27.2.15

Matteo Salvini a Roma: discorso ufficiale in anteprima video

Storie e Notizie N. 1197

C’era una volta una città.
Senza citare il nome, vi basti sapere che leggendolo al contrario veniva fuori un sentimento.
Capace di muovere le umane genti da nord a sud, per dirne una.
Nella città il cui nome all’inverso spostava folle da settentrione a meridione erano calati in tanti, sin dalla sua fondazione.
Ab Urbe condita, usando un’espressione facile per i sani di memoria e qualcosa che abbia a che fare col cibo per i prodi calanti.
Tutti sommossi dall’ardire nell’affermare di avere la giusta risposta.
Di cui il popolo avesse bisogno.
Una sola, priva di vane sviolinate sintattiche e men che meno di uno sterile possesso palla semantico.
E si sa, il popolo di domande insolute ne ha molte, fin troppe.
Laddove arrivi qualcuno che semplifichi è come dio in terra.
Il verbo si fa carne.
Di quale animale o carogna non conta.
Venne così il giorno in cui il privilegio di calare in città toccò a Matteo Salvini.
No, non lui, un altro.
Un bello e alto, va’, così non ci confondiamo.
Qui si narra una storia e qui, qui sì, si può raccontare qualche balla.
Allorché ci aiuti nell’impresa.
Il nostro, si fa per dire, si trovava a pochi istanti dal suo tanto atteso esordio al ballo dei ributtanti, altro modo con cui venivano chiamati gli eroi che calano dall’alto.
Ributtanti nel senso di rigettanti, colazione o quello che volete, a causa del Jet lag.
Matteo era chiuso nel camper e stava provando il discorso che avrebbe tenuto di fronte alla piazza gremita di patridioti, che è un neologismo last minute per indicare coloro che si ritengano patrioti e invece si comportino da…
D’accordo, questa magari la taglio, andiamo avanti.
Il lider, parola che scritta così non vuol dire nulla e non a caso, sentì bussare e aprì.
“Matteo, brutte notizie, gli immigrati se ne sono andati tutti.”
“Proprio adesso? E perché?”
“Perché si sono stancati di prendersi ogni volta le colpe di tutto, così hanno detto.”
Matteo fu così costretto a rivedere il testo.
Diciamo a cancellare e molto, ad esser sinceri.
Era riuscito a rimediare quando bussarono di nuovo alla porta del camper.
“Matteo”, disse il tizio di prima, “i Rom non ci sono più, tutti i campi sono vuoti.”
“Ma cos’è questa, una congiura?”
“No, vedi, un loro scienziato ha scoperto un pianeta abitabile, con acqua e cibo a volontà, e ha dichiarato che ci può andare solo chi vivesse nei campi nomadi.”
E Matteo riprese a modificare, che, presumo sia ormai chiaro, voleva dire tagliare, tagliare assai.
Pochi attimi e un ennesimo doppio toc risuonò.
“Che altro c’è adesso?”
“Matteo, brutte notizie: non c’è più neanche un omosessuale in giro.”
“E le lesbiche?”
“Via tutte.”
“Ma cosa ho fatto di male? E perché se ne sono andati?” chiese angosciato.
“Perché a forza di farli sentire diversi lo sono diventati davvero. Gli sono cresciute le branchie e ora vivono nel mare, amandosi come gli pare. Qualche scorfano ha protestato, ma nulla più.”
Non aveva neanche finito di eliminare paragrafi interi dal discorso allorché bussarono nuovamente.
In breve, altri nemici se ne erano andati, tra cui gli islamici, gli atei e le vecchine senza dentiera, che Matteo non aveva mai potuto soffrire a causa di un trauma infantile di cui non abbiamo il tempo di parlare.
Il nuovo baluardo calante tagliò, tagliò ancora e con le lacrime agli occhi osservò quel che era rimasto del foglio.
Ovvero, il foglio, solo quello.
Buono per pulirsi il… d’accordo, non scadiamo, che abbiamo quasi finito.
“Capo”, gridarono dall’esterno, “ci siamo, ti aspettano sul palco.”
Matteo andò davanti allo specchio per trovare ispirazione, un po’ come De Niro in Taxi Driver, che Bob mi perdoni, e osservando il proprio volto affranto riflesso si rammentò del vero motivo per il quale la schiumante orda lo attendesse in piazza.
Si ricordò, pure, del sentimento che letto al contrario dava il nome alla città che ambiva conquistare.
No, non era amor, tutt’altro.
Sempre se esista una città che si chiami Oido.
Matteo liberò gli occhi dalle vili lacrime, aprì la porta del camper per raggiungere il palco e una volta innanzi alla sua gente fece l’unica cosa che davvero sapeva fare.
Urlò, di rabbia e rancore berciò a squarciagola per un’ora intera.
E tutti gridarono di rimando, applaudirono e vissero per sempre illusi di esser contenti.

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26.2.15

Storie di bambini: il valore che dai

Storie e Notizie N. 1196 

Succede a Messina, in Sicilia.
Non nelle esotiche terre agli antipodi del salotto buono.
Una coppia ha pagato 30.000 euro per comprare un bambino romeno di otto anni.
E la transazione sarebbe andata a buon fine, senza l’intervento dei carabinieri.
Mi chiedo, sarebbe stato un affare?
Qual è la quotazione di mercato di un bambino?

Allargo lo sguardo.
Ma che dico, espando l’inquadratura allo spasimo.
Fino a mettere a dura prova i confini dell’immaginazione.
Perché ce ne vuole di astrazione per figurarsi un siffatto emporio.
Entro, cauto, entro.
Avanzo e li vedo.
Ci provo, a guardarli
Uno scaffale, uno come tanti.
E quel come brucia là dove resiste quel che strenuamente difendo dentro di me.
Quel che spero di avere ancora oggi e ogni domani che seguirà.
Sono lì, in molti.
Incartati con cura, ma anche confezionati di fretta.
Avvolti in carta luccicante, ma pure rinchiusi in anonimi sacchi di rete.
Ce ne sono in offerta tre al prezzo di due.
E ce ne sono in formato famiglia.
Ci sono perfino in versione light.
Senza zucchero e senza quel che vuoi.
Soprattutto senza farsi troppi problemi.
Senza lacrime, che non piacciono mai a nessuno.
Laddove l’auto sia in doppia fila e hai visto mai che mi becco pure la multa per questo qui.
Questo qui.
Mi avvicino proprio a lui.
Forse perché è l’unico che rimandi lo sguardo.
Prodotto che spicca per assenze, piuttosto che opulenze, paradosso commerciale che definirei unico.
E’ apparentemente libero tra i prigionieri.
Scevro dall’inganno di carta e colori, menzogne e illusioni.
Eccomi, sono a un passo.
La mia voce trema, ma le do una sberla.
Non puoi permettertelo, le sussurro con affetto, tieni a bada ogni fragilità che potrebbe solo offendere le anime frantumate che ci sono innanzi.
“Dimmi”, chiedo quindi al bambino diverso, non scorgendo alcuna etichetta o targhetta indicativa, “qual è il tuo prezzo? E’ forse trentamila euro?”
“Così tanto?” ribatte abbozzando un sorriso che sa quasi di orgoglio. “Vediamo”, prosegue, “mani e braccia almeno diecimila euro al paio. Le braccia abbracciano e le mani maneggiano, i polpastrelli leggono il mondo e le dita liberano il naso da indesiderate presenze, il che non guasta mai. Gambe e piedi altri diecimila, si corre, si cammina, e soprattutto si consumano calze e scarpe, che qualcun altro ci guadagna anche di più. Cinquemila euro per il busto e mi voglio rovinare, guarda: faccio finta di non sapere che dentro ci siano lo scrittore famoso e il suo sconosciuto Ghostwriter, rispettivamente cuore e pancia. Crepi l’avarizia, per i cinquemila euro che rimangono ci metto pure la testa. Tanto, vista l’età, quanta memoria vuoi che appesantisca il cervello? Ecco fatto, trentamila euro.”
“Ma è tutto qui, quello che sei?” domando come se volessi disperatamente una risposta negativa.
“Non lo so”, mormora lui, come se non volesse disturbare gli altri, “nessuno di noi lo sa. Noi siamo il dono il cui prezzo lo scrivete voi. Trentamila, ma anche diecimila, un euro, se preferisci. Ma se pensi che valga di più di quel che vedi, cosa ci fai qua dentro?”
Mi allontano, saluto e mi allontano.
Esco e prendo tra le mani quel che ho immaginato possibile.
Lo stringo, con livore lo stringo.
E lo faccio a pezzi.
Sperando che con il sogno.
Scompaia anche l’incubo.

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25.2.15

Storie sui diritti umani in Italia: noi e loro

Storie e Notizie N. 1195 

“L'Italia ha sprecato l'opportunità di dare all'Unione europea un indirizzo diverso, basato sul rispetto dei diritti umani, sul contrasto alla discriminazione, e soprattutto su politiche a tema immigrazione che dessero priorità a salvare le vite umane.“
Queste parole sono del direttore generale di Amnesty Italia, che accompagnano la pubblicazione del consueto rapporto annuale in fatto di diritti umani, che quest’anno risulta addirittura più severo di quello precedente.
E’ il solito problema di noi.
E loro…

C’era una volta il paese dei noi.
Il paese dei noi era abitato da persone i cui nomi erano semplici da pronunciare.
Io, te, me stesso, tu, ancora io, sempre te, ma allora io?, e perché tu?, e così via.
Al di fuori del paese dei noi, vivevano loro.
Loro avevano nomi meno semplici da pronunciare.
Almeno secondo noi.
Lui, lei, l’altro, l’altra, tutti gli altri, quelli, quello là, quell’altra, questi qua, ma perché non se ne stanno a casa loro, ecc.
Ora, si da il caso che molti tra gli abitanti del paese dei noi non vedessero di buon occhio loro.
Le ragioni sono molteplici e non staremo qui a narrarle.
Non basterebbe un singolo racconto per cambiare le cose.
Per quanto scritto con parole facili.
Chiaro e diretto.
Da leggere in pochi minuti.
Altrimenti, tutti quelli che sapessero leggere troverebbero aria sufficiente nella cervice per permettere al cuore di entrare.
E respirarvi.
Mi soffermerò solo su una di esse.
Si da il caso che i noi temessero che loro potessero defraudarli di qualcosa.
Qualsiasi cosa, anche la più improbabile, come ad esempio il futuro.
Ovvero, ciò che non esiste ancora.
Tuttavia, a causa del delirante suggerimento di qualche decerebrato imbonitore, ascoltato con attenzione sulla pubblica piazza solo perché capace di urlare con maggior vigore, gli abitanti del paese dei noi si erano convinti che il modo migliore per impedire a loro di derubarli fosse privarsi da soli del meglio che avessero.
Come se un fiore si liberasse del polline per impedire alle api di raccoglierlo.
Peggio, come se la terra stessa facesse marcire i propri frutti negandoli alle creature viventi.
Come se l’intera danza si riducesse ad un dare e prendere, ignorandone il prosieguo che dall’inizio del mondo vede nel passo seguente l’esatto scambio dei ruoli.
Ridare quel che si è preso.
E allora capitò di tutto, nel regno dei noi.
C’era chi si privò dell’amore e chi della fantasia, chi del senso dell’humor e chi della comprensione.
C’era chi rinunciò ad avere voce in capitolo e addirittura chi si dimenticò del tutto di averla, una voce.
Ci fu perfino chi eliminò dalla propria esistenza la via che ti porta su un’altra, di via.
No, dico, ve lo immaginate che rottura di scatole vedere un solo orizzonte sino alla morte?
Ciascuno troncò parte di sé tra le più degne di esserci, ma la maggioranza concordò nell’affrancarsi da incalcolabili privilegi dono del passato.
Un regalo confezionato al prezzo di sogni e sangue, per amore dei noi nel futuro.
I diritti.
Fu la privazione che funzionò meglio.
Perlomeno all’istante.
Via il diritto al cibo e via il diritto ad un riparo da pioggia e freddo, via il diritto alla cura e via il diritto all’accoglienza.
Via, insomma, il diritto ad esistere e divenne più facile.
Anzi, da facile divenne naturale.
Ignorare, violentare, torturare, discriminare, sacrificare, calpestare, sfruttare.
Loro.
Il problema, però, è che a forza di togliere a mani basse molti tra gli abitanti non riuscivano più a rammentarsi cosa volesse dire essere io.
Fu così che tanti tra gli io si convinsero di essere perlomeno noi.
E tutti gli altri divennero ignorabili, calpestabili, sfruttabili, torturabili, violentabili.
Perché tutti gli altri che non fossero io erano diventati loro.


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20.2.15

Le due tribù

Storie e Notizie N. 1194 

Mentre buona parte del paese discute e si angoscia innanzi al temuto hashtag #We_Are_Coming_O_Rome da parte dei terroristi, nel mondo che resta la vita prosegue.
Il più delle volte deve, altrimenti il frigo rimane vuoto.
Tale paradossale composizione di esistenze muove la mia immaginazione verso il seguente racconto…

C’era una volta un’isola.
Sull’isola c’erano due tribù.
Le due tribù erano diverse.
C’è poco da aggiungere.
Essendo diverse, vivevano in modo differente.
Una aveva scelto il punto più in alto dell’isola.
La cima della montagna.
E non per amore dell’aria buona, sia ben chiaro.
Gli abitanti di sopra non sceglievano il sopra in obbedienza alla passione per qualcosa, bensì al timore di essa.
E laddove sia la paura a condizionare il battito del tuo cuore, piuttosto che l’interesse per tutto fuorché il già noto, c’è poco da rilassarsi.
Difficile farlo, allorché si trascorra la maggior parte del tempo con entrambi gli occhi fissi all’orizzonte.
In attesa dell’inevitabile arrivo di lui.
Il terrificante nemico invasore.
Al contrario, la tribù di sotto viveva di sotto.
Anche qui, non v’è tanto da addurre.
In particolare, gli abitanti si erano sistemati sulla spiaggia.
Adoratori del mare in ogni sua manifestazione, costoro pregavano il dio delle onde, ma non come si fa dalle nostre parti.
Che so, per chiedere qualcosa o vedere esaudito quest’altro.
Per maledirlo in caso di insoddisfatta supplica.
O tirarlo in ballo per vietare qualcosa a chicchessia.
Quelli di sotto pregavano il mare spinti da un solo sentimento, la gratitudine, e per una sola ragione, sintetizzata dalla frase di rito: grazie delle onde.
E non perché fossero dei provetti surfisti, sia ben chiaro.
Ci avevano anche provato, ma erano incapaci.
Pure qua, niente da evidenziare.
Ringraziavano le onde perché è esattamente così che vedevano loro stessi.
Gente che va e che arriva, senza differenza tra le due cose, esattamente come la danza del mare che sospinto dal vento muore sulla riva.
E un attimo dopo resuscita.
Senza alcun bisogno di miracoli.
Venne un giorno in cui il capo della tribù di sopra chiese di incontrare il corrispettivo degli abitanti di sotto e con tutti i suoi compagni scese a valle.
“Collega”, disse agitato, “tu e i tuoi pari siete degli incoscienti. Non avete alzato barriere, non avete costruito armi e non avete addestrato eserciti. I barbari arriveranno dal mare e vi uccideranno tutti.”
“E tu come lo sai?” domandò l’altro.
“Come lo so? C’è scritto dappertutto. L’abbiamo letto nelle stelle, abbiamo tirato in aria le conchiglie e letto la combinazione, abbiamo ascoltato il verso dell’upupa, abbiamo sacrificato ben sei capre e bevuto il sangue, anche lo sciamano è d’accordo. Perfino sul foglietto che abbiamo trovato nella bottiglia c’è scritto se vi prendo vi ammazzo.”
“Ma quello è stato è mio figlio. Ce l’ha con le tracine perché l’hanno punto…”
“Ah… d’accordo, ma vale tutto il resto.”
Il capo della tribù voleva sforzarsi di essere cortese con il collega, se non altro per ragioni di buon vicinato, e tentò di far leva sulla propria apprensione.
Così, per pura empatia, finse di mostrarsi preoccupato e curioso.
“Amico, dimmi, ti prego: come sono fatti questi barbari?”
“Sono alti e pelosi, sono incivili e non hanno rispetto per la nostra cultura e le nostre tradizioni, dove vanno distruggono tutto e se ne vanno via impuniti.”
“Papà…” fece in quell’istante il figlio del capo di sotto, che aveva ascoltato tutto per filo e per segno.
“Caro, non vedi che sto parlando?”
“Sì, ma volevo dirti che ha ragione.”
E tutti seguirono l’indice della mano destra del bambino sino alla montagna della tribù di sopra, le cui case erano in fiamme.
Erano arrivati davvero, gli invasori, pelosi e incivili.
Si chiamavano olandesi.

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19.2.15

Sacchi e il razzista a sua insaputa

Storie e Notizie N. 1193 

In seguito alle attenzioni internazionali guadagnate grazie alle sue recenti affermazioni sull’eccessiva presenza di atleti di colore nel nostro calcio giovanile, Arrigo Sacchi e quasi tutti i suoi delatori respingono le accuse al mittente sostenendo che l’allenatore si riferisse ai calciatori stranieri.
Da cui l’orgogliosa difesa dell’identità e della dignità italica.
Credo sia una malattia nostrana piuttosto diffusa, anche dove meno te l’aspetti.
Spesso, il razzista peggiore è quello che non si rende conto di esserlo…

Ci sono.
E sono tanti.
Ci sono quelli che se vedessero un nero penserebbero subito che preghi Maometto.
Prima di ogni altro dio.
Che sia ateo, è addirittura escluso.

E ci sono quelli che se gli presentassero un nero avrebbero un disperato bisogno di chiedergli da dove venga.
Se è molto che abita qui, come si sta dalle sue parti e così via interrogando.
Ancora prima di sapere il suo nome.
Figuriamoci quali siano i suoi sogni.

Ci sono quelli che se incontrassero un nero darebbero per scontato che non sappia parlare la loro lingua.
Correndo il rischio di imbattersi in qualcuno che quella lingua, proprio quella, la conosca molto meglio di loro.

E ci sono quelli che se vedessero un nero la prima forma che gli verrebbe in mente sarebbe quella che disegna l’Africa.
E’ opera di magia sopraffina, senza scherzi.
Non è da tutti cancellare in una frazione di secondo ben quattro continenti.
E al contempo, se proprio di Africa stiamo parlando, ridurre milioni di persone nello spazio di una parola.
Ovvero, di un singolo volto, per quanto olivastro.

Ci sono quelli che se sapessero dell’arrivo di un nero non avrebbero dubbi che sarebbe per prendere qualcosa.
Giammai dare.
Figuriamoci né l’una e tantomeno l’altra.
Leggi pure come il semplice esserci degli umani di passaggio.

E ci sono infine coloro i quali se osservassero un nero sarebbero certi che sia straniero.

Per buona sorte, ci sono anche quelli per i quali un nero potrebbe essere tutto e il contrario di tutto.
Soprattutto non avendo la più pallida idea di cosa viva sotto quella pelle.

Tutti gli altri, che lo ammettano o meno, si chiamano razzisti.

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18.2.15

Crollo soffitto scuola video: là dove si impara

Storie e Notizie N. 1192 

Accade, e non è la prima volta, che le pareti di una scuola nostrana perdano pezzi.
Stavolta è toccato all’Istituto alberghiero De Cecco, a Pescara, dove due giovani studenti ne hanno pagato le spese riportando seppur lievi contusioni.
Nondimeno, come lo spettacolo, le lezioni devono andare avanti…

C’era una volta un paese.
Un paese a forma di calzatura.
Non necessariamente uno stivale, ecco.
Vi sono anche mocassini, scarpe col tacco e da ginnastica.
Perfino gli scarponi da sci, insomma.
Così rimaniamo sul vago, o presunto tale, che è la cosa migliore.
Nel paese a forma di calzatura, non per forza uno stivale, c’era una scuola.
Nella scuola c’era una classe.
Nella classe c’era il solito.
Maestra e studenti, banchi e sedie, cattedra e lavagna, gessetti e cancellino.
In breve, il tutto secondo copione.
Fin qui.
Così ci togliamo subito di torno lo scontato, affinché i lettori più impazienti non fuggano ancora prima di iniziare.
Il conto delle meraviglie.
Nella classe della scuola nel paese a forma di calzatura, uno stivale ma anche no, le lezioni non erano affatto facili.
E non perché la maestra fosse incapace.
Guarda, immaginati pure la docente dell’anno, per capirci.
E non perché gli alunni fossero affetti da bullite acuta o peggio.
Senti, tagliamo la testa al preside: prendi un manipolo di discepoli modello e piazzali ai banchi nell’ordine che preferisci.
Malgrado tale idilliaco affresco, il nutrimento di mente e spirito dei frugoletti era messo a rischio di continuo.
Dal mondo di fuori.
E venne il giorno in cui crollò la parete di destra.
Hai presente? Quella del corridoio, con i cappotti e gli ombrelli.
Rumoraccio e tutto in terra.
Tuttavia, s’era parlato di meraviglie, giusto?
Ebbene, la maestra e il suo equipaggio non batterono ciglio e proseguirono indomiti il cammino verso l’orizzonte sapiente.
Il giorno seguente fu la parete mancina a frantumarsi, e insieme con essa via le finestre.
Leggi pure come le preziose vie di fuga per le fantasie distraibili.
E chi è vissuto tra i banchi perennemente ricondotto all’attenzione dall’insegnante di turno, riportando tra l’altro un cronico torcicollo, sa a cosa mi riferisco.
Si da il caso, però, che sebbene il frastuono fosse stato ancora più terribile del primo crollo, i ragazzi continuarono a suonare le note suggerite loro dalla direttrice d’orchestra al di là della cattedra.
Il terzo giorno a sbriciolarsi fu la parete di fondo, quella alle spalle degli abitanti delle ultime file.
Là dove si copia, l’ormai smascherato segreto.
Qualcuno tra voi potrebbe mettere in dubbio il fatto che la volta si reggesse ancora sull’ultimo muro rimasto, a cui si appoggiava l’unica pagina eccezione alla regola.
Là dove il bianco scrive sul nero, per i poeti.
Ma l’abbiamo già detto che lo scontato fosse solo all’inizio, vero?
Così, assurdità per assurdità, arrivò il giorno in cui anche l’ultima parete si fece in pezzi.
Un duro colpo anche per una maestra speciale, ciò è indubbio. Spesso la lavagna può risultare la tua migliore alleata, laddove falliscano il registro e i libri di testo.
Eppure, bastò uno scambio di sguardi tra i molti e l’una e ritorno per non desistere dall’unica ragione per essere insieme.
Là dove si guarda avanti, per i sognatori.
Il quinto giorno, come da titolo, svanì il soffitto.
No, dico, vi immaginate la situazione?
E immaginatela, cribbio: inermi innanzi a pioggia e vento, freddo e perfino regalini da parte di diarreici volatili, la stoica maestra e gli impavidi discenti rimasero al loro posto.
Là dove si cresce, per i montessoriani.
Il sesto giorno giunse puntuale dopo il quinto e anche il pavimento abbandonò i nostri.
Eccoli, guardiamoli.
Giovani creature abbandonate nel vuoto senza paracadute, appese al coraggio e all’amore di un super eroe con un solo super potere, ovvero insegnare.
Guardiamo, perché al di là delle meraviglie, le cose sono esattamente così.
Là dove si impara.



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13.2.15

Storie di bambini: voi chi siete?

Storie e Notizie N. 1191 

Appena nata, un bimba è morta a causa di una crisi respiratoria sull’ambulanza, durante il tragitto verso Ragusa.
A quanto pare, negli ospedali di Catania non c’erano posti liberi.
Questa è la sua breve storia…

Mi chiamo Nicole e sono nata.
Qui, oggi.
Adesso.
Diciamo poco fa.
Pochissimo.
Non so nulla di voi.
Non ho idea di quel che avrei trovato.
Non so per voi cosa voglia dire la parola vita.
Nascere.
Aprire gli occhi e respirare.
Non necessariamente in quest’ordine.
Ma, l’ordine, cosa conta, in effetti?
Quale importanza potrà avere l’organizzazione del tempo e dello spazio laddove l’attimo che attraversi sia il primo?
Sono nata e questo conta, per me.
Per mia madre, per papà.
Ma voi, io non vi conosco.
Non sapevo chi avrei trovato là fuori.
A malapena ho capito che l’altra voce fosse quella di mio padre.
Ma cosa vale, adesso, quel che ho immaginato lì dentro?
Quando la luce che incontri non è più quella che hai solo sognato ti accontenti di tutto e di tutti.
Sei, come dire, disposta a fidarti.
Occhi oscurati o dischiusi, pronta ad accogliere il tocco di mani estranee.
E a condividere il battito del cuore con degli sconosciuti.
Che un istante dopo non lo sono più.
Altrimenti, come pensate che abbia potuto iniziare ad amare colei che mi ha messo al mondo?
Lei era il poco dentro e un istante dopo il tutto fuori.
Ma voi, al di là dei confini di coloro che mi generarono, non so chi siate, davvero.
Perdonate, non ne ho avuto il tempo.
Ecco perché non posso dire di apprezzarvi.
E neppure di condannarvi.
Non so, come non saprò mai, cosa sarei stata per voi.
Una cosa però la so.
Che non c’è stato posto per me.
Deve esserci qualcosa di sbagliato alla partenza, allora.
Avevo capito che là fuori avrei trovato i miei simili.
I vivi.
Ma se non esiste un posto per chi è appena arrivato.
Da lontano come da vicino.
Allora mi chiedo, voi, chi siete?

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12.2.15

Storie di razzismo: Tre studenti musulmani uccisi nel silenzio

Storie e Notizie N. 1190 

A Chapel Hill, negli USA, Craig Stephen Hicks ha sparato e ucciso Yusor Mohammad, 21 anni, Razan Mohammad Abu-Salha, 19 anni, e il marito della più grande, Deah Barakat, 23 anni, studenti della University of North Carolina.
Tutti e tre di religione islamica…

Nel silenzio.

Uomo spara e uccide tre giovani.
Due ragazze e un ragazzo nel cosiddetto fiore degli anni.
Tre studenti musulmani.
Musulmani.
Un aggettivo, è così, una parola.
Consonanti e vocali, lettere e suoni.
E altrettante parole soffiano sul fuoco.

La religione non c’entra, dicono.
Non fate confronti, minacciano.
Perché non reggono, sostengono.
E’ l’opera di un pazzo, sono sicuri.
E’ un incidente isolato, spiegano convinti.
Magari è stato provocato, ardiscono addirittura.

No, la religione non c’entra, ripetono.
E’ che la violenza umana non ha limiti, osservano.
Non fate paragoni, auspicano.
Perché quella è tutta un’altra storia, ribadiscono.
E’ l’atto di un malato di mente, chiariscono.
E’ cosa comune nella società violenta, affermano.
Non ci sono state rivendicazioni, ricordano.

Non c’entra la religione, sottolineano di nuovo.
Non fate accostamenti, chiedono.
Perché la similitudine non vale, esclamano.
L’uomo non stava bene, sintetizzano.
E’ la violenza che è ormai parte della vita quotidiana, riflettono.
Stiamo perdendo la percezione di quel che ci renda umani, approfondiscono.
E molti tra coloro che leggono il racconto scritto col sangue ancora caldo non ne riconoscono più il calore, declamano.

No e poi no, strillano.
Le religioni non c’entrano, sentenziano.
Non azzardate analogie, intimano.
Perché ogni parallelismo non ha basi fondate, assicurano.
Solo una mente vacillante potrebbe compiere tale delitto, giurano.
Uccidiamo con tale facilità perché non abbiamo ancora compreso il valore della vita, asseriscono.
Quello che conta ora è il dolore di chi resta, commentano.

Nel silenzio.

Nel silenzio la sola realtà degna di questo nome traspare, entrata in scena per caso sullo schermo capovolto del dio degli altri.
Le religioni non c’entrano.

Già.
Sai? Non c’entrano mai.


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11.2.15

Storie di immigrati: la famiglia straniera

Storie e Notizie N. 1189 

Ennesimo naufragio sulle nostre coste, si parla di oltre trecento morti.
I superstiti raccontano di essere stati costretti ad imbarcarsi sotto minaccia armata.
Solita apparizione della notizia sui media nostrani e altrettanto scontata reazione della popolazione autoctona.
Comunitaria, per capirci.
Laddove ci sia una reazione, perché siamo nella sacra settimana dell’italico gorgheggio.
Nondimeno, c’è sempre una storia da parte, qui…

C’era una volta una famiglia.
Una famiglia straniera, sfido chiunque a negarlo.
Papà era un immigrato, mamma una rifugiata, il bambino un clandestino e nonna un’extracomunitaria.
Indesiderati e indesiderabili sotto ogni punto di vista.
E, soprattutto, al di sotto di ogni cielo.
Perché ci sono taluni che di sorte maldestra ci nascono.
E il destino peggiore è quello di coloro che innanzi a tale sventurata sentenza del fato non si arrendano.
La famiglia straniera ne era un fulgido esempio.
Difatti, decisi a costruirsi in modo del tutto autonomo e arbitrario la propria pagina della svolta, i nostri fecero i bagagli e si misero in viaggio.
In mare, naturalmente.
Poiché i nuovi capitoli, quelli che attendi bramoso dell’istante in cui il racconto giustifichi il prezzo pagato in libreria, iniziano sempre sulla riva opposta.
Altrimenti sarebbe troppo facile leggere.
Figuriamoci scrivere.
Tuttavia, la parola facile non era di certo compresa nel dizionario della famiglia straniera.
Niente di originale e nessun super eroe all’orizzonte, con miracolosi salvataggi dell’ultim’ora.
Naufragio e morte per annegamento fu la punizione per i nostri, rei di aver cercato di cambiare le regole del gioco.
Quello dove giocano solo in pochi, per capirci.
Uno pensa: è finita qui, stantia conclusione per abituali turisti per la vita.
Invece no, perché qui le parole raccontano finché c’è spazio.
Nel cuore.
Una volta giunta ai confini dell’altro mondo la famiglia straniera venne fermata dagli addetti alla dogana per il controllo documenti.
Inevitabile, visto che l’aldilà lo disegniamo a nostra immagine e somiglianza.
I quattro vennero ovviamente respinti.
“C’è la crisi celestiale”, disse un angelo, “le nuvole costano un occhio, le ali si consumano: dobbiamo prima pensare a noi.”
“Se quelli del piano di sopra devono prima pensare a loro”, osservò un diavolo, “immaginatevi noi…”
La famiglia straniera decise quindi di andare nello spazio, senza però trovare miglior fortuna.
Lunatici e Gioviali, Marziani e Venusiani, Plutonici e Saturnini, tutti risposero allo stesso modo.
“C’è la crisi spaziale, stanno per arrivare americani, russi e cinesi per rubarci l’acqua, i buchi neri incombono, le comete non arrivano più in orario, ecc.”
Insomma, porte chiuse ovunque.
Finché, ormai alla deriva nell’universo, in balia del vuoto cosmico, la famiglia straniera fece un atterraggio di fortuna su un piccolo pianeta, in un’altrettanto minuscola galassia.
Fortuna, vocabolo quanto mai azzeccato, stavolta.
Perché le pagine che completano le narrazioni viventi si palesano sempre per errore.
O per fortuna.
C’era la crisi spaziale anche nel piccolo pianeta, è chiaro.
I buchi neri spaventavano e le comete erano sempre in ritardo.
Ma questo non impedì agli abitanti di guardare negli occhi i nuovi arrivati.
Per ascoltarne la storia.
Perché ogni racconto che tenti di resistere alla morte lo merita.
Salve, dissero i sopravvissuti, noi siamo la famiglia straniera.
Salute a voi, risposero gli abitanti, noi siamo umani.


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6.2.15

Bambino con due mamme video le parole che seguono

Storie e Notizie N. 1188 

E’ notizia di oggi quella della trascrizione al Registro dello Stato Civile del Comune di Roma dell'atto di nascita di un bimbo di 4 anni.
La coppia è formata da due madri, una argentina e l’altra romana.
Ci saranno come al solito accese discussioni, tra critiche feroci e sentiti rallegramenti.
Sono le parole, le parole che seguono.
Iniziano la loro danza dopo pochi secondi.
Immaginiamo allora di vederle scorrere su uno schermo immaginario a velocità doppia, ma che dico, tripla e anche di più.
Con il volume abbassato, auspicabilmente.
E fermiamoci lì, dove l’unica voce che abbia davvero senso dirà la sua.

Care mamme,
quante cose.
Quante cose avrei da dirvi.
Mai quante ne sono state scritte.
Esclamate e, spesso, urlate a squarciagola.
Sono le parole che seguono.
Sono importanti, lo so bene.
Voi e tutti quelli come me non avremmo mai potuto ignorarle.
Perché noi siamo coloro che dall’istante in cui il sipario si chiuda quelle parole le porteranno sulle spalle.
Nella pancia e nel cuore.
E’ un peso che dobbiamo accettare, fa parte del gioco, nessuna lamentela.
Siamo contenti, noi altri.
Ogni volta che ci guardiamo indietro, e insieme alle parole che sono seguite osserviamo l’infinità di creature violentate non solo da semplici insiemi di lettere, bensì straziate da un’esistenza colpevole solo di esserci, non possiamo far altro che alzarci ogni mattino.
E sorridere.
Quante cose non vi ho mai detto.
Mai quante non avreste mai dovuto sentire.
Mormorate o addirittura strillate senza vergogna.
Rigorosamente alle vostre spalle.
Sono le parole che ci seguono.
Sono sempre state lì, dietro di noi, e chi meglio di noi lo sa.
Voi e noi non avremmo mai potuto fuggire.
Perché noi siamo coloro i quali hanno dedicato tempo e vita a farle a pezzi.
Per frantumarle con amore e speranza che da ciò potesse un giorno nascere quella giusta, di parola.
Anche una sola.
Siamo così, noi.
Una parola e tutto può diventare meraviglioso.
Al peggio, semplice.
Adorate madri, quante parole potrei dirvi.
E quante parole, la gente intorno a voi, avrebbe potuto ascoltare.
Se solo avesse cercato l’unica risposta che valga il viaggio insieme.
Papà, mamma, sorella e fratello, amica, amico, ci siete?
Eccoci, caro, siamo qui, cara. Siamo qui e per te ci saremo sempre.
Sono così, le parole che seguono.
Sono come le storie.
Vanno lette sino alla fine.
Come le mie.
Grazie, mamme.



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5.2.15

Incidente Aereo Taiwan: la speranza dei sopravvissuti

Storie e Notizie N. 1187 

C’è il tassista e la sua giovane cliente, la famiglia che ha deciso di cambiare il posto sull’aereo all’ultimo momento. E quei miracolati che tra i circa quindici scampati al disastro hanno avuto la buona sorte di trovarsi al posto giusto nel momento peggiore.
La conta dei rimasti.
Che potrebbe sorprendentemente allungarsi.
Prestando maggiore attenzione alla storia…

Sopravvissuti.
Siamo i sopravvissuti.
Sopravvissuti alla morte.
Si dice così, giusto?
Ma non è proprio esatto, sapete?
Noi la morte non l’abbiamo proprio incontrata.
Quelli sono gli altri.
Altrimenti non ascolterete le nostre voci vibranti e il nostro respiro turbato.
Il battito del cuore che evade dal petto, senza alcun bisogno di una mano curiosa.
Figuriamoci di un freddo stetoscopio.
I volti segnati dall’esistenza precedente.
Più che mai da quel momento.
Quando quelli col biglietto sbagliato l’hanno davvero vista in faccia.
La morte.
Noi no.
Noi siamo i sopravvissuti.
Sopravvissuti alla vita.
Di prima.
Che non sarà più quella di oggi.
Da quel giorno.
Nessun problema, succede, succede a tanti di equivocare.
Di confondere il passato con la fine di tutto.
Quindi trascurabile.
Cancellabile.
Nondimeno, quando vi capitiamo davanti le emozioni sono molteplici.
C’è chi prova compassione, ma anche odio.
C’è chi prova solidarietà, ma anche disprezzo.
C’è anche chi provi tutto questo nello stesso istante.
E all’occorrenza sceglie ciò che lo farà sentire meglio.
Con gli altri.
Che guardano.
Tuttavia, quando vi capitiamo davanti, la nostra emozione è invece una sola.
Innanzi alle vostre, il pensiero è altrettanto unico.
Una speranza.
Eccoli, vedrai che capiranno e ci aiuteranno.
Perché sono esattamente come noi.
Perché lo siamo tutti, sopravvissuti.
Alla vita di prima.
E’ solo che alcuni lo danno per scontato.
Noi non più.
E’ tutta qui, la differenza.
Tra vivere e sopravvivere.

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Il dono della diversità e Roba da bambini su L'Ateo

Due libri di brevi racconti, il primo rivolto a tutti, il secondo ai bambini (ma piacerà anche ai grandi). L'autore ha una peculiare abilità: trasforma storie vere — piccole e grandi, dai fatti di cronaca alle notizie di guerra — in racconti.
Gli ingredienti per ottenere questa straordinaria alchimia sono la fantasia e soprattutto la capacità di superare con grande agilità e leggerezza il muro dei luoghi comuni. Con un salto o una capriola - come suggerisce l'efficace copertina de II dono della diversità, realizzata da Massimo Massimiliani - si può volare oltre gli stereotipi odiosi, i freddi dati quantitativi, i commenti scontati.
Qualche esempio. Il racconto Cento motivi per non morire inizia con la notizia ANSA dell'I l maggio 2009 "nello Sri Lanka duemila civili sono stati assassinati dall'esercito, nell'ambito della repressione dei ribelli Tamil, di cui cento bambini". Ghebreigziabiher immagina che ogni bambino dica il motivo per cui non vuole morire: "perché so fare le smorfie meglio di tutti i miei fratelli". "perché domani è il mio compleanno", "perché sabato andrò al cinema", "perché sono bella"... e cosi via.
Come scrive Daniele Barbieri nella Prefazione a Il dono della diversità, è "una fantasia, certo, ma in questo modo possiamo sapere qualcosa di loro, diventano più vicini a noi invece di restare i numeri freddi di una terrificante statistica". Un altro esempio, fulminante: "Secondo il resoconto del censimento dell'ISTAT, relativo all'anno 2011, in scala possiamo dire che l'Italia è come un paese di circa 60 abitanti. Tra di essi 29 sono uomini, le femmine sono più numerose, 31, e appena 4 sono cittadini stranieri. Ma allora, perché nel nostro paese al potere ci sono solo maschi e la colpa di tutto quello che non va è sempre degli immigrati?
Entrambi i libri vogliono mostrare che la diversità non è un limite ma una risorsa che deve essere celebrata "ogni giorno. ora, attimo della nostra vita come un regalo . Un regalo da conquistare, un naturale presente che non è mai dovuto, un dono che non finiamo mai di scartarne la confezione, fortunatamente".
In Il dono della diversità la differenza è quella di provenienza e cultura - quella differenza il cui rifiuto genera il razzismo. un razzismo che spesso anziché combattuto viene alimentato (segnalo le considerazioni in tal senso contenute nello scritto - che non è propriamente un racconto - Giornali e razzismo: ecco come lo alimentano). In Roba da bambini - dove incontriamo il bambino "nato senza gambe e un braccio: ma che braccio!", "la bambina che non cresceva mai", la bambina detta "lei che balla" vittima di una mina e altri personaggi protagonisti di storie vere - la differenza è piuttosto quella legata alla disabilità.
Le scatole dei luoghi comuni chiudono e non lasciano intravedere, "un'infinità di roba. Anche quella che tutto dovrebbe essere tranne ciò con cui viene additata. Con supponente superficialità. Roba da bambini. Se la conoscessimo appieno, forse, quel tempo che occorre per prestarle occhi e orecchi sarebbe un dovere. E addirittura un piacere".

Maria Turchetto su L'Ateo N. 6/2014

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4.2.15

Bruciato vivo: possiamo ricominciare?

Storie e Notizie N. 1186 

La recente vicenda del pilota bruciato vivo e la conseguente impiccagione dei prigionieri del governo giordano mi fa venire voglia di essere altro.
Tutto fuorché un umano.
E da lì, ascoltare il racconto, guardare la scena, osservare il dramma.
Come un semplice spettatore.
Silenzioso…

Ecco, ora sono l’ossigeno.
Che brucia con l’uomo.
Ma non muore, perché non era vivo neanche prima.
Si può esistere senza per questo vivere.
Senza soffrire per una ragione valida.
O per inammissibile ottusità.

Sono la corda che stringe e ruba il respiro.

E sono anche altro ossigeno, stavolta imprigionato all’esterno delle labbra assetate.
Uccise.

Sono le sbarre delle prigioni, da una parte all’altra degli schieramenti, di equa efficacia, di equa compassione.
Di equa incredulità, più di ogni altra cosa.

Sono le parole sparse con parsimonia sulle ferite mai sopite del tutto, cucinate ad arte dagli chef meno sospettabili.
Indiziati innominati quanto sono berciate, stuprate e manipolate le suddette parole.
Di religione e petrolio, di potere e dei, di indiscutibili crociate e fantomatici complotti.
Di parole al vento, soffiato nel cuore dal creatore di turno.
Come se alla fine di tutto, innanzi al buio tale per ciascuno di noi, ci fosse davvero qualcuno in grado di leggere tra l’oscurità prima degli altri.
E così mi trasformo.

Delle parole senza un verace significato divengo il suono, ovvero il rumore.
Dal rumore all’eco.
Dal ricordo di quest’ultima, adesso, sono le tracce nell’animo della vittima che traspare.
Per essere al contempo aggressore.
Ucciso e assassino.
Maledicente e odiato.
Nemico e amico, almeno così era una volta.
Finché il contrario non l’ha superato nella quotazione della borsa che conta.

Finalmente sono la borsa.
Là dove si nascondono le chiavi.
E il telecomando.
Lo scettro.
L’ingannevole flauto e le sue ammalianti melodie.
Che una schiera di ebeti sorci segue sino all’inevitabile precipizio.
Noi.

E’ qui che penso che gran peccato sia il fatto che l’inerte mondo che ci guarda autodistruggerci non abbia ricevuto il dono della favella.
Non si può ricominciare da capo e ridistribuire i sacri regali di madre natura?

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