è fatta.

Il primo a cadere è il web.
Internet boccheggia e poi si affloscia dopo pochi minuti.
Pochi interminabili minuti, durante i quali mi scervello su quale sia il problema.
Chiudo e riapro più volte il browser.
Faccio lo stesso con il modem e il pc.
Un virus? Il cavetto che non va? Il provider che fa le bizze?
Peggio: un irreparabile guasto alla centrale che mi priverà della santa connessione sino a tempo indeterminato?
Inutili disperate elucubrazioni sino al buio.
E adesso come farò ad andare su Facebook per condividere i miei preziosi pensieri?
Oggi mi sento bene, oppure no.
Come state, amici?
Amici?
Ci siete...?
Silenzio.
Come twitterò le mie geniali considerazioni sul mondo intero?
Le mie straordinarie collane di massimo 140 perle inanellate?
Solo.

Aspetta, che tonto: c’è ancora lo smartphone!
Ora lo accendo.
Un attimo, eh?

Ecco, lo sapevo. Quando è giorno di sfiga va tutto secondo copione.
Ovvero, non va, in accordo al medesimo.
E’ senza vita, il meschino.
Solita prassi rianimatoria: tolgo la batteria, la pulisco, faccio la stessa cosa con la sim. Gli do anche qualche carezza, così, per puro affetto.
Niente luce sull’orizzonte.
Leggi pure il monitor.
Sono isolato.
Solo.
Senza post e privo anche del più casuale dei mi piace, regalato magari per errore.
Zero condivisione.
Solo.

La tv, ma certo…
Ormai fanno solo robaccia, ma meglio di nulla.
Idem come sopra.
Cambio le batterie al telecomando, faccio la solita catartica danza delle prese dietro il televisore, ma non ottengo nuovo risultato.
Solo.
Sono solo.
Colpa del sole.
E’ colpa del sole se mi tocca uscire di casa per parlare con qualcuno.
E’ proprio vero che la natura è spietata.

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8.1.14

Nave russa Antartide libera video la vera storia

Storie e Notizie N. 1034

C’era una volta una nave.
Una nave russa.
No, lo dico per chi è particolarmente interessato a tali aneddoti.
Perché una nave è una nave. Naviga.
Questo fa. O almeno tenta di fare.
La storia, questa, forse lo insegna, o almeno, lo sussurra.
La nave russa salpa per l’Antartide l’8 dicembre del 2013 e il 25 dello stesso mese rimane incastrata tra i ghiacci.
Bloccata. Una nave bloccata è un ossimoro e al contempo un delitto.
Le navi son fatte per navigare e laddove il nome sia insito nel verbo, l’azione assume, come dire, un diritto maggiore.
Il diritto delle navi di navigare. Come libera e liberare. Esempio quanto mai azzeccato.
Difatti, con lo scopo di liberare la nave incagliata, parte in viaggio una nave rompighiaccio cinese.
Anche qui, cinese lo dico per coloro che ci tengono, ecco.
Nonostante le buone intenzioni, il rompighiaccio non riesce nella sua impresa rompitoria.
In altre parole, non assolve alla sua funzione secondaria.
Perché le navi navigano tutte, a meno di inaspettati buchi nella stiva, ma rompere il ghiaccio, signori miei, non è mica una bazzecola. E poi il ghiaccio non è più quello di una volta, dice sempre mia nonna. E’ più freddo, sostiene la vecchina, è più ghiacciato, citando testualmente. Non solo.
Il ghiaccio dell’Antartide, poi, è pure un infame sadico, poiché non solo resiste all’attacco della nave cinese, ma addirittura la intrappola tra i suoi… cubetti.
La nave russa, nel frattempo, comincia a perdere le speranze allorché arrivano in soccorso altre due navi.
Una australiana e una francese, altro aneddoto per gli appassionati delle nazionalità.
Niente da fare. Ghiaccio quattro, navi varie zero.
Perché il ghiaccio dell’Antartide è uno a cui non piace solo vincere.
Adora massacrare gli avversari sul campo, irridendoli con gli olè dei tifosi.
Leggi pure pinguini e orsi polari.
Ma ecco che arriva l’eroe dei film da megaschermo, sempre primi al box office. I super eroi, gli americani.
La nave a stelle e strisce, ennesima specificazione per gli esperti di geografia, scende in campo. Ovvero in mare.
Eccolo un finale scontato: e alla fine arrivano gli americani.
Stavolta veramente per una buona ragione, senza alcun bisogno di esportare democrazia.
Americana, sì, ma solo una nave.
Una nave che sceglie di navigare per liberarne un’altra.
Bloccata nel ghiaccio.
Ma in questa storia è proprio quest’ultimo a chiudere il sipario.
Il ghiaccio o acqua solida, fate voi. Non gli eroi.
In questo racconto il nemico non muore, non viene giustiziato sulla pubblica piazza, processato in diretta e impiccato.
Non viene neppure catturato e gettato in mare.
Il ghiaccio dell’Antartide si limita ad allentare la presa.
Tutto qui. Niente di personale.
Il ghiaccio ghiaccia e le navi navigano. Talvolta per salvare altre navi.
Russe, cinesi, francesi, australiane o americane conta poco.
Anzi nulla.
Queste sono le storie che amo trovare.

http://www.youtube.com/watch?v=GIC5FFSRiIc

 


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